Visualizzazione post con etichetta Arturo Ripstein. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Arturo Ripstein. Mostra tutti i post

domenica 6 settembre 2020

Dogtooth - Yorgos Lanthimos

dopo 11 anni arriva in sala Dogtoothla storia è quella di una famiglia che cresce i suoi figli nell'inganno, in una reclusione dorata, senza contatti con l'esterno, che non è altro che minaccia.

libertà e sicurezza sono i due incognite da risolvere, in quella famiglia si sceglie, senza mezze misure, l'assenza di libertà in cambio della totale sicurezza, che a pensarci bene sono le due istanze del discorso, anche, politico dei nostri tempi, libertà e sicurezza, grandezze inversamente proporzionali nei discorsi politici; maggiore sicurezza in cambio di minore libertà è la promessa/minaccia dei politici di tutto il mondo.

ottimi attori, per un film ormai di culto, attori che poi hanno girato pochissimi film.

è un film politico?, si chiede qualche spettatore. 

ognuno risponda come crede, dopo aver visto il film, è in sala, per poter vedere nel posto giusto un film che sarebbe un peccato perdersi.

buona (imperdibile) visione - Ismaele


ps: mi associo al rimprovero/ironia di Arturo Ripstein, autore de El castillo de la pureza, per  non essere mai stato citato da Lanthimos, fra le fonti d'ispirazione di Dogtooth


 

 

 

A più di dieci anni dalla presentazione a Cannes è difficile non vedere (per qualcuno rivedere) Dogtooth alla luce di ciò che ha rappresentato. All’epoca, dopo Kinetta dello stesso Lanthimos e prima di Attenberg di Athina Rachel Tsangari (qui produttrice), fu l’espressione più chiara - e poi copiata, celebrata, odiata, normalizzata - del nuovo cinema greco, del suo rigore estetico e del suo ancora più sbandierato cinismo disumanizzante. Dogtooth, storia di tre giovani adulti - un ragazzo e due ragazze - tenuti prigionieri dai genitori nella loro villa con piscina, ignari del mondo oltre il giardino e cresciuti a forza di bugie su ogni pericolo in agguato all’esterno, è già in qualche modo la summa di se stesso, l’esposizione compiaciuta di un’idea di cinema e di realtà. Lanthimos dimostrava di sentirsi un Haneke più giocherellone, ostentava le geometricità delle inquadrature (fisse, immobili, calibrate) e l’uniformità delle luci monocrome solo per sabotarne la precisione (corpi tagliati, riprese notturne sgranate, scoppi improvvisi di violenza); vedeva nella famiglia repressiva lo spazio ideale per mettere in scena la crisi greca, salvo ricondurre al singolo soggetto e al suo corpo desensibilizzato l’origine di un vuoto prima di tutto di immagini e d’immaginario (Lo squalo o Flashdance come unici modelli per comprendere l’alterità, la figura letteraria dello straniero redentore e devastatore…). Più che un cult, Dogtooth è un classico contemporaneo: un film fondamentale, con cui da tempo è impossibile non fare i conti, che conteneva gli elementi del fallimento, dell’autoparodia. Soffocante, certo, e prima ancora soffocato da se stesso.

da qui

 

Gabriel Lima, padre austero e bipolare, è determinato a salvare la propria famiglia dai mali del mondo nell’unico modo che gli sembra plausibile: rinchiudendoli fra le quattro mura della magione di sua proprietà. Lui è l’unico a poter uscire, mentre i tre figli e la moglie possono muoversi solo da una stanza all’altra del “castello”, all’occorrenza puniti per un tempo deciso dal loro dio/aguzzino.

Se vi sembra di aver già sentito questa trama… bé, è così: El castillo de la pureza ha ispirato i titoli più rappresentativi della New Weird Wave greca, Dogtooth di Yorgos Lanthimos e Miss Violence di Alexandros Avranas. Un’informazione che ha iniziato a diffondersi sotterranea dal 2011, anno della candidatura all’Oscar come Miglior Film Straniero di Dogtooth,  nel momento in cui il cineasta Arturo Ripstein ha fatto pervenire a Lanthimos il polemico messaggio “I hope we’ll win” (“Spero che vinceremo”). Questo perché la Grecia non ha mai ammesso di essersi ispirata al film di Ripstein, negando persino ogni possibile influenza. Eppure El castillo de la pureza ha fatto la storia recente del cinema messicano, scuotendo all’epoca l’opinione pubblica in virtù della sua aderenza a fatti realmente accaduti. Nonostante ciò – e nonostante il regista sia stato uno dei più brillanti collaboratori di Buñuel – di questo classico del New Mexican Cinema si sono poi curiosamente perse le tracce…

"Dogtooth" è una pellicola perversa: sedendo sulla cattedra hanekiana, con diversi passaggi grotteschi e surreali, il regista greco ci presenta la vita di questo gruppo familiare in un interno come un dato di fatto, senza possibile dialettica con una realtà alternativa. La luce di Bakatatakis illumina e acceca, mentre l'occhio geometrico di Lanthimos incombe entomologico tanto sui figli quanto sui genitori, vittime del loro stesso gioco. Gioco che si perpetua fra loro e usato come sfida tra i fratelli: metafora nella metafora è l'immagine dei ragazzi bendati che cercano a tentoni di raggiungere la madre, al centro del giardino. Togliersi la benda dagli occhi è più difficile di quanto si possa pensare e, alla fine, il film va a porre degli interrogativi che percorrono da più di duemila anni la cultura occidentale. Come nel mito platonico della caverna, Lanthimos illustra il buio dell'ignoranza in una società coercitiva e autoritaria e l'orrore di scoprire una verità che rimette in discussione un intero sistema di valori e la percezione del proprio sé in relazione al mondo.

da qui

 

Dogtooth è una pellicola dal sapore buñueliano, surreale nel senso più inquietante del termine: il suo satirico affondo alle mutazioni genetiche di una società che vorrebbe ritrovare le origini cancellando ogni traccia di progresso (anche linguistico) colpisce nel segno, terrorizzando con la sua violenza sorda e improvvisa, fatta di schizzi di sangue e budella esposte nella cornice rasserenante di un giardino perennemente baciato dal sole (e che la limpida fotografia di Thimios Bakatakis rende spaventosamente irreale).

In linea con l’immobilità delle esistenze che racconta, Lanthimos parla una lingua cinematografica essenziale, depurata e ridotta ai suoi elementi essenziali: macchina da presa fissa, inquadrature tagliate, personaggi collocati in fuori campo come minacciose presenze di un mondo altro, l’obiettivo puntato sui corpi dei tre giovani protagonisti, dove si concretizzano i tormenti di un’adolescenza anormale, congelata in un infantilismo perenne.Caldamente sconsigliato a soggetti impressionabili e amanti degli animali

da qui

 

Yorgos Lanthimos non ha mai ammesso di aver preso più di uno spunto da questa pellicola per realizzare il suo incredibile “Dogtooth” (2009), una bugia andata di traverso proprio ad Arturo Ripstein, il quale non si è risparmiato qualche frecciatina sarcastica nei confronti del regista greco (“I hope we’ll win” fu la dichiarazione polemica del messicano quando “Dogtooth” ricevette la candidatura agli Oscar come miglior film straniero). Logico che Lanthimos abbia stravolto molte cose rispetto all’opera originaria, ma è lampante il legame concettuale tra il suo lavoro e questo “El Castillo De La Pureza”, film ispirato per giunta a una storia vera.

da qui

 

…C’è uno slittamento di senso che sta al cuore di Dogtooth e dona al film profondità e grazia. Un invidiabile gioco d’equilibrismo tra i generi (formazione, black comedy, horror) e i toni (allucinato, umoristico), cinema d’atmosfera dall’immagine ricercata e l’angolazione alienante. Per proteggersi da un mondo che si fatica a capire, un uomo e una donna tagliano i ponti con la realtà e la sostituiscono con una gigantesca nevrosi. Nutrono i figli di equivoci e ogni azione che ne risulterà è una conseguenza diretta del fraintendimento iniziale. Yorgos Lanthimos estremizza con intento palesemente provocatorio e un gran gusto per il paradosso un discorso che, volente o nolente, fa parte del bagaglio di vita di ciascuno di noi. Il suo bisturi è glaciale, implacabile e perversamente divertito, e con sottigliezza riesce a produrre lo scivolamento di senso di cui sopra.

Perché se, con un po’ d’immaginazione, si sostituisce alla Famiglia (non sottovalutate la maiuscola) una qualsiasi altra delle sante istituzioni che regolano la nostra vita, lo Stato, la Religione o quello che vi pare, oltre il gruppo di famiglia in un interno ci accorgiamo che sì, Dogtooth accenna anche a qualcos’altro. Satira sferzante sulla vita di società, amara e impietosa perché smaschera le manipolazioni e le dannate idiozie che condizionano la vita dell’uomo e regolano il suo rapporto con il mondo. Se e come sarà possibile liberarsi da queste prigioni, dipenderà in parte da ciò che siamo, in parte da ciò che crediamo di essere perché così ci è stato insegnato. Il risultato finale è volutamente ambiguo. Francamente, sembra suggerire Yorgos Lanthimos, è un po’ tutto un incubo. Ma ridiamoci sopra comunque.

da qui

 

È curioso notare come l’evento chiave, la svolta eversiva di una delle figlie, passi attraverso la visione di due videocassette dei film Rocky e Lo squalo che portano prepotentemente la realtà esterna, chissà quante volte immaginata, all’interno della casa. È bello pensare che proprio il Cinema permetta alla ragazza di scoprire che esiste un mondo diverso da quello che conosce, sicuramente più pericoloso ma infinitamente più interessante. Ed è forse la stessa sensazione che provarono gli ingenui spettatori dei primi spettacoli offerti dal mirabolante Cinematografo. Di fatto da qui in poi cambia tutto, da quella visione è impossibile tornare indietro, fino ad adottare il nome dello Squalo, Bruce, a differenza degli altri due figli che restano senza un nome proprio, ignorandone la funzione, poiché il grado di parentela rispetto agli altri è l’unica cosa che abbia senso conoscere per riconoscersi; per loro oltre la famiglia non esiste altro.

Visivamente Kynodontas è l’esatto contrario del clima cupo e opprimente che si respira idealmente nella casa/famiglia; per sua stessa ammissione, Lanthimos ha voluto in tal modo creare un contrasto tra i due piani e così ci troviamo di fronte a protagonisti belli esteticamente, ad una bella casa con un giardino curato, verde e rigoglioso e a giornate di sole da passare nella tonificante piscina.

Lanthimos, a dispetto del tempo e di spettatori ormai smaliziati, riesce ancora a produrre un Cinema puro, che sorprende, che crea un mondo e lo espone al pubblico, che non può far a meno di guardarlo con curiosità e sorpresa.
Ormai è chiaro, esauriti i posti esotici da esplorare, filmare e mostrare, fino a quando non saremo in grado di portare una troupe cinematografica su Marte, occorre che chi fa Cinema s’impegni a creare mondi e realtà in grado di sorprendere e affascinare il pubblico. Il Cinema muore quando non riesce ad aprire una finestra su un altro mondo.

da qui


No podemos hablar de intriga, ni de exotismo. Canino no juega ninguna de esas bazas. Hablemos mejor de extrañeza, de personalidad. En algún chalet de un suburbio griego vive una familia. Nunca aprendemos sus nombres: Padre, Madre, Hermana Mayor, Hijo y Hermana Menor. Mientras Padre tiene un trabajo fuera de casa, el resto no puede abandonar el domicilio. Nunca. Los niños han vivido confinados durante toda su existencia, por eso siguen siendo niños aunque tengan más de veinte años. Les han enseñado a temer el mundo exterior. Amaestrados como perros por un padre sociópata, han desarrollado sus propios patrones emocionales, su propio lenguaje.

La poética del absurdo sistematiza la cotidianidad, un sutil humor negro empapa el desconcierto, algunos estallidos de seca violencia nos previenen de sentirnos cómodos. La lectura más sólida de esta fábula cruel nos lleva a al film-tesis en torno a los totalitarismos y sus herramientas de control social. Todo está expuesto con meridiana claridad en el film de Yorgos Lanthimos (censura y distorsión del lenguaje, secuestro de la libertad individual, invención del enemigo, aniquilación del intruso, etc.), quien también se preocupa por mostrar sin timidez los efectos del sistema –alienación y animalización, depravación moral...– en el extravagante comportamiento de sus personajes…

da qui

 

 

mercoledì 4 luglio 2018

Il sacrificio del cervo sacro - Yorgos Lanthimos

non mi convince questo film, Lanthimos è bravo, gli attori sono bravi, la storia è forte, ma ancora non mi convince.
magari sarà per la totale mancanza d'ironia, tutto è troppo geometrico, senza vie d'uscita, senza imprevisti.
siamo nel 21^ secolo, ma il mito, implacabile, vince sempre.
sensi di colpa, passività, rassegnazione, impotenza vincono a mani basse, senza nessuna reazione, Steven aspetta l'ineluttabile.
il film è da vedere, e ognuno capirà se e quanto il film gli è piaciuto - Ismaele



ps1: la scelta dell'attore che impersona Martin (Barry Keoghan, bravissimo e inquietante), già universalmente conosciuto per Dunkirk e per '71 è un po' così, come fa uno di 25 anni a fingere di averne solo 17 anni?

ps2: Yorgos Lanthimos, perché non rispondi ad Arturo Ripstein (ecco il suo El castillo de la pureza)?

(Yorgos Lanthimos non ha mai ammesso di aver preso più di uno spunto da questa pellicola per realizzare il suo incredibile “Dogtooth” (2009), una bugia andata di traverso proprio ad Arturo Ripstein, il quale non si è risparmiato qualche frecciatina sarcastica nei confronti del regista greco (“I hope we’ll win” fu la dichiarazione polemica del messicano quando “Dogtooth”ricevette la candidatura agli Oscar come miglior film straniero). Logico che Lanthimos abbia stravolto molte cose rispetto all’opera originaria, ma è lampante il legame concettuale tra il suo lavoro e questo “El Castillo De La Pureza”... da qui)



…Lanthimos si dimostra ancora una volta cineasta capace di grandi intuizioni di regìa (la sequenza del primo malore del figlio, ripresa dall'alto, è magistrale per tecnica e resa scenica) ma costruisce un film pesante, ripetitivo e vuoto, che punta a sconvolgere gratuitamente lo spettatore senza curarsi di dosare bene gli ingredienti, e dove la genialità della trama (che avevamo apprezzato in The Lobster e nei film precedenti) stavolta è del tutto assente, lasciando il posto a una morbosità di fondo che finisce per stancare più che indignare, esagerando in tutti i sensi. Non ultimo, quello del buon gusto.

…non dovrebbe essere una colpa imputabile a Lanthimos quella di proporre, anche con una rispettabile coerenza, un metodo artistico figlio di uno stile riconoscibile, in fondo ogni grande maestro è passato ai libri di storia per marchi di fabbrica identificabili nella massa cinematografica, ma non sarà mica che l’impostazione autoriale dell’ateniese al di là del primo impatto sia meno solida di quel che appare? Risposta: mi assumo ogni responsabilità nel dire di sì. Prendiamo The Killing of a Sacred Deer, pur non negando un mero coinvolgimento spettatoriale dato da un livello professionale oramai altissimo unito al mantenimento di tic personali (la recitazione alienata; l’ attenzione estetica degli interni), la piena soddisfazione non è raggiunta poiché capiamo di trovarci al cospetto di quello che è più un prodotto da filiera che un manufatto autentico, ovvio, si tratta di un lavoro dalla pregiata confezione e sviante dalle frequenti banalità, ma non intacca più di tanto la nostra coscienza pur essendo estremamente caustico, sopratutto in termini di risoluzione sceneggiaturiale, sicché il problema, a mio modo di sentire, è, appunto, che non si va più in là della sceneggiatura, e non mi riferisco alle scelte che portano all’atto brutale del medico né all’atto in sé, discutibile (dal punto di vista filmico è la chiusura maggiormente fragile dell’intera filmografia) finanche iconicamente derivativo (dài, un bambino incapucciato nel salotto di casa: Haneke, mi ritorni in mente), gli scricchiolii generali provengono a monte, dalla necessità per Lanthimos di affidare il suo pensiero totalmente ed esclusivamente ad una scrittura che sappiamo avere il pilota automatico, se è vero che è meno importante il cosa del come, adesso che conosciamo a menadito il come dell’ellenico non ci divertiamo come una volta a stare al suo gioco…

…Ciò per cui il film delude, tuttavia, almeno parzialmente, è la sostanza di fondo. Le premesse sono assai interessanti; a non convincere è il punto d'arrivo. Si tratta di una pecca in cui Lanthimos incorre non per la prima volta: già "The Lobster" era, a parere di chi scrive, un film dal potenziale considerevole, tradito dall'esito involuto della conclusione cui approdava. Nel caso di questa nuova prova, il problema si avverte con fastidio ancora maggiore. Ed è proprio la pochezza delle conclusioni a gettare un'ombra retrospettiva su tutta l'operazione, che presta il fianco agli strali di chi è pronto a condannare Lanthimos per supponenza e velleità. Noi ci limitiamo a restare perplessi di fronte a quello che appare un ennesimo tentativo di épater le bourgeois, non sostenuto da una persuasiva visione morale. La "morale della storia" che si racconta in questo film - dove un chirurgo subisce la vendetta feroce del figlio di un paziente morto colpevolmente durante un suo intervento - gira attorno alla carenza di senso di responsabilità del protagonista, che per esteso vorrebbe allargarsi all'intera classe sociale di appartenenza.
Abbiamo menzionato Von Trier. Un altro nome che viene subito in mente di fronte a "Il sacrificio del cervo sacro" è quello di Haneke, e forti sono in particolare le analogie con "Funny Games". Con entrambi questi autori, Lanthimos condivide la propensione a provocare lo spettatore. Von Trier, a differenza di Haneke, ha sempre diviso molto perché il regista danese - a differenza del collega austriaco - è spesso e volentieri barocco, rischiando di eccedere e di sconfinare nel cattivo gusto. Haneke tutto il contrario: lavora di sottrazione, il suo cinema è ellittico e asciutto. Ma, quantomeno nelle loro prove migliori (non poche nel caso di Haneke), i due autori hanno da tempo dimostrato lo spessore e la complessità della visione sottesa alle loro "aggressioni al pubblico". Invece, il regista ellenico ci pare non abbia ancora convinto nel dimostrare che la cattiveria e l'acredine del proprio sguardo sia bilanciata da una prospettiva critica altrettanto intensa nei confronti del consesso umano, sociale e familiare che prende di mira.

A stupire se mai è la sontuosità registica di cui dà prova Lanthimos, se solo si pensa ai suoi primi, poveristici film. Qui la macchina da presa si muove vertiginosamente tra canyon urbani, lunghi corridoi, ampi spazi aperti (sarà per questo che tutti, anche molti stranieri, citano a mio parere a sproposito Stanley Kubrick? Ma che c’entra Kubrick con Lanthimos?), e la perizia della messinscena è sbalorditiva. Si pensi alla scena del malore del figlio ripresa dall’alto. Aggiungete un uso della musica come pieno elemento drammaturgico, con il fracasso di un treno che diventa il leitmotiv delle scene più allarmanti. Come tutti quelli che molto osano, anche Lanthimos sfiora il ridicolo e l’imbarazzante. Ma importa il risultato, che è di una potenza inaudita e squassante per il pallido cinema di oggi, e per il mondo anestetizzato in cui viviamo. Lanthimos osa dirci che non siamo al sicuro, non dalle minacce esterne, ma da quello che sta in noi, e che ogni colpa, o peccato, va pagata. Come volete che possa piacere uno così, un film così, nel tempo del narcisismo di massa e della prevalenza dell’Io e della sofferenza narcotizzata?

giovedì 21 giugno 2018

El castillo de la pureza – Arturo Ripstein

Gabriel Lima sembra un bravo padre di famiglia, che è una piccola impresa familiare che produce, in nero, topicida.
il padre è un padre padrone, e col passare dei minuti si scopre cosa significa il concetto che la famiglia è una prigione.
il padre è fuori di testa, solo lui tiene i rapporti con l'esterno (bisogna pur vendere il topicida), la madre è suddita e complice, piove sempre, i bambini giocano fra di loro, sanno che esiste un fuori, ma sono rassegnati.
l'idea del film è straordinaria, ma nella realtà quella storia era già successa, in Messico.
il film è sconvolgente e unico, insomma, un capolavoro.
guardalo, non te ne pentirai, promesso - Ismaele



QUI il film completo, in spagnolo, con sottotitoli in spagnolo



“El Castillo De La Pureza” è un modello di cinema grezzo che colpisce a fondo nell’animo, un lungometraggio diretto non dal primo sprovveduto, ma da un regista che già in passato aveva collaborato con Luis Buñuel: Arturo Ripstein ci regala un’opera tra le più importanti di quel decennio, una linea oscura che segna non solo la scuola messicana del periodo, ma anche le avanguardie del nuovo millennio. Un film quasi perfetto.

Gabriel Lima, padre austero e bipolare, è determinato a salvare la propria famiglia dai mali del mondo nell’unico modo che gli sembra plausibile: rinchiudendoli fra le quattro mura della magione di sua proprietà. Lui è l’unico a poter uscire, mentre i tre figli e la moglie possono muoversi solo da una stanza all’altra del “castello”, all’occorrenza puniti per un tempo deciso dal loro dio/aguzzino.
Se vi sembra di aver già sentito questa trama… bé, è così: El castillo de la pureza ha ispirato i titoli più rappresentativi della New Weird Wave greca, Dogtooth di Yorgos Lanthimos e Miss Violence di Alexandros Avranas. Un’informazione che ha iniziato a diffondersi sotterranea dal 2011, anno della candidatura all’Oscar come Miglior Film Straniero di Dogtooth,  nel momento in cui il cineasta Arturo Ripstein ha fatto pervenire a Lanthimos il polemico messaggio “I hope we’ll win” (“Spero che vinceremo”). Questo perché la Grecia non ha mai ammesso di essersi ispirata al film di Ripstein, negando persino ogni possibile influenza. Eppure El castillo de la pureza ha fatto la storia recente del cinema messicano, scuotendo all’epoca l’opinione pubblica in virtù della sua aderenza a fatti realmente accaduti. Nonostante ciò – e nonostante il regista sia stato uno dei più brillanti collaboratori di Buñuel – di questo classico del New Mexican Cinema si sono poi curiosamente perse le tracce…

…Ripstein affronta un tema altre volte dibattuto, quello della rappresentazione dell’essere umano come un dio e un diavolo allo stesso tempo. Cosa è buono e cosa è cattivo? Chi può affermare che v’è davvero una netta separazione tra le due cose? Non è forse vero che il bene e il male sono due concetti che l’uomo stesso ha creato per esorcizzare le sue paure, che non sono leggi di natura e assumono forme diverse nelle diverse società? La moralità e l’immoralità non sono solo dei punti di vista, perfettamente intercambiabili tra di loro? E quanto e in che modo il fine giustifica i mezzi? Volendo inquadrare “El castillo de la pureza” dal punto di vista del protagonista maschile, c’è sicuramente un vago raziocinio alla base del suo comportamento. Peccato che quando bene e male si avvicinano troppo, formando un tutt’uno incontrollabile, qualsiasi proposito di integrazione non possa che andare a rotoli, sfociando nel patologico e nella conseguente devastazione del sistema. Sì, perché alla fine è l’oste che serve il conto e non importa se i piatti di portata non sono stati gli stessi di cui avevamo fantasticato leggendo il menù. Mai sottovalutare le variabili in gioco: sono quelle che alla fine ti fregano.

A l'épicentre entre Buñuel et Pasolini, Ripstein réussit un film sulfureux et moite qui vous laisse un sale arrière-goût de malaise et de déviations sexuelles (et c'est un compliment). Dès les premières images, un splendide travelling qui montre une cour intérieure de demeure en friche, battue par une pluie torrentielle, on est plongé dans une sorte de malaise qui ne nous quittera plus jusqu'à la fin. Très vite, on comprend que la maladie mentale s'est installée dans le film : cette demeure est la prison dans laquelle vit une famille, menée par l'austère et déviant paternel. Obsédé par la gabegie que constitue le monde extérieur, il a enfermé femme et enfants là-dedans, si bien que les petits n'en sont jamais sortis. Leurs journées sont faites du travail pour l'entreprise familiale (la fabrication de mort-aux-rats...) et de jeux innocents qui, avec la puberté, deviennent moins innocents... Peu à peu, la tentation de l'interdit s'installe dans cette communauté cabossée, au grand dam du père, qui pète peu à peu un boulon sous la pluie battante…

martedì 12 agosto 2014

Un lugar sin limites – Arturo Ripstein

tratta da un romanzo di Josè Donoso, è una storia di violenza, di machismo, di vendetta.
Manuela, il travestito, odiata e amata dagli uomini del paese, ha un bar-bordello, in un villaggio che verrà venduto a qualcuno, dal "padrone" del villaggio.
il clima di sopraffazione e di violenza, sempre sul punto di esplodere, si respirano per tutto il film.
all'inizio del film appare una frase (di Christopher Marlowe), che Mefistofele dice a Faust:
…lì dove noi siamo è inferno, e dove
è questo inferno, dobbiamo esser sempre:
e in breve, quando il mondo andrà dissolto
nell'ora in cui ciascuna creatura
è giudicata, allora quello spazio
che non è cielo, sarà tutto inferno
(da qui)

alla fine capisci cosa vuol dire Mefistofele, non resti tranquillo, l'ansia prende anche chi guarda il film, non riesci a essere fuori, il luogo senza limiti ti cattura - Ismaele








…muchos de los teóricos del cine que se refieren al cine de Ripstein y a sus recursos temáticos, hacen referencia a dos tópicos fundamentales: la denuncia de la intolerancia y al encierro físico en consonancia con la opresión psicológica de los personajes. El lugar sin límites se convierte en un paradigma de estas preocupaciones. Es un filme que expone algunos problemas sociales del México contemporáneo, posando su mirada enfáticamente sobre el macho mexicano y sus problemas. Además, maneja la metáfora del infierno, el macho como diablo, lo malo del pecado y la intención deliberadamente punitiva del destino.
Basada en la novela homónima de José Donoso, la realización de la transposición de El lugar sin límites fue primero idea de Luis Buñuel, quien nunca se decidió a llevarla a cabo. Aunque no figure en los créditos de la película, el guión fue encomendado en primer término a Manuel Puig; pero éste rehusó poner su firma al trabajo, temeroso del tratamiento que Ripstein daría a la temática homosexual. Roberto Cobo, el joven marginal Jaibo de Los olvidados, es ahora La Manuela, el travesti del burdel, casi el único edificio en funcionamiento de todo El Olivo, un pueblo abandonado por las autoridades y por Dios.
La historia está ambientada en un pequeño pueblo por el que sólo pasa el tren una vez por semana. Allí viven La Manuela, el travesti al que todos conocen, la Japonesita, su hija –producto de una noche de alcohol y del más grande acto de omnipotencia del cacique del pueblo-, y algunas otras prostitutas ya viejas y cansadas como la Cloty y la Nelly. Todas viven al amparo de don Alejo Cruz, una suerte de señor feudal, que intenta vender como sea todas las casas del pueblo para que pueda ser destruido por un consorcio. A la angustiante paz del pueblo llega Pancho Vega después de un año a saldar dos deudas pendientes: con don Alejo, a quien debe el dinero de unos fletes, y con La Manuela, a quien se la tiene “sentenciada” desde entonces, a quien estuvo a punto de “hacerle quién sabe qué” si no hubiese sido por la intervención de don Alejo.
Aunque con alteraciones respecto del final de la novela, que es del año 1967, la adaptación fílmica es muy fiel al original. Las modificaciones en el final acentúan el tono cadavérico y trágico del ser mexicano donde confluyen pasiones, frustraciones y represiones, y donde se concentra el núcleo melodramático fuerte.

La película se basa en el conflicto entre dos personajes: Pancho y Manuela. Pancho ha llegado a El Olivo, el pueblo donde se desarrolla la acción, y anuncia su llegada en la puerta del prostíbulo donde está Manuela, quien al reconocer el sonido del camión de Pancho, recuerda la amenaza hecha por él un año atrás y teme que la cumpla. La presentación de estos dos personajes inaugura la extraña manera en que se da el proceso de construcción del género. Mientras Pancho se presenta como un conductor de camión, profesión asociada a la masculinidad, que llega a demostrar y hacer valer su hombría cumpliendo lo prometido, Manuela se muestra de una manera más particular. El primer acercamiento que tenemos a ella como espectadores es a través de un primer plano de la mano. Inicialmente no sabemos quién es el dueño de esa mano, pero reconocemos ciertas características corporales que nos podrían dar una pista del género del portador. Las uñas están pintadas de rojo, pero el antebrazo es velludo, es decir, un cuerpo de hombre con un atributo supuestamente femenino. Cuando la cámara hace un plano general de la habitación y luego un acercamiento a la cama donde duerme Manuela con su hija, reconocemos que no es una mujer, que es un hombre; por lo menos eso dice su cuerpo, aunque no sus palabras…
da qui