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venerdì 26 settembre 2025

Duse – Pietro Marcello

Valeria Bruni Tedeschi (che interpreta Eleonora Duse) è la protagonista assoluta del film, un'attrice che ritorna "in campo" dopo diversi anni di pensione negli Usa.

torna in patria e riprende il suo lavoro, in un momento storico terribile per l'Italia, qualche anno dopo la fine della prima guerra mondiale.

la storia dell'attrice è accompagnata da un filmato d'epoca del viaggio in treno che attraversa l'Italia, da Aquileia a Roma, per trasportare il milite ignoto all'Altare della Patria.

Valeria Bruni Tedeschi è Eleonora Duse, piena di dubbi e paure, decisa a tornare in teatro, ma in pochi anni l'Italia è cambiata, e le sue relazioni personali sono complicate, con la figlia sopratutto. 

il film non è un'agiografia, il registra mostra una donna che è nella fase discendente della sua vita, e non riesce ad accettare il tramonto.

buona (Valeria Duse) visione - Ismaele



…Duse resta un'opera sincera, coerente, ricca di suggestioni e visioni potenti. E' un film che non ti concede nulla, che richiede attenzione e tempo, ma che riesce comunque a lasciare un segno tangibile, seppur silenzioso, in chi è disposto ad ascoltarlo. Non tutto funziona, specie in qualche personaggio secondario (il cameo dello storico Giordano Bruno Guerri è una marchetta pura e semplice), e non tutti usciranno dalla sala emozionati. Ma chi ama il cinema che sa prendersi il suo tempo, che guarda al passato per interrogare il presente, troverà in Duse un qualcosa di prezioso: un film che crede ancora nella forza delle immagini e nella memoria delle voci che non si sentono più.

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...La regia di Pietro Marcello è ricca di trovate ispirate, fotografate nei toni freddi del blu in una Venezia desolata ed eterea. Mentre si moltiplicano le immagini che richiamano alla cecità e a uno sguardo offuscato, nella seconda parte si fa strada un palpabile senso di imbarazzo per una protagonista che si vende a Mussolini dopo aver "bruciato" Ibsen e lo stesso D'Annunzio (il sempre notevole Fausto Russo Alesi in un'interpretazione estrema, che non si fa schiacciare dagli eccessi di Valeria Bruni Tedeschi) sull'altare di un'incrollabile devozione - alla propria storia, al teatro, o forse all'idea di poter rimanere avanti al tempo

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…Il risultato, nel complesso, non assume di certo le fattezze di un brutto film: l’estetica autoriale di Pietro Marcello conferisce spessore e dignità al racconto, trovando una buona sintonia con la scrittura del personaggio interpretato da Valeria Bruni Tedeschi, la cui prova, ripetizioni permettendo, resta il fulcro dell’opera, ciò che la sostiene nei momenti più fragili e le impedisce di crollare del tutto. Duse non è quindi considerabile un fallimento, ma un film irrisolto, a tratti bipolare, in cui elementi riusciti convivono con altrettanti punti deboli e si traducono in un prodotto destinato a sfiorare appena la sufficienza senza mai riuscire a spingersi veramente oltre.

Non sorprende allora che la complessità di questa seconda parte abbia generato una ricezione altrettanto sfaccettata. Se sui social la polemica si è concentrata soprattutto sulla prima metà, bollata in maniera anche fin troppo punitiva come ingenua e talvolta pretenziosa, l’accoglienza in sala durante la conferenza stampa ha raccontato un’altra storia: sin dall’ingresso degli attori, e poi ancor più durante le risposte alle domande dei giornalisti, la sala si è scaldata in un applauso fragoroso e prolungato, insolito per un contesto in cui di solito si tende a trattenersi e ad aprire non più di uno spiraglio al proprio io. È un segno di quanto Duse divida e al tempo stesso colpisca, di come riesca a far parlare di sé tra entusiasmo e irritazione, proprio come il personaggio che porta in scena.

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…Marcello sembra voler costruire un ritratto che tende al simbolo: la Duse come una Vergine Maria laica, colei che tutto illumina e tutto redime. Un'immagine potente, ma che semplifica e impoverisce. È l'idea della santa più che quella della donna, un'icona costruita con cura estetica ma privata di ambiguità. La pietà domina il racconto, sostituendosi alle contraddizioni che avrebbero potuto renderlo vivo. Ciò che resta è una trita santificazione, dove l'eccesso di riverenza diventa un freno alla narrazione.
Eppure Marcello sa costruire immagini di grande bellezza. I palcoscenici vuoti, i lampioni che tremano nella notte, i costumi d'epoca catturati in inquadrature delicate restituiscono un tempo sospeso, fatto di polvere, di attesa, di memoria che sfugge. La regia è attenta, raffinata, elegante: ogni inquadratura è composta con una precisione pittorica che testimonia la sensibilità visiva del regista. Ma proprio questa perfezione formale rischia di diventare un ostacolo. L'occhio si compiace della bellezza delle immagini, ma il cuore resta distante. La cura estetica, invece di aprire alla vita, costruisce una barriera che separa lo spettatore dall'umanità della protagonista.
Alla fine, tutto quello che ci è dato è solo un'ombra nobile, elegante, sempre in posa: ciò che manca è la vita vera, l'imprevedibilità, l'errore. In questo scarto tra intenzione e risultato, tra estetica e sostanza, si consuma il limite del film. Il rimpianto resta: la Duse, donna di carne e contraddizioni, merita un racconto che restituisca la sua complessità, la sua imprevedibilità, non una versione levigata e mitizzata che conforta più di quanto interroghi. L'intensità esasperata, la pietà eccessiva, la santificazione banale della protagonista lasciano il film più vicino a un omaggio stilizzato che a un biopic memorabile. Rimane l'immagine di una santa del palcoscenico, ma si perde la vitalità della donna che osò consumarsi sul palco e nella vita. Ed è proprio questo il rimpianto più grande.

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Duse sembra talvolta un lavoro a corrente alternata, con picchi e disomogeneità intensive, nel suo voler inquadrare un trapasso, parlando anche di cosa facciamo noi, qui, mentre tutto è in rovina, ma anche nel voler restituire il più possibile un ritratto tridimensionale, e su più piani esistenziali, della Divina, come se non si potesse sfuggire, almeno in una certa misura, alla necessità di esplicitare la personalità. In questo senso, la bravissima Valeria Bruni Tedeschi porta sulle proprie spalle qualcosa di più di una “semplice” interpretazione, facendosi vettore di accensione o stasi, di epifanie palpitanti o azioni/gesti maggiormente “di repertorio”, dipendendo il film da lei in misura decisamente marcata o, viceversa, essendo la sua interprete il barometro più netto dell’intero lavoro. La dialettica con l’immagine archivistica, tratto stilistico piuttosto frequente in Marcello, è qui quasi un raddoppio, teso all’esplicitazione del mortuario implicito, tramite un ritornello funerario e le inquietanti maschere degli italiani, specie a Roma durante l’ascesa del fascismo. La maggior convenzionalità narrativa di Duse rispetto ad altri film del regista lo rendono un’opera dalle traiettorie interne più centrifughe rispetto a un “nucleo” tematico ossessivo o monolitico. E questo è sia un cambiamento ben legittimo e positivo rispetto alla filmografia di Marcello, sia un percorso che conduce a dimensioni differenziali non sempre armoniche, non sempre compenetrantesi. Ma comunque molto interessanti.

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Marcello arricchisce la pellicola di filmati d’epoca, un escamotage con cui rendere ancora più forte il legame della “Divina” con il periodo storico epocale.

“Duse" è un film davvero interessante poiché racconta il nostro recente passato, un passato da cui dovremmo imparare qualcosa. "Duse" è un resoconto che si destreggia egregiamente tra il privato ed il pubblico mettendo in scena l’immobilità del teatro dusiano e la velocità dei cambiamenti politici del Bel Paese. Marcello parla di Eleonora Duse ma narra soprattutto l’orribile Italietta dei papponi, degli approfittatori, dei vigliacchi che nel ventennio si accomodarono sul carro fascista per commettere crimini e sfruttare le più sordide occasioni di successo. L’Italietta del soldato ed aspirante drammaturgo Giacomo Rossetti Dubois sulle cui spalle poggiano le sconsiderate scelte di milioni di italiani che si fecero fascisti per rivalersi sugli altri dei propri fallimenti. Il suo incontro in camicia nera con una Eleonora Duse delusa ed incredula è forse il centro nevralgico di questo ritratto d'epoca. Di quella loro e di quella nostra.

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martedì 4 luglio 2023

Rester vertical - Alain Guiraudie

un film complicato, la gente vuole fuggire, ma se si allontana lo fa di pochi chilometri, tutti sono scontenti, è un mondo difficile, come canta Tonino Carotone.

una Francia che non è mai Parigi, non ci sono gli Champs-Elysées, tutto si svolge nella Francia profonda, Marie alleva le pecore, per aiutare il padre, ma ne ha abbastanza, e incontra Leo, un insoddisfatto, che la conquista (o viceversa), poi lui fugge, e quando torna scopre di essere padre.

e poi succedono (piccoli e significativi) avvenimenti.

Alain Guiraudie non delude mai.

buona (campestre) visione - Ismaele


ps: appare anche Raphaël Thiéry, poi protagonista del film Le vele scarlatte, di Pietro Marcello.

 

 

Un film importante. Un film dove tutto è inspiegabile eppure ben comprensibile. E ancora: un film dove si vuole partire ma non si parte, un film che potrebbe sembrare una fiaba incantata e insieme paurosa se non fosse girato in stile naturalistico, un film dove tutto è rovesciato. Un film dove si desiderano persone di ogni sesso e dove un uomo anziano è sodomizzato platealmente. Può esistere un simile film senza rivelarsi un bluff? Esiste e si tratta del secondo titolo del concorso, Rester vertical di Alain Guiraudie. Un gioiello.

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Rester vertical narra las desventuras bucólicas de Léo, un director de cine atascado en la escritura de su último guion. Léo es un poco cretino, un caradura que se aprovecha de las situaciones como puede. Este es el primer elemento de distensión para generar comedia. Presiona a un chaval para que se una su rodaje, se aprovecha de la soledad de una granjera para llevársela a la cama y le saca dinero a su productor con la promesa de un guion que nunca llega, y del que cada vez se siente más desinteresado. Islas cómicas en un mar de solemnidad dramática. La película empieza muy seria, pero evoluciona hacia el terreno de lo insólito, y la manera que encuentra para hacerlo es una creciente comedia. Sin necesidad de acudir a lo disparatado, las situaciones son cada vez más extravagantes. Para que esta mezcla de drama y comedia funcione, se requiere un manejo excelente del tono por parte del director. Más allá de debates estériles acerca de qué es más sencillo o complicado, lo cierto es que moverse en terrenos tan pantanosos como los de Rester vertical, tan confusos, tan voluntariamente indefinidos, en los que alargar una décima de segundo el plano puede llevar la idea al fracaso, requiere una mano maestra, como la que Alain Guiraudie demuestra tener.

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sabato 14 gennaio 2023

Le Vele Scarlatte – Pietro Marcello

il film "francese" di Pietro Marcello è una storia di un secolo fa, dopo la prima guerra mondiale, con immagini d'epoca che potrebbero benissimo essere prese da J'accuse, di Abel Gance.

è la storia di Raphael che torna dalla guerra, sua moglie è morta, e poi si scoprirà come e perché, resta una bambina, Juliette, che lui alleva con infinito amore.

intanto Raphael cerca di sopravvivere lavorando onestamente, è un operaio-artigiano come pochi.

Juliette cresce, sempre brava a scuola, in un villaggio di merda, e sì scoprirà perché.

Juliette, che intanto è diventata bella e ha conosciuto l'amore di un aviatore, è sempre tormentata dai ragazzi del paese (fra i quali per un attimo appare Quinquin del film P'tit Quinquin, di Bruno Dumont.

un film d'altri tempi, che non sfigura nei nostri.

buona (volante) visione - Ismaele


ps: la canzone che canta Juliette è una poesia di Louise Michel

eccola:

Les hirondelles 

Hirondelle qui vient de la nue orageuse

Hirondelle fidèle, où vas-tu ? dis-le-moi.
Quelle brise t’emporte, errante voyageuse ?
Écoute, je voudrais m’en aller avec toi,

Bien loin, bien loin d’ici, vers d’immenses rivages,
Vers de grands rochers nus, des grèves, des déserts,
Dans l’inconnu muet, ou bien vers d’autres âges,
Vers les astres errants qui roulent dans les airs.

Ah ! laisse-moi pleurer, pleurer, quand de tes ailes
Tu rases l’herbe verte et qu’aux profonds concerts
Des forêts et des vents tu réponds des tourelles,
Avec ta rauque voix, mon doux oiseau des mers.

Hirondelle aux yeux noirs, hirondelle, je t’aime !
Je ne sais quel écho par toi m’est apporté
Des rivages lointains ; pour vivre, loi suprême,
Il me faut, comme à toi, l’air et la liberté.

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“Le vele scarlatte” è ambientato nel periodo storico tra le due guerre mondiali in un piccolo paesino di campagna. Un ambiente e un tempo che sanno di antico, di semplice, di situazioni legate alla natura e alla genuinità di cibo, relazioni e amicizie.

Purtroppo gli eventi non andranno tutti in questa direzione svelando anche caratteristiche poco costruttive nel paese come l’invidia, la gelosia, l’arroganza e l’egoismo di diversi personaggi. Una dinamica ben organizzata da una buona sceneggiatura e da delle ottime interpretazioni magistralmente dirette da Pietro Marcello. La sua regia da spazio non solo alla vicenda e ai personaggi ma anche alla natura, ai paesaggi, ai colori dei prati, delle case facendoci respirare proprio l’atmosfera.

Juliette inesorabilmente avrà anche fame d’amore, quell’amore che cade letteralmente dal cielo e che gonfia quelle vele che metaforicamente danno una spinta inesauribile a una barca per affrontare il mare aperto. Andare oltre le difficoltà, intraprendere il cammino anche se il traguardo sembra lontano, mai arrendersi sono gli ingredienti per realizzare i propri sogni.

Un ottimo film, di quelli che parlano al cuore, lo interrogano e il cuore si chiede come mai, oggi, non può essere così tutto benedettamente genuino.

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Una película encantadora que enamora por la humanidad de sus personajes y la belleza de su composición. El trabajo del reparto ayuda a olvidar que ya hemos visto esta historia otras veces, y los interludios musicales acabarán por hacernos salir del cine con una sonrisa.

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Il film potrebbe piacere agli estimatori del cinema di Pietro Marcello, avendo dalla sua una costruzione scenografica ed estetica di per sè non sgradevole (anche se si potrebbe discutere su quanto questa riesca a essere efficace nei suoi intenti) e qualche richiamo al suo precedente film “Martin Eden” (che però era più centrato e attento). A mantenere vivo l’interesse sono quantomeno le interpretazioni principali e alcune sequenze di maggior respiro, in cui si fa risaltare la bellezza (esteriore e interiore) della protagonista, totalmente in comunione con i luoghi in cui vive (su tutte la scena del canto).

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Juliette, però, non abbandonerà mai la fattoria dove è nata e cresciuta e resterà sempre a fianco del padre e delle persone che hanno aiutato Raphael a tirare su la figlia, aiutandolo sempre per quanto le è possibile. Juliette, quindi, per quanto ammaliata da una profezia – che in parte sembra avverarsi – resta fino in fondo padrona del proprio destino, padrona delle proprie scelte, in modo indipendente e fiero in una storia malinconica e profondamente nostalgica, ma anche piena di speranza per il futuro di una giovane donna che sa come affermarsi nel mondo…

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Le vele scarlatte è il primo film francese di Marcello e si cala profondamente nell'estetica della Normandia dei primi del Novecento, fino ad estendere la grana delle immagini d'archivio a quelle realizzate dal direttore della fotografia Marco Graziaplena (ma a manovrare la cinepresa c'è come sempre il regista cadreur). Maria Giménez Cavallo, già collaboratrice di Abdellatif Kechiche e Marco Graziaplena per il dittico Mektoub, My Love e per Futura del trio Marcello-Munzi-Rohrwacher, firma la "direzione artistica".

Tutta l'iconografia di Le vele scarlatte è fedele ad un mondo scomparso e una società che Juliette vuole trascendere, anticipando quell'emancipazione femminile lontana a venire, perché la maga le ha detto che "se sei una femmina soprattutto non tremare davanti al drago". La dimensione del racconto è avventurosa (come il nome della casa di produzione di Marcello, Sara Fgaier e Gianfranco Rosi), con tanto di pilota temerario sulla macchina volante dal volto antico e romantico dell'onnipresente Louis Garrell.

Nei panni di Juliette c'è un'attrice esordiente, Juliette Jovan, ma a reggere tutta l'architettura narrativa sono Raphael Thiéry e Noemie Lvovsky nei panni di Raphael e Adeline: non solo due interpreti ma due formidabili presenze cinematografiche. E il cammeo di Yolande Moreau nei panni della maga si concentra sul suo sguardo azzurro che sembra nato per il vaticinio. Al centro della storia c'è l'abilità manuale come veicolo (non arma!) di riscatto, e le mani da lavoratore di Thiéry, che "possono fare i cosiddetti miracoli", come scrive Grin, raccontano da sole tutto un vissuto leggendario.

Le vele scarlatte è una fiaba semplice e antica, raccontata secondo codici scomparsi, fedele a ritmi e relazioni che non ci sono più, e che invece sarebbe importante ritrovare. La regia di Marcello accarezza con gentilezza ed empatia i suoi personaggi, li racconta senza fretta, li circonda di un'atmosfera sospesa ma anche ben radicata nel reale. Il suo Rapahel è, come lui, un artista che non si esprime in parole ma in gesti, che produce note musicali (bellissimo il commento sonoro di Gabriel Yared) e giocattoli creati per nutrire quell'immaginazione che l'epoca e le circostanze negano alle persone. E il potere dell'immaginazione si rivela il vero eroe della storia.

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mercoledì 27 ottobre 2021

Futura - Pietro Marcello, Francesco Munzi, Alice Rohrwacher

un film documentario costituito da interviste di Pietro Marcello, Francesco Munzi e Alice Rohrwacher a ragazze e ragazzi di tutta Italia nell'ultimo anno.

hanno raccontato le loro ansie e paure, i loro sogni e desideri.

il quadro che ne esce è complesso e diversificato, sono spaventati, rassegnati, spesso con voglia di fuggire (forse di nascondersi), eppure vivi, sovente individualisti, raramente con un pensiero collettivo.

appaiono anche alcuni stralci d'inchieste sui ragazzi e bambini degli anni '60, sembrano sia passato un secolo, regnava la miseria, ma si sperava nel futuro.

sono stati intervistati anche delle ragazze e dei ragazzi che frequentano la scuola Diaz, a Genova, nati dopo il 2001, i fatti successi in quella scuola sembravano non riguardarli troppo, a scuola non se n'é mai parlato, alcuni sapevano qualcosa per conto loro, e giustamente ne erano atterriti, anche se con distacco.

quei terribili fatti di Genova 2001 non possono non essere nello sfondo, la paura e l'individualismo passa anche per quello che è successo lì.

sarebbe bello che in tutte le scuole vedessero Futura, seguito dalla visione di Diaz – Non pulire questo sangue, di Daniele Vicari (QUI), seguito da un dibattito vero, in ogni classe.

Futura è al cinema solo per tre giorni, poi si potrà noleggiare o comprare o vedere su Raiplay, chissà.

intanto, per quando sarà, buona visione - Ismaele


ps: se aggiungiamo che la classe dirigente che ha promosso torturatori e aguzzini non è mai cambiata, e che chi governa sono sempre ministri e dirigenti della paura e del terrore, del bla bla bla e dei diritti acquisiti (un esempio fra tutti il diritto acquisito del delinquente Formigoni a un vitalizio, e non solo lui, soldi rubati ai giovani), si capisce bene che il futuro è in mano a chi ha fatto enormi danni, e i giovani che vivranno il futuro troveranno solo le macerie create da un sistema politico ed economico che li esclude e li escluderà (tranne i cooptati che racconteranno bugie su bugie, finché dura).


 

…In tutte le interviste sorprendono la lucidità, la chiarezza con cui i ragazzi vedono le difficoltà e la mancanza di prospettive, la disillusione, perfino la rassegnazione. Si nota l’assenza della politica, nel senso di spinta al cambiamento attraverso la partecipazione alla vita collettiva.

I registi sono a Genova per l’anniversario del G8, un anno e mezzo dopo aver cominciato il viaggio in Italia, e incontrano gli studenti che oggi frequentano la scuola Diaz. Colpisce il silenzio dei ragazzi quando gli chiedono che ne pensano di quello che è successo lì nel 2001, quando non erano ancora nati. “Non vi hanno mai raccontato niente?”, “Sinceramente no”, risponde uno di loro.

Se nelle redazioni dei giornali e delle case editrici, nelle sedi dei partiti (almeno quelli più o meno di sinistra), nelle stanze dei sindacati, ai piani alti delle grandi aziende, nei centri studi, a palazzo Chigi e nei ministeri più importanti, insomma se in tutti quei posti dove si cerca di capire che paese è, e sarà, l’Italia, quest’anno decidessero di guardare un solo film, sarebbe bello se fosse questo. 

da qui

 

…I ragazzi, per i tre registi, sono "divenenti", vite al confine dell'età adulta sul punto di trasformarsi, come "creature sovrannaturali". La loro percezione è che non ci sia futuro in Italia, dove non riescono a "lasciare un segno" e si sentono continuamente "giudicati". "Qua la felicità non ce la vedo", concludono, immaginando di trasferirsi in un El Dorado straniero.
Il sentimento dominante è la paura del domani, soprattutto in termini lavorativi: anche perché molti vorrebbero fare il calciatore o la performer, puntando a sogni poco realistici. Molti percepiscono che l'istruzione non è più una garanzia di stabilità economica e hanno già le idee molto chiare sul precariato e lo sfruttamento che probabilmente li aspetta. Ma si preoccupano anche dei loro genitori, che vedono "fare i salti mortali". A tanti manca la capacità di contestualizzare e attingere alla Storia - anche quella recente, come la mattanza del G8. E tuttavia questi ragazzi spaventati sono capaci di grande saggezza: ad esempio uno descrive l'istruzione come un mezzo per "non avere paura dell'ignoto" e afferma che "i maestri fanno dell'errore il loro primo valore e della condivisione il secondo".
C'è chi descrive un "futuro immateriale", chi denuncia "il dominio dei social network", chi teme di essere rimpiazzato da una macchina sul posto di lavoro. Vogliono "provare a fare di più per gli immigrati che aiutarli solo a sopravvivere", definiscono il razzismo e la violenza sulle donne "roba da vecchi" - anche se poi i maschi continuano a dominare le conversazioni, a meno che il gruppo intervistato non sia tutto femminile. E ad un certo punto delle riprese arriva l'irruzione della pandemia, lo sguardo in macchina degli intervistati si colora di una paura nuova, e Futura diventa "il diario di uno stato d'animo contagiato".
L'affresco è più interessante che cinematograficamente riuscito, più ricco di suggestioni che di approfondimento. Anche la pluralità di sguardi dietro la cinepresa contribuisce alla disomogeneità del risultato, che non riesce a prendere una direzione chiara. Ma in questo è anche lo specchio dei ragazzi che racconta, e resta un documento prezioso da cui partire per scavare più a fondo e dare nuovo spazio e ascolto ai "divenenti".

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sabato 14 settembre 2019

Martin Eden – Pietro Marcello

Pietro Marcello riesce finalmente a girare un film che si può vedere in tante sale, col protagonista Luca Marinelli vincitore come miglior attore al Festival di Venezia.
si tratta di un film coraggioso, si attraversa mezzo secolo, ed è un film collettivo, Martin Eden dentro di sè è tante persone, come Stig Dagerman, e tanti altri "irregolari", come anche Martin Eden è.
Pietro Marcello è un regista di serie A, Bella e perduta era il primo film della mia classifica del 2015-2016 (lo potete vedere qui).
cercate Martin Eden e godetene tutti.
se, dopo aver visto il film, leggete il libro di Jack London e quelli di Stig Dagerman non restererete delusi, ci scommetto - Ismaele





Attenti al cane! – Stig Dagerman
“Certo è deplorevole
che gente che vive di sussidi si tenga poi un cane”
ha dichiarato un responsabile
della Previdenza Sociale
del Varmland
La legge ha i suoi difetti
I poveri han diritto di tenere un cane
Potrebbero tenere dei topi invece:
van bene anche loro e sono esentasse
Se ne stanno in anguste stanzette
coi loro costosi bastardi.
Perché non giocano con le mosche?
Non sono animali da compagnia?
E al Comune tocca pagare.
Bisogna farla finita
o c’è da temere
che si comprino delle balene
Una decisione va presa:
abbattere i cani! Non è una buona idea?
Il prossimo provvedimento. abbattere i poveri
Così il Comune risparmierà qualcosa.

Un regista coraggioso alla sua prima esperienza con un lungometraggio di due ore in cui c’è tutto: politica, lotte sindacali, filosofia, passione per la scrittura come mezzo per liberare l’anima, amore fraterno e amore con la A maiuscola, amicizia e solidarietà, ipocrisia e classismo.
Un Film che racconta un secolo intero capace di trasportare il sogno americano secondo cui a tutti è data la possibilità di emergere, basta volerlo intensamente, in una nazione in cui questo non è vero , attraversando il secolo presente attraverso un mix di scene recitate ed immagini di repertorio. Televisori da boom economico e abiti da primi Novecento, mercati e balere, una Napoli senza tempo con i suoi vicoli e i suoi popolani, truppe fasciste e emigrati sulla spiaggia, il tutto fa da sfondo alla storia che Jack London, convinto socialista, inventò tra il 1908 ed il 1909. Il libro è un attacco all’individualismo inteso come basato su convinzioni individualiste di stampo nietzschiano ed è anche un attacco al capitalismo imperante in America che aveva ridotto alla fame miglia di persone…

Pietro Marcello ha dichiarato di aver girato Martin Eden: «In stato di grazia, con un gruppo di lavoro che è diventato come una famiglia. Abbiamo scelto di traslare la storia a Napoli perché è una città di mare, come la San Francisco del libro, ma noi volevamo portare la storia nel Novecento europeo. Napoli è un laboratorio all’aperto, una città accogliente e tollerante in cui non si può che essere disponibili all’imprevisto e all’imprevedibile, come mi ha insegnato il documentario». Secondo il regista campano, Martin è «un personaggio negativo, che perde il contatto con la realtà e si autodistrugge, un po’ come Michael Jackson o Fassbinder, artisti che sono stati in modo diverso vittime del loro successo»…

c’è tanto Pietro Marcello: in Martin Eden troviamo molto dell’ottimo La bocca del lupo, ma anche di Bella e perduta. Il regista casertano ha fatto ricorso a molti materiali di archivio con un montaggio contrappuntistico – alcuni realizzati dallo stesso Marcello – Una scelta fatta per raccontare la grande storia, per raccontare il Novecento tra pregi e difetti.
Dall’apertura con Errico Malatesta, tra i principali teorici del movimento anarchico, ai parallelismi con poeti rivoluzionari come Vladimir Majakovskij e Stig Dagerman: Pietro Marcello segue una strada ben precisa per raccontare il personaggio e tutto ciò che gli sta intorno. Esemplare in tal senso il ruolo di Carlo Cecchi con il suo Russ Brissenden, un semi-anarchico cinico e disperato: è lui il principale interlocutore di Martin Eden ed è lui a spingerlo verso il socialismo. Poi lo spaesamento e il nichilismo individualista, l’infelicità come unico stato d’essere. Degno di nota il lavoro dei due montatori Aline Hervé e Fabrizio Federico, come del resto la grande varietà del commento sonoro a cura di Marco Messina e Sacha Ricci. Pietro Marcello si conferma uno dei cineasti più originali in circolazione: una regia variegata ed un racconto personale, fuori da ogni schema.
Il film della maturità, un’opera poetica che entra dentro lo spettatore e lo conquista anche grazie ad un Luca Marinelli in stato di grazia. Da non perdere.

tutto in questo film sembra magnificamente sbagliato, perché Pietro Marcello si rifiuta di ricostruire un’epoca precisa. Televisori da boom economico sono affiancati ad abiti da primi Novecento, truppe fasciste sono mostrate dopo che il protagonista cammina per strada accanto a persone vestite come nel nostro presente. Ci sono sostanzialmente tutte le epoche del Novecento italiano insieme, schiacciate e mescolate per arrivare a un non-tempo; l’affermazione più forte sulla storia sempre uguale del nostro paese, caratterizzato dai medesimi atteggiamenti, cent’anni fa come oggi.
Qui sta l’incredibile intuizione: prendere un romanzo con una trama non vicina alla nostra cultura, fondato sul rifiuto del fatalismo e l’affermazione che ognuno è artefice del proprio destino, che tempo e volontà possono ribaltare condizioni avverse, che duro lavoro e abnegazione vengono premiati, e dargli un afflato italiano più che una vera contingenza italiana. Aver trovato la maniera in cui una storia simile possa dire qualcosa riguardo un popolo a cui non appartiene è il vero traguardo.
Una colonna sonora molto armoniosa, da romanzone americano anni Cinquanta, contribuisce a unire quello che vediamo con la provenienza anglosassone all’insegna del cinema classico, anche se questo film classico assolutamente non è. Ma lo stridore tra immagini e musica risulta misteriosamente piacevole…

Il Martin Eden di Marcello (e del suo cosceneggiator Maurizio Braucci) non abita più a San Francisco, ma in una Napoli e in un’Italia sospesa e spaccata tra miseria e nobiltà, tra cenciosità e lussi borghesi. In un tempo indistinto che mescola ere e passaggi storici, con avantindietro tra primo Novecento, anni Trenta e Quaranta (forse), anni Cinquanta e Sessanta. Senza però andare oltre quella soglia temporale. Fermandosi, m’è parso, alla vigilia del gran miracolo economico che stravolse l’Italia, che innescò un’irreversibile mutazione antropologica, come avvertì e lamentò Pasolini. Pietro Marcello, che ne sia o meno consapevole, appartiene a quel drappello di nostri cineasti che non possono non dirsi pasoliniani (Claudio Giovannesi, per citare un nome), per come si ostinano a cercare, alcune volte trovandola altre rimpiangendola, l’Italia vitale, triste e allegra, povera e innocente prima della caduta nell’uniformità globale e nel consumo di massa. Perché abbia scelto Martin Eden di Jack London come canovaccio e grimaldello per penetrarla, ricordarla, riproporla anche feticisticamente suona quantomeno paradossale, vista la distanza cultural-antropologica del romanzo. Ma ammetto che l’operazione pur bizzarra funziona molto, molto bene per gran parte del film, quando i materiali utilizzati da Marcello – videodocumenti d’archivio, residui ancora reperibili dell’Italia preboom, paesaggi italiani (anche umani) sopravvissuti alla grande distruzione-modernizzazione, tracce narrative di immediata derivazione londoniana – si fondono miracolosamente nonostante la loro eterogeneità e incongruità in puro cinema, in flussi di immagini sature di senso, risonanze, suggestioni. Ma è un esercizio acrobatico a continuo rischio caduta, e qua e là le cadute ci sono. Allora Martin Eden rivela le sue fragilità strutturali, l’insieme si disaggrega nei suoi elementi e il viaggio spazio-temporale diventa virtuosismo autoreferenziale, celibe…

Martin Eden narra la vida de su protagonista. Pero no es una biografía al uso. Por supuesto que nos cuenta la historia del personaje, pero la cámara de Pietro Marcello presta especial atención a su entorno. Desde las calles de los barrios pobres de Nápoles a los decadentes palazzos burgueses. Siempre con ese estilo realista que le caracteriza. Pero esas imágenes naturalistas que reflejan la peripecia de su protagonista son interrumpidas de forma sorprendente y sugerente por imágenes de archivo, no necesariamente relacionadas en el tiempo o en el espacio, pero sí en su fondo con la acción de la película, dando como resultado una combinación mágica y evocadora.



…Visto che gli italiani di oggi sono tanto prodighi di lodi ai registi sperimentali e pronti ad andare in estasi per la favola anticapitalista del povero straccione che tutti i ricchi disprezzano e perfino i suoi amici proletari commiserano, ma che alla fine è migliore di tutti e resta disperatamente solo anche e soprattutto dopo aver raggiunto il successo, perché come l’Albatros di Baudelaire vola troppo in alto per i comuni mortali… visto tutto questo e vista l’incredibile attenzione riservata a un regista che usa il metodo del cosidetto “montaggio a contrappunto”, che è antinaturalista e astratto, che mescola generi e situazioni a piene mai e gode nello spiazzare lo spettatore, non rispettando neppure la più elementare cronologia… ecco visto che il pubblico è così maturo dimostrando tanta intelligenza e tanta capacità di capire, allora come mai il sullodato pubblico non scende in piazza compatto, bruciando gli studi televisivi che proiettano per l’ennesima sera Abbronzatissimi e Piedone lo sbirro a intontire lo spettatore con un’overdose di pubblicità demenziale che manco il metadone a manetta la caccerebbe mai via dalle vene? E come mai non si gridano slogan come “Prima serata libera!”,“Aridatece Bergman e Fellini!” oppure “Siate realisti: chiedete l’impossibile”? E anche senza sognare eccessivamente, perché tutti questi saccenti critici che sbavano di fronte ai giovani disprezzati dai potenti e schiacciati dalle “magnifiche sorti e progressive” degli opposti neoliberismi non esigono, con minacce di sciopero della vista, la proiezione del Giovane meraviglioso di Martone ogni sera che Dio comanda? Già, perché, senza dovere andare peregrinando per i sette mari come Martin Eden, la Napoli adottiva di questo eroe yankee è la stessa che ha adottato l’ altro giovane meraviglioso scrittore che tutti rifiutavano, quel Leopardi che Martone ha portato sulla scena e in particolare nei vicoli dei Quartieri Spagnoli con un’audacia, una fermezza, una bravura superlativa, da far impallidire ogni teoria del “montaggio a contrappunto” e ogni critico filisteo che prima chiagne e fotte mattina e sera ma dopo una onorata carriera di leccapiedi si mette le penne del pavone e diventa improvvisamente un collega di Truffaut sui Cahiers du cinéma che stravede per il cinema sperimentale. Cosa dire poi del meraviglioso Vincere di Bellocchio, che mette a fuoco così bene che Mussolini era un Mostro peggio del Mostro di Dusseldorf e viene per questo sonoramente snobbato da un volgo disperso che nome non ha, che però si ringalluzzisce subito quando il primo pennivendolo mediocre e ignorante sulla piazza sforna un volumone bric-à-brac, un mattone pieno di errori, smarronate, confusioni e scemenze sullo stesso tristo «Pirgopolinice (di Plauto) con le gambe a squadra», facendolo passare per una specie di Harrison Ford alla ricerca dell’arca perduta, un avventuriero un po’ ribaldo ma in fondo tanto simpatico, come tutti i malandrini del nostro adorabile strapaese?
Ecco se queste domande trovano ricetto nei miei sempre più scarsi lettori, allora potremo vederci in pace Martin Eden che è senza dubbio un bel film (anche se la fine è un po’ incasinata e confusa) e dare i giusti onori a un regista molto bravo come Pietro Marcello, senza paura che troppe lodi e troppa carità pelosa lo possano trasformare in un genio compreso, una figura tanto cara al nostro inossidabile, piccoloborghese, neodannunzianesimo straccione, il quale pensa ossessivamente che l’eroe sia solo il bel tene-o-broncio e non sa nulla dell’eroico eroe per caso che per caso sorride con un triste sorriso a chi è come lui, a chi non ha niente da perdere, neppure le sue catene, come la leopardiana Teresa Fattorini «assai contenta di quel vago avvenir che in mente aveva».

sabato 2 giugno 2018

Lazzaro felice - Alice Rohrwacher

dicono in tanti che il film ricorda qualcosa di Pier Paolo Pasolini e Ermanno Olmi, Zavattini e De Sica, Elsa Morante.
a me ha ricordato Bella e perduta, di Pietro Marcello, un film di umani e animali, di innocenti e vittime.
e però è tutto di Alice Rohrwacher.
dentro il film c'è una/la storia d'Italia, la schiavitù, il progresso, l'innocenza che salva il mondo, Lazzaro è come uno di compagni di san Francesco di Rossellini, così fuori dal mondo da sembrare pazzo.
diceva Morante che i bambino salveranno il mondo, aggiungiamo anche gli innocenti dal cuore di bambino, Lazzaro sembra non capire cosa succede, o forse è l'unico che capisce la sostanza delle cose, ha l'intuito, come un lupo, che gli altri hanno perso, e un sorriso disarmato e disarmante, ma non per tutti.
penso che a Ernesto de Martino e a Giulio Angioni questo film sarebbe piaciuto, voglio pensarlo, e lo penso.
a me è piaciuto moltissimo.
buona visione - Ismaele






Lazzaro felice ha un tono fiabesco, in foggia realistica: l’inizio restituisce la concretezza e la poesia di un mondo contadino stremato e la fine incanta portando lo spettatore ad avere la necessità di rivederlo ancora, perché è un film che ha una densità difficilmente afferrabile in una sola volta.
Un notevole abilità nella messa in scena dona una forte valenza politica ed ecumenica, ma senza forzature, senza proclami o didascalie: tutto scorre lentamente, nell’intima essenza della narrazione, sbattendo in faccia le contraddizioni che viviamo e frantumando qualsiasi residuo di idealizzazione.
Delicato e graffiante, efficace perché quel che deve dire è intrinseco nella narrazione, nell’articolazione della storia, nei personaggi, nella scelta dell’utilizzo della pellicola 16 mm; le contraddizioni, i pensieri emergono dagli sguardi, dalle poche parole e dai silenzi.
Lazzaro attraversa i mondi e li illumina trovando ciò che resta di buono, il denominatore comune, come le erbe che nascono spontanee e che possono nutrire. Lazzaro attraversa senza giudicare, con i piedi contadini e lo sguardo di un moderno santo che crede senza dover convincere, solo testimoniando sé stesso in compagnia del lupo.

Alla sua terza regia Alice Rohrwacher fa intraprendere al suo protagonista, e alla comunità che lo circonda, un cammino che è anche il proprio, all'interno di un cinema che deve molto a Olmi e Zavattini ma continua a spingersi oltre lungo un terreno che frana e si modifica continuamente sotto i suoi (e i nostri) piedi. Non è facile tenerle dietro mentre attraversa un'arcadia senza tempo che è anche un microcosmo di sfruttamento, dove il lupo è assai più giusto e buono dell'essere umano che lo teme. Il suo linguaggio parte da atavico e diventa postmoderno, racconta un vento che soffia senza tregua per spazzare via la protervia del potere e uno sputo nel piatto dell'ingiustizia sociale senza per questo negare che il Bene e il Male percorrono il tempo senza cambiarlo, riproponendosi all'infinito.
La fionda che Tancredi, il figlio della Marchesa, regala a Lazzaro è come la cinepresa per Rohrwacher, ben consapevole della sua pericolosità: Alice si piazza sempre in medias res, fra le foglie di tabacco, dentro ai letti disfatti dei contadini, dietro lo sguardo puro del suo protagonista. Lazzaro è un'occasione come lo è il cinema di Alice Rohrwacher, che è tutto finto, nel senso di reinventato e ricreato, ma conserva radici profondamente reali, italiane prima che universali, rurali piuttosto che bucoliche.

la magnifica intuizione del film resta il suo personaggio principale, Lazzaro. Il Puro, il Mite, l’Innocente, il Buono, il Santo, l’agnello che si fa carico dei mali e peccati del mondo e che per tutti pagherà, inerme vittima sacrificale e vittima designata. Lo interpreta un giovane attore di nome Adriano Tardiolo dalla faccia pulita da sacro affresco devozionale, da ex voto, che è una rivelazione, e che quasi da solo veicola tutto il carico emozionale del film. Di un’allegria fanciullesca da fraticello rosselliniano e riccetto pasoliniano. Un Lazzaro che più che a San Francesco, come sembra suggerire Alice Rohwacher in certe sue dichiarazioni, a me ha ricordato fortissimamente i personaggi di certa Elsa Morante. Lazzaro è il buono travolto dalla Storia, l’eterno fanciullo e ragazzino destinato a salvare il mondo con il suo sacrificio. Come la Morante, Rohrwacher opera una sorta di mimesi linguistica e antropologica con l’universo contadino e sottoproletario del suo Lazzaro, abbattendo ogni barriera, eliminando ogni filtro e distanza. Come Morante, ha uno sguardo partecipe e un’intensità palpitante fino alla visceralità e, ebbene sì, squisitamente femminile.

…il salto nel vuoto della Rohrwacher (premiata a Cannes per la sceneggiatura in ex-aequo con Three Faces di Panahi), rischioso e incantato, si compie pienamente: un balzo in cui il tempo segnerà il passaggio che lei stessa – parafrasando Elsa Morante – definisce quello tra il primo e il secondo medioevo, tra un medioevo storico e un medioevo umano. Quello in cui la democrazia trae in salvo gli schiavi per gettarli poi, soli, in un sistema comunque chiuso, e classista.
Lo scenario cambia, il “caldo” della natura ha lasciato il posto al freddo incolore della metropoli: due poveracci (uno è Sergi Lopez) fungono da traghettatori inconsapevoli dell’unica cosa, entità, a non essere mutata.
Lazzaro, che metaforicamente risorto, si ritrova immutabile come solo il Bene può esserlo, sul cammino di quei contadini non più tali. E cambiati, cresciuti, invecchiati. Antonia (da giovane era Agnese Graziani, ora è Alba Rohrwacher), che da ragazzina era stata l’unica a preoccuparsi della sua scomparsa, ora è l’unica a riconoscerlo senza esitazioni. Ad accoglierlo.
Perché Lazzaro – al quale l’esordiente Tardiolo dona un’adesione talmente irreale da apparire meravigliosa – è portatore di quella assurda “santità dello stare al mondo e di non pensare male di nessuno, ma semplicemente credere negli altri esseri umani”.
Ed è ancora l’unico, pur in una storia dove il bene e il male sono così facilmente individuabili, a non esprimere mai un giudizio.
Scoprendo però, ad un tratto, di non essere più felice come un tempo, pur ritrovando lontano dalla campagna un’altra luna da fissare. Scoprendo di saper soffrire, e sempre in nome di una bontà “folle”, capace di compiere scelte sbagliate, ma comunque incapace di far soffrire gli altri. E questa, “povero scemo”, sarà la sua colpa definitiva.
Un cinema che è epifania, un cinema di corpi celesti e meraviglie. E di Lazzaro. Un cinema felice.

sabato 21 novembre 2015

Bella e perduta - Pietro Marcello

ci sono:
Tommaso Cestrone, l'attore protagonista interprete di se stesso, curatore della reggia borbonica, è morto nella notte di Natale del 2013,
Gesuino, un pastore sardo che declama poesie mentre le pecore pascolano,
Pulcinella, che lega vivi e morti,
e poi c'è il bufalo parlante di nome Sarchiapone (la parola sarchiapone appare per la prima volta nel Cunto de li cunti, di Giambattista Basile, ed è un animale famoso per uno straordinario sketch col grande Walter Chiari, qui).
Tommaso è un pazzo, un eroe inutile, per i canoni di oggi, nello sfondo di un mondo terribile, la terra e gli animali sono trattati come cose, sfruttati senza pietà, in un mondo senza futuro.
Pulcinella è un personaggio che pare uscito da "Uccellacci e uccellini", un altro Ninetto Davoli che vuole liberare gli uccelli, che belli quando volano.
Sarchiapone parla, è destinato al macello, intanto vive, contro l'economia di mercato e dello sfruttamento, e la sua esistenza gratuita, in(utile), commuove.
anche Rosa Luxemburg incontra un bufalo, magari si chiamava anche lui Sarchiapone, e piange (qui).
vogliatevi bene, fatevi un regalo, andate a vedere questo film, troverete posto di sicuro, in uno dei 12 cinema italiani che lo programmano, non vi deluderà - Ismaele





La soggettiva di un bufalo, ricreata con estrema dovizia di dettagli. Una mdp mossa, a mano, ad altezza del muso dell’animale. Lo sguardo della bestia che sembra essere avviata al macello, come è il destino dei bufali maschi che non producono latte nella normale pratica zootecnica. Così è l’incipit di Bella e perduta, nuovo lavoro di Piero Marcello, programmatico e metaforico. Una soggettiva che tornerà ancora. E il piccolo bufalo di nome Sarchiapone, sarà uno dei personaggi del film. Spesso inquadrato nel muso, spesso colto nel suo sguardo che rivela emozioni, una vita interiore, e alla fine lo si vedrà anche lacrimare, piangere. Sarchiapone è la capra dal viso semita di Saba, il bove di Carducci, l’asinello Balthazar, la vacca di Dariush Mehrjui, creatura senziente che osserva il mondo, capace di sentimenti, e specchio di un’umanità dolente….

…c’è la volontà (e soprattutto la capacità) di sondare l’invisibile del nostro paese (ciò che la cronaca e i reportage non possono per loro natura raccontare, eppure esiste, ci appartiene), un compito a cui non pochi registi italiani si stanno eroicamente dedicando in questi anni, dalla Alice Rohrwacher di Le meraviglie, al Leonardo Di Costanzo di L’intervallo, al Michelangelo Frammartino di Le quattro volte, al Roberto Minervini della trilogia texana, a colui che (seppur con cifre e codici molto diversi) si può considerare il padre vivo di tutti loro: Franco Maresco.
Bella e perduta restituisce (le cose perdute nel mondo reale le ritroviamo trasfigurate tra i panorami di uno spirito che esiste) ciò che in fondo ancora ci appartiene, ma difficilmente viene mostrato in un film…

Il film ha intercettato questa scomparsa e si è da lì trasformato anche in una fiaba, quella di Pulcinella che da immortale diventa uomo e del bufalo Sarchiapone, testimoni entrambi di una perduta bellezza. Pietro Marcello spiega, innanzitutto, perché ha scelto un animale come il bufalo:
R. - Io sono cresciuto in quelle terre. Per me è stato anche un modo di avvicinarmi a quelle terre, abitate da questi bufali. Gli animali erano amici degli uomini. Oggi gli animali sono degli oggetti. In un certo senso c’era più rispetto per l’animale in passato, perché una vacca in famiglia aveva un valore enorme: l’uomo si prendeva cura dell’animale, perché l'animale era di aiuto nei campi, nel lavoro. Oggi sono semplicemente numeri e per me è una questione ben precisa quella di dare dignità a questi animali.
D. - Il bufalo nel film parla a Pulcinella, unico che riesce a capirlo fino a quando indossa la maschera. Poi decide di liberarsene. Perché?
R. - Nel film Pulcinella si libera di questa maschera e anche di questa immortalità che lo rende servo. È così che sceglie il libero arbitrio. Siamo sempre soggetti al destino e al libero arbitrio di poter scegliere qualcosa per la nostra vita; però poi è il destino che ci segna la strada. Nel caso di Pulcinella è per diventare un uomo nuovo, un uomo diverso, un uomo consapevole, che può amare la natura e gli animali.
D. - Lei è riuscito a trasformare quello che doveva essere un documentario in una fiaba.
R. -  Saper trasformare questa storia è stata una necessità. E il documentario ti insegna questo, riuscire ad affrontare anche gli imprevisti. Noi abbiamo sentito un po' una sorta di responsabilità morale di continuare questa storia perché il film nasceva come un viaggio in Italia sulle tracce di Piovene, anche per raccontare la temperatura del Paese. Poi si è ancorato alla storia di Tommaso perché il film si è arrestato lì a Carditello. E il bufalo è rimasto solo…

…Volevo chiederti se ti eri posto l'idea di che tipo di pubblico potrebbe vedere il tuo film, che differisce molto dai prodotti che arrivano nelle sale e che quindi potrebbe avere difficoltà a trovare spettatori
Sinceramnte non saprei risponderti perché è un problema che non mi pongo. Quando faccio un film lo faccio per me perché è una cosa che mi fa stare bene. Mi rendo conto che di fronte ho un pubblico paratelevisivo, l cui gusto è stato rovinata da anni di cattiva televisione ma io di questo non posso farci niente e di certo non mi fa cambiare il mio modo di girare. Ed è proprio per continuare a mantenere la mia indipendenza che giro con risorse limitate. Con il mio carattere non potrei sopportare intromissioni. Non amo il cinema del reale e penso che a me come regista spetta il compito di trasporre la realtà dal mio punto di vista. Per fare questo devo avere totale libertà.

Ci puoi parlare degli aspetti tecnici e produttivi 
Il film si è potuto realizzare dapprima grazie a Mario Gallotti e successivamente a Paola Malanga di Rai Cinema che voglio ancora ringraziare. Il budget è stato di quattrocentocinquanta mila euro e per quanto riguarda gli aspetti tecnici ti posso dire che ho girato con pellicole scadute, che  mi davamo la possibilità di lavorare con la celluloide e quindi con un prodotto alchemico che non potevo controllare. Lo so che è un paradosso per me che appartengo a una generazione cresciuta con il digitale ma così è per me. Al contrario il film è stato montato con i tempi del documentario e cioè molto velocemente. In questo modo sono stato in grado di risparmiare tempo e denaro…

...Sono sempre diffidente verso il cinema favolistico, verso il fantastico soprattutto con impronta e pretese autoriali e tendenza all’apologo esemplare, ma devo dire che a Marcello riesce – in territorio e cultura campani, e su scala ridotta -, quello che non è purtroppo riuscito, pur con mezzi maggiori, a Matteo Garrone con Il racconto dei racconti. Ci si muove in un paesaggio che, nella sua purezza rurale, sembra quello omerico o dei miti greci. Ulivi, pascoli, mandrie di bufali, greggi, spelonche, fonti miracolose, alberi magici. E che però ci vien mostrato anche nel suo degrado ultimo, quello ormai passato alla memoria di tutti come terra dei fuochi, immondizie e falò a deturpare l’armonia. L’armonia perduta, per dirla con Raffaele La Capria…