venerdì 10 luglio 2026

Zero club - Jessica Hausner

un esperimento di natura alimentare, con una guru che 'adotta' alcune studentesse e studenti di un college per ricchi.

lei riesce a convincere e manipolare le menti di quel gruppetto di rampolli di buona famiglia.

il film non è perfetto, ma si vede bene, è inquietante quanto basta.

buona (dietetica) visione - Ismaele

ps: mi ha un po' ricordato, mutatis mutandis, L'onda, ma quel film è difficilmente raggiungibile  



 

…Il film esplora la metafora della fede cieca ( tornando circolarmente ad uno dei temi più cari alla regista viennese, dove la scienza dell’alimentazione viene sostituita da un dogma. In un mondo sempre più ossessionato dalle diete e dai regimi alimentari, Hausner critica in modo tagliente l’idea di salute e purezza che diventa ideologia, sottolineando i pericoli delle mode alimentari estreme. L’alimentazione, solitamente una fonte di nutrimento e vita, viene capovolta in uno strumento di controllo e negazione del corpo.

L'opera di Jessica Hausner affronta anche il tema del controllo sugli individui più deboli, rappresentati dagli studenti che, sotto la guida della loro insegnante, perdono progressivamente la capacità di pensare in modo autonomo. 

Hausner mostra come le persone in posizioni di potere possano manipolare e sfruttare le insicurezze altrui per mantenere il controllo. La critica sociale qui è evidente: la regista denuncia la struttura gerarchica della società, dove chi detiene il potere può facilmente sfruttare i più fragili per i propri scopi. La dinamica tra Novak e gli studenti è inquietante e riflette non solo la manipolazione a livello personale, ma anche una più ampia critica alle istituzioni che alimentano e perpetuano queste dinamiche di potere.

La regista austriaca , sebbene in alcuni tratti sembri perdere transitoriamente il controllo della storia, costruisce comunque un impianto scenico efficace nel generare un certo grado di inquietudine, sfruttando ottimamente le ambientazioni cromaticamente e strutturalmente gelide , che sembrano tagliare come un coltello affilato, confermandosi come una delle registe che meglio sanno affrontare tematiche sociali con grande senso critico.

Non a caso il cardine del film , seppur mimetizzato tra altre tematiche,  è anche una potente critica alla società ossessionata dall'immagine corporea e dalla salute come culto. 

Miss Novak, con il suo approccio pseudo-scientifico, rappresenta tutti quei “guru” moderni che propongono regimi alimentari drastici e spesso pericolosi, mascherandoli da scelte di vita sane e illuminate. Il film denuncia il modo in cui queste ideologie possono diventare strumenti di controllo, dove chi propone una visione estrema si pone come detentore della verità assoluta, e chi la segue si sente moralmente superiore rispetto agli altri. Il concetto di alimentazione come fede è quindi non solo una questione personale, ma anche un modo per creare divisioni sociali, per distinguere gli “eletti” dai “profani”.

Seppur opera non perfetta, Club Zero di Jessica Hausner è un film inquietante e provocatorio, che mette in luce temi attuali e scottanti e riesce a colpire nel segno grazie ad  un’atmosfera asfissiante e ipnotica, che ben si adatta al racconto di un plagio psicologico che porta alla distruzione fisica e mentale dei protagonisti. Attraverso la sua critica al controllo sugli adolescenti e alla distorsione del concetto di alimentazione, Hausner ci invita a riflettere su come le ideologie, quando estremizzate, possano condurre a conseguenze devastanti.

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…L’istituto, coadiuvato da un potentissimo comitato formato dai genitori che pagano rette salatissime, ha affidato la formazione di questi giovani, a vario titolo, problematici a una insegnante che risponde al nome di prof.ssa Nowak, un personaggio a dir poco inquietante che – lo apprendiamo quasi subito – è affiliata a una setta (non saprei come definirla altrimenti) che va ben oltre il mandato educativo dell’istituto perché pratica (e intende insegnare) il digiuno completo, di qui la parola “zero”. La professoressa Nowak (interpretata dall’attrice australiana Mia  Wasikowska) è una grande manipolatrice che ha gioco facile perché i ragazzi che finiscono sotto le sue grinfie provengono da situazioni familiari non esattamente ideali, talché i disturbi (alimentari, ma non solo) di cui, fin dall’inizio soffrono, trovano le loro cause nelle famiglie stesse, su cui la regista, pur nel contesto di un racconto assolutamente algido, non esita a scagliare qualche strale satirico, sarcastico, soprattutto laddove viene mostrata la totale cecità in merito alla pericolosità dell’insegnante e dell’istituto nel suo complesso, che la preside non è minimamente in grado di governare.

Ciò detto il film si incista prestissimo su questo assunto, è clamorosamente ripetitivo finendo per mostrare un dato che ripercorrendo a ritroso l’intera filmografia di Hausner appariva fin dall’inizio una minaccia incombente: ridondanza e manierismo che qui sfociano ben presto in una noia a dir poco mortale. A nulla vale l’indicazione della regista che il film si ispirerebbe al Pifferaio Magico dei Fratelli Grimm, fiaba inquietante quanto si vuole, ma comunque breve e a suo modo anche leggera. Il film è invece grevissimo e si compiace delle simmetrie, dei lenti ma ineluttabili movimenti di macchina, di una recitazione fredda e di un profluvio cromatico di costumi in cui, se non sembrasse un paradosso, si ha la sensazione di assistere, quanto a artificialità, a un film di Wes Anderson.

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Hausner tratteggia una scuola d’élite senza una collocazione precisa, gira il film in inglese, adatto per la sua ipotetica universalità (in fin dei conti, il dove ci interessa poco, il discorso è evidentemente indirizzato verso la sfera occidentale), e le sue scelte formali sembrano calzare perfettamente a un ambiente apparentemente ideale, propositivo, ma in realtà castrante. Una sorta di gabbia dorata, un parcheggio per ragazzi facoltosi che tra lezioni di danza, teatro e mille altri stimoli si trovano paradossalmente senza un timoniere, prede di cattivi maestri, di idee balzane, di estremismi fideistici.
È il sistema capitalista, iperproduttivo, a generare l’incolmabile distacco tra la scuola, i genitori e i ragazzi. È il tempo sottratto alla famiglia, alla casa; la propria camera diventa rifugio e solitudine, sempre più amplificata, pericolosa. Ed è in questo distacco, in questa terra di nessuno, che si insinua la professoressa Novak (Mia Wasikowska), moderna incarnazione del pifferaio magico di Hamelin – suggestiva nel finale l’intuizione del quadro, luogo definitivamente altro e irraggiungibile per la scuola e i genitori. Perché, anche per le scelte cromatiche (prevalgono il giallo e il verde, i toni pastello) e il suo essere sospeso in un luogo\tempo indefinito, Club Zero muta lentamente in una favola nera, una parabola dei nostri tempi, un monito…

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La satire est féroce, l’humour est subtil et omniprésent et le film fait mouche dans sa description d’une lente plongée inquiétante dans ce club sélect. On assiste à un engrenage malsain dans ce qui au final peut être perçu comme une relecture à l’inverse du classique La grande bouffe de Marco Ferreri. Il y aussi cette affiliation avec le cinéma de son compatriote Ulrich Seidl (Paradise: Hope en particulier) qui est très présente dans sa conceptualisation. La mise en scène est méticuleuse et précise alors que la photographie froide et la musique traditionnelle ajoutent au climat de tension régnant. Mais attention, le film se veut assez sobre dans sa proposition laissant davantage la place à l’interprétation…

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Club Zero designa a un grupo de esta naturaleza, o ideología, pues hace falta todo un sistema alternativo de ideas para defender lo que creen los miembros que lo integran. Y es que comer no es necesario para vivir. Así termina instruyendo la profesora de un liceo elitista, llamada Miss Novak e interpretada con rigor por Mia Wasikowska, a su reducido y sumiso grupo de alumnos (alguno de ellos inicialmente rebelde, pero luego presionado para seguir la mentalidad del rebaño), en una clase específica dedicada a la nutrición. Lo que empieza como una postura razonable, acorde al consenso, esto es, que comer menos y de forma más pausada (alimentación consciente, lo llama Miss Novak) es beneficioso para la salud (tanto personal como planetaria), pronto deriva al absurdo radical, teniendo en cuenta que el mentado extremo de falta absoluta de alimentación, ajeno a la guía docente de la clase curricular, no es el que se ajusta a los principios de base de sus miembros (salvo la profesora), sino de los de una asociación más opaca y oficiosa, el internacional “Club Zero” del título (al que ella pertenece). En cualquier caso, llegados a este punto, no se suspende la incredulidad ante lo narrado, porque desde el principio la película de Jessica Hausner acentúa su esencia surrealista, ajena a la pura realidad…

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