Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
lunedì 29 giugno 2026
martedì 30 settembre 2025
domenica 14 settembre 2025
E dalla Mostra del cinema di Venezia, come stronzi, restarono a guardare - Max Renn e Guy van Stratten
L’indifferenza e la pochezza culturale che avvolgono
il nostro presente fanno capolino anche in quella che si dovrebbe definire come
cultura cinematografica: basta leggere le dichiarazioni di alcuni
registi e attori italiani presenti a Venezia per la Mostra del cinema che
definiscono come stronzate, inutili e scadenti gli appelli per Gaza.
Qualcuno di loro ha distrattamente firmato una petizione, probabilmente più per
conformismo con la categoria che per altro, salvo poi pentirsene o accorgersi
che questa, strada facendo, ha avuto l’ardire di chiedere di starsene a casa a
chi pubblicamente ha sostenuto e sostiene la deportazione e lo sterminio per
armi e per fame del popolo palestinese. Un vero e proprio atto di “censura”,
per carità! Non sia mai.
Altri sono al Lido per passeggiare sul tappeto rosso e
per farsi vedere a qualche patetico ricevimento sponsorizzato indossando il
vestito buono sulla barba di tre giorni e i capelli un po’ spettinati – che fa
sempre tanto “gente di cinema” – per promuovere il loro nuovo filmettino senza
nemmeno preoccuparsi che esca nelle sale, confidando al massimo, quando sarà il
momento, in qualche autoreferenziale Donatello di consolazione per soddisfare
l’ego artistico. Ma in cosa si sta trasformando la Mostra del Cinema? In un
sovraffollato centro commerciale di una domenica di fine estate, in cui le
opere in concorso sono trattate alla stregua di oggetti di consumo, di merci
esposte pronte per essere apprezzate dal primo ricco acquirente, mentre ai
confini d’Europa si sta consumando un terribile genocidio? Ma sì, certo, cosa
importa ai ricchi e colti ‘artisti’ bianchi europei e italiani dello sterminio
del popolo palestinese?
Il menefreghismo e l’indifferenza hanno una parte
considerevole nel nuovo assetto colonialista, fatto di un intangibile e
violento dominio culturale e ideologico nell’epoca dei social.
Poi ci sono quelli che il problema è sempre “più
complesso” e che manco si sporcano le mani per firmare petizioni che poi li
costringono a confrontarsi con una marmaglia di colleghi invidiosi, incagabili,
presuntuosi, incapaci e concorrenti. Registi e attori non sono gente che può
compatirsi di annacquarsi nel mucchio indistinto del mondo del cinema –
potrebbero perfino esserci comparse, tecnici e attrezzisti, perdio –, figurarsi
poi mescolarsi con emeriti sconosciuti in una manifestazione pubblica ove
potrebbe esserci davvero di tutto. La massa indistinta va bene soltanto sotto
forma di pubblico in sala o sul divano di casa. Il genio creativo deve essere
libero di correre in solitaria. Altri ancora, in preda a irrisolti sdoppiamenti
di personalità, si barcamenano nel distinguere ciò che possono affermare da privati
cittadini da quanto sentono di poter dire da personaggi pubblici.
Certo, molti di questi signori ci tengono a chiarire
che sono ben consapevoli che in Palestina è in atto un genocidio e che è
davvero una “cosaccia”, ma tutto ciò non ha nulla a che fare con l’arte
cinematografica, con la libertà di espressione, con i tappeti rossi e le cene
eleganti del Lido (non di Arcore, per carità: il cinema italiano è
signorile per davvero, mica cose da nani e ballerine!). Ci teniamo qui a
ricordare quanto ha scritto il grande regista Andrej Tarkovskij nel
suo saggio Scolpire il tempo (1985): “Una qualsiasi
arte nasce sempre grazie a un’esigenza spirituale e gioca un ruolo speciale
nell’impostazione dei profondi problemi che le sorgono dinanzi nella propria
epoca” (A. Tarkovskij, Scolpire il tempo. Riflessioni sul cinema,
Istituto Internazionale Andrej Tarkovskij, Firenze, 2015, p. 79) ribadendo che
“il cinematografo si è presentato come lo strumento del nostro secolo
tecnologico necessario all’umanità per un’ulteriore conoscenza della realtà” (ibid.).
Ma l’atteggiamento prevalente alla Mostra del cinema sembra quello di
nascondere la testa sotto la sabbia dinanzi ai “profondi problemi” della nostra
epoca, se si può chiamare “problema” il genocidio di un popolo. E quale
“realtà” mai ambiranno a conoscere, questi cinematografari, oltre a quella
delle patinate manifestazioni ufficiali?
Poi ci sono i giornalisti accreditati, rigorosamente
distinti in caste dai pass che danno diritto a questa o quella proiezione e
l’accesso a questo o quel rinfreschino, costretti a guardarsi qualche film tra
un evento mondano e l’altro. Se persino i loro colleghi che si occupano del
mondo fuori dallo schermo riescono a ridurre i meeting internazionali inerenti
le carneficine belliche in corso a disquisizioni sul dress code e sulle posture
in favore di telecamera dei protagonisti, ci sta che quella che si fregia di
essere la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica venga trattata come il
festival sanremese, dunque che si guardi più all’eleganza della mise delle
attrici che alla “mise en scène” delle opere proiettate. E per buttar giù due
righe sui film bastano e avanzano i patinati pressbook in cui i nostri
accreditati trovano anche le rispostine preconfezionate alle domandine di
circostanza che farebbero a registi e attori.
È questa l’intellighenzia cinematografica italiana?
Una torre d’avorio che pensa solo a realizzare i suoi filmetti, al successo, al
red carpet? E alcuni di questi registi avrebbero la pretesa di farsi chiamare
intellettuali? Intellettuali dell’indifferenza e del “che ce frega”. Viene
da domandarsi cosa differenzi la spocchia e l’ignavia di questi signori dalla
meschinità di chi ha definito “gondolieri di Hamas” quanti hanno manifestato a
Venezia contro un genocidio in corso.
Da queste vergognose, più ancora che imbarazzanti,
dichiarazioni emerge un fatto: l’indifferenza propugnata dall’alto, da una
fascistizzazione generalizzata della cultura che sta avvenendo in questo Paese
che si estende ben oltre il governo di destra e che si palesa anche nel mondo
del cinema. Nessuno aveva chiesto film sul genocidio
palestinese, nessuno pretendeva chissà quale presa di posizione militante. Non
ci si attendeva quello che nei fatti la Mostra veneziana non poteva essere, non
ci si aspettava di certo il Sessantotto in Laguna, ma un minimo di dignità sì.
Il mondo del cinema veneziano avrebbe potuto sfruttare
i riflettori per lanciare qualche messaggio significativo per “smuovere le
coscienze”, sarebbe potuto uscire dalla sempre più patetica torre d’avorio
delle sale festivaliere e manifestare lo sdegno per ciò che sta accadendo in
Palestina. E invece si è assistito a un grottesco gioco ai
distinguo, al “non è questa la sede”, alla pretesa autonomia dell’arte
cinematografica dalla rude realtà. Un universo che si fregia di “fare arte e
cultura” che si mostra del tutto simile al mondo dello sport, altrettanto
silente, altrettanto ipocrita.
L’asfalto del disimpegno degli anni Ottanta e Novanta
ha colpito duro. Se questi sono i registi e gli attori che ci ritroviamo, cosa
possiamo attenderci dal loro cinema, dai loro film che magari pretendendo pure
di irridere il vuoto patinato dei nostri tempi, salvo poi crogiolarsi in un
vuoto estetismo, o che magari, intendendo denunciare le miserie di una sinistra
che si è persa per strada, non si accorgono nemmeno che stanno in realtà
parlando di sé stessi. Meglio allora sfruttare i personaggi che si sono
costruiti per realizzare spot televisivi o trascinarsi nella finta autoironia
di qualche serie autoreferenziale sulle piattaforme sul piccolo schermo.
Di certo spendere qualche parola di denuncia a
proposito del genocidio mediorientale sotto i riflettori della Mostra non
avrebbe redento il mondo del cinema italiano dalla pochezza culturale che lo
contraddistingue, ma almeno avrebbe permesso a qualche suo protagonista di
mostrarsi meno indifferente di quel che è. Magari, un
giorno, folgorati sulla via di Damasco, alcuni di loro si chiederanno se di
fronte a un genocidio avrebbero potuto almeno dire qualcosa sfruttando la loro
notorietà e si vergogneranno per non averlo fatto. Vorrà dire che faranno i
conti con la loro coscienza, ma sappiano sin da ora che nessun ravvedimento
cancellerà la codardia di cui hanno dato prova.
Nel frattempo continuino pure con i loro film furbini,
scadenti, inutili e ipocriti. A noi viene alla mente un efficace titolo di un
film di alcuni anni fa diretto e interpretato da Pif: E
noi come stronzi rimanemmo a guardare. Già, i protagonisti del cinema
italiano – con qualche lodevole eccezione di cui non ci dimenticheremo –, di
fronte a un genocidio, come stronzi sono restati a guardare.
Anche di questo ci ricorderemo.
venerdì 12 settembre 2025
La coscienza di facciata: l’ipocrisia di “The Voice of Hind Rajab” - Mohammad Aaquib
Piuttosto che rappresentare solidarietà, questi gesti
cinematografici funzionano come performance simboliche che pacificano il
pubblico globale lasciando intatte le strutture della violenza.
Di recente, un film su
Hind Rajab, la bambina palestinese massacrata senza pietà dall’esercito
israeliano, è stato presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia e
ha ricevuto una lunga standing ovation. L’immagine della sua storia messa in
scena per il pubblico internazionale è stata celebrata come un momento di
“consapevolezza”. Eppure, viene da chiedersi: cosa c’è da sensibilizzare a
questo punto? Ogni singolo essere umano connesso ai media sa cosa sta succedendo
a Gaza. La difficile situazione dei palestinesi non è nascosta. Viene trasmessa
ogni giorno in tempo reale, in streaming dalle macerie delle case bombardate,
dalle rovine degli ospedali e dalle tende delle famiglie sfollate. Tutti lo
sanno, eppure nulla cambia.
Ecco perché “La Voce
di Hind Rajab” sembra meno un atto di solidarietà e più un vuoto simbolo di
guadagno capitalista. È, in realtà, una feticizzazione della violenza in nome
della sensibilizzazione. La storia di Hind non è storia. Non è un’atrocità
lontana congelata nel tempo, che richiede un trattamento cinematografico
affinché il pubblico possa essere istruito. È la storia di oggi, di adesso, di
questo preciso momento. Bambini come lei vengono ancora martirizzati e famiglie
come la sua vengono completamente annientate. Milioni di persone muoiono ancora
di fame e Gaza sta attraversando una carestia provocata dall’uomo, mentre cibo
e medicine vengono deliberatamente negati. Trasformare tutto questo in uno
spettacolo da festival, applaudito da un pubblico che poi tornerà a bere vino,
a sorseggiare yacht e a cena con gli addetti ai lavori, è grottesco.
Questo schema di
ipocrisia occidentale non è nuovo. Durante il genocidio ruandese, l’Occidente e
le Nazioni Unite sono rimasti a guardare senza fare nulla mentre migliaia di
cadaveri si accumulavano ogni giorno. La comunità internazionale aveva gli
strumenti per intervenire, ma mancava la volontà politica. In seguito, quando
il sangue si era seccato, le stesse potenze che avevano distolto lo sguardo
hanno improvvisamente trovato nel Ruanda un oggetto di interesse. Hanno scritto
libri, girato film, prodotto ricerche e mercificato la tragedia per il consumo
globale. Il genocidio è diventato oggetto di studio, fonte di capitale
culturale e un modo per dimostrare il proprio impegno morale. Ciò che è mancato
è stata la responsabilità. Ciò che è mancato è stata l’azione quando era
necessario.
Questo film rischia di
ripetere lo stesso vuoto simbolismo. La lunga standing ovation cinematografica
non ha aiutato in alcun modo i palestinesi. Non ha rotto il blocco, non ha
sfamato bambini affamati e non è riuscita a fermare le bombe. Ha, tuttavia,
generato applausi a Venezia e forse profitti sul mercato cinematografico
globale. La società di produzione di Brad Pitt, Plan B, che ha finanziato il
film, è detenuta per la maggior parte da Mediawan, una società di private
equity francese da miliardi di dollari con legami con azionisti sionisti. In
altre parole, qualsiasi profitto realizzato dal film confluirà nelle stesse
reti di capitale che sostengono i crimini in corso di Israele. Questa non è
solidarietà, è simbolismo avvolto in un’estetica ipocrita. In questo senso,
l’intera iniziativa non funziona come resistenza, ma come consumismo ipocrita.
Permette ai pezzi grossi di Hollywood e al loro pubblico di apparire svegli, di
sentirsi parte della soluzione, mentre il problema continua inesorabilmente. In
altre parole, lo stesso capitale estratto dalla storia di Hind Rajab arricchirà
strutture connesse alle stesse reti che sostengono il regime di apartheid
israeliano. Questa non è solidarietà, è complicità. È un gesto simbolico
avvolto in un’estetica abilitante.
Il commentatore
turco-americano Hasan Piker ha catturato l’assurdità con una tagliente analogia
sulla sua X. Ha affermato che guardare questo film ora è come “dei registi
socialisti tedeschi che girano un film su Auschwitz mentre le camere a gas sono
ancora in funzione”. Il paragone può essere sgradevole, ma è proprio il disagio
a rivelarne l’ipocrisia. L’arte ha il suo ruolo nel documentare la storia, ma
quando l’atrocità è in corso, quando le camere a gas sono ancora in funzione,
tali gesti non liberano, ma anestetizzano. Leniscono la coscienza di chi
guarda, dandogli un modo per sentirsi moralmente impegnato senza mai dover
rischiare o pretendere nulla.
Gli applausi a Venezia
non erano per Hind Rajab. Erano per il conforto di coloro che potevano
consumare la sua storia in un pacchetto ordinato di due ore. Erano per
l’illusione che guardare, applaudire e piangere equivalgano a fare qualcosa.
Erano per la dimostrazione di cura senza conseguenze, ma i palestinesi non
hanno bisogno di vuoti simboli di coscienza. Non hanno bisogno di applausi in
teatri con aria condizionata mentre dormono affamati in tende. Non hanno bisogno
di spettacoli cinematografici che feticizzano la loro morte lasciando intatte
le loro vite. Ciò di cui hanno bisogno è solidarietà materiale: cibo, medicine,
aiuti, boicottaggi, sanzioni, pressione politica e una mobilitazione della
volontà internazionale che non si limiti a riconoscere la loro sofferenza, ma
si impegni attivamente per porvi fine.
L’arte ha sempre avuto
un duplice ruolo. Può esporre, sfidare e ispirare all’azione. Ma può anche
distrarre, mercificare e pacificare. Nel caso del film di Hind Rajab, la
bilancia pende fortemente verso quest’ultimo. Questo non significa che le
storie palestinesi non debbano essere raccontate. Devono esserlo. Ma devono
essere raccontate dai palestinesi, in modi che siano al servizio della loro
lotta, non da società di produzione occidentali con azionisti sionisti che
trasformano il dolore in profitto. Devono essere raccontate con l’urgenza della
liberazione, non con il distacco degli applausi da festival.
Il problema non è che
il mondo non ne sia consapevole. Il problema è che il mondo non ne è disposto.
E film come questo permettono a questa riluttanza di continuare, mascherata dal
linguaggio della consapevolezza e del progresso. Gli applausi a Venezia non
cambiano nulla della situazione a Gaza. Hind Rajab non c’è più, e insieme a
lei, molti altri bambini ogni singolo giorno. La carestia continua a crescere.
Le bombe continuano a cadere.
Piuttosto che
rappresentare solidarietà, questi gesti cinematografici funzionano come
performance simboliche che pacificano il pubblico globale lasciando intatte le
strutture della violenza. Operano meno come interventi e più come rituali di
coscienza, progettati per produrre gratificazione morale per gli spettatori
piuttosto che sollievo materiale per le vittime. Ciò che emerge non è
consapevolezza – poiché la consapevolezza satura già la sfera mediatica globale
– ma uno spettacolo di sofferenza accuratamente curato, tradotto in capitale
culturale. Lo stesso applauso che segue diventa un segno di sicurezza morale,
consentendo agli spettatori di affermare la propria umanità mentre le
condizioni di disumanità rimangono immutate.
Traduzione a cura di
Grazia Parolari
sabato 8 febbraio 2025
No Other Land - Rachel Szor, Hamdan Ballal, Yuval Abraham, Basel Adra
il film è stato in poche sale in tutta Italia, per pochi giorni.
ho avuto la fortuna di vedere il film, quella sera molti non hanno potuto entrare in sala.
il film mostra l'eroica e nonviolenta resistenza degli abitanti di Masafer Yatta, un territorio palestinese minacciato dal Moloch israeliano.
lo stato d'Israele, la cui nascita fu decisa dall'ONU nel 1948, in un territorio ben definito, abitato dai palestinesi (che furono espulsi con violenza dalle loro case, la Nakba), oggi occupa quasi tutto il territorio palestinese (ben definito dall'ONU).
la macchina da presa (o la telecamera del telefono cellulare) segue Basel Adra (giornalista e attivista palestinese di Masafer Yatta) e Yuval Abraham (giornalista e attivista israeliano) da vicino, come pure i cittadini, e anche le bambine e i bambini di quel luogo minacciato ogni minuto, mostrandoci i pochi momenti di gioia e i numerosi momenti di disperazione.
la loro vita è come quella di Sisifo, ricostruiscono con molto sforzo le case e le scuole, e poi gli israeliani (governo, tribunali, soldati, demolitori) gliele distruggono in mezz'ora, e così via.
se qualcuno facesse lo stesso in qualche villaggio israeliano tutto l'occidente collettivo griderebbe all'antisemitismo e imporrebbero sanzioni su sanzioni, ma qui sono solo palestinesi, l'occidente collettivo non si commuove, anzi fornisce le armi, siano per sempre maledetti.
vedere il film fa male, vedere quello che succede è peggio di come si può immaginare.
buona (palestinese) visione - Ismaele
…Il racconto caratterizzato da uno
stile molto essenziale e diretto procede lungo una linea temporale che parte
dalla crescita di Basel a Masafer Yatta e mostra la sua rapida presa di
coscienza del difficile stato delle cose con la conseguente ricerca
instancabile dei metodi da utilizzare per cercare di poter determinare ad ogni
costo il futuro della sua comunità minacciata dall’esproprio, aiutato nella complessa
operazione dall’amico Yuval.
Il metodo è un mezzo, il mezzo è la
videocamera, l’unica ‘arma’ che egli pone tra se e l’esercito israeliano nella
speranza che quelle immagini così crude e taglienti possano arrivare dove la
legge non può e assieme all’organizzazione di alcune manifestazioni sul
territorio possano far vedere cosa succede a voler semplicemente restare dove
si è nati, ad essere nati in quello che qualcun altro per te ha deciso che sia
il ‘posto sbagliato al momento sbagliato’.
Ciò che salta agli occhi è la
straordinaria resilienza di uomini, donne e bambini che vogliono solamente
rimanere lì dove gli antenati prima di loro hanno costruito con difficoltà
l’avvenire della propria comunità sin dai tempi del mandato britannico degli
anni ‘20.
Nel luogo dove hanno assaporato il
mormorio delle albe e la serenità dei tramonti, dove hanno mangiato, corso,
gioito, amato, sofferto, li dove in poche parole hanno vissuto e hanno formato
la loro identità…
Ci sono, almeno, tre cose interessanti in No Other Land, pluripremiato
e valente documentario realizzato dai giovani attivisti palestinesi e
israeliani Basel Adra, Hamdan Ballal, Yuval Abraham e Rachel Szor.
La prima: l’assoluta non resistenza, la palese fragilità, financo la
caducità delle case palestinesi abbattute dall’esercito israeliano, aizzato dai
coloni.
La seconda: il simil-camuffamento dei coloni, che piombano sulla
scena – del delitto, da loro impunemente perpetrato – con il volto coperto,
persino da kefiah, e la fionda in mano.
La terza: l’incongruità, se non incredulità, del sodalizio tra il
palestinese Basel, che per oltre un lustro film la distruzione della sua comunità di Masafer
Yatta, e l’israeliano Yuval: com’è – vi chiederete di fronte alla
devastazione inflitta a più riprese dagli israeliani – che siffatta amicizia
possa preservarsi e alimentarsi, com’è possibile? C’è del dolo, un disegno
infernale – occupare bonariamente e solidaristicamente il campo avverso, perché
l’opposizione noi (israeliani) e loro (palestinesi) non sia esaustiva, e dunque
più eticamente e politicamente sanzionabile? – nello stare dalla parte delle
vittime dell’israeliano Yuval? Già, tocca sospendere l’incredulità…
Masafer Yatta è una regione collinare semi-desertica a sud di
Hebron, in Cisgiordania, costituita da una dozzina di villaggi abitati
principalmente da contadini e pastori arabo-palestinesi sin dal XIX secolo. Tra
di loro c'è anche Basel Adra, giovane avvocato e giornalista, che ha deciso di
dedicare la propria vita a documentare la barbarie che lo circonda sin
dall'infanzia. Infatti, dopo la Guerra dei sei giorni del 1967, Masafer Yatta è
divenuta oggetto dell'occupazione israeliana fino ad essere dichiarata, nei
primi anni Ottanta, area di addestramento militare ‒ la cosiddetta Firing Zone
918 ‒ e fungere da terreno fertile per l'espansione coloniale dello Stato
ebraico. Una graduale, subdola e deflagrante attività di espropriazione
forzata, legittimata nel 2022 da una sentenza della Corte Suprema di Israele e
messa in pratica sistematicamente da più di cinquant'anni, attraverso ordini di
demolizione degli immobili e un asfissiante controllo militare della
circolazione stradale…
No Other
Land è più di un documentario: è un manifesto, una
lezione di resilienza e pacifismo. Racconta le
evacuazioni forzate e le demolizioni delle case di un villaggio
palestinese in Cisgiordania, Masafer Yatta, da parte delle forze di
difesa israeliane – Idf, che intendono utilizzare l’area come zona
d’addestramento militare. Ma racconta, soprattutto, la lotta
nonviolenta delle famiglie che da secoli abitano queste terre e
qui hanno costruito le loro case e le loro vite.
Mostra la tenacia
con cui uomini, donne e bambini – tante donne, tanti bambini – cercano di
difendere ciò che è loro, armati solo della loro determinazione, del coraggio e
dello sguardo che puntano negli occhi dei militari, della voce con cui chiedono
loro di immedesimarsi, cercando di suscitare empatia, comprensione,
partecipazione: «E se ci fossi tu al posto mio?», domanda una donna, mentre una
bimba bionda si nasconde dietro le sue gambe…
lunedì 2 settembre 2024
Appello di centinaia di artisti contro il Festiva di Venezia: “Indignati dal silenzio sul genocidio in corso a Gaza”
Articolo pubblicato originariamente sul Fatto Quotidiano
“Noi sottoscritti, artisti, registi e operatori culturali, rifiutiamo
la complicità con il regime israeliano di apartheid e ci opponiamo
all’artwashing del genocidio di Gaza contro i palestinesi all’81° Festival
del cinema di Venezia. Due film proiettati al Festival, Of Dogs and
Men e Why War, sono stati creati da società di produzione
israeliane che sono complici nel mascherare l’oppressione di Israele
contro i palestinesi”.
È un passaggio dell’appello di solidarietà con il popolo palestinese e di
critica al festival di Venezia firmato da oltre 700 tra
artiste, artisti, tecnici e professionisti del cinema. Tra i sottoscrittori ci
sono Laura Morante, Antonio De Matteo, Brian Eno, Enrico Parenti, Alessandra
Ferrini, Niccolò Senni, Simona Cavallari, Chiara Baschetti, Paola Michelini e
Davide Serino.
L’appello ricorda come “la più alta corte del mondo, la Corte
Internazionale di Giustizia, ha dichiarato che Israele sta plausibilmente
perpetrando un genocidio contro 2,3 milioni di palestinesi a Gaza e
che il suo regime di apartheid e di occupazione militare è illegale. Il
procuratore della Corte penale internazionale ha chiesto alla Corte un mandato
d’arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e
il ministro della Difesa Yoav Gallant, con l’accusa di “sterminio”
e di “aver affamato deliberatamente la popolazione civile e causato la morte di
decine di migliaia di persone innocenti”.
E ancora: “La Mostra del Cinema di Venezia è rimasta in silenzio
sulle atrocità di Israele contro il popolo palestinese. Questo
silenzio ci indigna profondamente. Come operatori artistici e
cinematografici di tutto il mondo, chiediamo misure efficaci ed etiche per
chiedere a Israele dell’apartheid di rispondere dei suoi crimini e
del sistema di oppressione coloniale contro i palestinesi”
I promotori della sottoscrizione ricordano come in Europa già molti artisti
si siano mossi con campagne di sensibilizzazione sul tema. Tra i nomi presi ad
esempio Ken Loach, Brian Eno e Roger Waters che hanno anche
espresso il loro sostegno alla campagna Boicottaggio, Disinvestimento e
Sanzioni (BDS) nei confronti di Israele.
lunedì 26 febbraio 2024
La zona d'interesse - Jonathan Glazer
il film inizia con uno schermo nero per alcuni minuti e allo stesso modo finisce.
le musiche di Mica Levi sono perfette, aggiungono angoscia e terrore in questo film d'orrore (quotidiano, sorridente, felice)
e quei rumori, spari, urla di dolore, latrati dei cani, dall'altra parte del muro sono ignorati, qualcosa di naturale, come un tuono in lontananza.
il film è a tratti insostenibile, toglie il respiro, stai male.
il film è straordinario, il non detto, il non visto si fa sentire, si fa vedere, questo è un film che sta negli occhi di chi guarda.
una critica che posso fare, Jonathan Glazer mi perdonerà, quei pochi istanti nel museo del campo, oggi, sono didascalici, sono forse un di più, tutti abbiamo già capito tutto.
e quelle buste piene di vestiti che arrivano dal campo, che cosa terribile, e quelle minacce di morte della padrona di casa a una povera serva ebrea, come se nulla fosse*.
il film riesce a mostrare, a trasmettere non solo la banalità del male, ma anche il Male vero e proprio.
un film da non perdere, anche se farà soffrire.
buona (al di qua del muro) visione - Ismaele
* Malcolm X (qui) parlava del negro da cortile e del negro da campo, nel film ci sono gli ebrei da cortile (e da casa) e gli ebrei da campo (di concentramento), niente di nuovo sotto il sole.
ps: il muro, come non pensare al muro costruito dagli israeliani, di là il genocidio, lo sterminio, le distruzioni, la colonizzazione della terra e del popolo palestinese, al qua l'ordinata vita degli israeliani, allegra, ordinata, senza proccupazioni, se non quella di opprimere nel modo più inumano e burocratico il popolo palestinese, tutti e ciascuno, al di qua del muro a comandare c'erano i nazisti, adesso i sionisti.
e come allora le nazioni democratiche sanno cosa accade al di là del muro, lasciano fare e appoggiano ("si costerna, s'indigna, s'impegna
poi getta la spugna con gran dignità", direbbeFabrizio De André), poi, forse, faranno un museo.
come dice Malcolm X (qui) "la democrazia è ipocrisia"
…La zona d’interesse è un’opera che sposta gli
equilibri, che si giova di quanto il cinema – e non solo – ha detto/documentato
sull’Olocausto (con le vette rappresentate da Schindler’s list e Il pianista,
scostamenti di campo come Il bambino con il pigiama a righe) per fare un paio di
passi in più che gli spalancano praterie da (far) solcare. Levigato in
superficie e perturbante nelle viscere, estremo e rigoroso, con poche parole e fatti,
ma più che sufficienti per togliere/sgretolare certezze, con una produzione di
effetti collaterali situate ai massimi storici.
Tra stati d’animo imperturbabili e la tragedia che si consuma alle
loro spalle, ordini da eseguire e obiettivi da centrare, immagini pubbliche e
private (con quello scarto che si fa solitamente fatica a
decriptare/accettare), assunti e controcampi, angosce e alienazioni, con
stimolazioni sensoriali che non conoscono confini (dinamiche riprese con camera
termica, un paio di oscuramenti visivi, uno squarcio che conduce in un’area
museale rimandando all’imprescindibile conservazione della memoria) e un
indotto tanto sterminato (nei fatti) quanto variabile (a seconda della singola
sensibilità e alla volontà di guardarsi dentro).
Lucido e annichilente.
Oltre il giardino c’era Auschwitz.
Di qua aiuole fiorite, piscina, serra di piante tropicali, stalla per
il cavallo di razza a cui il padrone parla con affetto,
Il buio oltre la siepe, di là.
Glazer sceglie il buio:
all’inizio il titolo sfuma in lentissima dissolvenza, segue schermo nero per
lunghi secondi, quindi un cinguettìo rompe l’angoscia.
Stessa cosa alla fine, schermo nero e il rumore assordante, cupo, dei
suoni di cui Tarn
Willers e Johnnie Burn disseminano il film, un mix che solo il paesaggio sonoro dell’Inferno
di Dante può eguagliare.
Immersa nel nero la villa di Rudolf Höss (Christian Friedel), grigia
costruzione severa anni quaranta, ampia metratura e confort ideali per una vita agiata in cui crescere
i figli secondo i dettami della mistica nazista e della devozione alla patria,..
…La zona
d’interesse utilizza la suggestione e il suono – ciò che il regista
definisce «male ambientale» – per evocare come gli esseri umani possano
considerare l’uccisione metodica di altri esseri umani come un rumore di fondo
nelle loro vite piuttosto che una tragedia profonda. Mentre le pittoresche
scene domestiche si svolgono in giardini soleggiati e in sale da pranzo
splendidamente progettate, il suono dei cani che abbaiano, degli spari e delle
urla si intreccia con la colonna sonora. L’autore ha anche deciso di far iniziare
il film con una lunga sequenza di schermo nero, accompagnata solo dalla colonna
sonora atonale di Mica Levi. «Volevo che gli spettatori si rendessero conto di
essere come sommersi», spiega Glazer, riferendosi al vuoto che accoglie gli
spettatori prima di passare alla famiglia Höss che fa un picnic in riva al
lago. «Era un modo per sintonizzare le orecchie prima di sintonizzare gli occhi
su ciò che si sta per vedere. C’è il film che si vede, e c’è il film che si
sente»…
lunedì 13 novembre 2023
Il boicottaggio artistico dello stato d'Israele è uno strumento legittimo e efficace contro l'occupazione e l'apartheid - Mai Masri
(intervista di Alessandro Bianchi)
Girato in un carcere dismesso in Giordania, 3000 notti è
il film che consacra a livello planetario la carriera della regista palestinese
Mai Masri. “Nel 2015, quando è stato realizzato il film, nelle
prigioni israeliane si trovavano 6000 palestinesi, uomini, donne e minori. È la
storia di una di loro”, ha dichiarato in un’intervista l’autrice per
descrivere la figura, divenuta iconica, della protagonista Layal, giovane
palestinese arrestata senza nessun valido motivo dalle autorità israeliane e
che scoprirà la sua maternità in carcere.
“Gli israeliani e la mia casa – Nablus e Shatila: Sotto le
macerie” (1983); I bambini del fuoco (1990)” fanno rivivere il
dramma delle donne e bambini sotto l’occupazione. In “Donne oltre le
frontiere, 2004”, si ascolta Kifah Afifi rievocare la brutalità del
campo di Khyam: “Sono morta cento volte ogni giorno in quella cella”,
e Soha Bechara, che ha messo in gioco la propria vita per la liberazione del
suo Paese, ripetere: “Non dimentichiamo la Palestina”. Amore e
resistenza sono i due temi che ricorrono sempre nelle opere di Mai Masri. “I
suoi film sono l’antitesi degli stereotipi che disumanizzano e
tolgono i loro diritti ai palestinesi. Lei non documenta solo ciò che viene
fatto subire ai palestinesi dal 1948, ma mostra chi sono veramente”, chiosa
alla perfezione Victoria Brittain in un bellissimo lavoro di raccordo delle
opere della regista (“Love and resistance in the films of Mai Masri”).
Le immagini nei lavori dell'artista palestinese non si soffermano
esclusivamente sulla disperazione e dolore, si ostinano a cercare, anche nella
più grande sofferenza, l’amore e la bellezza. Viene da domandarsi come sia
possibile oggi alla luce delle immagini tremende del genocidio in corso a Gaza.
In esclusiva, l’AntiDiplomatico ha avuto l’onore di rivolgere alla grande
artista palestinese alcune domande sulla mattanza in corso nella sua terra e la
nuova fase del conflitto in Palestina.
L’intervista
Da regista come vedi il ruolo del cinema rispetto allo sterminio in atto a Gaza
nelle ultime settimane?
Credo nella potenza della narrazione per la nostra lotta e nel ruolo del
cinema per cambiare la narrativa sulla Palestina. Sfortunatamente i principali
media hanno disumanizzato il popolo palestinese e la sua lotta già da molto
tempo. Il cinema può svolgere un ruolo fondamentale nel mettere in luce la
sofferenza e la resistenza del popolo di Gaza di fronte al genocidio in corso.
Il nostro ruolo come registi di tutto il mondo è concentrarci sulle vite, le
speranze e i sogni dei palestinesi. Mentre guardiamo le immagini dal vivo di
morte e distruzione provenienti da Gaza, nessuno può affermare di non sapere
cosa sta accadendo. Questo è il primo genocidio televisivo della storia. Una
continuazione della Nakba del 1948, quando centinaia di migliaia di palestinesi
furono costretti a lasciare le loro case e la loro terra. Come regista
palestinese sento la grande responsabilità non solo di testimoniare le atrocità
che si stanno consumando a Gaza, ma anche di portare al mondo le nostre storie
di umanità, speranza e resilienza.
Cosa pensi del boicottaggio su artisti e accademici israeliani che
partecipano a iniziative organizzate e patrocinate dallo stato d'Israele? A tuo
avviso la campagna BDS (Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni) era valida già
prima della posizione estremista del governo di Netanyahu?
Il boicottaggio su artisti e studiosi israeliani che partecipano ad
attività culturali sponsorizzate dallo stato d'Israele è uno strumento
legittimo e potente contro l'occupazione e l'apartheid. E' anche una forma di
resistenza civile molto efficace, modellata sul successo della campagna
mondiale di boicottaggio contro il governo razzista del Sud Africa. Il razzismo
e l'apartheid sono state parte integrante della ideologia e della struttura
dello Stato israeliano molto prima del governo estremista di Netanyahu. Durante
le recenti proiezioni dei miei film negli Stati Uniti e in Europa, ho notato un
cambiamento nell'opinione pubblica, soprattutto tra i giovani e gli studenti,
molti dei quali sono ebrei e sono in prima linea nel movimento contro
l'occupazione e l'apartheid. E' incoraggiante vedere che ci sono sempre più
artisti, studiosi e studenti ebrei in tutto il mondo che si oppongono
all'occupazione israeliana e ai crimini di guerra contro il popolo palestinese
e hanno assunto una posizione coraggiosa: “Non in nostro nome”.
L'idea di uno Stato unico laico e democratico concepita dalla Olp
(Organizzazione per la Liberazione della Palestina) prima degli accordi di
Oslo, con il senno di poi, sarebbe stata la soluzione più saggia? Abbiamo visto
che la narrazione due Stati due popoli ha portato all'avanzamento del progetto
di colonizzazione d'insediamento da parte d'Israele e un netto e tragico
peggioramento delle condizioni di vita del popolo palestinese.
Ho sempre creduto in uno Stato unico laico e democratico per palestinesi e
israeliani. Questa è l'unica soluzione praticabile ed equa per entrambi i popoli.
C'è molta ipocrisia da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati europei che
sostengono a parole la soluzione dei due Stati e non fanno nulla per attuarla.
Questo ha incoraggiato Israele a continuare la sua brutale occupazione della
Cisgiordania, a costruire centinaia di insediamenti illegali e a continuare ad
assediare Gaza in violazione del diritto internazionale. Israele ha reso
impossibile la soluzione dei due Stati. E' tempo che il mondo prenda una
posizione ferma e mantenga le promesse fatte ai palestinesi. Nonostante la
tragica situazione a Gaza, sono molto fiduciosa che la Palestina sarà libera. E
che questo accadrà mentre io sarò ancora in vita. Questa ingiustizia non può
continuare. Nessuno potrà essere libero finché la Palestina non sarà libera.