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mercoledì 19 aprile 2023

La rapina del secolo - Ariel Winograd

una banda che non gli daresti un soldo, piccoli imbroglioni e delinquentelli aderiscono all'idea folle di uno strano, che vuol fare una rapina spettacolare, senza essere catturati.

il film ha un buon ritmo, bravi attori, in una storia che se sembra vera è perché è successa davvero.

una sceneggiatura a orologeria rende il film (grande incasso in Argentina) mai noioso,

buona (di rapina) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo, in italiano, su Raiplay

 

 

Pur nella sua aura consapevolmente e dichiaratamente farsesca, La rapina del secolo può contare sul piano narrativo di un punto di vista diretto, ovvero quello del vero Fernando Araujo che ha collaborato in fase di sceneggiatura alla stesura dello script. Chi d'altronde meglio di lui avrebbe potuto raccontare gli eventi che lo hanno visto protagonista insieme agli altri compagni, più o meno preparati alla missione? Il film ha conquistato il pubblico in patria grazie alla generale simpatia che permea le due ore di visione, potenti contare su un cast eterogeneo il giusto che permette di nascondere alcune pecche concernenti la gestione del ritmo e delle atmosfere, con la leggerezza di fondo che a tratti rischia di prendere anche troppo il sopravvento sulle effettive dinamiche di genere, che vengono ben presto svilite in favore di un approccio a prova di grande pubblico senza troppe pretese…

da qui

 

El robo del siglo es una película que sabe sacar partido a una realidad ficcionada, de un caso de gran interés. Además, los personajes protagonistas tienen un buen bagaje narrativo, aunque flanquean en los personajes secundarios, que no terminan de encontrar su fin. Aun así, la perspectiva se plantea desde un montaje dinámico, lleno de fuegos artificiales y un ritmo vertiginoso. Se puede percibir ese carácter de show del cine hollywoodiense, pero sin perder su propio sello de identidad. Después, hay que aplaudir la gran labor de Diego Peretti, Guillermo Francella y Pablo Rago, los cuales están fantásticos. Un espectáculo de variedades que triunfa por su ejecución y se convierte en un ejercicio de pura acción que no tiene desperdicio.

da qui

 

…Muy recomendable esta película argentina que demuestra bien a las claras que cuando hay talento y una buena historia ni el género ni la especialidad pertenecen a nacionalidad alguna y el cinéfilo que anda husmeando carteleras en busca de una buena pieza que llevarse a los ojos puede tranquilamente decidirse por ésta que seguramente le atrapará de principio a fin con la salvedad apuntada y con la enorme satisfacción, en el espectador hispano hablante, de asistir a una función con su acento particular, sí, con sus modismos, sí, pero perfectamente inteligible gracias a un conjunto de intérpretes merecedores de todo elogio.

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martedì 5 febbraio 2019

Il mio capolavoro - Gaston Duprat

bravi attori per un film che non resterà nella storia del cinema.
la storia è quella di un inganno senza troppi danni.
poche copie nei cinema, naturalmente.
divertente, con colpi di scena al loro posto.
buona visione - Ismaele







L’arte è destinata ad evolversi ed ogni artista è costretto ad accettarlo. Fa parte del gioco della cultura e della società, che cerca nuove maniere di espressione a cui non tutti riescono ad adattarsi. Ma cosa accade ad un pittore alla soglia della vecchiaia che non accetta l’evoluzione del proprio campo? Si arrabbia e si chiude in se stesso, ripudiando le innovazioni del secolo venuto e concentrandosi ancora di più sulla propria esistenza da reietto. È nell’insistenza – che va letta anche come amore e passione autentica – che persevera il personaggio di Il mio capolavoro interpretato da Luis Brandoni, burbero abbastanza da suscitare la dovuta simpatia e in grado così di dare voce ad un popolo che si interroga intorno all’arte e alle sue contraddizioni…

A differenza che ne Il cittadino illustre e ne L’artista, ne Il mio capolavoro “i creatori” d’arte, se sono veri artisti, sono un dono e, con tutti i loro difetti (irascibilità, egocentrismo, persino disonestà) vanno protetti da una società ben più arida, sciocca o interessata solo al soldi. Una nenia non proprio interessantissima. Ma purtroppo non ci sono grandi margini di ambiguità, dubbio o sagacia, in questa commedia che prende varie direzioni e vira un paio di volte per approdare all’esito più consolatorio. Nonostante ci abbia fatto pensare a chissà quale soluzione e chissà quale mistero legato al delitto di cui si parla all’inizio del film, Duprat usa la suspense come un trucchetto (degno dei protagonisti) solo per vendere più agevolmente i 100 minuti successivi, altrimenti non proprio scoppiettanti.
Muy recomendable a casi todo tipo de espectadores, tanto a los más jóvenes como al público de mediana edad y a los más mayores, exceptuando al público más exigente que se aburre con este tipo de comedias que abusan de los tópicos del género y que triunfan en los cines de todo el mundo.

venerdì 29 luglio 2016

Corazón de León - Marcos Carnevale

León è Guillermo Francella (Pablo Sandoval ne “Il segreto dei suoi occhi”), Ivana è Julieta Diaz (simpatica come Paola Cortellesi, a cui assomiglia molto), il loro dialogo all’inizio, da solo, vale la visione del film.
e poi, naturalmente, anche il resto merita.
magari non è perfetto, ma non importa, è un film che mi è piaciuto molto, e Guillermo Francella è bravo come Ricardo Darín, sembrano due facce dello stesso (bravissimo) attore.
cercatelo, e dopo che lo avrete visto mi direte - Ismaele




Ivana Correjo è un'avvocato esperta di dispute familiari ed è divorziata da Diego Bisoni, collega e socio. Dopo la perdita del suo telefono cellulare, Ivana riceve una chiamata da qualcuno che lo ha ritrovato ed ha intenzione di restituirlo. Colui che la chiama è Leon Godoy, un rinomato architetto con una forte personalità: amichevole, galante, carismatico e, cosa che non guasta, divorziato. I due decidono di darsi appuntamento per il giorno successivo ma, quando vede Leon, Ivana rimane fortemente perplessa. Ha di fronte a sé l'uomo che sarebbe perfetto per lei, ma c'è un problema: Leon è alto poco più di un metro e 35.

…Partiendo del precepto de que es una historia de amor, que además se desarrolla de manera bastante convencional, es imposible que la película no deba recurrir cada cierto rato a clichés obvios. Lo positivo es que los que más sobresalen son limados rápidamente con buen humor, el que a pesar de ser bastante blanco y seguro resulta efectivo por el carisma y encanto de las actuaciones: Guillermo Francella logra resultar adorable y nunca llega a cansar, a pesar de estar siempre sonriendo, y Julieta Díaz se desenvuelve con inmensa naturalidad, siendo su belleza lo único que la delata como actriz, aparte de secundarios bien logrados.
Si la cinta se hubiera quedado en un terreno un poco más complaciente, hasta liviano si se quiere, quizás podría haber sido un hito, pero son sus mismas ambiciones las que le terminan jugando en contra. Esto a causa de que cuando empieza a abrirse y buscar reflexionar con mayor seriedad, recurre a material poco novedoso que además se siente forzado, con diálogos que tienden a sonar a manual de narración. Al mismo tiempo, su carácter de historia pequeña y simple contrasta, brutalmente a ratos, con la banda sonora, que introduce violines y chelos demasiado prominentes y empalagosos en algunas de las escenas románticas.

…Carnevale expone los prejuicios de una sociedad, donde los físicamente menos afortunados deben sacar a relucir otros atributos, para contrarrestar aquello faltante y ser tomados en cuenta. 
A León, Carnevale lo hace como alguien maravilloso, en tantos sentidos, que su atractivo va más allá de su aspecto físico. Lo que, en términos más románticos podría definirse como que, lo a que a él le falta en centímetros, le sobra en conducta y personalidad. Por otro lado, a Ivana la muestra estresada y precisada de un apoyo, que al conseguirlo en una pareja, a nadie le parece que sea él, la elección correcta.
Todo esto llevará a un desenlace, en donde ella deba elegir, entre si hace caso a lo que otros dicen, o si se deja guiar por lo que ella quiere.

Corazón de León es una historia de amor. Con un conflicto visible, claro, inequívoco. Pero también es una metáfora acerca de todos los conflictos que las personas enfrentan al elegir amar. La historia de amor perfecta, amenazada por los prejuicios sociales. Por el no poder luchar contra el afuera que intenta imponer reglas generales. Tiene humor, sí, y podría ser considerada una comedia. Pero Corazón de León tiene mucho de drama también, de película romántica. Y funciona. Funciona cuando quiere hacer reír y funciona, y cómo, cuando llega el momento de la emoción. Si queremos llevarnos una enseñanza, no literal, sino general, acerca de nuestra condición de individuos en una sociedad prejuiciosa que nos puede arruinar la vida, la película ofrece esa enseñanza. No lo tomemos como algo malo, la enseñanza que se desprende podrá ser políticamente correcta, pero sobre todas las cosas es de una gran humanidad. 

domenica 12 giugno 2016

El clan – Pablo Trapero

finita la dittatura militare torna la democrazia in Argentina, la televisione in sottofondo scandisce quei momenti, anche la presentazione del rapporto Nunca más, nel 1984 (alla tv si riconosce, con Alfonsín, Ernesto Sabato).
Arquimedes Puccio, non potendo trafficare con servizi segreti ed esercito, come prima, si ricicla in quello che o sapeva fare, o ha visto fare, nel settore dei rapimenti con riscatto, niente di politico, solo per il suo conto in banca, per la famiglia e con la famiglia.
tutto va per il meglio fino al momento in cui tutto va a puttane, per troppa impunità o troppa sicurezza, e anche il dio dei rapimenti cade, con tutta la famiglia (il suo clan).
gran ritmo, con diversi flashback o flashforward, dipende dal punto di vista.
il protagonista, Guillermo Francella, era Pablo Sandoval, il collega-amico di Benjamin Esposito, ne Il segreto dei suoi occhi.
El clan è un gran bel film, chissà se e quando arriverà in sala da noi - Ismaele






…questo è cinema di rara potenza, che finalmente si misura con un caso (di vera e nerissima cronaca) sconvolgente, con i demoni che stan sotto la civilizzazione e la borghese vita dei suburbia, che non si perde nei narcisismi e negli ombelicalismi di tante cose e cosucce viste anche a questo Venezia Film Festival. E alla fine del press screening, lungo e sacrosanto applauso.
Nell’ultimo anno della dittatura militare (1982), in un regime già vacillante in cui comincia la resa dei conti, Arquimedes Puccio, lavoratore dei servizi segreti con parecchi figli a carico, capisce che è ora di riciclarsi. Di trovare nuove fonti di denaro. Avendo, si immagina, sviluppato un certo know-how durante il regime in fatto di torture, rapimenti di oppositori e altre sporchissime faccende, pensa di mettere a frutto quanto ha imparato mettendo su un’aziendina familiare insieme a un paio di amici. Un’azienda di rapimenti a scopo di lucro. Tutti in famiglia sanno, la moglie, i figli, le figlie. Il rampollo più grande, star della squadra argentina campione di rugby, vien subito coinvolto come braccio destro, incaricato di individuare i bersagli grossi e di far da picchiatore quando occorre. Un paio di loschi figuri, probabilmente pure loro implicati nei servizi, vengono arruolati come manovalanza. Un rapimento, due, tre. Si terrorizzano i familiari degli ostaggi fingendosi un gruppo armato rivoluzionario, si incassano i soldi, si ammazzano i rapiti. Una catena di montaggio del massacro e dell’accumuazione barbara del capitale, il boss e i suoi non si fermano davanti a niente, alla tortura, all’inganno, e intanto in cassaforte i soldi si ingrossano…

Trapero con un’abilità registica accostata spesso a quella scorsesiana, specie per l’avvilupparsi della musica alle scene più coinvolgenti, costruisce un film pieno di ritmo, dal montaggio serrato e costellato da piani sequenza (un po’ il suo marchio di fabbrica), in particolare quello finale mozzafiato che chiude sapientemente una storia dove le angosce sotterranee, controbilanciate dai successi al rugby, dalla freschezza dei ragazzi, da un desiderio di normalità che attraversa tutte le componenti sane della famiglia, alla fine deflagrano tragicamente.
Riflettendo retrospettivamente sulla storia di un paese che ha stentato/stenta ad abituarsi alla democrazia, l’argentino mette in scena i mostri partoriti dalla dittatura, sui quali svetta Arquimedes, mitologico Crono che pur di sopravvivere inghiotte i propri figli.

Un attimo prima di scomparire nel vuoto, il figlio sorride al padre. La vicenda della famiglia Puccio coinvolta nell’organizzazione di una serie di sequestri nell’Argentina degli anni ’80 è nel film di Trapero il pretesto per indagare la fallibilità dei rapporti, o meglio, i ripetuti tentativi di interrompere dei legami di asservimento. La Storia è la scena dalla quale si diramano altri sistemi di influenza che coinvolgono, in un processo di inarrestabile corruzione, il rapporto vittima-carnefice, padre-figlio, famiglia-Stato. Ogni specifico sistema è l’esempio di un servizio dovuto e reso ad un organismo panottico, in apparenza felicemente funzionante (i riferimenti al Kynodontas di Lanthimos sono evidenti) in cui il dettaglio imprevisto inceppa il piano, fa crollare l’organizzazione, affonda il contesto sicuro nel quale ricevere un ruolo…

Buenos Aires, fine anni Ottanta, a cavallo fra la caduta del regime militare e l’avvento di Alfonsin. Una famiglia dall’apparenza tradizionale, tutta a casa e chiesa, è in realtà una banda di feroci criminali dediti ai rapimenti e agli omicidi di ricchi borghesi. Tratto da eventi reali, El Clan, diretto da Pablo Trapero, regista quarantaquattrenne fra i quotati nel mondo latino americano, e coprodotto da Deseo di Almodovar, è una storia – come la definisce lo stesso Trapero – dove «l’incredibile diventa realtà». Il doppio volto della famiglia di Arquimedes Puccio, infatti, ha scosso l’Argentina proprio nel momento in cui il Paese stava per liberarsi dalla dittatura. Il pater familias Arquimedes plagia con sadica nonchalance non solo il il figlio Alejandro, campione di rugby e nazionale dei Pumas, utilizzandone la celebrità, ma anche la moglie e gli altri pargoli, fra cui due femminucce: tutti accettano, come in una sorta di tragica commedia vissuta con passiva normalità, i criminali ordini di papà…

…Nel complesso la Storia dell’Argentina penetra nelle vicende di famiglia Puccio con discrezione e gli eventi salienti di quegli anni sono mostrati prevalentemente attraverso rapidi estratti dai notiziari televisivi o discorsi ufficiali dei rappresentanti delle istituzioni.
Apprendiamo che dittatore Leopoldo Galtieri è stato deposto, poi che il paese è tornato alla democrazia con l’elezione di Raúl Alfonsín, questi inizia un lungo processo di riappacificazione della popolazione con la propria recente storia, grazie anche all’istituzione del CONADEP (la commissione nazionale sulla scomparsa delle persone) e la conseguente compilazione del rapporto Nunca mas (mai più). Il film parte però proprio da quest’ultimo evento, facendo andare la sua storia à rebours, e il fatto poi che gli intermezzi storici siano di così breve durata non facilita ad un pubblico internazionale la perfetta e lineare comprensione dei fatti. Ma d’altronde un eccesso di zelo avrebbe appesantito il film, rendendolo oltretutto indigesto allo spettatore argentino.
È invece proprio limitando gli intermezzi da “bignami storico”, che Trapero lascia emergere con nettezza in El Clan le sue crudeli metafore. Appare chiaro allora che l’attività criminale dei Puccio è stata possibile proprio perché questa si ispirava in piccolo a quanto la dittatura aveva fatto su più vasta scala con il rapimento, la tortura e l’uccisione dei dissidenti politici (i desaparecidos). L’omertà che consente poi alla famiglia di sopravvivere e di proseguire con rapimenti ed estorsioni (i figli minori simulano, fino alla fine, di non sapere) è la stessa di un intero paese, che per anni ha tollerato i soprusi del regime, magari anche negandone l’esistenza.
El Clan è dunque principalmente un film su un lungo processo di espiazione e di recupero del rimosso, sull’elaborazione di un atroce lutto collettivo, che va ben oltre la condanna o la morte dei suoi responsabili.

Trapero recurre en su brioso film a un estilo deconstruido, alternando en la narración brevísimos planos, flashes, del asalto del hogar de los Puccio por unos hombres armados, cuya identidad inicialmente desconocemos, con diferentes secuestros del pasado y momentos de la vida normal de los Puccio, incluido el enamoramiento de Alejandro hacia una chica, Mónica, que por supuesto no sabe nada de lo que hace el otro. Llegado cierto punto de inflexión, el epílogo que podría describirse como judicial, aunque suponga cierto cambio de tono, está perfectamente imbricado en la trama, hasta conducir a un poderoso y abrupto desenlace, donde el espectador tiene la sensación de haber recibido un tremendo puñetazo en el estómago.