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giovedì 16 aprile 2026

Bastarden (La terra promessa) - Nikolaj Arcel

pur non avendo alcuna conoscenza della lingua danese, ho il sospetto che il titolo italiano non sia la traduzione letterale del titolo originario.

il film è come un western, in salsa danese, l'epica di un uomo contro la natura e tutti i potenti nobili merdosi (a cui sarebbe stato giusto tagliare la testa).

il protagonista è Ludvig (il sempre bravissimo Mads Mikkelsen), ma anche Anmai Mus (la bambina zingara) è bravissima.

un film che non delude, promesso.

buona (bastarda) visione - Ismaele


 

 

Mads Mikkelsen offre una performance straordinaria nel ruolo del capitano Khalen, la cui determinazione e forza di volontà lo rendono un personaggio affascinante e profondamente umano. La sua solitudine iniziale viene gradualmente mitigata dall'arrivo di due figure femminili: la vedova di un contadino fuggitivo e la cugina/fidanzata di De Shinkel, entrambe vittime delle crudeltà del nobile. Queste alleanze contribuiscono a rendere la narrazione più ricca e stratificata, aggiungendo ulteriori livelli di emotività e conflitto.

Arcel dirige con maestria un film che richiama il western americano e il mito biblico della Terra Promessa, offrendo uno sguardo crudo e realistico sulla brutalità dell’epoca. La rappresentazione delle classi sociali svantaggiate, esposte alla ferocia e alla tirannia dei nobili, è potente e straziante. Il film non esita a mostrare la violenza e la sofferenza inflitte da De Shinkel, rendendo palpabile l'ingiustizia sociale e la lotta per la sopravvivenza…

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Bastarden non è un film ottimista, anche se non manca qualche momento di umorismo. La maggior parte delle scene ruotano attorno a Ludvig e al suo estenuante impegno nella coltivazione del suolo e nella rimozione delle rocce, incurante di vento, pioggia, sole e neve. E la sua determinazione si fonde con la sua solitaria disperazione, almeno fino a quando non inizia a capire che la sua non può essere un’impresa da compiere da solo e che la famiglia che trova lungo la strada può valere più di un titolo nobiliare.

Ed è qui che il film mostra il suo valoreAiutato anche da un Mikkelsen magnetico: stoico, riservato ma anche colmo di emozioni. I suoi occhi, il suo volto espressivo danno al personaggio molta profondità, nonostante parli a malapena! Ludvig è fondamentalmente una brava persona e, anche se non è sempre buono, è così affascinante che ci immedesimiamo con lui. E questo è un aspetto essenziale, perché gran parte del film si basa sulla nostra capacità di connetterci con il protagonista.

La terra promessa riesce a essere esteso ma allo stesso intimo, perché lascia che l’occhio dello spettatore viaggi lungo terre brulle e sterminate per poi posarsi sulla vita di un singolo uomoLa sua narrazione procede con fluidità, senza la fretta di fornire momenti spettacolari, ma al contempo è intrisa di emozioni. C’è una bellezza intrinseca nella sua desolazione e, così come il primo germoglio che spunta dalla terra arida, il film si rivela un’esperienza che cresce nell’animo di chi guarda.

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Mads Mikkelsen è il mattatore, figura alla Clint Eastwood, sguardo di ghiaccio e quasi immune a ogni accadimento: eccezionale. Il resto è freddo e western, dove al posto del deserto c'è la brughiera, dove i "villains" sono facilmente riconoscibili e dove si empatizza in cinque minuti con questo comandante severo ma dal cuore puro. Insomma, il film ha tutti i crismi del kolossal, ma non affoga nello zucchero e quando deve colpire duro lo fa senza problemi. Due ore di visione mai noiosa, con attori, tutti, in splendida forma. Un western in costume di buona efficacia che sta già riscuotendo i suoi bei premi, del tutto meritati. Viva la Danimarca e il suo Cinema.

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La terra promessa è ispirato a una storia vera, ma è soprattutto una trasfigurazione cinematografica di un episodio poco noto della storia danese, raccontato con il linguaggio del western e con un forte centro morale. Un film che non idealizza il passato, ma ne recupera la forza narrativa, dimostrando che si possono ancora realizzare epici storici adulti, complessi e profondamente umani.

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Arcel imposta la narrazione seguendo la traccia, a volte in modo un po' troppo pedissequo, di un glorioso genere cinematografico: il western. Abbiamo la terra da conquistare e bonificare, abbiamo i coloni più o meno recalcitranti, abbiamo la donna forte pronta ad affrontare le avversità e, soprattutto, abbiamo l'eroe e abbiamo il cattivo. Quest'ultimo è un perfido perverso e crudele da far invidia agli spaghetti western, capace di far seguire ad un'efferatezza un'altra ancor più sadica e distruttiva. In nome di un preteso diritto sostenuto da una sostanziale stupidità.
Contro di lui ovviamente abbiamo l'eroe che però, nella concezione del regista non rappresenta l'utopista pronto a sfidare chiunque pur di tentare l'impossibile. Arcel lo vede piuttosto come colui che è praticamente posseduto da un'unica idea che gli fa perdere di vista la complessità di una vita che può essere pienamente vissuta solo se se ne colgono i molteplici aspetti, talvolta anche caotici, ma degni di attenzione e partecipazione emotiva…

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Mads Mikklesen è il perno attorno al quale ruota tutto il film, ma il suo magnetismo non basta a far scivolare due ore che risultano a tratti pesanti e che dopo un inizio “ad ampio respiro”, dove a dominare è il taglio epico da epopea western, scivola sempre di più verso un melodramma delirante e un finale quasi dovuto.

La terra promessa è un film godibile, ma non necessario. Apprezzabile per il comparto tecnico e per la recitazione, oltre che di Mikkelsen, della giovane Hagberg Melina e Simon Bennebjerg, nei panni di un De Schinkel sempre più fuori controllo.

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La terra promessa è un film avvincente e concreto, dal forte impatto (l’aria di casa deve essere stata salutare per il regista) e scandito da una linea di condotta esemplare/inalterabile, che pianta con fermezza le sue bandierine per poi stazionare al fianco di quei reietti che tentano disperatamente di rovesciare le sorti a loro assegnate, di far valere quei diritti fondanti, arbitrariamente negati. Con una road map coerente e pugnace, che sa esattamente quali fini raggiungere, e una rappresentazione integrativa, piena di risorse, tra obiettivi da non farsi sfuggire e danni collaterali, armi impari e determinazioni incrollabili, criticità putrefatte e arricchimenti frontali, con un respiro che non si preclude alcun orizzonte (vedasi una prolungata e toccante chiusura).

Spigoloso e coriaceo, disilluso e aspro, suffragato da parametri di autorevole/evidente spessore.

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domenica 5 aprile 2026

The Last Viking ( Mio fratello è un vichingo) - Anders Thomas Jensen

Mio fratello è un vichingo è molto meglio di quanto mi aspettassi. 

i due fratelli sono perfetti, Mads Mikkelsen può fare tutto ormai, e il fratello grande è Nikolaj Lie Kaas (il Carl Mørck, poliziotto eccezionale con l'altrettanto eccezionale Fares Fares, in alcuni memorabili film).

Anders Thomas Jensen è davvero bravo, riesce a rendere credibile tutta la storia, Manfred/John non è mai una macchietta, e Anker è davvero un fratello che tutti vorrebbero.

un film da non perdere, promesso.

buona (John) visione - Ismaele



Se il punto di partenza del film è inaspettato, Mio fratello è un vichingo è un susseguirsi di svolte spiazzanti, che strappano una risata nei passaggi più cupi mettendo lasciando allo stesso tempo intravedere qualcosa di sinistro nei momenti più buffi dei suoi personaggi. Eppure, incredibilmente, il suo cinema è uno dei prodotti culturali danesi d’esportazione più di successo degli ultimi anni, secondo solo alla sua musa: Mads Mikkelsen, il campione del cinema nordeuropeo, alla sua sesta collaborazione con Jensen. Non è l’unico regista danese ad utilizzarlo quasi come un feticcio (basti pensare a Nicolas Winding Refn e Susanne Bier), ma è sicuramente quello con cui Mikkelsen si prende i rischi maggiori, in una carriera costellata di ruoli estremi e sopra le righe sia a Hollywood sia in Europa.

In Mio fratello è un vichingo Anders Thomas Jensen gli chiede di trasformarsi in un uomo che sta da qualche parte nello spettro autistico (dove, di preciso, non è volutamente chiarito). Mentre il fratello è in prigione per aver organizzato e messo a segno con successo una rapina milionaria, riuscendo a nasconderne il bottino prima di essere arrestato, suo fratello minore Manfred si è convinto di essere John Lennon. Quando viene liberato, il rapinatore ha bisogno che il fratello lo porti al luogo in cui è nascosto il bottino, ma per farlo deve assecondare la sua convinzione, in un crescendo surreale e assurdo che porta i fratelli e uno psichiatra a tentare una reunion tra pazienti convinti di essere uno o più membri dei Beatles.

Questo crescendo folle, in molti sensi, è l’occasione di parlare d’identità e ruoli che ci cuciamo addosso e che ci aspettiamo la società ci riconosca, che hanno molto a che fare con la percezione di ciò che è mascolino e maschile, di come ci si aspetta che funzioni l’amore fraterno. Il protagonista del film infatti è il fratello “sano” che, pur sinceramente affezionato a Manfred-John Lennon, fatica a ricostruire il rapporto con il fratello, ostinato e volubile. Il rapporto con Manfred è però uno specchio in cui si riflette la sua ostinazione nel presentarsi come un duro, un criminale, una persona razionale. Per trovare il bottino, però, Anker deve cedere progressivamente alla visione del fratello, indulgere nelle sue follie…

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The Last Viking non smarrisce più la bussola dopo un primo tempo folgorante, come avveniva ai tempi di Le Mele di Adamo, ma tiene perfettamente insieme pezzi e tempistiche di un ingranaggio narrativamente complesso, che gioca di accumulazioni e colpi di scena, mescolando singolarmente umorismo, follia e sentimento, cui si accompagna una regia classicamente ambiziosa, che interpella il grande pubblico.
Per usare a nostra volta un paradosso, diremo che qualcosa fatalmente si è perso insieme alle imperfezioni, che la macchina cinema si avverte molto più distintamente ora, ma non si sono ridotti né lo standard altissimo della recitazione né l'umanità dello sguardo. Jensen e Mikkelsen evitano in ogni modo che il personaggio di Manfred diventi una macchietta, consapevoli che a cadere sarebbe l'intero castello di carte del film.

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Il motore dell’intera operazione e in parte anche il suo vero punto di vera forza sono però i due protagonisti, che con Jensen avevano già fatto coppia ne Le mele di Adamo e nel più recente Riders of Justice: non ostante una carriera ormai lunga trent’anni esatti e 43 film agli ordini di grandi nomi della regia mondiale in generi cinematografici lontanissimi gli uni dagli altri, col sui vichingo scollato dalla realtà Mikkelsen rischia di regalare al cinema una performance attoriale difficile da superare nei giorni a venire: il suo straordinario Manfred è al tempo stesso ridicolo, imprevedibile e profondamente umano, capace di radicare anche le sequenze più bizzarre in una credibilità emotiva autentica. Lie Kaas (il fratello criminale che si porta dietro un segreto innominabile che è la grande sorpresa finale della sceneggiatura da non rivelare a nessuno che abbia intenzione di visionare il film) gli risponde con una stanchezza malinconica, e con una catatonia emotiva nello sguardo spento di chi ha pagato un conto salatissimo con la Vita senza aver avuto in cambio nulla che possa compensare le conseguenze di troppe scelte sbagliate ma anche di opportunità mai veramente avute…

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martedì 23 luglio 2024

Brotherhood – Fratellanza - Nicolo Donato

in un cupo bianco e nero, in una Danimarca nella quale il nazismo è in salute, Lars, di buona e ricca famiglia, viene attratto dai nazisti, dove trova quello che gli manca a casa, forse.

diventa amico di Jimmy, che lo deve guidare nell'organizzazione.

non troppo difficile diventare nazista, sembra, in Danimarca.

Lars e Jimmy sono bravissimi, e riescono a lasciar tutto e tutti, amore galeotto.

buona (innamorata) visione - Ismaele

 

 

 

 

 

Muchas son las películas que retratan con más o menos acierto la entrada de un joven en un grupo de extrema derecha, pero pocas las que centran su mirada en la atracción sexual, y especialmente afectiva, que pueden llegar a sentir dos miembros de un grupo en el que la homosexualidad se persigue de una forma tan brutal como lo es el pertenecer a una raza diferente a la aria. Donato sabe mostrar con acierto el camino que recorre una persona en principio ajena al nacionalsocialismo hasta que llega a convertirse en miembro de pleno derecho de un grupo neonazi. Pero la principal virtud de Brotherhood es dotar de veracidad una historia de amor que podría haberse quedado en los tópicos homoeróticos que rodean el universo de los skins…

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E’ un cinema fragile quello dell’italo danese Nicolo Donato, fragile se osservato attraverso il percorso narrativo più evidente, quello di un racconto didascalico sulla resistenza dello sguardo ideologico alla frantumazione dell’identità. Sembrano lottare costantemente con questa instabilità i corpi di Lars, sbattuto fuori dall’esercito per sospette molestie, e di Jimmy, il neonazista che accoglierà l’ex militare in casa come allievo per la sua nuova formazione all’interno del partito. Un percorso che li porterà a collidere fuori dal binario preordinato e che a un certo punto sostituirà l’osservazione interna di un processo antropologico estremo, come poteva essere quella di Geoffrey Wright dentro la società autoctona di Romper Stomper fuori dal bene e dal male, con un cinema sempre più prossimo ai corpi filmati da un occhio “morale”. Il confine tra rifiuto e assimilazione o quello tra violenza e nutrimento sessuale serve a Donato per spostare la percezione sull’idea di affratellamento in un processo di continua allusione, dallo scontro fisico selvaggio ai corpi che si sfiorano e si abbracciano durante un Mosh Dancing rituale. E’ una materia suggestiva che nei momenti migliori, come per esempio quello della punizione esemplare ai danni di Lars, riesce a mantenere molto alto il livello di ambiguità interiore, raccontando il trauma del riconoscersi come “altro” con una durezza che vivaddio non lascia spazio alle note a margine; al contrario risulta meno convincente quando il passaggio all’alterità come modo di percepire il mondo viene filmato con una tenerezza irreale che ottiene il risultato opposto, ovvero quello di un racconto a tesi che filma corpi già freddi, senza farsi mai completamente immagine della trasformazione.

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La forza di Brotherhood è tutta nei contrasti, quello di toni e di situazioni. La crudezza nelle scene dei pestaggi e nei discorsi tra i soci del gruppo cozza in maniera prepotente con la poesia delle scene di seduzione e di dolcezza tra i due protagonisti, volti e sguardi intrisi di odio e violenza grondanti di sofferenza ma mai di vergogna che sanno apparire spigolosi e lividi in alcuni momenti e completamente trasformati, illuminati dai colori caldi della passione nelle scene d'amore girate da Donato con un'eleganza e una aggraziata voluttà degne dei migliori Gus van Sant e Lars von Trier, quest'ultimo responsabile in parte del film in quanto 'formatore' dell'esordiente Donato presso la Zentropa, casa di produzione fondata dal regista di Dogville nel 1992 insieme al produttore Peter Jensen.

Straordinari i due attori Thure Lindhardt e David Dencik, coinvolgenti e commoventi, eccezionali nel conferire ai loro personaggi un realismo e un'umanità che toccano le corde giuste e arrivano dritti al cuore dello spettatore, totalmente inerme sotto i colpi di una storia d'amore che graffia l'anima e lascia l'amaro in bocca.

Cinema verità nudo e crudo, metafora agghiacciante che evidenzia, mettendola in ridicolo, la violenza cieca di chi non pensa ma agisce per inerzia, mosso unicamente da becere ideologie che predicano il ritorno alla razza pura, bianca, che mirano a debellare qualsiasi focolaio di diversità e di innaturalità. Un barlume di speranza si intravede nel finale e questo è già un segno positivo. Certo è che non basterà un film a smuovere le coscienze e probabilmente Brotherhood non verrà mai neanche distribuito in Italia, ma sarebbe importante in questo momento di omofobia dilagante dare un segnale forte e consegnare a questo bellissimo film un premio importante.

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lunedì 8 luglio 2024

L'effetto farfalla - Martin Zandvliet

i protagonisti del film sono cambiati, non ci sono più Fares Fares e Nikolaj Lie Kaas e questo fa la differenza.

la storia è sempre scritta da Jussi Adler-Olsen.

passiamo da ottimo a sufficiente.

buona (disperata) visione - Ismaele




Un ragazzino di origini zingare si trova invischiato in un complotto ai più alti livelli in quella Danimarca che vorrebbe diventasse il suo Paese; il Commissario Carl Mørck, alle prese con una profonda crisi personale, torna in servizio per indagare sul caso, svelando un gigantesco vaso di Pandora. Come vi abbiamo raccontato nella recensione de L'effetto farfalla, questo nuovo adattamento dei romanzi di Jussi Adler-Olsen incentrati sulla Sezione Q vede un cambio totale del cast, che però non riesce a infondere il medesimo carisma di chi l'ha preceduto a personaggi sulla carta così tormentati e ambigui. Complice una sceneggiatura a tratti inverosimile e una regia anonima, più affine al mondo seriale, il film si trascina per due ore senza effettivi guizzi di genere, deludendo fan e neofiti.

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Un ispettore di polizia prende a cuore il caso di un ragazzino rom in possesso di documenti importanti e di conseguenza in pericolo di vita. Visti i tempi dilatati e l'azione distribuita con il contagocce (non male la scena della fuga tramite estintore), più che un film è pare un episodio di una qualsiasi serie poliziesca teutonica: il cast se la cava, ma il clima freddo e austero non sollecita l'immedesimazione in una vicenda che comunque non ha proprio niente di originale. Un'occhiata spassionata la si può anche dare, ma rimane una produzione mediocre e dimenticabile.

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giovedì 16 marzo 2023

Holy spider – Ali Abbasi

quell'assassino seriale di prostitute, Saeed, continua a farla franca.

la gente lo approva, e la polizia non sembra troppo dispiaciuta.

ma quella giornalista di nome Rahimi sente l'urgenza di fare qualcosa, rischiando la vita.

il dramma è che quel killer è amato in famiglia, sembra uno che fa la volontà di Allah, e quando arrivi alla fine capisci quanto le cose sono compromesse, gli assassini sembrano eroi, non più vili killer, nascere donna in Iran (come in altre infelici parti del mondo) non è per niente facile.

film senza fronzoli, secco, incisivo, grande cinema.

buona (rischiosa) visione - Ismaele

 

QUI il film completo, su Raiplay 

 l'ultima sequenza del film è addirittura la più bella, la più simbolica, la più terrificante.

Un filmino casalingo.

Il giovane ragazzo che usa la sorellina per simulare gli omicidi del padre.

La madre lì che non li ferma.

3-4 minuti intensi, potenti, fastidiosi che hanno veramente un mondo dentro.

L'uomo (il ragazzino) che imita il padre, come a dirci che niente cambierà, che anche le nuove generazioni cresceranno con quei dettami e quell'ideologia.

La donna (la piccola bambina) come vittima sacrificale, presente e anche lei futura.

E la madre (la società) che se ne sta lì, inerme, ormai assuefatta al mondo in cui è cresciuta.

Tre minuti che raccontano tutto, 3 minuti che raccontano i 20 anni successivi alle vicende del film.

Tre minuti che se non fossero terribili li definiremmo straordinari

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Proprio all'epoca dei fatti, Abbasi stava per lasciare il suo paese e iniziare il percorso che l'avrebbe portato a stabilirsi in Svezia e poi in Danimarca. La storia di Saeed Hanaei, che fu poi catturato e giustiziato, è rimasta nota per la trasparenza e l'apertura con cui l'uomo rivendicò i suoi propositi omicidi, e per l'assurdo supporto che i suoi proclami religiosi gli garantirono presso una parte dell'opinione pubblica.

Abbasi omaggia questo aspetto di auto-evidenza della storia, spogliando la mitologia cinematografica del serial killer di ogni mistero: il suo Saeed è protagonista del film da subito, tanto quanto l'eroina Rahimi che gli dà la caccia, e prima che i rispettivi sentieri entrino in rotta di collisione c'è tutto il tempo di sviscerare la figura di un uomo tormentato dai traumi della guerra, insoddisfatto della direzione della sua vita, e carismatico nel guadagnarsi l'approvazione della moglie e del figlio prima ancora che degli altri cittadini di Mashhad, pronti a scagliarsi contro il basso valore morale e il cattivo esempio delle prostitute uccise…

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Holy Spider fin dalle prime sequenze coinvolge lo spettatore nel sopravvivere e peregrinare disperato, tossico, rassegnato e perseguitato di una prostituta come tante di Mashhad, che nel cuore della notte lascia il figlioletto solo a casa, per raggiungere le abitazioni e poi i veicoli di squallidi uomini sconosciuti che approfittandosi della sua situazione la coinvolgono in prestazioni sessuali feroci, sottopagate e violente, facendo uso del suo corpo come fosse un oggetto, che se nel cuore della notte appare eccitante e proibito, alla luce del giorno diviene invece repellente, perverso, sporco e immorale.

Abbasi mostrando le ecchimosi della donna, nel suo specchiarsi nuda e invisibile a sé stessa durante la preparazione casalinga per un nuovo turno notturno sulle strade di Mashhad, racconta senza l’uso alcuno di dialoghi e parole, il dramma e la tragicità della condizione fisica e psicologica alienante, discriminante ed incredibilmente pericolosa vissuta e subita dalle prostitute – e più in generale dalle donne – nell’Iran di quegli anni, attraverso una lente cinematografica potente, oscura e immediata che si pone a metà strada tra reportage d’inchiesta, opera documentaristica, cinema horror e dramma…

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Holy Spider mostra il killer e l’uomo, il buono e il marcio, parte di un’unica entità, disturbata e disturbante. Le prostitute sono la radice del male, e come tali, vanno spazzate via, gettate tra i rifiuti, essendo esse stesse corpi spazzatura, ricettacolo di perdizione e malattie. Ma Abbasi non si limita solo a dare un volto al killer, mostra le prostitute e le loro diverse personalità: donne sole e consapevoli della propria condizione, disumanizzate dagli uomini e dal sesso, da una società che condanna e non perdona. Abbasi cattura il bravissimo Mehdi Bajestani, ritraendolo per strade che dovrebbero essere in Iran, ma che per non scendere a compromessi sono state ricreate in Giordania. Strade sporche, volutamente fuori fuoco, che sembrano assorbire il marciume del suo protagonista. Holy Spider è un film duro, spietato, che grazie alla violenza evocata e non solo mostrata, si spoglia dei generi per diventare qualcos’altro. Un film ibrido, visivamente affascinante e terribile. Sporco, come le mani imbrattate di sangue e gli occhi vitrei e spenti del suo sconcertante assassino.

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sabato 19 marzo 2022

Shorta - Frederik Louis Hviid, Anders Ølholm

una grande opera prima, su un tema di grande attualità.

una rivolta in un quartiere di immigrati dopo l'omicidio di un immigrato da parte della polizia intrappola due poliziotti in un isolato, è una lotta contro il tempo, per salvarsi, senza aiuti esterni.

e le cose diventano sempre più complicate, un ragazzo viene preso prigioniero dai due, quasi ostaggio, ma le cose, per fortuna, non sono predeterminate, gli umani riescono a sorprendere, ogni tanto.

gran ritmo, tensione e partecipazione che non cala mai.

buona (imperdibile) visione - Ismaele

 

 

 

 

Shorta, un titolo in arabo per un film danese. È la scelta peculiare dei due registi Frederik Louis Hviid Anders Ølholm, una dichiarazione d’intenti acuta che vuole proiettare lo spettatore in un preciso orizzonte narrativo. Si parla di polizia (shorta, appunto) e di segregazione razziale in Danimarca, a partire da quei luoghi periferici che lo stesso governo danese etichetta come ghetti. Svalegården, l’immaginario quartiere di Copenhagen abitato in maggioranza da immigrati non occidentali, si propone come il teatro ideale per ospitare la rivoluzione “dal basso” che esplode nel corso del film.

Si tratta di una rabbia sociale irrazionale e violenta, a lungo repressa, che irrompe definitivamente quando il giovane di origine araba Talib Ben Hassi perde la vita, probabilmente a causa di un’aggressione subìta da parte delle forze dell’ordine. Ce lo suggerisce la sequenza con cui si apre il film, un incipit folgorante che non può che riportare alla mente l’assassinio di George Floyd, avvenuto lo scorso anno negli Stati Uniti. Shorta, in realtà, prende ispirazione dal caso molto simile di Benjamin Christian Schou, un altro arresto violento avvenuto nel 1992 in Danimarca, ma è comunque un’opera che respira profondamente di attualità…

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La sceneggiatura – opera degli stessi registi – scommette insomma sul successo sicuro, operando però un interessante gioco di ribaltamento di caratteri e situazioni che coinvolge i due personaggi nel corso di un lungometraggio narrato in tempo pressoché reale. Una lunghissima notte che vedrà emergere i loro lati nascosti, ribadendo ancora una volta l’inoppugnabile verità secondo la quale le apparenze possono sempre trarre in inganno.
Qualche piccola scivolata in una facile retorica moralista nell’epilogo non inficia più di tanto i meriti di un’opera che ha il pregio di condurre lo spettatore a vivere quasi in soggettiva un inferno di proiettili, esplosioni ed incendi in pratica senza fine. Riuscendo a tenere alla giusta distanza, proprio grazie alla costante ricerca di una totale aderenza al reale, i nefasti pericoli del film troppo somigliante ad un videogame di seconda mano.
Al tirar delle somme Shorta è dunque un film da riscoprire a tutti gli effetti, approfittando della buonissima – dal punto di vista della qualità tecnica – edizione home video partorita dalla Blue Swan Entertainment, distribuzione ormai chiaramente specializzata nel recupero di opere passate sin troppo sotto silenzio nel panorama cinematografico italico. Un’occasione, quella di visionare l’inedito Shorta, da cogliere quindi al volo.

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…Con Shorta, lo spettatore entra nel ghetto come se stesse entrando in un tunnel senza possibile via d’uscita, buio e pieno di insidie e, come Jens e Mike si sente intrappolato e cerca una possibile modo per salvarsi, la sua opinione cambia quando si trova faccia a faccia con quella realtà che ha sempre combattuto, avverte di non essere più inattaccabile. Ognuno ha il suo punto di vista, costruito da un pregiudizio sociale, e pian piano ogni vecchia certezza viene a mancare e si inizia a conoscere e a comprendere meglio le ragioni dell’altro.

Shorta – in Arabico “polizia” – é una storia cruda e densa, quasi senza scrupoli e a tratti brutale. Pietre e bottiglie volano in aria, le sparatorie e i combattimenti corpo a corpo sono l’unica forma di comunicazione e di azione possibile tra due forze opposte. Ciò non esclude, come nei noir polizieschi americani – da cui prende indiscutibilmente ispirazione -la presenza di brave persone dove “non batte il sole”, e risulteranno la salvezza che Mike mai si sarebbe aspettato di trovare. A fine visione del film, si ha la consapevolezza che le certezze iniziali stiano man mano svanendo e che per tutta l’azione ci si è aggrappati ad una convinzione mantenendo una linea di pensiero fissa, ma era solo un’ulteriore forma di autoprotezione che verrà meno.

In sostanza Shorta è un film adrenalinico che nulla a che invidiare alle produzioni oltreoceano, la tensione viene inquadrata da scontri duri e in campo potenziati da una colonna sonora punteggiante.

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in questa atmosfera così tetra e apparentemente priva di speranza, si intravedono anche i germogli di una possibile evoluzione. Non attraverso il progresso e la sensibilizzazione (purtroppo), né tantomeno nel dibattito culturale, ma attraverso un percorso molto più primordiale, cioè la condivisione di piccoli dettagli o di esperienze drammatiche. La spinta emotiva per comprendere il prossimo arriva così da una comune passione per lo sport, da una fotografia in una cameretta o addirittura dalla comprensione di cosa si prova a essere braccati da un nemico senza nome, alimentato da un odio cieco e insopprimibile. Una provocazione intellettuale e politica, che ha però anche il proprio rovescio della medaglia, dal momento che una situazione estrema può anche tirare fuori il lato più animalesco di noi stessi, facendoci perdere in pochi istanti l’equilibrio che credevamo di avere raggiunto…

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Shorta. El peso de la ley es una película danesa de acción trepidante que combina a la perfección el drama social y los conflictos raciales con escenas cargadas de adrenalina. Hviid y Ølholm dirigen una historia que parece trotar a caballo entre Training Day y El Odio, con personajes más complejos de lo que acostumbra el género y con actuaciones de gran nivel. 

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venerdì 5 novembre 2021

One day - Lone Scherfig

una storia d'amore, non la migliore, né la più indimenticabile al cinema.

e però un po' ragazzi così li abbiamo conosciuti e ci siamo affezionati.

Anne Hathaway e Jim Sturgess sono bravissimi, ma Anne Hathaway di più.

buona visione - Ismaele


 

 

 

 

Il film è una commedia romantica gradevole ma poco incisiva e fa della riuscita commistione fra sentimento e umorismo il suo punto di forza: buone le interpretazioni dei due protagonisti – Anne Hathaway e Jim Sturgess – che lavorano con efficienza sulle sfumature dei personaggi, dimostrandosi però entrambi più a loro agio nei segmenti spensierati che non nelle parentesi drammatiche. One Day infatti pare avere una doppia anima, l’una decisamente improntata all’ironia e allo humor, l’altra più seria e commovente ed è proprio nei risvolti “dolorosi” che la narrazione si appesantisce: c’è da apprezzare però che la Scherfig riesce a evitare di rimanere inghiottita dagli slanci potenzialmente più mielosi, smorzando il sentimentalismo proprio sfruttando la vena sottilmente comica dei personaggi.
Restano però evidenti tutte le imperfezioni del progetto che – soprattutto a causa della ridondanza verbale di alcuni segmenti che lo fanno avvicinare pericolosamente ai dettami del cinema strappalacrime per eccellenza – spesso non sembra riuscire ad affermare la propria originalità e il proprio carattere e che finisce per apparire quasi anacronistica. Un’occasione non sfruttata al meglio dalla regista danese.

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Quando e cosa sia veramente il momento giusto, non è dato sapere. Sicuramente, per Emma e Dexter, il 15 luglio 1988 è il primo giorno del resto della loro vita. Quel singolo giorno diventa la finestra dalla quale affacciarsi su una storia che attraversa vent’anni, qualche città, ma un’unica strada possibile. One Day è il racconto intelligente e malinconico di un’alchimia tra due anime disordinate e profondamente uguali e di un legame destinato ad aspettare…

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sabato 30 ottobre 2021

L'ora più bella - Lone Scherfig

l'eroica resistenza degli inglesi contro i nazisti è il film nel film che caratterizza L'ora più bella, è una brava scrittrice di storie per il cinema che riesce ad emergere.

una storia d'amor(i), di guerra, di cinema in un film solo, che si vede con piacere.

buona visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo online, su Raiplay

 


 

Ogni tanto, insegna Their Finest, presentato in anteprima al Bif&st, bisogna fare un film che valga un'ora e mezza di vita di chi sceglie di vederlo. Lone Scherfig ci riesce, portandoci sotto quelle macerie senza lasciare traccia di polvere addosso. Solo la passione incrollabile di chi crede nel proprio talento e ce la mette tutta per trasformarlo in qualcosa di buono e utile per gli altri. Con buona pace di chi dice che di cultura non si mangia, il film mostra come anche in tempo di stenti il cinema fosse pane per emozionarsi, commuoversi, non arrendersi mai.

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Cine dentro del cine. Fórmula infalible como entretenimiento y curiosidad. Mejor aún si, como ocurre en este caso, alude de manera sesgada a acontecimientos que no son estrictamente “reales” al cien por cien pero claramente están relacionados con la manera en que el cine británico afrontó la propaganda durante la Segunda Guerra Mundial. Añadan a la propuesta que la historia se desarrolla durante los bombardeos de Londres por la Luftwaffe alemana y ya tienen todos los ingredientes necesarios para que, al menos durante una hora y media, más o menos, esta película funcione como un reloj y nos meta de lleno en esa época histórica, con una recreación del momento y el lugar que ciertamente sabe sacarle partido a sus mejores elementos…

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La danesa Lone Scherfig parece afianzarse en el país británico tras varios años alternando trabajos entre Inglaterra y Usa, las últimas películas realizadas mantienen un aroma británico que para si quisieran muchos directores de las islas. Conocida en Europa por, Italiano Para Principiantes y Wilbur Se Quiere Suicidar, se dio a conocer a nivel mundial con An Education película con la que tuvo 3 nominaciones a los Oscar. Su Mejor Historia, película que se estrena ahora, está basada en el famoso libro de Lissa Evans que la directora danesa lleva a la pantalla de manera brillante convirtiéndola en su película mas redonda y manteniendo ese toque británico que tanto le caracteriza en sus últimos trabajos.
Su Mejor Historia nos lleva hasta una compañía de cine británica en plena Segunda Guerra Mundial que es encargada para realizar una película optimista a la población que no vive su mejor momento. La productora sabe que necesita savia nueva y se fija en una joven escritora que parece tener ideas brillantes y no se amilana ante nada…

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mercoledì 14 luglio 2021

Wilbur Wants to Kill Himself – Lone Scherfig

Wilbur proprio non riesce a smettere di pensare al suicidio, ma quando il fratello che lo sopporta sa che deve morire di malattia allora Wilbur decide che tocca a lui portare avanti la vita del fratello.

il film della danese Lone Scherfig è ambientato a Glasgow, spesso in libreria, con attori (quasi tutti) inglesi bravissimo, in una storia disperata eppure viva (e non strappalacrime, per fortuna).

un bel film, buona visione - Ismaele




 

The filmmaker, Lone Scherfig, is a Danish woman whose first film, "Italian For Beginners," was a Dogma comedy. That she was able to make a Dogma comedy tells you a great deal about her. Here she does away with the Dogma rules and makes a movie in the tradition of the Ealing comedies produced in England in the 1950s and early 1960s: Modest slices of life about people who are very peculiar and yet lovable, and who do things we approve of in ways that appall us. The title may put you off, but don't let it. Here is a movie that appeals to the heart while not insulting the mind or forgetting how delightful its characters are.

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...This is one of the most astonishing cinematic journeys I have ever participated in. Staring out as a dark, off-beat and slightly satirical comedy, this has an unbelievably smooth descent into absolute tear-jerker drama. The gradient is so even that it is barely noticeable how the tone of the film changes until you find yourself smack in the middle of a harrowing family tragedy. Very impressive writing!...

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domenica 23 maggio 2021

Un altro giro (Druk) - Thomas Vinterberg

attori bravissimi, Mads Mikkelsen anche di più, nel film premio Oscar 2021 per il miglior film straniero.

a un certo punto quattro amici, poco felici nella vita, insegnanti nello stesso istituto, decidono di applicare sulla loro pelle una teoria che afferma che se sei mediamente ubriaco, la vita ti sorriderà, amore, lavoro, tutto sarà un successo.

tutto questo succede a persone in contatto costante con i giovani, che potranno essere tutto, loro quattro ormai non potranno essere diversi da come sono diventati.

il loro esperimento è anche quello di sentirsi sempre al massimo e ridiventare forever young, ma, come capita troppo spesso agli umani, non si sa mai quando è arrivato il momento di fermarsi.

film poco adatto a chi sta cercando di disintossicarsi dall'alcol (o da qualcos'altro), ma per tutti gli altri, forse la maggioranza, chissà,  superconsigliato.

non perdetevelo, al cinema, naturalmente - Ismaele



 

 

 

Provocatorio, ma affatto superficiale, Un altro giro è un film che celebra la sete di vita e indica una strada possibile, mediamente alterata, senza per questo negare le conseguenze nefaste dell'abuso di alcolici. Vinterberg parla dunque, prima di tutto, alla propria gente, bloccata in una contraddizione perpetua tra retorica puritana e consumo elevato, ma fornisce anche un più generale invito a scegliere come vivere, ad assumersene la responsabilità, nel bene o nel male.

Il risultato è un film libero anche nella forma e nell'andamento, in cui un pool di attori in stato di grazia collettivo dà vita ad una serie di scene tra Ferreri e Cassavetes, per lasciare l'assolo finale a Mikkelsen e ad un memorabile inno del corpo liberato.

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Saranno i lunghi mesi della pandemia, o magari i codici estetizzanti delle produzioni contemporanee, ma l’autenticità del cinema di Vinterberg resta un dato incontrovertibile, capace di colpire lo spettatore come un’esperienza cinematografica d’intensità incomparabile rispetto a qualunque film visto in streaming in questi mesi.

Non è semplicemente la stranezza di questa parabola senza morale, l’onestà del punto di vista, o magari l’eccezionale interpretazione di Mads Mikkelsen e dei suoi compagni di bevute. Vinterberg sa avvicinare la realtà degli uomini, delle emozioni e della vita con un linguaggio straordinariamente diretto. Un linguaggio minimale, spogliato di qualunque regola su trama e intreccio.

E il risultato è Un altro giro, un film che non risponde a nessuna definizione di genere. Resta perfino riduttivo ricorrere alla categoria americana della dramedy, già che il regista sceglie deliberatamente di rifiutare il genere. Si muove infatti fuori dalle regole, gli schemi che tradizionalmente definiscono la commedia, il dramma, la tragedia.

Queste tre storiche categorie si presenteranno tutte a fasi alterne all’interno del film, insieme all’intera gamma delle relative emozioni. Eppure, il regista cerca strenuamente la verità della vita vissuta fuori dalle dinamiche del climax, dei plot-twist, i monologhi, le scene madri e tutti quegli artifici che sperimentiamo normalmente nella rappresentazione cinematografica…

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Il confronto non semplice tra le due generazioni che popolano la scuola così come l’ambiente domestico non è narrato nella sua più banale venatura conflittuale, ma piuttosto come terreno desolato, impacciato, ancora in definizione. I giovani non sono altro che la restituzione in personaggio di quella sensazione di distanza dal mondo che pervade il protagonista. La costrizione che è alla base della vita adulta da una parte, la libertà e la spensieratezza dell’infanzia dall’altra, arrivano a rispecchiare l’antitesi tra civiltà e natura, istinto. Non è un caso se nel film il paesaggio naturale è quasi sempre separato dai protagonisti, rinchiuso nel reframe delle finestre, oppure affrescato sulle pareti di un ristorante. 

Alla fine, si troverà il modo di ballare persino della morte, nello spazio interstiziale tra mare aperto e città. Ognuno si muoverà col suo ritmo, seguirà la sua traiettoria, nella massa indistinta di anime in festa, giovani e meno giovani, tutti insieme. Durante la sequenza finale, la casualità della ripresa mossa e l’affollamento visuale sembrano celebrare la contraddizione dell’esistenza umana e ricordano le forme ruvide di Dogma 95. Come se Un altro giro, oltre che raccontare l’uomo moderno e il suo scollamento sociale, parlasse anche del cinema e di quella purezza artistico-espressiva ancora possibile, oltre le forme più istituzionalizzate. In ogni caso, Vinterberg è riuscito a ritrovare, dopo alcuni lavori impersonali, uno sguardo d’autore su una vicenda che parte dal dato teorico, tocca il qui e ora di un uomo e si estende a metafora sociale e politica, in un racconto che parla di crisi, di illusione e della possibilità di andare oltre.

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Thomas Vinterberg inneggia all’alterazione di sé, realizzando una pellicola provocatoria ma per niente superficiale. Non vengono mai negate le conseguenze degli abusi; anzi, vengono mostrate sulla pelle dei quattro amici e colleghi che si sottopongono a questo esperimento (fin troppo) audace. Il regista prova a suggerire come vivere, assumendosi le proprie responsabilità, nel bene e nel male. Probabilmente un gruppo di studenti potrà trovare il proprio professore noioso, “vecchio” o poco stimolante, ma la versione “allegra” non sarà capace di fornire gli stessi strumenti di apprendimento. È una questione di scelta. Infatti, la parola chiave del film è proprio la libertà: di fallire, di rischiare, di mettersi in gioco, di vivere senza irrazionalità rifiutando le regole, rimettendo in discussione le cose senza obbedire passivamente. Vinterberg ci porta nella patria di Kierkegaard (la Danimarca), mostrandoci come una “semplice crisi di mezza età” possa avere risvolti così imprevedibili. Probabilmente, c’è un’ebbrezza eccessiva, a tratti disturbante, ma necessaria a rendere il film libero anche nella forma e nell’andamento. “Druk” ci mostra inizialmente la confusione e il senso di frastornamento dei quattro protagonisti, poi la completa dissoluzione. Non si vince con l’alcolismo. Non è possibile diventare “amici” e abbandonarlo quando poi abbiamo trovato il modo di tornare ad essere brillanti come prima. Il punto è capire qual è il vero fallimento. Si fallisce accettando la vecchiaia? Si fallisce reagendo alla vecchiaia? O, ancora, si reagisce provando ad apprezzare quello che la vecchiaia può dare?...

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…"Vogliamo che sia un omaggio all'alcol, ma è ovvio che vogliamo anche dipingere un quadro sfumato" , ha spiegato il cineasta. 

Incorporato nel nostro esame dell'essenza dell'alcol si trova il risvolto della medaglia: sappiamo bene che le persone muoiono e vengono distrutte dal bere eccessivo e dall'alcolismo.

Un'esistenza con l'alcol genera la vita, ma può anche uccidere".

Thomas Vinterberg ha poi aggiunto 

"Un altro giro vuole essere una storia sfaccettata che allo stesso tempo provoca e diverte, ci fa pensare, piangere e ridere per tutta la durata del film.

E si spera che lasci spunti di riflessione e di dibattito per un pubblico che vive in un mondo che, in misura crescente, è definito esteriormente dalla retorica puritana, ma di fatto ha un consumo di alcol piuttosto elevato anche da persone con un'età relativamente giovane".

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sabato 14 novembre 2020

Shelley - Ali Abbasi

primo lungometraggio di Ali Abbasi  (che due anni dopo girerà lo straordinario Border - creature-di-confine), ricorda un poco le atmosfere di Thelma (o il contrario, visto che il film norvegese è successivo).

inizia con l'arrivo di Elena nella casa in campagna, senza elettricità, che ha lasciato la Romania, e il figlio piccolo, per lavorare e riuscire a comprare una casa.

poi riceve una proposta che non si può rifiutare, e allora, piano piano, iniziamo a soffrire con e per Elena.

per sapere tutto bisogna vedere il film, cercatelo, non ve ne pentirete - Ismaele





è vero che il film è molto lento, è vero che soffre di una certa staticità, è vero che man mano che il film prosegue nonostante cerchi di rimanere nel mistero si renda sempre più telefonato...però porca misera direi il falso se dicessi che questo film non sia stato in grado di inquietarmi. Oltre ad una fotografia molto fredda che dà alla pellicola una sensazione quasi surreale, priva di vita. Le musiche angoscianti, un comparto sonoro in certi frangenti "graffiante", delle ottime interpretazioni in special modo delle due donne, Cosmina Stratan ed Ellin Dorrit Petersen...soprattutto grazie all'agonia che prova il personaggio di Elena..giuro che il film mi aveva acchiappato così tanto che soffrivo assieme a lei...insomma un pò tutto nell'insieme è veramente riuscito a soddisfare le mie esigenze…

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Abbasi relega il genere in uno spazio intangibile, tanto da considerarsi una riflessione aggiunta al rapporto tra le figure femminili, non realmente tracciabile nel reale. L’unico luogo rimane il sogno, interstizio allusivo dove collocare i codici del cinema horror. Il malessere di una maternità surrogata prende forma fisica nel reale per essere poi esportata negli incubi dalla multiforme rappresentazione, passando da premonizioni mortifere all’interessante momento da body horror nel finale.
"Shelley" naviga su rotte già tracciate, giocando con più generi senza entrare in nessuno totalmente. In questa indefinitezza ne guadagna la riflessione sui temi attraverso punti di vista differenziati, anche se le vie preferenziali codificanti rimangono horror e dramma famigliare, ma il discorso fatica a raggiungere un’ambiguità visiva e narrativa, come vorrebbe. Gli incubi possono essere letti come le incrinature covate e preesistenti nella triade descritta dalla storia di Abbasi. Proprio come in "Border" sono i luoghi, gli spazi e gli interstizi a descrivere la condizione esistenziale dei personaggi che alternano la vita di campagna agli anonimi crocevia della società al di là del lago-bosco. A “Shelley” bastano pochi dialoghi per dare corpo alle insicurezze affettive di Kasper come futuro padre, alle attenzioni ossessive di Louise come madre e alle paure di Elena somatizzate nel decadimento fisico…

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La natura è la protagonista indiscussa di questo ‘Shelley’ che potrà risultare un coacervo citazionistico, come hanno ben evidenziato altri recensori, ma che affascina per quel trip malato che si insinua lentamente progredendo in un crescendo fino alla manifestazione del male sotto così deboli (ma solo apparentemente) spoglie…

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…Cosa rende speciale questo horror che sulla carta non ha nulla (o quasi) di originale? Sicuramente l'atmosfera surreale e angosciante che fin dalla prima immagine il giovane regista ci propone. L'ambientazione che dovrebbe essere quella serafica scelta da Kaspar e Louise, allo spettatore appare come quella del famoso quadro “L'isola dei morti” di Arnold Boklin, c'è infatti sempre una contrapposizione tra quello che i protagonisti vivono e quello che allo spettatore appare, che crea quello squilibrio necessario a provocare un senso di fastidio sempre più crescente man mano che la storia prende corpo. Ed è il corpo il vero protagonista del film: il corpo di Elena che si trasforma e il corpo della bambina nel suo ventre che piano piano prende forma e anima.

Se solitamente nei film in cui vengono narrate gravidanze malefiche o malate, difficilmente si assiste al post nascita, in questo caso si fa una eccezione. Shelley (il nome della nascitura) non rimarrà un'entità priva di immagine, ma si rivelerà in tutta la sua perversione…

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…Una apuesta arriesgada e incómoda, no apta para espíritus sensibles, que transita paisajes ya conocidos por caminos no demasiado visitados, con la poco habitual virtud de no sucumbir ante las exigencias del cine más comercial, no temiendo al rechazo que puedan despertar la morosidad de su relato o lo escabroso de sus escenas más extremas…

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Un tema que da para reflexiones poderosas y que ha demostrado entregar ejercicios de estilo donde la fuerza radica casi siempre en la posible hipnosis ambiental, punto fuerte de Shelley, y en la opresión que ejerce el espacio. Más allá de eso, no todo funciona. Abassi utiliza algunos elementos clásicos del subgénero (desde ‘la institutriz’ que va a cuidar al invalido, al perro amenazante, la oscuridad del bosque o los crujidos constantes) pero no los articula de manera demasiado impactante y cuando lo hace, el público ya ha perdido la predisposición. En esos casos, sólo queda la dignidad de una actriz entregada y aquí es de agradecer la presencia Ellen Dorrit Petersen, interprete noruega que ya pasó en 2014 por Panorama presentando la magnífica Blind (2014), debut en la dirección de Eskil Vogt y donde se nos mostraba con un personaje muy hermoso y hermético, una cualidad de misterio que le otorga el poseer un rostro único y de una belleza casi etérea. Ella es el gran placer de Shelley.

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Cabría destacar  también una importante carga de los personajes, mucho más debida al propio ímpetu de los intérpretes (especialmente, y la película ofrece parte de su peso en ella, a la joven Cosmina Stratan) que a al propio producto (Abbasi pone su energía en la no fácil consecución del tono opresor), así como la relevante presencia de su entorno rural, muy propio de la fría cinematografía danesa; junto a la impasible narrativa se consigue una película ruda, distante en sus formas, que hace que el espectador obtenga un grado de compromiso extra para dejarse embaucar por la historia. Como apreciación relevante señalar que se logra obtener una buena conexión entre el drama y las dosis de fantastique (de las que se podría haber esperado una furia extra por parte del director), todo ello envuelto de un trasfondo milimetrado con mucho interés, aunque la inexperiencia del director acabe por prescindir de una visceralidad aquí necesaria debido a los derroteros que su película le va exigiendo.

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