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mercoledì 14 gennaio 2026

Sirat – Oliver Laxe

lasciate ogni speranza, voi che vedete questo film.

quando una ragazza sparisce da cinque mesi, il padre e suo figlio vanno a cercarla, fra il Marocco e la Mauritania, seguendo la traccia dei rave.

chi partecipa ai rave sono giovani, e non solo, che passano il tempo a ballare, senza fare del male a nessuno se non a loro stessi (non diteglielo ai governanti italiani, che li sanzionano pesantemente, mentre fascisti, nazisti e Trump sono dei benemeriti signori, per loro).

intanto il mondo va a puttane, la guerra è dappertutto, e quei e quelle giovani scelgono di non farsi ammazzare, ballano e basta.

padre e figlio, con la cagnolina Pipa, si uniscono a un gruppo di ravers, e noi pure.

Sirat non lascia tranquilli, per le favole si cerchino altri film.

il film è pieno di citazioni, si vede che Oliver Laxe ha visto un bel po' di buone pellicole.

un film da non perdere, promesso.

buona (avventurosa) visione - Ismaele


 

 

 

Un’esperienza visiva e sensoriale probante. Un padre cerca la figlia scomparsa nel mondo dei rave sparsi nel Sahara marocchino. Una ricerca che presto si fa viaggio spirituale tra dune e strapiombi, con un senso di tragedia incombente che soffoca in modo inversamente proporzionale all’ampiezza dello spazio in cui è ambientata. Il ritmo dei subwoofer detta il flusso delle inquadrature e sviluppa il piano stesso del racconto, che da contemplativo si fa drammatico. È come se fosse Mad Max: Fury Road visto attraverso le stesse bad vibes che hanno dato vita a Vite vendute di Clouzot: è un’apocalisse nel deserto sprofondata in una natura totalmente indifferente che precipita l’uomo nel confronto con se stesso e con i propri limiti. Stordisce ma tonifica. Sfibra ma è una prova di forza. Cinema che schiaffeggia e fa male.

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…Un típico producto del indie lamentable del Siglo XXI es Sirât (2025), bodrio del cineasta francés/ español Oliver Laxe que propone un subtítulo tan redundante como la película en su conjunto, Trance en el Desierto, que está financiado por una catarata de compañías privadas y entidades públicas, precariedad del segmento productivo indie de por medio, y que gira alrededor de Luis (Sergi López), ciudadano español que junto a su hijo pequeño, Esteban (Bruno Núñez Arjona), y la mascota de la parentela, la perra Pipa, viaja a una zona desértica de Marruecos para asistir a una rave porque le han dicho que podría encontrar allí a su hija desaparecida, Mar, de la que la familia nada sabe desde hace cinco meses. El telón de fondo es un conflicto bélico distópico que se parece a la Tercera Guerra Mundial y que se desencadena por escaramuzas previas semejantes a cualquier guerra bipolar del nuevo milenio, por ello de repente llega el ejército para evacuar/ rescatar a la lacra europea y de la caravana de camionetas se fugan dos más el vehículo de Luis y los suyos, lo que nos deja con un grupito adicional de cinco ravers caucásicos que se dirigen hacia otra fiesta cerca de Mauritania, Jade (Jade Oukid), Stef (Stefania Gadda) y Josh (Joshua Liam Henderson) más un par de tullidos, Tonin (Tonin Janvier), sin parte de su pierna izquierda, y Bigui (Richard Bellamy), sin su mano derecha. El film no se decide entre lo experimental de vieja escuela, muy cercano al acervo contemplativo, y este indie estándar actual homologado al cine de género con alguna pretensión reflexiva o de ribetes alegóricos, sumamente light por cierto…

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Luis s’aggrega a Tonin e compagni, iniziando così un viaggio infinito nel deserto mentre intorno si manifestano i segni di una guerra imminente. Laxe utilizza nel senso più forte la historia (la ricerca), concedendosi il lusso di richiamare sia Sentieri selvaggi di John Ford sia l’immaginario di George Miller. Sirât, la cui lavorazione si è svolta in Spagna, a Teruel, provincia di Aragona, nel territorio della Rambla de Barrachina, nei pressi di Saragozza e in Marocco fra Erfoud e al-Rashidiyya, si configura come una topografia astratta, allucinata, un luogo-narrazione cervello oltre che come il sistema nervoso centrale esteso del cinema di Laxe: l’altro lato dello specchio dell’Occidente, dove la storia giunge (letteralmente) al punto d’implosione. E, nonostante l’implicazione mistica del titolo, non vi è alcuna tentazione teleologica nel movimento del film di Laxe: il suo sguardo materialistico e spirituale giunge solo alla fine dei corpi. Non oltre. Il dolore, l’anima triste fino alla morte, resta saldamente nella storia perché il cammino non è stato percorso sino in fondo. E il sirât attende. Ancora. Sempre.

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Quello che a prima vista potrebbe sembrare un racconto on the road con all’orizzonte una speranza di reunion familiare si trasforma presto in un’odissea tragica. In tal senso, Sirât si presenta soprattutto come un’esperienza sensoriale, a tratti liminale. Più che focalizzarsi sulla ricerca in sé e sulle possibili motivazioni dietro alla scomparsa della figlia di Luis, il film si manifesta man mano come un trip percettivo che rende la sua cornice desertica un luogo stratificato, a modo suo energetico, dove a incontrarsi – e a scontrarsi – sono sensazioni contrastanti, pensieri e direzioni diverse, shock e urti (letterali e metaforici). C’è spazio anche per la dimensione politica, con un conflitto globale che imperversa al di fuori della messa in scena e che i protagonisti del film, così come lo spettatore, sono comunque chiamati a tenere conto…

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Sirat è ambientato nel corso di una fantomatica – ma quanto mai prossima e credibile – terza guerra mondiale, non si sa bene scatenata da chi, non si sa bene contro chi altro; un dettaglio che sarebbe del tutto inessenziale, perché la verità è che la guerra è cominciata da anni, senza che vi fossero proclami, e non ha alcuna intenzione di rallentare la sua ferocia, di venir meno alla sua sete di sangue. Non c’è nulla all’orizzonte di ciò che questi disperati vanno ricercando: non si vede mai nulla in fondo alla via, non si vede in fin dei conti neanche la via stessa. Il terreno già povero di suo è anche portatore di mille e più ostacoli, geografici, culturali, dinamitardi. Si deve proseguire, sembrano dirsi in silenzio gli uni con gli altri, perché forse anche nella vita ciò che conta è ballare, non ascoltare. E allora si spegne la radio quando riporta notizie ferali ma non si può schivare questo conflitto che è ontologico prima ancora che guerresco. Il conflitto con il vivere, il conflitto con la norma, il conflitto con ciò che è stato preordinato. Mentre dimostra grandi doti d’intrattenimento, tenendo con sadica sapienza sulla corda il proprio uditorio (e una sequenza, che qui non si cita nel dettaglio solo per non incorrere nell’ira funesta degli strenui oppositori del cosiddetto “spoiler”, è tra le più angoscianti e mirabili viste negli ultimi anni in giro per il mondo), Laxe intesse una riflessione politica tutt’altro che disadorna o velleitaria, tracciando le coordinate per una speculazione su un mondo diseguale, in cui anche il più innocuo degli europei è giustamente colpevole di connivenza, e l’Odissea verso il nulla è ciò che si garantisce a migliaia e migliaia di derelitti che affollano i necrologi nel tentativo disperato di una traversata. Alla ricerca di un Bengodi che non esiste, come forse non esiste Mar (mare? Marocco?), illusione di un mondo che ancora può spostarsi di rave in rave solo per ballare, e non per esplodere. Nel mondo musulmano la locuzione aṣ-Ṣirāṭ al-mustaqīm sta a indicare la retta via, il percorso che porta alla salvazione. Ma è davvero possibile oramai percorrerlo?

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…Sirât è una variante originale delle classiche pellicole on the road capace di lasciare a bocca aperta almeno in un paio di momenti e che nel complesso ha la capacità di rimanerti sottopelle. Così come nelle orecchie ti rimane la sua colonna sonora techno unz unz unz unz, che all'inizio ti può rimbecillire un po', ma quando ci hai fatto l'abitudine ti affezioni.

Senza stare a menarsela troppo con intellettualismi di sorta, Sirât possiede una sua notevole profondità e per certi versi può avere anche una lettura politica. Così come i suoi personaggi sono più profondi di quanto potrebbe sembrare a un rapido sguardo. Si può accusare chi partecipa ai rave di superficialità, di starsene a ballare spensierati mentre là fuori, in Marocco e non solo in Marocco, c'è la guerra. Di starsene a ballare delle musichette mentre fuori c'è la morte. Però, alla fine dei conti, chi è degno di maggiore rispetto? Loro che ballano, non fanno del male a nessuno e, anzi, se c'è da aiutare una persona in difficoltà la aiutano, o quelli che giocano a fare la guerra?

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venerdì 4 settembre 2020

Mimosas – Oliver Laxe

all'inizio non sai dove porterà il viaggio che farai con Oliver Laxe, e neanche te lo immagini.

un gruppo di persone accompagnano uno sceicco nelle città dove dovrà essere seppellito, ma attraversare le montagne dell'Atlante senza sapere la strada è un azzardo imperdonabile.

e il viaggio è un viaggio all'avventura, in posti che sono Africa, e prima non lo sapevi, delle montagne così selvagge.

gli attori, tutti non professionisti, sono bravissimi, in questo viaggio ipnotico, e il regista è uno davvero bravo.

non perdetevelo, vi sorprenderà, e se vi piacerà la metà di quanto è piaciuto a me vi piacerà moltissimo.

buona (imperdibile) visione - Ismaele


 

 

…La parabola di tutti i carovanieri assume un senso esistenzialmente reale, nessuno di loro è protagonista e nemmeno professionista, il viaggio a cui li sottopone il regista sembra renderli sempre più inermi, disillusi, lucidi nella loro disperazione, folli nella loro persecuzione. Nessuno ha idea cosciente dello stare lì (come i compagni di viaggio del Mortensen di Alonso o del Kinski di Herzog, ma senza nessun comandante), ma nemmeno uno ha idea di fermarsi. Ogni faccia racconta però una storia, solo accennata ed abbozzata, di fascino etereo ed esterno. Diventano spettatori del viaggio quasi come noi che ci troviamo di fronte ad uno schermo, nella mistica stessa che è l’abbandono n/del cinema e ai suoi poteri. Loro affondano in quel deserto e solo con la fede cercano un appiglio, quello che per noi può essere l’immagine, dai bordi smussati, dalla limpidezza rivelatrice dove la grana ricerca ancora la fisicità. Nel finale, quell’immagine è trafitta da una manciata di auto che attraversano il deserto al tramonto, sollevando enormi nuvole di polvere dalla loro scia, tra missione di recupero e un incontro di fantascienza. Dobbiamo credere ancora una volta, abbandonarci ad un fervore quasi mistico dalla perfetta armonia, tra un altra oscura notte prima del brillare di chiarore di un nuovo giorno. In fondo questo film splendido è solo un tempo in cui provare la caduta, uno spazio di lotta tenera e di colpa divina, dove il mistero della ragione scrive delicatamente il dolore e dove l’uomo cerca in lui una riconciliazione.

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A Sufi western? In the parole of Cannes’ critical taxonomy, the designation bestowed upon Oliver Laxe’s desert-fevered, Semaine de la Critique-winning allegory would seem reductive if it didn’t allude, paradoxically, to the film’s radically expansive nature. This leads one to wonder just what “a Sufi western” might look like, or how it could be fulfilled, in cinematic terms. A clue to Laxe’s strategy can be inferred, as with most films, from the very first frame: Mimosas opens with a shot of a wall mural depicting an ancient village set against the background of a vast mountain range, absent any defining context. The mural’s paint is leached of colour, peeling away in patches. Within the wall is a door, and upon the wall a shadow, cast by a nearby tree. Offscreen, voices of villagers can be heard, but are only registered as ambient noise…

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Una carovana accompagna un anziano e morire a Sigilmassa. Il suo ultimo desiderio è quello di essere sepolto con i suoi cari. Ma la morte non aspetta e lo raggiunge mentre sta attraversando le cime aspre dell'Atlante marocchino. I carovanieri, timorosi della montagna, si rifiutano di continuare a trasportare il cadavere. Said e Ahmed, due ladri che viaggiano con loro, dichiarano di conoscere la via di Sigilmassa e di sapere come portare il corpo lì. La moglie dello sceicco dubita: conoscono davvero la via? In un altro mondo, parallelo e remoto, Shakib è stato scelto per viaggiare verso le montagne, dove è la carovana. Il suo compito è chiaro: deve aiutare i carovanieri improvvisati a raggiungere la loro destinazione. Questa è la sua prima missione.

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La propuesta se divide en 3 partes del rezo islámico (reverencia, levantamiento y postración), la trama significa un recorrido por la fe frente al mundo del escepticismo religioso que se ha vuelto tan influyente, pero primero hay que tener presente que hacia la caravana que lleva a un Sheik a su descanso –quien ha decidido morir-  llegará un maestro sufí y no cualquier persona.

El personaje especial del filme es un maestro sufí que parece retardado y hasta suena cómico, Shakib (Shakib Ben Omar). Inicialmente todos lo ponen en duda, como cuando habla del demonio en la estación de taxis, y hasta se burlan de él, incluso su pupilo que aún no se ve así, sino un avispado hombre de mundo, el corpóreo. Shakib tiene su manera revolucionaria y naif de ver el mundo, como cuando opta en su idealismo, bondad y locura por el sacrificio, una muerte segura ante unos bandidos del desierto de Marruecos, instando a pelear por el amor, expuesto de manera muy básica. Shakib Ben Omar no es un actor profesional y en buena parte está haciendo de sí mismo, pero resulta harto carismático…

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In this minimalist film, one that’s deliberately slow paced and one whose images have a hard-to-describe beauty that reflects the harsh reality of its mountain landscape, the viewer is asked to meditate in these surroundings on the traveling situation. Laxe expects the viewer to answer for themselves any questions about faith they may have and to think about how those on the journey were forced to deal with both their base instincts and what might have been divinely inspired. It’s the sort of enchanting film you either fall under its spell or you don’t.

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giovedì 20 agosto 2020

O que arde – Oliver Laxe

provo a dire a cosa assomiglia, questo film, al primo Giorgio Diritti, a Lisandro Alonso e a Carlos Reygadas, per la storia e i personaggi/attori.

non è un film di molte parole, il silenzio, il paesaggio e la musica sono protagonisti anch'essi, come le tre mucche, sola proprietà di Benedicta e Amador, insieme all'orto.

bisogna farsi bruciare l'anima dal film, nessuno se ne pentirà, promesso - Ismaele


 

 

 

 

Cuando algunos dicen que no hay buen cine español, no tengo mucha idea de qué es lo que ven. Supongo que no son cosas como Lo que arde, una de las películas cromáticamente más bellas que he visto en mucho, muchísimo tiempo.

Es una pena que esta belleza venga dada de los atronadores incendios de Galicia, juntando en un mismo plano la objetiva belleza de la imagen con el terror que asola nuestra mente al pensar en lo que está ocurriendo realmente y que se ve acrecentada por los planos de bomberos en primer plano, tratando de extinguir el incendio y encontrándose entre la espada y la pared. Lo que arde, durante gran parte de su metraje, se desvela como la película definitiva de incendios, especialmente a nivel artístico. Es imposible que no te deje con la boca abierta.

El resto del metraje es inferior a todos los niveles, sin llegar nunca a la desazón y el aburrimiento, contando la historia de un pirómano que vuelve a casa tras realizar dos tercios de su condena. La película de Oliver Laxe habla del amor materno incondicional, del rechazo, de lo difícil que es hacer una vida nueva cuando nadie confía en ti y de superar el pasado. Son unas escenas bien rodadas y con un guión que deja entrever más de lo que muestra, pero en cuanto aparecen los incendios, la trama anterior se derrumba por su propio peso y deja paso a unos minutos de auténtico escándalo cinematográfico. Maravilla.

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…Al termine di un prologo ultra coinvolgente a livello visivo e sonoro, con i fari delle macchine edili che squarciano l'oscurità della notte mentre aprono un buco nella foresta, abbattendo un numero impressionante di eucalipti prima di fissarsi di fronte a un albero maestoso, il film segue le orme del suo protagonista, Amador (Amador Arias), un quarantenne rilasciato dopo due anni di carcere, che prende l'autobus per raggiungere il suo villaggio natale, in Galizia. Di ritorno nella casa isolata nel cuore delle montagne dove vive la sua vecchia madre Benedicta (Benedicta Sanchez) che accetta di ospitarlo senza fare domande superflue ("Posso rimanere per un po’? - Hai fame?"), il nostro uomo iper laconico si immerge in una routine quotidiana che consiste nel portare al pascolo le loro tre mucche, accompagnato dal cane Luna. Un po’ più lontano, alcuni vicini ristrutturano un edificio nella speranza di attirare turisti e nel villaggio che frequenta molto poco, Amador viene ignorato o raramente preso in giro ("hai da accendere?") in segno di rispetto per la sofferenza che ha sopportato sua madre. Un rigido inverno scorre sotto le piogge torrenziali nella routine minimalista della vita quotidiana della madre e di suo figlio profondamente immersi nella natura. Poi giunge la primavera, e con essa una simpatica veterinaria (Elena Fernandez) appena arrivata nella regione, prima dell’arrivo dell'estate, la stagione più pericolosa per gli incendi boschivi...

Affidandosi al notevole lavoro del direttore della fotografia Mauro Herce, Oliver Laxe crea un'opera sorprendente la cui asciuttezza narrativa è compensata dall'intensità delle sequenze quando il film vira improvvisamente nel cuore dell’incendio. Una vera prodezza di messa in scena che ricompensa profumatamente la pazienza precedentemente richiesta dalla narrazione estremamente spoglia e che dà la priorità alle sensazioni dello spettatore. Perché nel cinema, quando c’è l'eccellenza, e come dice su un altro tema uno dei personaggi del film, "per apprezzare la musica, non è necessario capire le parole".

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…lo que le interesa a Laxe es mostrar que todo lo que tiene lugar —las acciones, las dinámicas sociales, las actividades laborales— es fruto de los escenarios donde tienen lugar, un espacio donde el contacto íntimo entre personas y naturaleza pone de relieve la importancia de esta última como paisaje, como exposición emocional y cultural de sus vidas. Pero los espacios naturales, más allá de mostrar aspectos del universo recreado que no podrían ser expresados de otra forma, también funcionan como un ente con personalidad propia. El monte gallego, símbolo cultural de la región, se comporta como un personaje más, indomable, misterioso y, por momentos, místico. Estos momentos de recreación poética alcanzan el cénit en dos escenas, el prólogo y el clímax, de radiante preciosismo visual. Turbadoras, evocadoras, ambas representan la relación tensa, compleja, inexplicable mediante el discurso oral, entre el ser humano y la naturaleza. Una relación principalmente destructiva, no solo por la presencia del fuego sino por la explotación inmisericorde de los recursos naturales, poniendo en riesgo la estabilidad de los ecosistemas —la introducción artificial del eucalipto en los bosques como estrategia comercial se deja notar en la cinta como una manera de exponer el debate irresoluble que se vive en el seno de la sociedad gallega. Es en estas escenas donde la presencia humana se reduce a la de diminutos seres, incapaces de modificar el curso de los acontecimientos, que solo pueden hincar la rodilla ante unos seres ancestrales —el fuego y el monte— a los que, ante la imposibilidad de comprensión, solo queda admirar

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Lo que Arde es una película dura, lenta y minuciosa. Las relaciones lacónicas de los personajes pueden hacer parecer que existe una ausencia de drama, o que el drama que pretende contarse en relación con el personaje de Amador y los diferentes personajes secundarios queda evaporado con esos tiempos largos y pausados.

El clímax final es una explosión de la naturaleza que condena sin remisión a todos los presentes. Los prejuicios de las personas ya están hechos. La naturaleza simplemente sigue su camino. La ambigüedad queda implícita en todo el relato. Un relato que aunque funcional, resulta muy duro de digerir.

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En O que arde se revelan de un modo sosegado todas las aristas que conforman el medio rural. En Benedicta se conjuga esa ternura incondicional por su hijo y el inmenso amor y cuidado por los animales y el huerto; en Amador la mirada amarga de quien se ha resignado a una vida efímera y leve; en su vecino Inazio, ese afán por mejorar y buscar otras vías que aseguren la permanencia del lugar; en la veterinaria, el convencimiento de que la vida en el campo es viable. Y el gran acierto de todo ello es revelarlo a través de conversaciones mínimas, de momentos fugaces dentro de la cotidianeidad crepuscular del entorno. El control sobre el espacio y el tiempo, tanto real como fílmico, del que hace gala Laxe nos desvela, de nuevo, un director audaz, atento a lo que necesita cada segundo de metraje. La construcción minimalista del diálogo, que otorga un halo austero y misterioso a los personajes, junto con una imagen grandiosa y apabullante que nos presenta el preciosismo y la belleza de todo lo que les rodea, tiene como resultado un retrato entre lo místico y lo mundano. El dominio absoluto por parte del director en estos dos polos sobre los que se asienta la puesta en escena convierte a O que arde en una película viva y dinámica, extremadamente rica en su propuesta y en los distintos significantes. Porque la aproximación de Laxe a Benedicta, Amador, los animales, el monte y el fuego está lejos de regirse por conflictos simplistas, maniqueos o lugares comunes. Hay una mirada honesta y veraz sobre los personajes y los lugares, la mirada de alguien que conoce y ama lo que está contando; un acercamiento alejado de la condescendencia, desde la serena y temprana nostalgia que otorga la observación de una realidad que parece apagarse ante nuestros ojos. Aunque más que apagarse, se enciende. Y cuando prende, esa fragilidad se convierte en un dolor que parte de la propia imagen. La película del director de Mimosas, uno de los mejores funambulistas en el arte de transitar entre la ficción y el documental, se convierte en una pesadilla envuelta en llamas.

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scrive Manuel Rivas:


O que arde
 es una película lenta, con planos fijos mantenidos durante mucho más tiempo de lo habitual, silencios inusualmente largos y una historia que parece no avanzar. Odio ese tipo de películas. Y, aún así, salí del cine absolutamente enamorado.

Pero mejor vuelvo a empezar.

O que arde no es una película lenta, lleva el ritmo de una vida ya casi perdida, la de la montaña lucense; no es que sus planos fijos se mantengan mucho tiempo, es que cada plano es un cuadro que hay que observar y absorber; no importa que los silencios sean inusualmente largos, porque son los que construyen la historia; y no pasa nada porque la historia no avance en la narración, porque la historia sucede dentro de los personajes. ¿Cómo no iba a salir del cine completamente enamorado?

Vídeo promocional de O que arde.

La película cuenta la historia de Amador, un pirómano que sale de la cárcel y vuelve a casa de su madre, Benedicta, en una aldea de la sierra de Os Ancares, y de su nueva vida allí, que no es más que un retomar vida en el punto en el que la dejó antes de entrar en prisión. Esto, que parece suficiente para sostener la película no es más que una excusa para hablar de la soledad y el aislamiento de la montaña; de la fragilidad de todo el entorno, tanto natural como humano; de la precariedad de las brigadas antiincendios… envolviéndolo todo en una poesía visual que justifica por sí sola todo el metraje. Valgan como ejemplo los primeros minutos, en los que Oliver Laxe y Mauro Herce convierten la tarea de crear un cortafuegos en un ballet cargado de suspense que hace que O que arde nos lleve a un clímax estético del que casi no nos bajará hasta los créditos finales.

La película se construye fundamentalmente en torno al silencio de los personajes. Amador y Benedicta apenas hablan. Ni entre ellos ni con los demás. Las interacciones de Amador con todo lo que le rodea acrecientan su aura de ser solitario. Una soledad en parte voluntaria y en parte impuesta. Como cuando en un entierro alguien le pregunta entre risas y desde la distancia ¿tes lume? (¿tienes fuego?); la única reacción de Amador es encogerse y mirarse los pies. Amador siempre está solo, evita la compañía por saberse evitado; la rechaza por saberse rechazado.

Así que, repito, ¿cómo no iba a salir del cine completamente enamorado?

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