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domenica 14 settembre 2025

E dalla Mostra del cinema di Venezia, come stronzi, restarono a guardare - Max Renn e Guy van Stratten

 


L’indifferenza e la pochezza culturale che avvolgono il nostro presente fanno capolino anche in quella che si dovrebbe definire come cultura cinematografica: basta leggere le dichiarazioni di alcuni registi e attori italiani presenti a Venezia per la Mostra del cinema che definiscono come stronzate, inutili e scadenti gli appelli per Gaza. Qualcuno di loro ha distrattamente firmato una petizione, probabilmente più per conformismo con la categoria che per altro, salvo poi pentirsene o accorgersi che questa, strada facendo, ha avuto l’ardire di chiedere di starsene a casa a chi pubblicamente ha sostenuto e sostiene la deportazione e lo sterminio per armi e per fame del popolo palestinese. Un vero e proprio atto di “censura”, per carità! Non sia mai.

Altri sono al Lido per passeggiare sul tappeto rosso e per farsi vedere a qualche patetico ricevimento sponsorizzato indossando il vestito buono sulla barba di tre giorni e i capelli un po’ spettinati – che fa sempre tanto “gente di cinema” – per promuovere il loro nuovo filmettino senza nemmeno preoccuparsi che esca nelle sale, confidando al massimo, quando sarà il momento, in qualche autoreferenziale Donatello di consolazione per soddisfare l’ego artistico. Ma in cosa si sta trasformando la Mostra del Cinema? In un sovraffollato centro commerciale di una domenica di fine estate, in cui le opere in concorso sono trattate alla stregua di oggetti di consumo, di merci esposte pronte per essere apprezzate dal primo ricco acquirente, mentre ai confini d’Europa si sta consumando un terribile genocidio? Ma sì, certo, cosa importa ai ricchi e colti ‘artisti’ bianchi europei e italiani dello sterminio del popolo palestinese?

Il menefreghismo e l’indifferenza hanno una parte considerevole nel nuovo assetto colonialista, fatto di un intangibile e violento dominio culturale e ideologico nell’epoca dei social.

 

Poi ci sono quelli che il problema è sempre “più complesso” e che manco si sporcano le mani per firmare petizioni che poi li costringono a confrontarsi con una marmaglia di colleghi invidiosi, incagabili, presuntuosi, incapaci e concorrenti. Registi e attori non sono gente che può compatirsi di annacquarsi nel mucchio indistinto del mondo del cinema – potrebbero perfino esserci comparse, tecnici e attrezzisti, perdio –, figurarsi poi mescolarsi con emeriti sconosciuti in una manifestazione pubblica ove potrebbe esserci davvero di tutto. La massa indistinta va bene soltanto sotto forma di pubblico in sala o sul divano di casa. Il genio creativo deve essere libero di correre in solitaria. Altri ancora, in preda a irrisolti sdoppiamenti di personalità, si barcamenano nel distinguere ciò che possono affermare da privati cittadini da quanto sentono di poter dire da personaggi pubblici.

Certo, molti di questi signori ci tengono a chiarire che sono ben consapevoli che in Palestina è in atto un genocidio e che è davvero una “cosaccia”, ma tutto ciò non ha nulla a che fare con l’arte cinematografica, con la libertà di espressione, con i tappeti rossi e le cene eleganti del Lido (non di Arcore, per carità: il cinema italiano è signorile per davvero, mica cose da nani e ballerine!). Ci teniamo qui a ricordare quanto ha scritto il grande regista Andrej Tarkovskij nel suo saggio Scolpire il tempo (1985): “Una qualsiasi arte nasce sempre grazie a un’esigenza spirituale e gioca un ruolo speciale nell’impostazione dei profondi problemi che le sorgono dinanzi nella propria epoca” (A. Tarkovskij, Scolpire il tempo. Riflessioni sul cinema, Istituto Internazionale Andrej Tarkovskij, Firenze, 2015, p. 79) ribadendo che “il cinematografo si è presentato come lo strumento del nostro secolo tecnologico necessario all’umanità per un’ulteriore conoscenza della realtà” (ibid.). Ma l’atteggiamento prevalente alla Mostra del cinema sembra quello di nascondere la testa sotto la sabbia dinanzi ai “profondi problemi” della nostra epoca, se si può chiamare “problema” il genocidio di un popolo. E quale “realtà” mai ambiranno a conoscere, questi cinematografari, oltre a quella delle patinate manifestazioni ufficiali?

Poi ci sono i giornalisti accreditati, rigorosamente distinti in caste dai pass che danno diritto a questa o quella proiezione e l’accesso a questo o quel rinfreschino, costretti a guardarsi qualche film tra un evento mondano e l’altro. Se persino i loro colleghi che si occupano del mondo fuori dallo schermo riescono a ridurre i meeting internazionali inerenti le carneficine belliche in corso a disquisizioni sul dress code e sulle posture in favore di telecamera dei protagonisti, ci sta che quella che si fregia di essere la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica venga trattata come il festival sanremese, dunque che si guardi più all’eleganza della mise delle attrici che alla “mise en scène” delle opere proiettate. E per buttar giù due righe sui film bastano e avanzano i patinati pressbook in cui i nostri accreditati trovano anche le rispostine preconfezionate alle domandine di circostanza che farebbero a registi e attori.

È questa l’intellighenzia cinematografica italiana? Una torre d’avorio che pensa solo a realizzare i suoi filmetti, al successo, al red carpet? E alcuni di questi registi avrebbero la pretesa di farsi chiamare intellettuali? Intellettuali dell’indifferenza e del “che ce frega”. Viene da domandarsi cosa differenzi la spocchia e l’ignavia di questi signori dalla meschinità di chi ha definito “gondolieri di Hamas” quanti hanno manifestato a Venezia contro un genocidio in corso.

Da queste vergognose, più ancora che imbarazzanti, dichiarazioni emerge un fatto: l’indifferenza propugnata dall’alto, da una fascistizzazione generalizzata della cultura che sta avvenendo in questo Paese che si estende ben oltre il governo di destra e che si palesa anche nel mondo del cinema. Nessuno aveva chiesto film sul genocidio palestinese, nessuno pretendeva chissà quale presa di posizione militante. Non ci si attendeva quello che nei fatti la Mostra veneziana non poteva essere, non ci si aspettava di certo il Sessantotto in Laguna, ma un minimo di dignità sì.

Il mondo del cinema veneziano avrebbe potuto sfruttare i riflettori per lanciare qualche messaggio significativo per “smuovere le coscienze”, sarebbe potuto uscire dalla sempre più patetica torre d’avorio delle sale festivaliere e manifestare lo sdegno per ciò che sta accadendo in Palestina. E invece si è assistito a un grottesco gioco ai distinguo, al “non è questa la sede”, alla pretesa autonomia dell’arte cinematografica dalla rude realtà. Un universo che si fregia di “fare arte e cultura” che si mostra del tutto simile al mondo dello sport, altrettanto silente, altrettanto ipocrita.

L’asfalto del disimpegno degli anni Ottanta e Novanta ha colpito duro. Se questi sono i registi e gli attori che ci ritroviamo, cosa possiamo attenderci dal loro cinema, dai loro film che magari pretendendo pure di irridere il vuoto patinato dei nostri tempi, salvo poi crogiolarsi in un vuoto estetismo, o che magari, intendendo denunciare le miserie di una sinistra che si è persa per strada, non si accorgono nemmeno che stanno in realtà parlando di sé stessi. Meglio allora sfruttare i personaggi che si sono costruiti per realizzare spot televisivi o trascinarsi nella finta autoironia di qualche serie autoreferenziale sulle piattaforme sul piccolo schermo.

Di certo spendere qualche parola di denuncia a proposito del genocidio mediorientale sotto i riflettori della Mostra non avrebbe redento il mondo del cinema italiano dalla pochezza culturale che lo contraddistingue, ma almeno avrebbe permesso a qualche suo protagonista di mostrarsi meno indifferente di quel che è. Magari, un giorno, folgorati sulla via di Damasco, alcuni di loro si chiederanno se di fronte a un genocidio avrebbero potuto almeno dire qualcosa sfruttando la loro notorietà e si vergogneranno per non averlo fatto. Vorrà dire che faranno i conti con la loro coscienza, ma sappiano sin da ora che nessun ravvedimento cancellerà la codardia di cui hanno dato prova.

Nel frattempo continuino pure con i loro film furbini, scadenti, inutili e ipocriti. A noi viene alla mente un efficace titolo di un film di alcuni anni fa diretto e interpretato da PifE noi come stronzi rimanemmo a guardare. Già, i protagonisti del cinema italiano – con qualche lodevole eccezione di cui non ci dimenticheremo –, di fronte a un genocidio, come stronzi sono restati a guardare. Anche di questo ci ricorderemo.

da qui

venerdì 12 settembre 2025

La coscienza di facciata: l’ipocrisia di “The Voice of Hind Rajab” - Mohammad Aaquib

 

Piuttosto che rappresentare solidarietà, questi gesti cinematografici funzionano come performance simboliche che pacificano il pubblico globale lasciando intatte le strutture della violenza.


Di recente, un film su Hind Rajab, la  bambina palestinese massacrata senza pietà dall’esercito israeliano, è stato presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia e ha ricevuto una lunga standing ovation. L’immagine della sua storia messa in scena per il pubblico internazionale è stata celebrata come un momento di “consapevolezza”. Eppure, viene da chiedersi: cosa c’è da sensibilizzare a questo punto? Ogni singolo essere umano connesso ai media sa cosa sta succedendo a Gaza. La difficile situazione dei palestinesi non è nascosta. Viene trasmessa ogni giorno in tempo reale, in streaming dalle macerie delle case bombardate, dalle rovine degli ospedali e dalle tende delle famiglie sfollate. Tutti lo sanno, eppure nulla cambia.

Ecco perché “La Voce di Hind Rajab” sembra meno un atto di solidarietà e più un vuoto simbolo di guadagno capitalista. È, in realtà, una feticizzazione della violenza in nome della sensibilizzazione. La storia di Hind non è storia. Non è un’atrocità lontana congelata nel tempo, che richiede un trattamento cinematografico affinché il pubblico possa essere istruito. È la storia di oggi, di adesso, di questo preciso momento. Bambini come lei vengono ancora martirizzati e famiglie come la sua vengono completamente annientate. Milioni di persone muoiono ancora di fame e Gaza sta attraversando una carestia provocata dall’uomo, mentre cibo e medicine vengono deliberatamente negati. Trasformare tutto questo in uno spettacolo da festival, applaudito da un pubblico che poi tornerà a bere vino, a sorseggiare yacht e a cena con gli addetti ai lavori, è grottesco.

Questo schema di ipocrisia occidentale non è nuovo. Durante il genocidio ruandese, l’Occidente e le Nazioni Unite sono rimasti a guardare senza fare nulla mentre migliaia di cadaveri si accumulavano ogni giorno. La comunità internazionale aveva gli strumenti per intervenire, ma mancava la volontà politica. In seguito, quando il sangue si era seccato, le stesse potenze che avevano distolto lo sguardo hanno improvvisamente trovato nel Ruanda un oggetto di interesse. Hanno scritto libri, girato film, prodotto ricerche e mercificato la tragedia per il consumo globale. Il genocidio è diventato oggetto di studio, fonte di capitale culturale e un modo per dimostrare il proprio impegno morale. Ciò che è mancato è stata la responsabilità. Ciò che è mancato è stata l’azione quando era necessario.

Questo film rischia di ripetere lo stesso vuoto simbolismo. La lunga standing ovation cinematografica non ha aiutato in alcun modo i palestinesi. Non ha rotto il blocco, non ha sfamato bambini affamati e non è riuscita a fermare le bombe. Ha, tuttavia, generato applausi a Venezia e forse profitti sul mercato cinematografico globale. La società di produzione di Brad Pitt, Plan B, che ha finanziato il film, è detenuta per la maggior parte da Mediawan, una società di private equity francese da miliardi di dollari con legami con azionisti sionisti. In altre parole, qualsiasi profitto realizzato dal film confluirà nelle stesse reti di capitale che sostengono i crimini in corso di Israele. Questa non è solidarietà, è simbolismo avvolto in un’estetica ipocrita. In questo senso, l’intera iniziativa non funziona come resistenza, ma come consumismo ipocrita. Permette ai pezzi grossi di Hollywood e al loro pubblico di apparire svegli, di sentirsi parte della soluzione, mentre il problema continua inesorabilmente. In altre parole, lo stesso capitale estratto dalla storia di Hind Rajab arricchirà strutture connesse alle stesse reti che sostengono il regime di apartheid israeliano. Questa non è solidarietà, è complicità. È un gesto simbolico avvolto in un’estetica abilitante.

Il commentatore turco-americano Hasan Piker ha catturato l’assurdità con una tagliente analogia sulla sua X. Ha affermato che guardare questo film ora è come “dei registi socialisti tedeschi che girano un film su Auschwitz mentre le camere a gas sono ancora in funzione”. Il paragone può essere sgradevole, ma è proprio il disagio a rivelarne l’ipocrisia. L’arte ha il suo ruolo nel documentare la storia, ma quando l’atrocità è in corso, quando le camere a gas sono ancora in funzione, tali gesti non liberano, ma anestetizzano. Leniscono la coscienza di chi guarda, dandogli un modo per sentirsi moralmente impegnato senza mai dover rischiare o pretendere nulla.

Gli applausi a Venezia non erano per Hind Rajab. Erano per il conforto di coloro che potevano consumare la sua storia in un pacchetto ordinato di due ore. Erano per l’illusione che guardare, applaudire e piangere equivalgano a fare qualcosa. Erano per la dimostrazione di cura senza conseguenze, ma i palestinesi non hanno bisogno di vuoti simboli di coscienza. Non hanno bisogno di applausi in teatri con aria condizionata mentre dormono affamati in tende. Non hanno bisogno di spettacoli cinematografici che feticizzano la loro morte lasciando intatte le loro vite. Ciò di cui hanno bisogno è solidarietà materiale: cibo, medicine, aiuti, boicottaggi, sanzioni, pressione politica e una mobilitazione della volontà internazionale che non si limiti a riconoscere la loro sofferenza, ma si impegni attivamente per porvi fine.

L’arte ha sempre avuto un duplice ruolo. Può esporre, sfidare e ispirare all’azione. Ma può anche distrarre, mercificare e pacificare. Nel caso del film di Hind Rajab, la bilancia pende fortemente verso quest’ultimo. Questo non significa che le storie palestinesi non debbano essere raccontate. Devono esserlo. Ma devono essere raccontate dai palestinesi, in modi che siano al servizio della loro lotta, non da società di produzione occidentali con azionisti sionisti che trasformano il dolore in profitto. Devono essere raccontate con l’urgenza della liberazione, non con il distacco degli applausi da festival.

Il problema non è che il mondo non ne sia consapevole. Il problema è che il mondo non ne è disposto. E film come questo permettono a questa riluttanza di continuare, mascherata dal linguaggio della consapevolezza e del progresso. Gli applausi a Venezia non cambiano nulla della situazione a Gaza. Hind Rajab non c’è più, e insieme a lei, molti altri bambini ogni singolo giorno. La carestia continua a crescere. Le bombe continuano a cadere.

Piuttosto che rappresentare solidarietà, questi gesti cinematografici funzionano come performance simboliche che pacificano il pubblico globale lasciando intatte le strutture della violenza. Operano meno come interventi e più come rituali di coscienza, progettati per produrre gratificazione morale per gli spettatori piuttosto che sollievo materiale per le vittime. Ciò che emerge non è consapevolezza – poiché la consapevolezza satura già la sfera mediatica globale – ma uno spettacolo di sofferenza accuratamente curato, tradotto in capitale culturale. Lo stesso applauso che segue diventa un segno di sicurezza morale, consentendo agli spettatori di affermare la propria umanità mentre le condizioni di disumanità rimangono immutate.

Traduzione a cura di Grazia Parolari

da qui

sabato 8 febbraio 2025

No Other Land - Rachel Szor, Hamdan Ballal, Yuval Abraham, Basel Adra

il film è stato in poche sale in tutta Italia, per pochi giorni.

ho avuto la fortuna di vedere il film, quella sera molti non hanno potuto entrare in sala.

il film mostra l'eroica e nonviolenta resistenza degli abitanti di Masafer Yatta, un territorio palestinese minacciato dal Moloch israeliano.

lo stato d'Israele, la cui nascita fu decisa dall'ONU nel 1948, in un territorio ben definito, abitato dai palestinesi (che furono espulsi con violenza dalle loro case, la Nakba), oggi occupa quasi tutto il territorio palestinese (ben definito dall'ONU).

la macchina da presa (o la telecamera del telefono cellulare) segue Basel Adra (giornalista e attivista palestinese di Masafer Yatta) e Yuval Abraham (giornalista e attivista israeliano) da vicino, come pure i cittadini, e anche le bambine e i bambini di quel luogo minacciato ogni minuto, mostrandoci i pochi momenti di gioia e i numerosi momenti di disperazione. 

la loro vita è come quella di Sisifo, ricostruiscono con molto sforzo le case e le scuole, e poi gli israeliani (governo, tribunali, soldati, demolitori) gliele distruggono in mezz'ora, e così via.

se qualcuno facesse lo stesso in qualche villaggio israeliano tutto l'occidente collettivo griderebbe all'antisemitismo e imporrebbero sanzioni su sanzioni, ma qui sono solo palestinesi, l'occidente collettivo non si commuove, anzi fornisce le armi, siano per sempre maledetti.

vedere il film fa male, vedere quello che succede è peggio di come si può immaginare.

buona (palestinese) visione - Ismaele



 

 

…Il racconto caratterizzato da uno stile molto essenziale e diretto procede lungo una linea temporale che parte dalla crescita di Basel a Masafer Yatta e mostra la sua rapida presa di coscienza del difficile stato delle cose con la conseguente ricerca instancabile dei metodi da utilizzare per cercare di poter determinare ad ogni costo il futuro della sua comunità minacciata dall’esproprio, aiutato nella complessa operazione dall’amico Yuval.

Il metodo è un mezzo, il mezzo è la videocamera, l’unica ‘arma’ che egli pone tra se e l’esercito israeliano nella speranza che quelle immagini così crude e taglienti possano arrivare dove la legge non può e assieme all’organizzazione di alcune manifestazioni sul territorio possano far vedere cosa succede a voler semplicemente restare dove si è nati, ad essere nati in quello che qualcun altro per te ha deciso che sia il ‘posto sbagliato al momento sbagliato’.

Ciò che salta agli occhi è la straordinaria resilienza di uomini, donne e bambini che vogliono solamente rimanere lì dove gli antenati prima di loro hanno costruito con difficoltà l’avvenire della propria comunità sin dai tempi del mandato britannico degli anni ‘20.

Nel luogo dove hanno assaporato il mormorio delle albe e la serenità dei tramonti, dove hanno mangiato, corso, gioito, amato, sofferto, li dove in poche parole hanno vissuto e hanno formato la loro identità…

da qui

 

Ci sono, almeno, tre cose interessanti in No Other Landpluripremiato e valente documentario realizzato dai giovani attivisti palestinesi e israeliani Basel Adra, Hamdan Ballal, Yuval Abraham e Rachel Szor.

La prima: l’assoluta non resistenza, la palese fragilità, financo la caducità delle case palestinesi abbattute dall’esercito israeliano, aizzato dai coloni.

 

La seconda: il simil-camuffamento dei coloni, che piombano sulla scena – del delitto, da loro impunemente perpetrato – con il volto coperto, persino da kefiah, e la fionda in mano.

La terza: l’incongruità, se non incredulità, del sodalizio tra il palestinese Basel, che per oltre un lustro film la distruzione della sua comunità di Masafer Yatta, e l’israeliano Yuval: com’è – vi chiederete di fronte alla devastazione inflitta a più riprese dagli israeliani – che siffatta amicizia possa preservarsi e alimentarsi, com’è possibile? C’è del dolo, un disegno infernale – occupare bonariamente e solidaristicamente il campo avverso, perché l’opposizione noi (israeliani) e loro (palestinesi) non sia esaustiva, e dunque più eticamente e politicamente sanzionabile? – nello stare dalla parte delle vittime dell’israeliano Yuval? Già, tocca sospendere l’incredulità

da qui

 

Masafer Yatta è una regione collinare semi-desertica a sud di Hebron, in Cisgiordania, costituita da una dozzina di villaggi abitati principalmente da contadini e pastori arabo-palestinesi sin dal XIX secolo. Tra di loro c'è anche Basel Adra, giovane avvocato e giornalista, che ha deciso di dedicare la propria vita a documentare la barbarie che lo circonda sin dall'infanzia. Infatti, dopo la Guerra dei sei giorni del 1967, Masafer Yatta è divenuta oggetto dell'occupazione israeliana fino ad essere dichiarata, nei primi anni Ottanta, area di addestramento militare ‒ la cosiddetta Firing Zone 918 ‒ e fungere da terreno fertile per l'espansione coloniale dello Stato ebraico. Una graduale, subdola e deflagrante attività di espropriazione forzata, legittimata nel 2022 da una sentenza della Corte Suprema di Israele e messa in pratica sistematicamente da più di cinquant'anni, attraverso ordini di demolizione degli immobili e un asfissiante controllo militare della circolazione stradale

da qui

 

No Other Land è più di un documentario: è un manifesto, una lezione di resilienza e pacifismo. Racconta le evacuazioni forzate e le demolizioni delle case di un villaggio palestinese in Cisgiordania, Masafer Yatta, da parte delle forze di difesa israeliane – Idf, che intendono utilizzare l’area come zona d’addestramento militare. Ma racconta, soprattutto, la lotta nonviolenta delle famiglie che da secoli abitano queste terre e qui hanno costruito le loro case e le loro vite. 

Mostra la tenacia con cui uomini, donne e bambini – tante donne, tanti bambini – cercano di difendere ciò che è loro, armati solo della loro determinazione, del coraggio e dello sguardo che puntano negli occhi dei militari, della voce con cui chiedono loro di immedesimarsi, cercando di suscitare empatia, comprensione, partecipazione: «E se ci fossi tu al posto mio?», domanda una donna, mentre una bimba bionda si nasconde dietro le sue gambe…

da qui 

 


lunedì 2 settembre 2024

Appello di centinaia di artisti contro il Festiva di Venezia: “Indignati dal silenzio sul genocidio in corso a Gaza”

  

Articolo pubblicato originariamente sul Fatto Quotidiano

“Noi sottoscritti, artisti, registi e operatori culturali, rifiutiamo la complicità con il regime israeliano di apartheid e ci opponiamo all’artwashing del genocidio di Gaza contro i palestinesi all’81° Festival del cinema di Venezia. Due film proiettati al Festival, Of Dogs and Men e Why War, sono stati creati da società di produzione israeliane che sono complici nel mascherare l’oppressione di Israele contro i palestinesi”.

È un passaggio dell’appello di solidarietà con il popolo palestinese e di critica al festival di Venezia firmato da oltre 700 tra artiste, artisti, tecnici e professionisti del cinema. Tra i sottoscrittori ci sono Laura Morante, Antonio De Matteo, Brian Eno, Enrico Parenti, Alessandra Ferrini, Niccolò Senni, Simona Cavallari, Chiara Baschetti, Paola Michelini e Davide Serino.

L’appello ricorda come “la più alta corte del mondo, la Corte Internazionale di Giustizia, ha dichiarato che Israele sta plausibilmente perpetrando un genocidio contro 2,3 milioni di palestinesi a Gaza e che il suo regime di apartheid e di occupazione militare è illegale. Il procuratore della Corte penale internazionale ha chiesto alla Corte un mandato d’arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant, con l’accusa di “sterminio” e di “aver affamato deliberatamente la popolazione civile e causato la morte di decine di migliaia di persone innocenti”.

E ancora: “La Mostra del Cinema di Venezia è rimasta in silenzio sulle atrocità di Israele contro il popolo palestinese. Questo silenzio ci indigna profondamente. Come operatori artistici e cinematografici di tutto il mondo, chiediamo misure efficaci ed etiche per chiedere a Israele dell’apartheid di rispondere dei suoi crimini e del sistema di oppressione coloniale contro i palestinesi”

I promotori della sottoscrizione ricordano come in Europa già molti artisti si siano mossi con campagne di sensibilizzazione sul tema. Tra i nomi presi ad esempio Ken Loach, Brian Eno e Roger Waters che hanno anche espresso il loro sostegno alla campagna Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) nei confronti di Israele.

da qui

lunedì 26 febbraio 2024

La zona d'interesse - Jonathan Glazer

il film inizia con uno schermo nero per alcuni minuti e allo stesso modo finisce.

le musiche di Mica Levi sono perfette, aggiungono angoscia e terrore in questo film d'orrore (quotidiano, sorridente, felice)

e quei rumori, spari, urla di dolore, latrati dei cani, dall'altra parte del muro sono ignorati, qualcosa di naturale, come un tuono in lontananza.

il film è a tratti insostenibile, toglie il respiro, stai male.

il film è straordinario, il non detto, il non visto si fa sentire, si fa vedere, questo è un film che sta negli occhi di chi guarda.

una critica che posso fare, Jonathan Glazer mi perdonerà, quei pochi istanti nel museo del campo, oggi, sono didascalici, sono forse un di più, tutti abbiamo già capito tutto.

e quelle buste piene di vestiti che arrivano dal campo, che cosa terribile, e quelle minacce di morte della padrona di casa a una povera serva ebrea, come se nulla fosse*.

il film riesce a mostrare, a trasmettere non solo la banalità del male, ma anche il Male vero e proprio.

un film da non perdere, anche se farà soffrire.

buona (al di qua del muro) visione - Ismaele



Malcolm X (qui) parlava del negro da cortile e del negro da campo, nel film ci sono gli ebrei da cortile (e da casa) e gli ebrei da campo (di concentramento), niente di nuovo sotto il sole.


ps: il muro, come non pensare al muro costruito dagli israeliani, di là il genocidio, lo sterminio, le distruzioni, la colonizzazione della terra e del popolo palestinese, al qua l'ordinata vita degli israeliani, allegra, ordinata, senza proccupazioni, se non quella di opprimere nel modo più inumano e burocratico il popolo palestinese, tutti e ciascuno, al di qua del muro a comandare c'erano i nazisti, adesso i sionisti.

e come allora le nazioni democratiche sanno cosa accade al di là del muro, lasciano fare e appoggiano ("si costerna, s'indigna, s'impegna

poi getta la spugna con gran dignità", direbbeFabrizio De André), poi, forse, faranno un museo.

come dice Malcolm X (qui) "la democrazia è ipocrisia"


  

 

La zona d’interesse è un’opera che sposta gli equilibri, che si giova di quanto il cinema – e non solo – ha detto/documentato sull’Olocausto (con le vette rappresentate da Schindler’s list e Il pianista, scostamenti di campo come Il bambino con il pigiama a righe) per fare un paio di passi in più che gli spalancano praterie da (far) solcare. Levigato in superficie e perturbante nelle viscere, estremo e rigoroso, con poche parole e fatti, ma più che sufficienti per togliere/sgretolare certezze, con una produzione di effetti collaterali situate ai massimi storici.

Tra stati d’animo imperturbabili e la tragedia che si consuma alle loro spalle, ordini da eseguire e obiettivi da centrare, immagini pubbliche e private (con quello scarto che si fa solitamente fatica a decriptare/accettare), assunti e controcampi, angosce e alienazioni, con stimolazioni sensoriali che non conoscono confini (dinamiche riprese con camera termica, un paio di oscuramenti visivi, uno squarcio che conduce in un’area museale rimandando all’imprescindibile conservazione della memoria) e un indotto tanto sterminato (nei fatti) quanto variabile (a seconda della singola sensibilità e alla volontà di guardarsi dentro).

Lucido e annichilente.

da qui

 

Oltre il giardino c’era Auschwitz.

Di qua aiuole fiorite, piscina, serra di piante tropicali, stalla per il cavallo di razza a cui il padrone parla con affetto,

Il buio oltre la siepe, di là.

Glazer sceglie il buio: all’inizio il titolo sfuma in lentissima dissolvenza, segue schermo nero per lunghi secondi, quindi un cinguettìo rompe l’angoscia.

Stessa cosa alla fine, schermo nero e il rumore assordante, cupo, dei suoni di cui Tarn

Willers e Johnnie Burn disseminano il film, un mix che solo il paesaggio sonoro dell’Inferno di Dante può eguagliare.

Immersa nel nero la villa di Rudolf Höss (Christian Friedel), grigia costruzione severa anni quaranta, ampia metratura e confort ideali per una vita agiata in cui crescere i figli secondo i dettami della mistica nazista e della devozione alla patria,..

da qui

 

La zona d’interesse utilizza la suggestione e il suono – ciò che il regista definisce «male ambientale» – per evocare come gli esseri umani possano considerare l’uccisione metodica di altri esseri umani come un rumore di fondo nelle loro vite piuttosto che una tragedia profonda. Mentre le pittoresche scene domestiche si svolgono in giardini soleggiati e in sale da pranzo splendidamente progettate, il suono dei cani che abbaiano, degli spari e delle urla si intreccia con la colonna sonora. L’autore ha anche deciso di far iniziare il film con una lunga sequenza di schermo nero, accompagnata solo dalla colonna sonora atonale di Mica Levi. «Volevo che gli spettatori si rendessero conto di essere come sommersi», spiega Glazer, riferendosi al vuoto che accoglie gli spettatori prima di passare alla famiglia Höss che fa un picnic in riva al lago. «Era un modo per sintonizzare le orecchie prima di sintonizzare gli occhi su ciò che si sta per vedere. C’è il film che si vede, e c’è il film che si sente»…

da qui

 

 

lunedì 13 novembre 2023

Il boicottaggio artistico dello stato d'Israele è uno strumento legittimo e efficace contro l'occupazione e l'apartheid - Mai Masri

 

(intervista di Alessandro Bianchi)

Girato in un carcere dismesso in Giordania, 3000 notti è il film che consacra a livello planetario la carriera della regista palestinese Mai Masri. “Nel 2015, quando è stato realizzato il film, nelle prigioni israeliane si trovavano 6000 palestinesi, uomini, donne e minori. È la storia di una di loro”, ha dichiarato in un’intervista l’autrice per descrivere la figura, divenuta iconica, della protagonista Layal, giovane palestinese arrestata senza nessun valido motivo dalle autorità israeliane e che scoprirà la sua maternità in carcere.

“Gli israeliani e la mia casa – Nablus e Shatila: Sotto le macerie” (1983); I bambini del fuoco (1990)” fanno rivivere il dramma delle donne e bambini sotto l’occupazione. In “Donne oltre le frontiere, 2004”, si ascolta Kifah Afifi rievocare la brutalità del campo di Khyam: “Sono morta cento volte ogni giorno in quella cella”, e Soha Bechara, che ha messo in gioco la propria vita per la liberazione del suo Paese, ripetere: “Non dimentichiamo la Palestina”. Amore e resistenza sono i due temi che ricorrono sempre nelle opere di Mai Masri. “I suoi film sono l’antitesi degli stereotipi che disumanizzano e tolgono i loro diritti ai palestinesi. Lei non documenta solo ciò che viene fatto subire ai palestinesi dal 1948, ma mostra chi sono veramente”, chiosa alla perfezione Victoria Brittain in un bellissimo lavoro di raccordo delle opere della regista (“Love and resistance in the films of Mai Masri”). Le immagini nei lavori dell'artista palestinese non si soffermano esclusivamente sulla disperazione e dolore, si ostinano a cercare, anche nella più grande sofferenza, l’amore e la bellezza. Viene da domandarsi come sia possibile oggi alla luce delle immagini tremende del genocidio in corso a Gaza.

In esclusiva, l’AntiDiplomatico ha avuto l’onore di rivolgere alla grande artista palestinese alcune domande sulla mattanza in corso nella sua terra e la nuova fase del conflitto in Palestina.  

L’intervista


Da regista come vedi il ruolo del cinema rispetto allo sterminio in atto a Gaza nelle ultime settimane?

Credo nella potenza della narrazione per la nostra lotta e nel ruolo del cinema per cambiare la narrativa sulla Palestina. Sfortunatamente i principali media hanno disumanizzato il popolo palestinese e la sua lotta già da molto tempo. Il cinema può svolgere un ruolo fondamentale nel mettere in luce la sofferenza e la resistenza del popolo di Gaza di fronte al genocidio in corso. Il nostro ruolo come registi di tutto il mondo è concentrarci sulle vite, le speranze e i sogni dei palestinesi. Mentre guardiamo le immagini dal vivo di morte e distruzione provenienti da Gaza, nessuno può affermare di non sapere cosa sta accadendo. Questo è il primo genocidio televisivo della storia. Una continuazione della Nakba del 1948, quando centinaia di migliaia di palestinesi furono costretti a lasciare le loro case e la loro terra. Come regista palestinese sento la grande responsabilità non solo di testimoniare le atrocità che si stanno consumando a Gaza, ma anche di portare al mondo le nostre storie di umanità, speranza e resilienza.

 

Cosa pensi del boicottaggio su artisti e accademici israeliani che partecipano a iniziative organizzate e patrocinate dallo stato d'Israele? A tuo avviso la campagna BDS (Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni) era valida già prima della posizione estremista del governo di Netanyahu?

Il boicottaggio su artisti e studiosi israeliani che partecipano ad attività culturali sponsorizzate dallo stato d'Israele è uno strumento legittimo e potente contro l'occupazione e l'apartheid. E' anche una forma di resistenza civile molto efficace, modellata sul successo della campagna mondiale di boicottaggio contro il governo razzista del Sud Africa. Il razzismo e l'apartheid sono state parte integrante della ideologia e della struttura dello Stato israeliano molto prima del governo estremista di Netanyahu. Durante le recenti proiezioni dei miei film negli Stati Uniti e in Europa, ho notato un cambiamento nell'opinione pubblica, soprattutto tra i giovani e gli studenti, molti dei quali sono ebrei e sono in prima linea nel movimento contro l'occupazione e l'apartheid. E' incoraggiante vedere che ci sono sempre più artisti, studiosi e studenti ebrei in tutto il mondo che si oppongono all'occupazione israeliana e ai crimini di guerra contro il popolo palestinese e hanno assunto una posizione coraggiosa: “Non in nostro nome”.

 

L'idea di uno Stato unico laico e democratico concepita dalla Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) prima degli accordi di Oslo, con il senno di poi, sarebbe stata la soluzione più saggia? Abbiamo visto che la narrazione due Stati due popoli ha portato all'avanzamento del progetto di colonizzazione d'insediamento da parte d'Israele e un netto e tragico peggioramento delle condizioni di vita del popolo palestinese.

Ho sempre creduto in uno Stato unico laico e democratico per palestinesi e israeliani. Questa è l'unica soluzione praticabile ed equa per entrambi i popoli. C'è molta ipocrisia da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati europei che sostengono a parole la soluzione dei due Stati e non fanno nulla per attuarla. Questo ha incoraggiato Israele a continuare la sua brutale occupazione della Cisgiordania, a costruire centinaia di insediamenti illegali e a continuare ad assediare Gaza in violazione del diritto internazionale. Israele ha reso impossibile la soluzione dei due Stati. E' tempo che il mondo prenda una posizione ferma e mantenga le promesse fatte ai palestinesi. Nonostante la tragica situazione a Gaza, sono molto fiduciosa che la Palestina sarà libera. E che questo accadrà mentre io sarò ancora in vita. Questa ingiustizia non può continuare. Nessuno potrà essere libero finché la Palestina non sarà libera.

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