Visualizzazione post con etichetta Ken Loach. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ken Loach. Mostra tutti i post

martedì 7 maggio 2024

Dawson Isla 10 – Miguel Littin

dopo il colpo di stato dell'11 settembre del 1973, i ministri e i politici vicini al governo di Allende furono sequestrati e inviati in un isola, quella di Dawson nel profondo e freddissimo sud del Cile.

se non furono ammazzati è perchè troppi occhi (europei) vigilavano sulla vita di quei leader politici, e comunque furono trattati schifosamente male.

poi qualche soldato riesce a trattarli un po' meglio, così racconta il film, l'eccezione rispetto ai comandanti del campo di concentramento.

a Miguel Littin è toccato fare film semistorici e semi documentari, sui massacri verso il popolo e i lavoratori cileni da parte di un potere economico e militare criminale, e gli riesce bene (un po' come un Ken Loach cileno, mutatis mutandis).

buona (concentrazionaria) visione - Ismaele



QUI il film completo,in spagnolo

 

Il grande regista cileno riesce ancora una volta a proporci un affresco sulla memoria collettiva attraverso i gesti di un gruppo di persone che non dimentica la propria identità, malgrado la difficile condizione; che non si rifiuta ma non per questo accetta; e poi racconta la decenza di alcuni uomini che seppero non perdersi di fronte a una pena più grande di loro. E grazie a una narrazione robusta, appoggiata su un tessuto di estrema complessità, il punto di vista si frantuma nella molteplicità dei loro gesti, nei piccoli atti d’amore a cui si piegano a poco a poco persino i carnefici, per ricomporsi nel finale in un susseguirsi di immagini tra realtà e finzione, mescolando passato e futuro, la Storia (con il sacrificio di Allende) e il privato dei suoi attori. Basti pensare il passaggio di testimone da padre in figlio del finale. Qualcuno ha detto che un po’ meno retorica avrebbe giovato a Dawson isla 10. Noi crediamo invece che in questo caso fosse assolutamente necessaria.

da qui

 

Junto con este desplazamiento narrativo, hay otro que le viene a hacer juego. Si los protagonistas se basan en personas reales, los antagonistas no. Los militares son inventados por la ficción, son amalgamas de militares verdaderos, llegando incluso a carecer de nombre. Otra vez las potencias de lo falso alejan la película de su referente histórico. No hay un ajuste de cuentas con los victimarios. Sus razones para actuar se dan por conocidas: derrocaron al gobierno de Allende y a sus integrantes los victimizaron. Las motivaciones concretas e ideológicas quedan reducidas a su mayor grado de legibilidad y simplismo: “estamos en la guerra fría”, “hay que acabar con el marxismo”.

Tremenda falta de fundamentos y supresión de caracterización histórica en favor de ficcionalidad redunda en una épica vacua. Para quien no este informado de la veracidad del trasfondo esta podría ser una película realmente poco interesante. Si bien la película explicita el gran referente real, las mediaciones que hemos señalado permiten que la narración diluya los referentes que conferirían realismo histórico, o al menos más cercanos al texto de Bitar, por ficticios verosímiles cinematográficos.

Godard, siguiendo a Brecht dijo que hay que hacer políticamente películas políticas. Dawson, Isla 10, según lo que hemos señalado, parecería ser un filme despolitizado. Sin embargo, ha faltado trazar el otro eje de la película, el que le da no solo el tono político, sino que además amplía el factor épico por sobre el histórico, nuevamente mediante la representación de un hecho histórico. Trasfondo de todos los hechos verídicos y ficticios ocurridos en la isla-prisión. Se trata nada menos que el ataque a La Moneda, los últimos minutos de vida de Salvador Allende y su muerte. Pero ¿por qué se representa a Allende? La recreación del golpe de estado desde dentro nos presenta a su doble, de manera distinta a la duplicación del relato de Bitar. A medio camino entre la representación de sucesos televisiva y la prolija superproducción histórica la representación desde dentro del bombardeo se concibe mediante la mixtura de imágenes de archivo y recreaciones. El golpe, hecho histórico por antonomasia, acto violento que bifurca la historia del país fue registrado por cámaras televisivas desde el exterior. La destrucción del edificio es una de las visiones más impactantes y monumentales del archivo audiovisual chileno. La casa de gobierno, signo del poder habitado por un gobierno izquierdista cae en manos del ataque militar. La imagen deja en claro que nadie puede salir vivo de ahí, la aniquilación no solo es la de una persona, el presidente Allende, ni la del proyecto de vía chilena al socialismo, es la de un estado que se vuelve contra sí mismo. Trauma o shock pregnante sobre una sociedad a la vez que gesto fundacional. El capital aliado con el fascismo implantando un nuevo orden, eminente económico: la sociedad de libre mercado. Para partir de cero hay que destruirlo todo antes…

da qui

 

La quotidianità dei lavori forzati, dell'obbedienza imposta col terrore, dell'impossibilità di usare la parola come strumento di replica per chi nella parola ha creduto, mettendo la propria al servizio degli altri, è cosa immaginabile, sulla quale Littin non insiste, provando invece a spostare l'occhio sulle eccezioni, sul numero del soldato tonto, sull'empatia di una guardia politicamente confusa, che intima ai prigionieri di gridare di dolore, come se li stesse malmenando, mentre li invita a riempirsi in fretta le tasche di frutta secca, ricca di vitamine.
Non per questo Dawson Island 10 diviene un film imprevedibile, non è il suo scopo né la sua virtù. La sua qualità è un'altra, quella di raccontare l'intelligenza di un gruppo di persone che non dimentica la propria identità, malgrado la condizione; che non si rifiuta ma non per questo accetta; che conosce il valore di una matita (spezzata), di uno spiraglio per l'espressione. Dignità del narrato e del narratore, quindi, che, posta a premessa, autorizza anche i primi piani, la messa in scena dei sentimenti. Non è mai stata qualità facile da portare in superficie sullo schermo, l'intelligenza, senza farsi lusingare dalle sirene della vanità o della pretesa di insegnare qualcosa, meno che mai quando la sua natura non è individuale ma collettiva. Un merito che Littin si guadagna nel nome della sobrietà e dell'impegno.

da qui

 

L'impressione è che siano gli stessi detenuti protagonisti del film a rischiare di morire di noia, perché in fondo nel campo della vergogna non accade poi molto, tanto è vero che per passare il tempo si arriva addirittura a ristrutturare una chiesa. La regia poi non sa fornire un deciso contributo all'opera, limitandosi a mettere insieme sequenze "preoccupate" girate con camera a mano, altre in bianco e nero che scimmiottano il materiale di repertorio e uno stile classico che fa incontrare l'ambiente ostile con i corpi dei prigionieri destinati a un rapido logorio. Nonostante il rigore della messa in scena e le evidenti colpe sul piano della sceneggiatura, riesce comunque a passare lo sdegno di cui si fa portatore l'opera e il disagio di un periodo che ha fatto da spartiacque nella storia dei rapporti internazionali degli ultimi decenni dello scorso secolo. E alcune scene poi colpiscono e restano, come quella toccante di Cielito Lindo o l'epica rincorsa di un figlio dietro il camion che sta riportando il padre al campo perché troppo malato per poter proseguire nel viaggio della flebile speranza. Un film onesto, sincero, forse fin troppo realistico, ma il mezzo cinema se limitato all'intenzione documentaristica perde molto del suo fascino.

da qui

 



sabato 30 dicembre 2023

Sweet sixteen – Ken Loach

non è facile crescere a Glasgow, e c'è sempre la possibilità dei soldi facili, con quelli si misura il successo nella vita.

Liam cresce con la madre lontana, in galera, per storie di droga, e quella è la strada per il successo.

Liam vuole aiutare la madre, affinché possa avere una casa tutta sua, per quando esca di prigione, ed è disposto a tutto, a qualsiasi costo vuole riavere una madre, in fondo non è altro che un film d'amore.

come sempre un film di Ken Koach è memorabile e Sweet sixteen non fa eccezione.

buona (filiale) visione - Ismaele 

 

QUI il film completo, su Raiplay

 

 

Una full immersion nei bassifondi più dimessi della periferia di Glasgow a rimirare le macerie lasciate da tanti anni di thatcherismo e di crisi economica/occupazionale.E'questo il cuore pulsante di questo film di Ken il rosso,la storia di un quasi sedicenne,Liam che ha tante aspirazioni da bravo ragazzo(non ultima quella di avere una casa per la propria famiglia formata dalla madre in galera e dalla sorellastra a sua volta ragazza madre) ma si scontra con la dura realtà del disagio sociale.I cantieri di Glasgow hanno chiuso,la disoccupazione è a livelli disumani,Liam si ritrova col convivente della madre che fa lo spacciatore e addirittura il nonno che fa il corriere della droga.Lui vende sigarette,è brillante,ha spirito di iniziativa.E'solo questone di tempo: il salto verso la criminalità organizzata,verso il traffico di droga è breve,troppo breve.Tutto questo per concretizzare il sogno di avere una famiglia e un focolare domestico attorno a cui riunirsi. Sweet sixteen allude all'imminente compleanno di Liam ma allude anche a un'età che nell'immaginario collettivo è una delle stagioni più felici del ciclo vitale di ognuno. Per Liam è invece una sorta di limbo in cui si viene  trovare in attesa di atterrare nel mondo dei grandi pronto a sottomettersi al suo capo che lo ha definitivamente instradato sulla via del male.Loach sembra dirci che il male in un degrado sociale simile è una conseguenza ampiamente prevedibile.Ci racconta con grande irruenza ma anche con un piglio realistico(anche nel linguaggio,nel film si parla una sorta di slang a me quasi totalmente incomprensibile) ancora più accentuato che in altre sue pellicole la fine di un sogno.Liam arriva a sfiorare con un dito il coronamento del suo sogno.Ma in realtà tutto implode miseramente,un viaggio  di sola andata verso la tragedia.Loach stupisce ancora una volta per la sua capacità di osservazione e di documentazione analitica.E stupisce ancora di più per trovare sempre attori esordienti che sono talmente bravi da sembrare da tanti anni sulle scene.Sweet sixteen è film importante,un piccolo pamphlet di sociologia applicata alla realtà di assoluto degrado di quella parte di Regno Unito....

da qui

 

Dopo due prove opache (Bread and Roses e Paul, Mick e gli altri), un bel film. Ken Loach riscopre la sua classicità perduta, che ovviamente non è relativa alle storie o alle modalità produttive ma allo sguardo. È forse l’unico regista europeo che permette di tornare sul dibattito “teorico” per eccellenza: realismo o finzione? Più Francesco Rosi che Roberto Rossellini, il cineasta britannico, che cita il neorealismo come ovvia fonte d’ispirazione, non si accontenta di raccontare o interpretare la realtà nel suo divenire (la “fenomenologia”), ma interviene direttamente sulla materia. È un militante puro, con un occhio schierato e un’idea di mondo netta, chiara, trasparente. Pregio e insieme limite, perché in questo caso la scelta di visione coincide con quella di campo. A volte si rischia la declamazione “politica”, la retorica. Ma Sweet 16 vola altissimo, perché la sceneggiatura pregna di senso etico del solito Paul Laverty va a braccetto con facce che parlano da sole, con situazioni di degrado sociale che, in quanto autentiche e misconosciute, hanno bisogno di trovare una voce attraverso il cinema. Non è facile avere sedici anni, una madre in carcere, amici balordi e come unico modello comportamentale quello violento degli adulti. Accade in Scozia, accade ovunque. Loach non è così ingenuo da credere che l’arte cambi il mondo. Ma in fondo ancora ci spera. E noi con lui.

da qui

 

Coerentemente al suo interesse autoriale, Ken Loach racconta il disagio e l’isolamento sociale degli ultimi, dei ceti meno abbienti, di famiglie radicate in un contesto che non lascia scampo. In Sweet Sixteen il regista cala lo sguardo al livello di un adolescente, sfruttando la fragilità e, al contempo, la forza di un’età che non conosce compromessi, svelandone i sogni e soffocandoli con il grigiore di un realismo quasi nichilista, ma all’interno del quale l’autore lascia sempre una scelta ai suoi personaggi. Ed é proprio nel senso delle scelte che troviamo la quadra del lavoro di Loach: personaggi ben caratterizzati e ben calati in un paesaggio definito, attivo nel suo influenzare, o meglio deviare, le vite degli uomini e delle donne che ospita, ai quali comunque spetta sempre l’ultima parola, l’ultimo gesto.

da qui

 


venerdì 8 dicembre 2023

L'altra verità (Route Irish) - Ken Loach

i militari inglesi (e i mercenari inglesi) sono in prima linea nell'esportazione della democrazia.

Ken Loach e Paul Laverty raccontano la loro storia a partire da un fatto capitato in Iraq, l'omicidio a freddo di civili (come fanno gli israeliani, ca va sans dire).

a Liverpool si capisce cosa è successo dopo l'omicidio di un soldato inglese da parte di un altro soldato, e da lì parte una storia di vendetta, una forma primitiva di giustizia.

come tutti i film di Ken, non vederlo è un peccato.

buona (vendicativa) visione - Ismaele

ps: la Route Irish del titolo è quella dove è stato assassinato Nicola Calipari.

 

 

QUI il film completo, su Raiplay

 

 

 

"Potrebbe essere un thriller di denuncia, ma Loach usa il cinema di genere a metà e un po' come uno specchietto per allodole. Il punto non è cosa è successo a Bagdad, ma cosa accadrà a Liverpool. E l'import-export dell'orrore che ci fa capire cosa accade ogni giorno, qua come là, nelle teste di chi torna (se torna). Anche perché l'elettrico Fergus a sua volta ex-contractor, userà contro gli ex-superiori per cui la guerra è solo un business, gli stessi metodi usati in Iraq. Tortura compresa, in una scena sobria e agghiacciante che mette lui (e noi) su una falsa pista, perché il torturato dice qualsiasi cosa pur di finirla... Così, a differenza che in un qualsiasi thriller teso e rassicurante, qui la verità emerge ma non trionfa. Ogni scoperta conduce a un'altra, peggiore. Ogni passo avanti nell'indagine spinge Fergus un po' più in basso. Dovevamo esportare democrazia, invece abbiamo importato barbarie. La giustizia è un mito. Non ci sono più eroi, nemmeno negativi. La guerra è dentro di noi. Peccato solo che Loach e il suo fedele sceneggiatore Paul Laverty, malgrado la consueta sensibilità e attenzione per comprimari e sottotrame (...), pur di non accordare un grammo di fascino (e di profondità) ai cattivi della storia, finiscano per creare personaggi un poco simbolici dimostrativi. Come un teorema." (Fabio Ferzetti, 'Messaggero', 20 maggio 2010) "Be' allora ditecelo, gli autori del pianeta, da Kiarostami a Kitano, da Tavernier a Oliver Stone, da Iñarritu a Ridley Scott si sono messi d'accordo per non sfigurare, per non perdere la media del sette e mezzo, neanche per eccellere. Bel festival, non puoi liquidarlo, non puoi esaltarlo. E Ken Loach? Idem con patate. 'Route Irish' (in concorso), denuncia della licenza di uccidere dei mercenari d'Iraq, è un thriller scalettato per pilotare contraddizioni e responsabilità della guerra alla prova della verità. Laggiù c'è una guerra parzialmente privatizzata. Sono 160mila gli agenti ingaggiati, e 50mila armati fino ai denti. Guardie di sicurezza, dicono, di aziende e personalità, ma sono stati protetti da vergognose illegalità, dal 2003 al 2009, dall'articolo 17, scaduto solo formalmente. La strada irlandese del titolo, verso l'aeroporto di Bagdad, è la più pericolosa. (...) Studiato dal fedele sceneggiatore Paul Laverty come pugno nello stomaco, si allinea a 'Nella valle di Elah', ma è privo della forza metaforica del film di Haggis." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 20 maggio 2010) "Ken Loach, il concorrente last minute d'eccellenza, è esploso in uno dei suoi lavori più rabbiosi degli ultimi anni. 'Route Irish', la maledetta via dove Calipari fu ucciso e la Sgrena ferita, è il titolo del suo nuovo cine-attacco alla guerra, ovvero il 'luogo sbagliato al momento sbagliato' in cui Frankie, un contractor di Liverpool assoldato nel conflitto, salta per aria. Mercenari, gente pagata anche (soprattutto?) dai cartelli appaltatori della ricostruzione, soldati 'off' senza scrupoli se non quelli dell'ordinanza 17 (dopo il secondo sparo di avvertimenti, puoi trucidare chi ti pare) e che quando muore non merita la Union Jack sulla bara. (...) Del testo del fidato Laverty si imprimono i 'fucking' (almeno uno ogni tre parole) e della regia frettolosa di Loach la condanna senza appelli alle guerre e ai loro mercanti." (Anna Maria Pasetti, 'Il Riformista', 21 maggio 2010) "Per una volta l'infedele traduzione italiana del titolo rischia di rivelarsi un aiuto per lo spettatore. Trasformare il titolo originale 'Route Irish' (nome convenzionale dato alla strada che collega Baghdad con il suo aeroporto, a detta dei militari una delle più pericolose in assoluto perché indifendibile dagli attentati) come ha fatto il distributore italiano in 'L'altra verità', è un modo per indirizzare lo spettatore verso il cuore del film. (...) Il nodo del film di Ken Loach è tutto negli ambigui comportamenti di chi recluta i contractor e nel 'monstrum legale' dell''Ordine 17', una disposizione imposta al Parlamento iracheno dalle autorità provvisorie d'occupazione che garantiva l'immunità dalle leggi locali a questi 'soldati privati'. Al regista inglese e al suo sceneggiatore Paul Laverty (...) interessa svelare questo stato di cose, i soprusi e i delitti che si compivano quotidianamente per difendere degli interessi che non avevano niente a che fare né con la pace né con la stabilità internazionale. È forse la parte più interessante del film quella in cui Fergus passa dai sospetti alle certezze, coinvolgendo nella sua ricerca anche un musicista/traduttore iracheno e soprattutto Rachel, la vedova che prima vedeva nel protagonista una specie di sovreccitato attaccabrighe e che poi capisce che forse solo da lui può arrivare un''altra verità'. Quello che invece riesce meno a Loach è mettere insieme due logiche in qualche modo antitetiche: da una parte quella del film d'azione e di detection, costretta a tenere sempre alta la tensione per coinvolgere lo spettatore nella ricerca della soluzione; dall'altra la necessità di spiegare e far capire i meccanismi politici (e militari) che sono alla base del lavoro dei contractor. La prima logica ha bisogno di colpi di scena, di tensioni forti, di scene ad effetto; la seconda avrebbe bisogno di più calma, una maggior lentezza narrativa, una più approfondita disamina dei fatti. Loach sceglie decisamente la prima e cade nell'errore di spettacolarizzare ogni cosa, anche quelle che non ne avrebbero bisogno." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 19 aprile 2011) "Presentato in concorso a Cannes un anno fa, il film di Loach ne ha spiazzato soprattutto gli estimatori, stupiti che il regista e lo sceneggiatore dei suoi film migliori, Paul Laverty, si siano spostati sul terreno scivoloso del 'revenge movie', il film di vendetta tradizionalmente più congeniale a Stallone, Schwarzenegger e relativi epigoni che non a un autore di sinistra conclamato. La messa in scena della violenza, in effetti, non fa sconti allo spettatore; inclusa la tecnica di tortura legalizzata che i mercenari infliggevano alla popolazione irachena. Portando all'esasperazione la tensione del protagonista (lo interpreta con rabbia convincente Mark Womack, attore televisivo), Loach e Laverty rivisitano le figure più codificate del thriller paranoico; anche il personaggio di Rachel (Andrea Lowe, al debutto nel cinema), la donna al bivio tra due uomini e che un tempo li ha separati, appartiene a un repertorio ben noto. E' come se regista e sceneggiatore (insolitamente disposto ai dialoghi didascalici) si preoccupassero di essere il più chiari possibile nella loro denuncia, scegliendo perciò di adottare le convenzioni del cinema popolare. A differenza del quale, però, non esiste qui la catarsi che eroicizza il vendicatore come nei thriller reazionari di Hollywood. 'L'altra verità', anzi, è traversato da un pessimismo integrale, ai limiti del nichilismo. Perfino la macchina da presa del grande direttore della fotografia Chris Menges è arrabbiata, e lo è a freddo; nervosa e destabilizzata, gira intorno a se stessa come cercasse di controllare il terreno e di proteggersi le spalle. Un Loach diverso? Non così tanto: se in "Terra e libertà" il regista rivisitava la guerra di Spagna con aperture al romanticismo, 'Il vento che accarezza l'erba' (Palma d'oro a Cannes ne12006) raccontava già il conflitto armato in Irlanda con estrema violenza e ben poche speranze nell'umanità." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 19 aprile 2011) "Magari significa qualcosa che nessuno dei film sulla guerra in Iraq e dintorni sia andato bene al botteghino, anche quando c'erano dietro star di prima grandezza. (...) 'L'altra verità' è la storia dell'indagine privata, sempre più serrata e ossessiva, che Fergus, sentendosi in colpa per la morte del sodale, istruisce alla sua maniera paramilitare, quasi trasferendo nella Liverpool che fu dei Beatles la logica stringente della guerra a Bagdad. Bisogna infatti sapere che, al culmine dell'occupazione, quasi 160 mila 'contractor', dei quali 50 mila armati fino ai denti, trovarono lavoro in Iraq. (...) Tranquilli: non c'è Rambo di mezzo, anche se qualche critico, da Cannes 2010, rimproverò Loach di aver applicato il teorema con notevole schematismo, dividendo i personaggi tra buoni e cattivi, girando un film più sensibile alle regole del thriller d'azione che alle patologie disfunzionali prodotte dal disturbo post-traumatico da stress. Non è così. In un film americano l'eroe raddrizzatorti alla fine rientrerebbe tranquillamente nei ranghi dopo aver fatto giustizia, in 'L'altra verità' l'agire furente di Fergus è avvelenato da errori, torture e coazioni a ripetere. «Meglio abbatterlo un cane rabbioso, prima che uccida qualcun altro»: è la consapevolezza alla quale approda il guerriero ormai persosi nelle tenebre di una vendetta personale, contraddittoria, figlia della stessa abiezione che si voleva combattere." (Michele Anselmi, 'Il Riformista', 19 aprile 2011) "Attenzione a non trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato, per di più sulla strada più pericolosa del mondo. (...) Pur senza appartenere al Loach più ispirato, 'L'altra verità' ha un respiro di racconto forte e sincero, lanciato nelle convulsioni della denuncia strutturata sull'estreme conseguenze di un comportamento da rivalsa senza perdono. A tortura si risponde con la tortura magari usando l'acqua secondo l'ipocrita presunzione-alibi del 'niente sangue niente peccato', a un assassinio si replica con un omicidio. Le rampogne di rambismo rivolte a Loach sono fuori luogo perché la sua macchina da presa dettaglia proprio le emozioni di 'rambi' spaesati che reagiscono soltanto secondo quanto hanno imparato in addestramento e in battaglia. E' davvero un Ken Loach implacabile, probabilmente indotto dalla foga a osare oltre misura, ma non si gli può certamente rimproverare di non aver allestito un thriller teso e convincente, così come non ci si può accorgere soltanto con "L'altra verità" che le sue sequenze possiedono il metronomo, lo stile e l'impulso dello schematismo manicheo. Anche se in realtà Bene e Male sono categorie escluse a priori dentro la perlustrazione della più controversa guerra contemporanea che Loach prende di petto nella sua totale repulsione verso l'impunità del potere." (Natalino Bruzzone, 'Il Secolo XIX', 19 aprile 2011) "La guerra è sempre più un affare privato. E l'orrore non può che peggiorare. Ken Loach sente l'urgenza di condannare l'inferno nell'inferno, esplodendo di rabbia in un film frettoloso, frenetico, imperfetto. Su sceneggiatura del solidale Paul Laverty, si concentra sul conflitto 'mercenario' in Iraq e confeziona 'Route Irish' (diventa da noi il polivalente 'L'altra verità') a rievocare il maledetto tragitto Baghdad - aeroporto dove troppi - incluso Calipari - perdono ancora la vita. (...) Loach affila il coltello, e se stavolta non affonda in un cinema esemplare, riesce comunque a colpire la mal politica estera di Sua Maestà ed alleati. Anche noi." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 21 aprile 2011) "La violenza come malattia infettiva, l'Iraq come stato della mente. Ken Loach abbandona per il momento i proletari inglesi per concentrarsi su un microcosmo che rimanda a inquietanti scenari internazionali. Ma non lo fa, purtroppo, con la compattezza e il rigore ai quali ci ha abituati." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 22 aprile 2011) "Una storia, piuttosto intricata, di illegalità e doppi giochi tra Liverpool e Bagdad. (...) Per tenere desta l'attenzione una scena di tortura di intollerabile sadismo e un insistente, inutile turpiloquio." (Massimo Betarelli, 'Il Giornale', 22 aprile 2011).

da qui

 

…Gracias a la independencia de Loach para con el mainstream de nuestros días, en buena medida un enclave bobalicón y convalidante de las injusticias aquí denunciadas a través de la producción de películas fascistoides, huecas y/ o lobotomizadoras, La Verdad a Cualquier Precio sin duda termina siendo un oasis de la militancia cinematográfica en pos de una sociedad mucho más igualitaria y justa que la presente, empezando por reconocer la violencia ejercida por los estados actuales contra sus ciudadanos de menores recursos y -en el caso del Primer Mundo- contra sus homólogos de países empobrecidos y asediados tanto por las oligarquías autóctonas como por sus “compinches” de siempre de las empresas transnacionales. El convite va más allá de simplemente enfatizar la brutalidad de la guerra porque logra poner de relieve a cada uno de los agentes que intervienen en este reparto del botín cual pandilla de maleantes de un western norteamericano, por supuesto sin dejar pasar el papel fundamental que asimismo tienen los yanquis en esta serie de barbaridades (tortura constante de prisioneros, asesinatos por doquier, operaciones solapadas en cualquier región, bombardeos cruentos, impunidad internacional, etc.). A partir de una exquisita actuación de todo el elenco y una fotografía cruda y necesaria, Loach vuelve a entregar un trabajo que se ubica a años luz en materia de una conciencia política acorde con la lucha de clases y en favor de los desposeídos, sin maquillar las atrocidades cometidas por los estados y el capital y condenándolas en pos de que se llegue a una unidad social que permita dar de baja a esta ristra de ególatras dementes, homicidas y mezquinos que nos siguen gobernando…

da qui

lunedì 20 novembre 2023

The old oak - Ken Loach

Ken Loach e Paul Laverty (il suo fraterno sceneggiatore) raccontano una storia che più attuale non si può, alcune famiglie di rifugiati siriani vengono accolti dagli inglesi in una povera cittadina ex mineraria.

ed esplodono le contraddizioni di una cittadina sgarrupata già per conto suo (mica li mandano a Chelsea o a Westminster, dice qualcuno nel pub), e, come dappertutto, i disgraziati se la prendono con i più disgraziati di loro, mica con chi causa le disgrazie, ormai la gente non capisce più chi sono i veri nemici.

in fondo a tutto questo pessimistico stato del mondo Ken Loach manda un messaggio di speranza, con TJ e Yara, in alternativa al suicidio.

non perdetevelo, i film di Ken Loach sono preziosi.

buona (old oak) visione - Ismaele


 

 

 

 

per una volta Loach e Laverty vanno oltre al mero dato socio-politico, c’è qualcosa di più primordiale, viscerale, antropologico. The Old Oak è appunto una parabola antropologica: ci sono, a partire da esperienze, generazioni e storie comuni, reazioni diversissime alla novità con cui gli abitanti si trovano a diversi confrontare. Se non fosse troppo banale si potrebbe dire ci sono, pur con qualche sfumatura, i buoni e i cattivi. E attorno a questa dialettica si innesta questo buon film, sul rapporto, mai venato di ambiguità fra TJ e Jari, una profuga siriana (Ebla Mari), appassionata di fotografia e sul loro comune e a tratti disperante tentativo di far dialogare le due comunità ruota il testo, con una sceneggiatura che come al solito scorre liscia, qua e là un po’ troppo didascalica, qua e là leggermente patetica, ma nell’insieme convincente, con qualche gradevole tratto d’ironia e con un utopico afflato finale.

Uscendo dal cinema ci chiedevamo: ma quando Ken Loach non ci sarà più, chi farà questo tipo di film?

da qui

 

Ken Loach, dal canto suo, conosce bene “i suoi polli”. E ce lo ha più e più volte dimostrato durante tutti gli anni di onorabile carriera. E infatti, in questo suo piccolo e prezioso The Old Oak tutto ciò viene fuori con tutto il pessimismo possibile, per una società in cui non v’è castigo per chi sbaglia, né consolazione per chi, al contrario, ogni giorno fa del proprio meglio per rendere il mondo in cui viviamo un posto migliore. Ken Loach sembra avere, qui, una visione ancor più cupa e disincantata degli eventi, e lavorando sempre più di sottrazione ci ha presentato quello che a detta di molti (e, a quanto pare, anche dello stesso regista potrebbe essere il suo ultimo lungometraggio.The Old Oak, Chrissie Robinson e Dave Turner in una scena del film di Ken Loach

Ci mancherà il suo cinema, se così dovesse essere? Indubbiamente. Ma, per dare (quello che dovrebbe essere) il suo addio definitivo al mondo del cinema, Loach non ha mancato di regalarci, anche in questo suo The Old Oak, preziose manifestazioni di bellezza; siano esse una piccola mostra fotografica scoperta quasi per caso, una serata aperta a tutti in cui vengono proiettate fotografie che ritraggono ogni singolo abitante della comunità, o anche inaspettate manifestazioni di solidarietà quando ogni speranza di felicità sembra ormai morta per sempre. E così, non mancano nemmeno momenti di forte commozione, durante la visione di The Old Oak. Ken Loach ha pensato davvero a tutto. Ci auguriamo solo che in futuro abbia ancora voglia di deliziarci gli occhi con il suo prezioso cinema.

da qui

 

Forse il mondo non è poi un posto così di merda dove vivere. Ci sono possibili punti d’incontro, dialoghi inaspettati. Ma anche le persone che si sono frequentate da anni che sono diventate diverse sotto i nostri occhi e ce ne siamo accorti solo all’improvviso. O anche i ragazzi con i cani aggressivi che non li controllano. Nel modo in cui è mostrata la morte del cagnolino c’è tutta l’intimità, il rispetto di un cineasta che sa come e cosa filmare. Lì c’è il punto di vista esatto e la necessaria distanza. Morale e umana prima di tutto. Non si vede il modo come è stato ucciso ma solo il suo urlo di dolore. C’è poi una spiaggia che è il punto-limite. È il luogo di fuga, di disperazione, ma dove avvengono anche improvvisi miracoli. A 86 anni, per Ken Loach, un altro mondo non è più possibile. Ogni iniziativa di solidarietà sembra destinata al fallimento. Per questo The Old Oak è un film durissimo, disperato, dove ogni tanto arriva una buona notizia (la famiglia di Yara viene a sapere che il padre scomparso è ancora vivo) ma dove l’umanità è anche cambiata ed è spietata come nel caso del video con il telefonino girato a scuola e rivisto dai clienti più razzisti del bar.

L’indignazione del cinema di Loach è tale che magare molte volte il suo cinema rischia di essere schematico nella contrapposizione tra il bene e il male. Però a questo punto si porta anche dietro tutta la vita e le storie delle persone. Le foto di Yara e soprattutto quelle appese sulle pareti dei minatori, con il famoso sciopero del 1984, raccontano molto dei protagonisti, del loro passato e della storia della cittadina mineraria. E il volto vissuto di Dave Turner nei panni di TJ può idealmente sovrapporsi con quello di Dave John di Io, Daniel Blake e Kris Hitchen di Sorry We Missed You. Con un primo piano su di loro Loach riesce già a raccontare parte della storia del film. In più, in un dialogo c’è tutto il senso autentico del suo cinema quando Yara sta per andare a visitare la cattedrale locale che “non appartiene alla chiesa ma agli operai che l’hanno costruita”. Sarà anche semplicistico ma questo è un film che arriva direttamente, che colpisce duro, che lascia spiragli ma forse non ha speranza. Lo straordinario finale, tra i più emozionanti di tutto il suo cinema, è forse un sogno. Di armonia, pace e bellezza, come quello di Don Giulio in La messa è finita quando si gira dopo la funzione e sorride sulle note di Ritornerai di Bruno Lauzi. Si, The Old Oak pensa che un altro mondo non è possibile. Ma Loach, in un film anche di spietati tradimenti, ci fa vedere come dovrebbe essere. Per questo il finale è un abbraccio verso tutti noi.

da qui

 

 

…Prodotto da StudioCanal, Sixteen Films, Why Not Productions, Les Films du Fleuve e BBC Film e con protagonisti pochi volti noti, come Dave Turner, Ebla Mari e Debbie Honeywood, The Old Oak rappresenterà la diciottesima e – verosimilmente – anche l’ultima volta a Cannes, ma non solo: sarà anche l’ultima volta su un set per il regista che, prossimo a raggiungere gli ottantasette anni, non ha alcun dubbio al riguardo: «Realisticamente? Sarebbe davvero difficile per me girare un nuovo lungometraggio. I miei film richiedono almeno un paio d’anni per essere realizzati e le capacità diminuiscono mese dopo mese. La memoria a breve termine va e viene e la vista è piuttosto difettosa ormai. Quindi, si, è piuttosto complicato…».

L’esperienza sul set di The Old Oak lo ha portato a confrontarsi con le esigenze fisiche delle lunghe giornate sul set. Certo, attenuate da quelle che lo stesso Loach non ha esitato a definire come il giusto mix di buon umore e energia emotiva, ma stavolta è stato più duro del solito: «Non sono proprio sicuro di poter tornare di nuovo in campo, è come se fossi un vecchio ronzino al Grand National. Te ne stai lì e pensi: “Buon Dio, non cadrò mica dopo il primo ostacolo, vero”?». Ricordiamo che Ken Loach è praticamente di casa a Cannes, risultando tre volte vincitore del Premio della Giuria (L’agenda nascostaPiovono pietreLa parte degli angeli) e due volte insignito della Palma d’oro (Il vento che accarezza l’erbaIo, Daniel Blake).

Se The Old Oak dovesse davvero essere il canto del cigno – come sembra – segnerebbe la fine di una carriera straordinaria, unica, che da Poor Cow a Sorry We Missed You passando per KesFamily LifeLadybird LadybirdMy Name is JoeBread and Roses e Il mio amico Eric, non ha mai smesso di raccontare con piglio critico e indagatorio delle ragioni della classe operaia, degli esclusi e dei più deboli, ma anche di solidarietà, integrazione, o più semplicemente, del fare sempre la cosa giusta.

da qui

 

El viejo roble se diferencia de las otras dos últimas películas de Loach en que las anteriores señalaban aquello que funciona mal dentro de la sociedad y el sistema inglés. Y aquí, más que denunciar a un culpable, se sublima algo positivo. El conflicto está esta vez entre las propias gentes del pueblo, no en el Estado ni en una empresa. Por ello, Loach no demoniza ni a los personajes más negativos, aunque difícilmente podremos simpatizar con ellos. Los individuos nunca han sido los enemigos en el cine de Loach, y el director inglés lo deja tan claro como siempre.

El viejo roble es una oda a la convivencia entre culturas y a la integración. Retrata con acierto la intolerancia y las otras barreras más comprensibles que los nativos tienen con los recién llegados. Aunque cae aquí y allá en el moralismo puro y duro, su enfoque esperanzador justifica los medios. No pasará a la posteridad como su mejor obra, pero es un legado coherente e idóneo para Ken Loach. Si es que esta es realmente su última película, que con los artistas nunca se sabe.

da qui

 

La idea de Loach es, como viene siendo habitual en su cine, convertir la cámara en un ente invisible que no interactúe prácticamente con la acción que está sucediendo, sino que la capture con el máximo nivel de veracidad que pueda alcanzar, para que sea la propia realidad la que se ponga en entredicho a sí misma dejando a la vista del espectador todas y cada una de las injusticias que se producen en una sociedad en la que el silencio y la desidia legitiman los incontables abusos que comete el poder. Como ya hizo Mungiu hace un año en RMN, Loach muestra cómo la precariedad abona el terreno para que puedan germinar en él tanto el racismo como la xenofobia, para que las personas que están pasando por una situación muy difícil paguen su frustración con los que están aún peor que ellas, para que la tolerancia se convierta en una palabra muda que todos pronuncian, pero que nadie aplica. El director acierta así a componer una obra en la que el capitalismo queda retratado como el sistema inhumano que es.

La película, pese a la dureza de sus imágenes, no resulta en ningún momento desoladora o pesimista, como sí sucedía con, por ejemplo, Yo, Daniel Blake; porque en su tramo final se viste con el colorido traje de la fábula para arrojar destellos de luz sobre la mirada de un espectador que no puede sino emocionarse ante el emotivo, visceral y esperanzador derroche de humanismo del que hace gala el director. Loach busca en todo momento apelar a esas personas que tienen una actitud pasiva ante los crímenes que se producen en un sistema estructuralmente viciado: las invita a pasar a la acción, a poner su granito de arena en la construcción de un futuro más justo, a volverse intolerante frente a las injusticias. El viejo roble se coloca en medio de la oscuridad que asola un tiempo esencialmente triste para iluminarlo; para señalar el camino a seguir; para ofrecer una chispa de ilusión a una sociedad que tiene motivos de sobra para ser pesimista; para cerrar la filmografía de un director que se ha plantado delante del poder para señalarlo, que ha arropado a los más débiles y les ha devuelto una voz que les habían arrebatado.

da qui

 

 

scrive Roberto Escobar (sul Sole24ore):

…arrivano migranti con parlate, visi e colori che suscitano sospetti, paure, più di una volta odio e violenza. Loach e Laverty lo raccontano e lo spiegano, e non mancano di comprenderlo. Il loro occhio non è manicheo, non è giudicante. Che cosa resta a chi teme di non avere più niente, se non la voglia di darne la colpa a chi stia ancora peggio?

Per TJ si tratta di accoglierli e aiutarli, questi “nuovi inglesi”, ritrovando la dignità del padre, il suo coraggio e la sua solidarietà. E insieme si tratta di tornare a dare dignità e coraggio ai suoi. Si tratta, insomma, di riuscire a convincere questi e quelli a “mangiare insieme”, tornando a riempire di vita il pub.

È certo sfiduciato, il vecchio TJ. E forse lo è l’ancora più vecchio Ken Loach. E però, come TJ, ha al suo fianco l’entusiasmo di Yara. Lo ha dentro di sé, integro. Dopo tutta una lunga vita, rivede e ritrova il suo mondo attraverso l’obiettivo della macchina da presa. E se lo immagina migliore, dolce e pieno di speranza.

 

 



 

 

sabato 14 agosto 2021

Il regista Ken Loach espulso dal Partito Laburista britannico

 


Ken Loach ha annunciato di essere stato espulso dal Partito Laburista britannico.

“Lo stato maggiore laburista ha infine deciso che non sono adatto a far parte del loro partito, poiché non rinnegherò quelli che sono stati già espulsi. Ebbene, sono orgoglioso di stare con i buoni amici e compagni vittime dell’epurazione. C’è davvero una caccia alle streghe”, ha scritto su Twitter il regista di 85 anni, famoso per i suoi film di forte denuncia sociale.

Loach ha attaccato il nuovo leader del partito Keir Starmer, succeduto a Jeremy Corbyn, sostenendo che “Starmer e la sua cricca non guideranno mai un partito del popolo. Noi siamo tanti, loro sono pochi. Solidarietà.”

Ken Loach aveva lasciato il Partito Laburista negli anni Novanta, disgustato dalla politica di Tony Blair, per poi rientrare con l’elezione a leader di Jeremy Corbyn nel 2015, un evento che ha segnato una decisa svolta a sinistra e un enorme aumento del numero di iscritti. Corbyn si è dimesso in seguito alla sconfitta elettorale del dicembre 2019 ed è stato sospeso dal partito l’ottobre scorso.

da qui



In Defence of Ken Loach - Yanis Varoufakis


So, it’s come to that: Ken Loach is now the target of a character assassination campaign waged by those who will stop at nothing to shield the apartheid policies of Israel. Their message to people of good conscience is simple: Unless you too want to be tainted as an antisemite, keep quiet about the crimes against humanity and the assault on human rights in the land of Palestine. They are putting the rest of us on notice: If we can do this to Ken Loach, a man who has spent his life championing the victims of oppression, racism and discrimination, imagine what we shall do to you. If you dare support the Palestinians’ human rights, we will claim that you hate the Jews.

The art of assassinating the character of a leftist has become better honed in recent times. When the Financial Times called me a Marxist biker, I confessed to the charge gladly. Calling me a Stalinist, as some unsophisticated rightists do, also fails to ignite an existentialist crisis in my soul because I know full well that I would be a prime candidate for the gulag under any Stalinist regime. But call me a misogynist or an antisemite and the pain is immediate. Why? Because, cognisant of how imbued we all are in Western societies with patriarchy, antisemitism and other forms of racism, these accusations hit a nerve.

It is, thus, a delicious irony that those of us who have tried the hardest to rid our souls of misogyny, antisemitism and other forms of racism are hurt the most when accused of these prejudices. We are fully aware of how easily antisemitism can infect people who are not racist in other respects. We understand well its cunning and potency, for instance the fact that the Jews are the only people to have been despised both for being capitalists and for being leftie revolutionaries. This is why the strategic charge of antisemitism, whose purpose is to silence and ostracise dissidents, causes us internal turmoil. This is what lies behind the runaway success of such vilification campaigns against my friends Jeremy Corbyn, Bernie Sanders, Brian Eno, Roger Waters and now Ken Loach. 

‘Is your exclusive criticism of Israel not symptomatic of antisemitism?’, we are often asked. Setting aside the farcicality of the claim that we have been criticising Israel exclusively, criticism of Israel is not and can never be criticism of the Jews, exactly as criticism of the Greek state or of American imperialism is not criticism of the Greeks or of the Americans. The same applies to interrogating the wisdom of having created an ethnically specific state. When remarkable people like my heroes Hannah Arendt and Albert Einstein questioned the Zionist project of a Jewish state in Palestine, it is offensive to claim that to debate Israel’s existence is to be antisemitic. The question is not whether Arendt and Einstein were right or wrong. The question is whether their questioning of the wisdom of a Jewish state in the land of Palestine is antisemitic or not. Clearly, while antisemites opposed the foundation of the state of Israel, it does not follow that only antisemites opposed the foundation of a Jewish state in Palestine.

On a personal note, back in 2015, while serving as Greece’s finance minister, a Greek pro-troika newspaper thought they could diminish me with a cartoon depicting me as a Shylock-like figure. What these idiots did not realise was that they made me very proud! Trying to tarnish my image by likening me to a Jew was, and remains, a badge of honour. Speaking also on behalf of aforementioned friends vilified as antisemites, we feel deeply flattered whenever an antisemite bundles us together with a people who have bravely endured racism for so long. As long as a single Jew feels threatened by antisemitism, we shall pin the Star of David on our chest, eager and ready to be counted as Jews in solidarity – even though we may not be Jewish. At the very same time, we wear the Palestinian flag as a symbol of solidarity with a people living in an apartheid state built by reactionary Israelis, damaging my Jewish and Arab brothers and sisters and stoking the fires of racism which, ironically, always forge a steelier variety of antisemitism.

Returning to Ken Loach, thankfully no smear campaign against him can succeed. Not only because Ken’s work and life are proof of the accusation’s absurdity, but also because of the courageous Israelis who take awful risks by defending the right of Jews and non-Jews alike to criticise Israel. For instance, the group of academics who have methodically deconstructed the IHRA’s indefensible definition of antisemitism, which conflates it with legitimate criticisms of Israel that many progressive Israelis share. Or the wonderful people working with the Israeli human rights organisation B’TSELEM to resist the apartheid policies of successive Israeli governments. I am just as grateful to them as I am to my friend and mentor Ken Loach.

da qui

giovedì 11 febbraio 2021

Gli artisti stanno con Ken Loach e contro il maccartismo

 

(Fonte: https://artistsforpalestine.org.uk/2021/02/08/stand-with-ken-loach-and-against-mccarthyism)

 

 “Siamo profondamente turbati nell’apprendere di una campagna maccartista che chiede all’Università di Oxford di annullare un evento pubblico con il regista Ken Loach il quale  dovrebbe parlare della sua carriera cinematografica. Per cercare di impedire che  questo evento culturale abbia luogo, la campagna per mettere a tacere  questo artista di fama mondiale sta utilizzando la controversa definizione IHRA di antisemitismo Se fossero necessarie ulteriori prove per dimostrare come una definizione formulata in modo vago venga utilizzata per mettere a tacere i critici della politica israeliana nei confronti dei palestinesi, allora è proprio questo. Siamo stati avvertiti da rispettati accademici palestinesi, studiosi israeliani, massimi esperti di antisemitismo, dozzine di gruppi ebraici progressisti e altri che questa definizione viene utilizzata come arma politica. Non possiamo combattere il razzismo, compreso l’antisemitismo, demonizzando e mettendo a tacere i sostenitori dei diritti dei palestinesi “.

Firmato

Hany Abu-Assad, regista

Raed Andoni, regista

Hanan Ashrawi, parlamentare palestinese, studioso e leader della società civile

Nahed Awwad, regista

Victoria Brittain, giornalista, autrice, drammaturga

Judith Butler, filosofa e teorica del genere

David Calder, attore

Dame Carmen Callil, editrice

Julie Christie, attrice

Caryl Churchill, drammaturgo

Steve Coogan, attore, comico, produttore

Dror Dayan, regista, docente

Raymond Deane, compositore, autore

Esther Ruth Elliott, attrice, regista

Brian Eno, musicista, produttore

Peter Gabriel, musicista, fondatore del festival musicale Womad

Tony Graham, regista teatrale

Ohal Grietzer, compositore e interprete multimediale

Ronnie Kasrils, ex ministro del governo sudafricano

Barbara Harvey, avvocato specializzato in diritti civili e diritto del lavoro

Mike Leigh, sceneggiatore, regista

Zwelivelile “Mandla” Mandela, parlamentare sudafricano

Jean Said Makdissi, scrittore

Samir Makdissi, Professore Emerito di Economia, AUB

Mai Masri, regista

Thurston Moore, musicista

David Morrisey, attore

Rebecca O’Brien, produttrice

Ruth Padel, poetessa

Maxine Peake, attore

Mark Rylance, attore

Alexei Sayle, comico

Eyal Sivan, regista

Rosemary Sayigh, giornalista e studiosa

Rima Tarazi, pianista, compositrice e attivista sociale palestinese

Harriet Walter, attore

Roger Waters, musicista

Samuel West, attore, regista

Rabbi Alissa Wise, vicedirettore di Jewish Voice for Peace

 

(Trad: Grazia Parolari  “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” – Invictapalestina.org)

da qui

mercoledì 4 novembre 2020

Fatherland – Ken Loach

un film (del 1986) di Ken Loach, ambientato fra la Germania e l'Inghilterra. 

racconta diverse storie che si fondono alla perfezione, un giovane cantautore scappa dalla DDR per la Germania, per la libertà che è teorica, Klaus non ci sta ad essere usato ("lo stalinismo non è il socialismo, la libertà non è il capitalismo", è una scritta all'interno del film).

e poi c'è la ricerca del padre, con un finale sorprendente.

buona visione, non ve ne pentirete - Ismaele



QUI il film completo con sottotitoli in italiano




Il Loach storico di Terra e libertà è qui in filigrana. La “Fatherland”, terra dei padri, si rivela ambigua e deludente ma contiene anche un’epifania: nessun sistema è perfetto, nessun uomo ha forma definitiva. Loach indaga i fantasmi sociali, i rimossi occidentali, l’ossimoro della “tolleranza repressiva”: in una delle note deviazioni dal percorso principale, vediamo, passato il confine inglese, un gruppo di attivisti ambientalisti contro il nucleare bruscamente fermato dalla polizia. La lucida tesi di Loach viene portata avanti senza enunciarla ma mimetizzata nelle immagini, secondo il principio del regista che affida il giudizio finale a chi guarda: “Anche lo spettatore deve fare il suo lavoro”.

Ecco allora che una “vecchia storia” di trentacinque anni fa parla ancora al contemporaneo. A proposito della Germania divisa, l’ultimo film di Fabrizio Ferraro, Checkpoint Berlin, documentario alla ricerca di uno zio scomparso all’Est, coltiva la leggenda di un mitico passeur, un personaggio – forse esistito – in grado di muoversi liberamente dall’Est all’Ovest attraverso una strada segreta mai intercettata.

Fatherland fa parte di quella mitologia “vera” e plausibile. A proposito di controllo sociale, invece, l’urgenza dell’oggi imposta da un virus riporta ai poliziotti in giro per strade deserte. Non era forse questa la Germania Est inscenata da Loach? Fatherland è un film dimenticato, ma è il tempo giusto per vederlo e riscoprirlo.

da qui

 

Film poco conosciuto di Loach, ma che merita di essere recuperato per come riesce a creare un equilibrio fra la storia personale di questo cantante dissidente tedesco dell'est nel dorato e fasullo mondo occidentale e la Storia che rimane sempre sullo sfondo. Difficile rimanere con la propria identità e le proprie idee quando si viene repressi in un modo o nell'altro. La Storia alla fine chiede sempre il suo conto. Colpe, dolori e sogni infranti ai piedi di quel potere sempre sorretto da coloro che stanno sotto. Da recuperare.

da qui

 

The screenplay for Fatherland by Trevor Griffiths (Reds) is filled with incisive observations about the repressiveness of authoritarian socialist regimes, the decadence of capitalism, and the varied ways in which men and women are forced to sell their souls in order to survive in both the East and the West. Two slogans appear on the screen in the film: “Stalinism is not socialism,” and “capitalism is not freedom.” Director Ken Loach has made a sophisticated political film which is both insightful and engaging.

da qui

 

Social protest has been part of human society going back to Paleolithic times when the first homo-protestapien complained "What, nuts and berries again?" The response was most likely either "Go out and kill something, then," or "Discover fire and I'll make a casserole." Admittedly, I loosely translate from the original "ogg," "ugh" and passionate grunting.

By the year 1968 the earth was awash with protesters (for good reason) who had developed protesting into an art form. The art form of choice was the protest song. From Arlo Guthrie to John Lennon, Country Joe McDonald to Marvin Gaye, Bob Dylan to The Plastic People of the Universe, Phil Ochs to Jimmy Cliff, the airwaves were filled with politically charged lyrics that stirred the souls of the youth of the world. Americans like to think they had a patent upon it but Eastern Europe was at the forefront of something other than Vietnam, their own social unrest.

WWII had been over for more than twenty years but there still were countries in upheaval. The Prague Spring had come to Czechoslovakia and led to another Communist invasion. Yugoslavia was beset with protests from ethnic Albanians in Kosovo and Western Macedonia that led to concessions that angered Serbians and Montenegrins. This caused not only a Serbian emigration from Kosovo but also further religious tensions as Macedonians created their own Orthodox Church and Muslim nationalism rose in Bosnia irritating Serbian churchmen. And, of course, the Cold War was in full swing in Germany with the Berlin Wall, just seven years old, still 21 years away from demolition. It is in the politically turbulent year of 1968 that "Fatherland," aka "Singing the Blues in Red" begins…

da qui

 

It's very difficult to be critical of Fatherland. Clearly a labour of love, it's certainly a well-made film that projects all of the despair and desolation of Eastern Europe before the fall of the wall, and the hope symbolized by moving west. And in the 80's when the film was released, prior to the information age, the film was one of the few accurate portraits that people were able to see of the situation in Germany. The making of the film was a political statement in and of itself. (You can read more about that in Julie Kirgo's liner notes). Today, however, Fatherland is...boring. The cast are all excellent in their roles, and the direction is appropriate; minimal and seemingly non-intrusive. The dream sequences are a little hokey in their artiness, but that's a small stumbling point. There's just not a lot going on. It's a dreary story told in a largely drab setting that takes a long time to get where it's going. The result waiting at the end of the journey has the potential to be powerful, but by the time the film gets there, the payoff has minimal impact. There's nothing to actively dislike about Fatherland; it's just not that interesting.

da qui