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venerdì 4 aprile 2025

I fantasmi d’Ismael - Arnaud Desplechin

un film con un altro film all'interno, quello che ha scritto Ismael, su un atipico diplomatico francese e la sua fidanzata.

Ismael è un vedovo da anni e trova la sua anima gemella, ma riappare al sua ex moglie e le cose si complicano.

attori bravissimi, un film da non perdere, promesso.

buona (fantasmatica) visione - Ismaele

 

 

 

 

(Im)perfetto. È proprio così I fantasmi d’Ismael (Les fantômes d’Ismaël). Un film (im)perfetto.
Desplechin continua a mescolare le stesse carte, a ruotare attorno a ricorrenti centri gravitazionali: il cinema, la scrittura, l’arte, la vita, l’amore, la famiglia. La rappresentazione di quello che siamo. Un eterno ritorno, un insieme di rimandi interni alla sua filmografia. Ovvero, a se stesso, a questo cinema così personale. Vitale. Universale.
Il cinema di Desplechin cerca di catturare l’energia che ci tiene in vita, cerca di darle una forma sul grande schermo. Un senso, un barlume di ragione. Una sfida impossibile: I fantasmi d’Ismael è squilibrato, vive di sussulti, di vitalissimi strappi, di emozioni intense e di cadute e ricadute. Cinema di fantasmi e di incubi, di passioni e amori caotici. Un film di scrittura, disordinata e creativa. Ordinata e distruttiva.

È una spy story I fantasmi d’Ismael. Almeno nei primissimi minuti. Ritroviamo un (misterioso) Dédalus, in un racconto che è sfacciatamente fiction. E poi le scartoffie che vorrebbero sostituirsi alla vita e alla morte, come era già successo al Dédalus di Trois souvenirs de ma jeunesse. Ma la vita e la morte non si lasciano cristallizzare dalle parole, da un racconto, nemmeno da una sceneggiatura. Forse si possono solo evocare, come i fantasmi, come gli amori passati, come le vite che abbiamo vissuto, pensato, immaginato. I fantasmi d’Ismael non è una spy story, nonostante il Quai d’Orsay, le cimici, il Tajikistan e l’amico russo. È un film di fantasmi, di rimpianti, di incubi.

Desplechin si specchia, non teme le sabbie mobili dell’autoreferenzialità, ragiona sulla sua vita, sulla sua arte. Come i noir degli anni Quaranta/Cinquanta, I fantasmi d’Ismael è una seduta psicanalitica, è la messa in scena di processi labirintici, di meccanismi che non possono essere completamente decriptati. Desplechin scrive e prova a dare forma alla battaglia della ragione e dei sensi. È Ismaël alla prese coi fili e le prospettive, con quadri che dovrebbero restituire il tutto, il senso della vita e del cinema.
I fantasmi d’Ismael è intricato e leggiadro.
È passionale e disperato.
È spassoso e dispersivo.
Alti e bassi, con improvvise fiammate. Cinema vivissimo, che nutre e si nutre del talento e dei corpi di Mathieu Amalric, Marion Cotillard e Charlotte Gainsbourg.
Cinema che si nutre della stessa vita che insegue.

I fantasmi d’Ismael è un piccolo paradosso cinematografico. Come Ismaël, Desplechin è intrappolato, si è perso tra i mille fili che ha cercato di riordinare. I fantasmi d’Ismael è un film su questa impasse, ma è proprio la (caotica) messa in scena dell’impasse ad alimentare la vivida fiamma della vita. Quella stessa vita che ha guidato i vari personaggi, come la donna che visse due volte Carlotta, come l’uomo che sapeva troppo Ivan.
Ancora, ancora, ancora. Lo dice Ismaël, lo dice Amalric, lo dice Desplechin. Ancora è la chiave di lettura de I fantasmi d’Ismael, di questo cinema che non smette di cercare, di indagare, di insinuarsi attraverso la finzione o il documentario nelle pieghe della vita, e quindi del cinema stesso. Imperfetto, senza dubbio. Ma vivo e pulsante come gli occhi di Ismaël/Amalric, di un personaggio e del suo interprete. Finzione e realtà. Ancora fantasmi, ricordi, amori che tornano e che se ne vanno. Ancora.

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…Ismael se encuentra realizando un filme sobre un personaje llamado Ivan Dedalus, que es, quizás, un espía insomne. El propio Ismael, a su vez, no puede dormir en las noches y es la hora en la cual tiene sus momentos de mayor creatividad, solo que en el momento en que nos lo encontramos, está en crisis de imaginación. Su esposa lo abandonó hace veinte años y ha mantenido una relación paterno-filial con su suegro, otro director de cine llamado Henri Bloom, quien ha sido, además, su mentor artístico. Bloom no se ha podido recuperar de la pérdida de la hija, a la cual Ismael ha tenido recientemente que declarar oficialmente muerta. Ismael comienza una relación con Sylvia, una astrofísica que conoce en una fiesta y se la lleva a su casa frente al mar para ver si esto le devuelve la creatividad. En medio de ello, reaparece Carlota, su esposa desaparecida, creando un frágil triángulo de una manera tan natural como incoherente. Ismael comienza a rozar los límites de la locura, se ahoga en alcohol y confunde cada vez más su vida con la de sus personajes.

Dedalus, Bloom, los nombres invocan a Joyce y las pesadillas parece que nos van a llevar a una epifanía, que para el escritor irlandés era el propósito de la obra de arte, pero desgraciadamente, Desplechin deja correr lo que se convierte en un monólogo joyceano que resulta todo un despropósito...

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Arnaud Desplechin sait sublimer l’esthétique de certains de ses plans. Il s’amuse pour ce faire à utiliser les codes artistiques d’un vieux polar, comme dans la scène où il filme Mathieu Amalric  dans un vieux train en proie à ses cauchemars. Le film a également quelques moments insolites, surtout vers la fin lorsque le réalisateur se déride un peu de son savoir-faire classique et qu’il fait rire le spectateur…

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Procede per accumulo, Les Fantômes d’Ismaël. Somma, taglia, ricuce, svolta, ritorna. Come gli anni che passano, come una gravidanza inizialmente scambiata per menopausa, come un film da finire, come un eccesso di entusiasmo quando hai in mano una pistola. Ancora, come le donne che Pollock non ha mai avuto ritratte tutte insieme nei suoi nudi femminili, ancora, come il corpo nudo di Marion Cotillard quando lentamente scende la vestaglia, ancora, come l’amore di Charlotte Gainsbourg negli incroci di lacrimati sguardi e nella passione, nella sua voglia di capire le stelle. Les Fantômes d’Ismaël è un film di scrittura e di messa in scena, fatto di lente aperture a iride quando partono i flashback narrati da Sylvia, fatto di scavalcamenti di campo che genialmente si rivelano uno specchio, fatto di musiche incalzanti, di slabbrature, di ellissi, di finestrini dei treni che si rivelano altri schermi, materia, riflessi, proiezioni. Sono confessioni alla macchina da presa, (psic)analisi, bidimensionalità e fisicità del set, delle diapositive, dei quadri, delle inquadrature, delle tecniche cinematografiche, dei sentimenti. Fino alla fuga dall’industria, dal set, dalla vita, quando le ragioni del cuore (straziato) superano quelle della mente. Il nuovo lavoro di Desplechin è un film in cui non è necessario che torni tutto – anche se, su questo punto, pesa il dubbio sulla doppia versione del lungometraggio, presentato a Cannes in una durata di 114′ mentre si vocifera che in sala uscirà direttamente il Director’s cut da circa due ore e un quarto –, quello che conta è interrogarsi sulle mille tematiche affrontate, è perdersi nei suoi cambi di registro e di stile, è tastare le emozioni di chi ha perso una moglie, di chi ha perso una figlia, di chi ha perso la ragione, nei rapporti di coppia, nei doppi, nel cinema. E poco importa, nella meta-messinscena, che nella Praga sovietica una tangente venga pagata in Euro, poco importa che non tutte le fila narrative e concettuali trovino assoluta compiutezza, poco importa se non tutto ciò che il film semina viene raccolto: non è più la compattezza di Trois souvenirs de ma jeunesse il punto, quello che conta qui è la suggestione, il mistero, l’emozione, perché la vita non è perfetta e l’atto stesso del cinema non può che compiersi nell’imperfezione. E diventa quindi necessario l’overacting del produttore, perché non conta la credibilità assoluta, e forse neanche le dinamiche personali: quello che conta è la vitalità di una realtà/cinema che inesorabilmente fa il suo corso, fra i dialoghi in comune nelle varie storie parallele e le variazioni sui temi autobiografici. Les Fantômes d’Ismaël è un film inclassificabile, sfilacciato, complesso: un frullato di generi e abbracci dal quale traspare una fisica umana incontenibile. Come la danza di Marion Cotillard sul Bob Dylan di It ain’t me Babe, come le destinazioni esotiche di Dedalus e le microspie, come il ritrovarsi, il perdersi ancora, come morire con la propria figlia a fianco. Come un’ecografia e un’attesa spasmodica. Come fare cinema, o fare l’amore. Ancora, ancora, ancora.

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La macchina fluida e pudica – c’è sempre una distanza di rispetto con i personaggi – manovrata da Desplechin coglie ogni sfumatura, tutto è credibile, dubbi, angosce, tormenti tremiti e fremiti, e grazie a Dio dialoghi belli e di massima naturalezza anche in una materia perigliosa e a rischio costante di kitsch come questa. Con un continuo retrogusto pirandelliano su chi sia davvero la Donna Riapparsa (siamo un po’ dalle parti dell’Ignota di Come tu mi vuoi, e questi pirandellismi Desplechin li sa maneggiare assai meglio del Derek Cianfrance di La luce sugli oceani). Hitchock abbonda in un nugolo di citazioni, e se le paure di Sylvie di fronte a Colei-che-è-tornata sono puro Rebecca la prima moglie, la doppia vita di Carlotta non può che ricordarci Vertigo. Si gioca ancora tra realtà e rappresentazione nella storia di Ivan che si fa film, confondendo volutamente, soprattutto all’inizio, vita e set. Con un Desplechin che si avventura, nel raccontare le giravolte esistenzial-professionali di Ivan, in una spy story che però resta aperta, e non saldata al resto del film, che non trova una conclusione e non dà risposte, frustrando lo spettatore. Ma in questo strambo, sghembo film c’è troppo di bello perché lo si liquidi – con la solita supponenza da festival – come una bufala. Film complicato perché volutamente, e voluttuosamente, anarchico e irregolare. Mathieu Amalric è da tempo l’attore feticcio di Desplechin, e non poteva che essere lui Ismaël, quasi un alter ego del regista. Il suo, se certi paragoni son leciti, Antoine Doisnel. Riferimenti alle appartenenze religiose dei personaggi, come spesso in Desplechin, attento a tracciare le sue geografie umane tenendone conto, ed è tra i pochissini con una tale sensibilità. E se Sylvie, il personaggio di Charlotte Gainsbourg, si dichiara protestante, Carlotta si dice ebrea ‘rinnegata’ (e portava al collo una stella di Davide la Emmanuelle Devos di Racconto di Natale).

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lunedì 23 gennaio 2023

L'Innocente - Louis Garrel

un film un po' confuso, apparentemente, con colpi di scena uno dopo l'altro, amore filiale e materno, quello verso la miglior amica della vedova e quello verso il nuovo marito (ex)galeotto della madre, tutti amori che "pesano" contemporaneamente sulle spalle di Abel.

il film è divertente, intrigante, sorprendente.

non vuol essere una pietra miliare del cinema, meno male.

e se non cerchi quella pietra non sarai deluso, promesso.

buona (floreale) visione - Ismaele

 

 

 


 

Andare oltre ciò che si vede, soprattutto in un momento storico in cui i ritmi e le possibilità della vita odierna ci portano più facilmente a fermarci in superficie. E in questo senso, l’Arte, espressa tramite la recitazione (di cui Sylvie, come detto, è insegnante), serve proprio a questo: a portare a galla la realtà. Il film si apre con una recita in cui i detenuti si calano nel personaggio di loro stessi: Abel e Clémence sono costretti a recitare per la riuscita di un rocambolesco piano ma nel farlo, sono costretti ad affrontare finalmente una volta per tutte i loro sentimenti. L’innocente è dunque un film che non ha nulla di rivoluzionario o sconvolgente, ma che si dimostra essere ben costruito, onesto e rispettoso nei confronti dello spettatore, e che riesce nel suo intento di essere intelligentemente divertente. E non è poco.

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Sin ser una gran película está claramente hecha para que el gran público disfrute alejado de sus preocupaciones personales. Un guion bien construido, va enlazando secuencias adecuadamente interpretadas, para dejar satisfecho a quien desea encontrar acción, amores, humor y persecuciones. Disfruten sin esperar ni exigir mucho más que distraerse satisfactoriamente.

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Commedia, melodramma e thriller si incontrano così nella struttura de L’innocente, trovando un equilibrio praticamente perfetto, senza sbavature. E il risultato è un film irresistibile, pronto a divertire dal primo all’ultimo fotogramma, capace di intrattenere senza perdere quel retrogusto tenero e amaro che appartiene solo alle storie autentiche

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L’innocente in effetti è un film energico, recitato da attori più che capaci, a partire dalla nostalgia impersonata da Anouk Grinberg (mamma Sylvie), donna sessantenne che sembra aver perduto ogni speranza sull’amore e sulla possibilità di una vita felice, passando per la trasgressione Roschdy Zem (il galeotto, futuro sposo, Michel) che non sembra mai perdersi d’animo, nemmeno davanti alle accuse di Abel (Louis Garrel) preoccupato per la madre incosciente che si trova a dover gestire; finendo poi con Clémence, che pur sembrando un ruolo marginale è in realtà il personaggio meglio riuscito, grazie anche alla favolosa interpretazione di Noémie Merlant, che possiede la giusta dose di ironia e malinconia cavalcando così i due aspetti preponderanti della pellicola.

Pur presentandoci un film che inizialmente potrebbe sembrare confusionario, Garrel compone insieme a Tanguy Viel una sceneggiatura convincente in cui i colpi di scena si alternano a momenti di normalità senza mai però scadere nel banale o nella noia. Un film che diverte ed intrattiene, che non è mai scontato, nemmeno nel finale.

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Amori, sentimento e melodramma non mancano e rappresentano una garanzia per gli appassionati del genere. Notevole però è stavolta il loro utilizzo, anche in chiave metanarrativa, come strumenti "del mestiere" in una rapina, nella quale ovviamente nulla va come dovrebbe per i personaggi mentre tutto fila alla perfezione dal punto di vista cinematografico: una sequenza estesa e calibrata alla perfezione nella regia, nella scrittura e nella recitazione, forse tra le cose migliori firmate fin qui da Garrel.

Già con i precedenti e ben riusciti L'uomo fedele e La crociata Garrel si era costruito un mini-universo personale di cinema intimo e autonomo, che parla di uomini e di donne, di impeto e di passività, e in cui il suo Abel, nome che ritorna, è ormai un alter ego fluido da indossare come un cappotto comodo. La scomparsa di Jean-Claude Carrière, co-sceneggiatore del suo secondo e terzo film, lo lancia su nuove strade che però restano familiari e si ripropongono sotto luce diversa, come quelle su cui in L'innocent si inseguono due furgoni della polizia penitenziaria, con l'idea, ora e sempre, di fare un po' di rumore e dirsi ti amo.

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