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domenica 10 agosto 2014

Rebels of the Neon God - Tsai Ming-liang

piove e se non piove c'è sempre l'acqua e un'umidità pazzesca alla quale non si sfugge.
tre ragazzi e una ragazza sono la gioventù bruciata i Taiwan e del mondo sviluppato, niente dialogo a casa, la scuola è una noiosa perdita di tempo, si trovano lavoretti precari, rubare un po' è comodo, anche prendendosi grossi rischi, l'amore non vince mai, la droga delle macchinette mangiasoldi è fortissima, insomma è un film di attualità, del 1992.
Tsai Ming-liang non dà giudizi, il film è cronaca familiare, cronaca di amori che non ci sono, piccole vendette e violenze.
Tsai Ming-liang ci fa sentire a disagio, quell'umidità si appiccica anche a noi - Ismaele





…Con una fotografia livida e piena di fascino, un'atmosfera avvolgente per il suo andamento realisticamente lento, una colonna sonora ritmica e ossessiva, e una regia che guarda alla nouvelle vague francese ma soprattutto ad Antonioni e Tarkovsky (con il quale condivide l'attrazione per l'acqua e l'umidità), TML esordisce con un film con i fiocchi e uno stile già perfetto, che in seguito "limerà" giusto un po' per renderlo ancora più sobrio ed essenziale

…Tsai makes me care, he makes me want to see what happens to these kids, if they ever will care, what the true depth of their indifference will end up being, and so on. Tsai draws me in and I enjoy the ride, it’s all about kids keying motorcycles and jumping for joy in their underwear, and I love it.

When a director wants to show me a group of people with aimless, directionless lives, I get a little suspicious: How do I know this isn't just a ploy to divert attention from the possibility that there's just plain nothing going on? But a good director can make a good movie about nearly anything, and Rebels of the Neon God is surprisingly haunting, attention-getting and -retaining for a movie where very little actually happens…

Rebels’ plot focuses most intently on the gradual, inevitable social withdrawal of Hsaio Kang (played by nonprofessional actor Lee Kang-sheng, who has appeared in each of Tsai’s subsequent features), a young slacker who still lives with his discontented parents. Seemingly friendless at the start of the film, he only recedes further into his insular world as the movie progresses. Each attempt that he makes to reach out to another, whether it’s his father, a peer, or a girl, is impeded, resulting in what feels like his nearly total emotional isolation. By the time the film has built to its chilling climax, it has presented in its main character a veritable plethora of antisocial behavior. Because Tsai does such an excellent job of examining the environment that Hsaio Kang lives in, however, his transgressions disturbingly seem less the actions of a social deviant than of a person who is responding to his surroundings in the way that his world has conditioned him to.

…Tsai Ming-liang presents a harrowing, austere, and poignant examination of urban decay, amorality, ennui, and alienation in Rebels of the Neon God. Introducing recurring elements that would come to define the essence of Tsai's droll, minimalist, and idiosyncratic cinema,Rebels of the Neon God is a complex and metaphoric film that examines familiar Tsai themes: the ubiquitous presence of water (incessant rainstorms, the flooded kitchen floor of Ah-tze's apartment, Ah-ping's disclosed interest in Ah-kuei at a public toilet); the violative nature of the confined, shared spaces inherent in urban living (the opening shot of the telephone booth theft, Ah-tze's unexpected intrusion while Ah-kuei uses the bathroom, Hsiao-Kang's persistence in following Ah-tze), and the regression of human behavior to base instincts (Ah-tze's acts of vandalism and theft, and Hsiao-Kang's revenge). Through awkward and acutely wry scenes of prolonged and oppressive silence, odd actions, and instinctual behavior, Tsai confronts issues of identity, spiritual bankruptcy, and emotional disconnection with compassion, pathos, and humor. As a weary and distraught Ah-kuei hopelessly pleads "let's leave this place", she articulates a profound and compassionate anthem for a lost and marginalized generation foundering in the inertia of technology and modernization, complacently worshipping a hedonistic, and ultimately false, god.
da qui

sabato 18 gennaio 2014

Goodbye, Dragon Inn - Tsai Ming-liang

l’ultima serata di un cinema, l’ultimo spettacolo è un vecchio film di arti marziali.
(quel cinema ricorda uno di quelli che anche da noi non esistono più, lasciati decadere, sempre più “sgarruppati”, adesso ci sono le multisale).
casualmente (?) “L’ultimo spettacolo” è anche il titolo di un grande film di Peter Bogdanovich (qui), anche lì una sala chiude, l’ultimo spettacolo è un film western.
il mondo cambia, sale così e film così, che sono state la vita, muoiono, non servono più.
la sala è popolata di fantasmi, forse, tra cui alcuni che lavoravano nel cinema, e resteranno vivi fino a che qualcuno li ricorderà, li vedrà nelle pellicole.
a parte le parole dell’ultimo spettacolo proiettato nel cinema, praticamente non si parla nel film, ma non te ne accorgi, sei catturato e non hai scampo, ti ricordi che il cinema è nato come immagini in movimento, le parole sono venute dopo.
è un film sulla morte di una sala, magari solo un film sulla morte, i movimenti dei due lavoratori del cinema, che non si incontrano mai, sono come quelli di due infermieri che curano e preparano un vecchio malato nell’ultimo viaggio.
un capolavoro sulla fine, da non perdere - Ismaele




Abissale. Goodbye, Dragon Inn è letteralmente l'abisso, che sprofonda e dal quale è impossibile emergere. È il cinema che muore, o forse è già morto e Goodbye, Dragon Inn ne è il requiem, un feretro che Tsai, qui più asciutto che mai, trasporta senza cerimonie di sorta né rimpianti e malinconia, perché la malinconia si genera nella memoria, alla quale si direbbe che il taiwanese avesse già rinunciato ai tempi di Dong, e, soprattutto, la malinconia si genera da una strana forma di consapevolezza per cui ciò che avrebbe potuto essere non sia stato o sia stato altrimenti, ed è sempre uno stato che trascina il malinconico nel passato, la malinconia, ma in Goodbye, Dragon Inntutto è presente e il solo passato, quello del film in proiezione, è un passato falso, di un temporalità differente rispetto a quella vissuta dai personaggi che brancolano nel cinema; è, Goodbye, Dragon Inn, un funerale dal punto di vista del morto, il quale piange la propria condizione presente, a differenza degli astanti che lo piangono a causa di una riflessione del passato nel presente, di ciò che hanno condiviso con lui e non potranno ora più condividere…

La lentezza, forse, è quella della vita stessa che si ostina a non correre appresso a tanta robaccia per poter rimanere sicura delle proprie radici. Una lentezza che crea nel film quasi dei quadri (che assomigliano a delle nature morte ma non lo sono). Se il cinema è per sua stessa natura, "movimento", allora questo film è vita. Ma allo stesso tempo è anche cinema: in fondo c'è uno schermo, anzi due.
D'altra parte anche la sensazione che il film lascia ("il dopo"), cresce molto lentamente. Già dopo mezz'ora il film sembra irritante per quanto è statico. Dopo però, quando si esce dal cinema, è come se avessimo vissuto un'esperienza diversa.
Il fatto è che il film conserva i ritmi già lenti (almeno per noi occidentali) di molto cinema orientale, rallentandoli ulteriormente. E tutto questo è raccontato, non in maniera spocchiosa o fredda, anzi c'è un'esplicita sensazione di commozione e ironia, elementi che, anche loro, hanno contribuito a far sì che il sogno del cinema nascesse.
Ed è per questo che lo sentiamo così vicino alla nostra vita.

Con un senso di pathos ed ironia quasi palpabili, ma accompagnati dalla squisita capacità di riuscire a non sfociare mai apertamente nel dramma o nel comico si libra con inafferrabile potenza la poetica cinematografica di Tsai tra le geniali intuizioni che il regista riesce a riversare sulla pellicola. Partendo da una riflessione sulla dimensione spaziotemporale del cinema Tsai orchestra con i lenti, quasi impercettibili, movimenti della sua cinepresa una strutturata e indimenticabile metafora della condizione dell'essere umano regalandoci un cinema fantasmatico ed irripetibile. Una visione che è pura estasi.
da qui