Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
domenica 27 ottobre 2024
martedì 7 maggio 2024
Dawson Isla 10 – Miguel Littin
dopo il colpo di stato dell'11 settembre del 1973, i ministri e i politici vicini al governo di Allende furono sequestrati e inviati in un isola, quella di Dawson nel profondo e freddissimo sud del Cile.
se non furono ammazzati è perchè troppi occhi (europei) vigilavano sulla vita di quei leader politici, e comunque furono trattati schifosamente male.
poi qualche soldato riesce a trattarli un po' meglio, così racconta il film, l'eccezione rispetto ai comandanti del campo di concentramento.
a Miguel Littin è toccato fare film semistorici e semi documentari, sui massacri verso il popolo e i lavoratori cileni da parte di un potere economico e militare criminale, e gli riesce bene (un po' come un Ken Loach cileno, mutatis mutandis).
buona (concentrazionaria) visione - Ismaele
QUI il film completo,in spagnolo
…Il grande
regista cileno riesce ancora una volta a proporci un affresco sulla memoria
collettiva attraverso i gesti di un gruppo di persone che non dimentica la
propria identità, malgrado la difficile condizione; che non si rifiuta ma non
per questo accetta; e poi racconta la decenza di alcuni uomini che seppero non
perdersi di fronte a una pena più grande di loro. E grazie a una narrazione
robusta, appoggiata su un tessuto di estrema complessità, il punto di vista si
frantuma nella molteplicità dei loro gesti, nei piccoli atti d’amore a cui si
piegano a poco a poco persino i carnefici, per ricomporsi nel finale in un
susseguirsi di immagini tra realtà e finzione, mescolando passato e futuro, la
Storia (con il sacrificio di Allende) e il privato dei suoi attori. Basti
pensare il passaggio di testimone da padre in figlio del finale. Qualcuno ha
detto che un po’ meno retorica avrebbe giovato a Dawson isla 10. Noi crediamo invece che in questo caso fosse assolutamente
necessaria.
…Junto con este
desplazamiento narrativo, hay otro que le viene a hacer juego. Si los
protagonistas se basan en personas reales, los antagonistas no. Los militares
son inventados por la ficción, son amalgamas de militares verdaderos, llegando
incluso a carecer de nombre. Otra vez las potencias de lo falso alejan la
película de su referente histórico. No hay un ajuste de cuentas con los
victimarios. Sus razones para actuar se dan por conocidas: derrocaron al
gobierno de Allende y a sus integrantes los victimizaron. Las motivaciones
concretas e ideológicas quedan reducidas a su mayor grado de legibilidad y
simplismo: “estamos en la guerra fría”, “hay que acabar con el marxismo”.
Tremenda falta de fundamentos y supresión de caracterización
histórica en favor de ficcionalidad redunda en una épica vacua. Para quien no
este informado de la veracidad del trasfondo esta podría ser una película
realmente poco interesante. Si bien la película explicita el gran referente
real, las mediaciones que hemos señalado permiten que la narración diluya los
referentes que conferirían realismo histórico, o al menos más cercanos al texto
de Bitar, por ficticios verosímiles cinematográficos.
Godard, siguiendo a Brecht dijo que hay que hacer
políticamente películas políticas. Dawson,
Isla 10, según lo que hemos señalado, parecería ser un filme
despolitizado. Sin embargo, ha faltado trazar el otro eje de la película, el
que le da no solo el tono político, sino que además amplía el factor épico por
sobre el histórico, nuevamente mediante la representación de un hecho
histórico. Trasfondo de todos los hechos verídicos y ficticios ocurridos en la
isla-prisión. Se trata nada menos que el ataque a La Moneda, los últimos
minutos de vida de Salvador Allende y su muerte. Pero ¿por qué se representa a
Allende? La recreación del golpe de estado desde dentro nos presenta a su
doble, de manera distinta a la duplicación del relato de Bitar. A medio camino
entre la representación de sucesos televisiva y la prolija superproducción
histórica la representación desde dentro del bombardeo se concibe mediante la
mixtura de imágenes de archivo y recreaciones. El golpe, hecho histórico por
antonomasia, acto violento que bifurca la historia del país fue registrado por
cámaras televisivas desde el exterior. La destrucción del edificio es una de
las visiones más impactantes y monumentales del archivo audiovisual chileno. La
casa de gobierno, signo del poder habitado por un gobierno izquierdista cae en
manos del ataque militar. La imagen deja en claro que nadie puede salir vivo de
ahí, la aniquilación no solo es la de una persona, el presidente Allende, ni la
del proyecto de vía chilena al socialismo, es la de un estado que se vuelve
contra sí mismo. Trauma o shock pregnante sobre una sociedad a la vez que gesto
fundacional. El capital aliado con el fascismo implantando un nuevo orden,
eminente económico: la sociedad de libre mercado. Para partir de cero hay que
destruirlo todo antes…
…La
quotidianità dei lavori forzati, dell'obbedienza imposta col terrore,
dell'impossibilità di usare la parola come strumento di replica per chi nella
parola ha creduto, mettendo la propria al servizio degli altri, è cosa
immaginabile, sulla quale Littin non insiste, provando invece a spostare
l'occhio sulle eccezioni, sul numero del soldato tonto, sull'empatia di una
guardia politicamente confusa, che intima ai prigionieri di gridare di dolore,
come se li stesse malmenando, mentre li invita a riempirsi in fretta le tasche
di frutta secca, ricca di vitamine.
Non per questo Dawson Island 10 diviene un film imprevedibile, non è il suo scopo né la
sua virtù. La sua qualità è un'altra, quella di raccontare l'intelligenza di un
gruppo di persone che non dimentica la propria identità, malgrado la
condizione; che non si rifiuta ma non per questo accetta; che conosce il valore
di una matita (spezzata), di uno spiraglio per l'espressione. Dignità del
narrato e del narratore, quindi, che, posta a premessa, autorizza anche i primi
piani, la messa in scena dei sentimenti. Non è mai stata qualità facile da
portare in superficie sullo schermo, l'intelligenza, senza farsi lusingare
dalle sirene della vanità o della pretesa di insegnare qualcosa, meno che mai
quando la sua natura non è individuale ma collettiva. Un merito che Littin si
guadagna nel nome della sobrietà e dell'impegno.
…L'impressione è che
siano gli stessi detenuti protagonisti del film a rischiare di morire di noia,
perché in fondo nel campo della vergogna non accade poi molto, tanto è vero che
per passare il tempo si arriva addirittura a ristrutturare una chiesa. La regia
poi non sa fornire un deciso contributo all'opera, limitandosi a mettere
insieme sequenze "preoccupate" girate con camera a mano, altre in
bianco e nero che scimmiottano il materiale di repertorio e uno stile classico
che fa incontrare l'ambiente ostile con i corpi dei prigionieri destinati a un
rapido logorio. Nonostante il rigore della messa in scena e le evidenti colpe
sul piano della sceneggiatura, riesce comunque a passare lo sdegno di cui si fa
portatore l'opera e il disagio di un periodo che ha fatto da spartiacque nella
storia dei rapporti internazionali degli ultimi decenni dello scorso secolo. E
alcune scene poi colpiscono e restano, come quella toccante di Cielito Lindo o l'epica rincorsa di un figlio dietro il
camion che sta riportando il padre al campo perché troppo malato per poter
proseguire nel viaggio della flebile speranza. Un film onesto, sincero, forse
fin troppo realistico, ma il mezzo cinema se limitato all'intenzione
documentaristica perde molto del suo fascino.
sabato 30 dicembre 2023
Sweet sixteen – Ken Loach
non è facile crescere a Glasgow, e c'è sempre la possibilità dei soldi facili, con quelli si misura il successo nella vita.
Liam cresce con la madre lontana, in galera, per storie di droga, e quella è la strada per il successo.
Liam vuole aiutare la madre, affinché possa avere una casa tutta sua, per quando esca di prigione, ed è disposto a tutto, a qualsiasi costo vuole riavere una madre, in fondo non è altro che un film d'amore.
come sempre un film di Ken Koach è memorabile e Sweet sixteen non fa eccezione.
buona (filiale) visione - Ismaele
QUI il film completo, su Raiplay
Una full immersion nei bassifondi più dimessi della periferia
di Glasgow a rimirare le macerie lasciate da tanti anni di thatcherismo e di
crisi economica/occupazionale.E'questo il cuore pulsante di questo film di Ken
il rosso,la storia di un quasi sedicenne,Liam che ha tante aspirazioni da bravo
ragazzo(non ultima quella di avere una casa per la propria famiglia formata
dalla madre in galera e dalla sorellastra a sua volta ragazza madre) ma si
scontra con la dura realtà del disagio sociale.I cantieri di Glasgow hanno
chiuso,la disoccupazione è a livelli disumani,Liam si ritrova col convivente
della madre che fa lo spacciatore e addirittura il nonno che fa il corriere
della droga.Lui vende sigarette,è brillante,ha spirito di iniziativa.E'solo
questone di tempo: il salto verso la criminalità organizzata,verso il traffico
di droga è breve,troppo breve.Tutto questo per concretizzare il sogno di
avere una famiglia e un focolare domestico attorno a cui riunirsi. Sweet
sixteen allude all'imminente compleanno di Liam ma allude anche a un'età
che nell'immaginario collettivo è una delle stagioni più felici del ciclo
vitale di ognuno. Per Liam è invece una sorta di limbo in cui si
viene trovare in attesa di atterrare nel mondo dei grandi pronto a
sottomettersi al suo capo che lo ha definitivamente instradato sulla via del
male.Loach sembra dirci che il male in un degrado sociale simile è una
conseguenza ampiamente prevedibile.Ci racconta con grande irruenza ma anche con
un piglio realistico(anche nel linguaggio,nel film si parla una sorta di slang
a me quasi totalmente incomprensibile) ancora più accentuato che in altre
sue pellicole la fine di un sogno.Liam arriva a sfiorare con un dito il
coronamento del suo sogno.Ma in realtà tutto implode
miseramente,un viaggio di sola andata verso la
tragedia.Loach stupisce ancora una volta per la sua capacità di
osservazione e di documentazione analitica.E stupisce ancora di più per trovare
sempre attori esordienti che sono talmente bravi da sembrare da tanti anni
sulle scene.Sweet sixteen è film importante,un piccolo pamphlet di
sociologia applicata alla realtà di assoluto degrado di quella parte di Regno
Unito....
Dopo due prove opache (Bread and Roses e Paul, Mick e gli
altri), un bel film. Ken Loach riscopre la sua classicità perduta, che
ovviamente non è relativa alle storie o alle modalità produttive ma allo
sguardo. È forse l’unico regista europeo che permette di tornare sul dibattito
“teorico” per eccellenza: realismo o finzione? Più Francesco Rosi che Roberto
Rossellini, il cineasta britannico, che cita il neorealismo come ovvia fonte
d’ispirazione, non si accontenta di raccontare o interpretare la realtà nel suo
divenire (la “fenomenologia”), ma interviene direttamente sulla materia. È un
militante puro, con un occhio schierato e un’idea di mondo netta, chiara,
trasparente. Pregio e insieme limite, perché in questo caso la scelta di
visione coincide con quella di campo. A volte si rischia la declamazione
“politica”, la retorica. Ma Sweet 16 vola altissimo, perché la sceneggiatura
pregna di senso etico del solito Paul Laverty va a braccetto con facce che
parlano da sole, con situazioni di degrado sociale che, in quanto autentiche e
misconosciute, hanno bisogno di trovare una voce attraverso il cinema. Non è
facile avere sedici anni, una madre in carcere, amici balordi e come unico
modello comportamentale quello violento degli adulti. Accade in Scozia, accade
ovunque. Loach non è così ingenuo da credere che l’arte cambi il mondo. Ma in
fondo ancora ci spera. E noi con lui.
Coerentemente al suo interesse autoriale, Ken Loach racconta
il disagio e l’isolamento sociale degli ultimi, dei ceti meno abbienti, di
famiglie radicate in un contesto che non lascia scampo. In Sweet Sixteen il regista cala lo sguardo al livello di un
adolescente, sfruttando la fragilità e, al contempo, la forza di un’età che non
conosce compromessi, svelandone i sogni e soffocandoli con il grigiore di un
realismo quasi nichilista, ma all’interno del quale l’autore lascia sempre una
scelta ai suoi personaggi. Ed é proprio nel senso delle scelte che troviamo la
quadra del lavoro di Loach: personaggi ben caratterizzati e ben calati in un
paesaggio definito, attivo nel suo influenzare, o meglio deviare, le vite degli
uomini e delle donne che ospita, ai quali comunque spetta sempre l’ultima
parola, l’ultimo gesto.
venerdì 8 dicembre 2023
L'altra verità (Route Irish) - Ken Loach
i militari inglesi (e i mercenari inglesi) sono in prima linea nell'esportazione della democrazia.
Ken Loach e Paul Laverty raccontano la loro storia a partire da un fatto capitato in Iraq, l'omicidio a freddo di civili (come fanno gli israeliani, ca va sans dire).
a Liverpool si capisce cosa è successo dopo l'omicidio di un soldato inglese da parte di un altro soldato, e da lì parte una storia di vendetta, una forma primitiva di giustizia.
come tutti i film di Ken, non vederlo è un peccato.
buona (vendicativa) visione - Ismaele
ps: la Route Irish del titolo è quella dove è stato assassinato Nicola Calipari.
QUI il film completo, su Raiplay
"Potrebbe essere un thriller di denuncia, ma Loach usa il
cinema di genere a metà e un po' come uno specchietto per allodole. Il punto
non è cosa è successo a Bagdad, ma cosa accadrà a Liverpool. E l'import-export
dell'orrore che ci fa capire cosa accade ogni giorno, qua come là, nelle teste
di chi torna (se torna). Anche perché l'elettrico Fergus a sua volta
ex-contractor, userà contro gli ex-superiori per cui la guerra è solo un
business, gli stessi metodi usati in Iraq. Tortura compresa, in una scena
sobria e agghiacciante che mette lui (e noi) su una falsa pista, perché il
torturato dice qualsiasi cosa pur di finirla... Così, a differenza che in un
qualsiasi thriller teso e rassicurante, qui la verità emerge ma non trionfa.
Ogni scoperta conduce a un'altra, peggiore. Ogni passo avanti nell'indagine
spinge Fergus un po' più in basso. Dovevamo esportare democrazia, invece
abbiamo importato barbarie. La giustizia è un mito. Non ci sono più eroi,
nemmeno negativi. La guerra è dentro di noi. Peccato solo che Loach e il suo
fedele sceneggiatore Paul Laverty, malgrado la consueta sensibilità e
attenzione per comprimari e sottotrame (...), pur di non accordare un grammo di
fascino (e di profondità) ai cattivi della storia, finiscano per creare
personaggi un poco simbolici dimostrativi. Come un teorema." (Fabio
Ferzetti, 'Messaggero', 20 maggio 2010) "Be' allora ditecelo, gli autori
del pianeta, da Kiarostami a Kitano, da Tavernier a Oliver Stone, da Iñarritu a
Ridley Scott si sono messi d'accordo per non sfigurare, per non perdere la
media del sette e mezzo, neanche per eccellere. Bel festival, non puoi liquidarlo,
non puoi esaltarlo. E Ken Loach? Idem con patate. 'Route Irish' (in concorso),
denuncia della licenza di uccidere dei mercenari d'Iraq, è un thriller
scalettato per pilotare contraddizioni e responsabilità della guerra alla prova
della verità. Laggiù c'è una guerra parzialmente privatizzata. Sono 160mila gli
agenti ingaggiati, e 50mila armati fino ai denti. Guardie di sicurezza, dicono,
di aziende e personalità, ma sono stati protetti da vergognose illegalità, dal
2003 al 2009, dall'articolo 17, scaduto solo formalmente. La strada irlandese
del titolo, verso l'aeroporto di Bagdad, è la più pericolosa. (...) Studiato
dal fedele sceneggiatore Paul Laverty come pugno nello stomaco, si allinea a
'Nella valle di Elah', ma è privo della forza metaforica del film di
Haggis." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 20 maggio 2010)
"Ken Loach, il concorrente last minute d'eccellenza, è esploso in uno dei
suoi lavori più rabbiosi degli ultimi anni. 'Route Irish', la maledetta via
dove Calipari fu ucciso e la Sgrena ferita, è il titolo del suo nuovo
cine-attacco alla guerra, ovvero il 'luogo sbagliato al momento sbagliato' in
cui Frankie, un contractor di Liverpool assoldato nel conflitto, salta per
aria. Mercenari, gente pagata anche (soprattutto?) dai cartelli appaltatori
della ricostruzione, soldati 'off' senza scrupoli se non quelli dell'ordinanza
17 (dopo il secondo sparo di avvertimenti, puoi trucidare chi ti pare) e che
quando muore non merita la Union Jack sulla bara. (...) Del testo del fidato
Laverty si imprimono i 'fucking' (almeno uno ogni tre parole) e della regia
frettolosa di Loach la condanna senza appelli alle guerre e ai loro
mercanti." (Anna Maria Pasetti, 'Il Riformista', 21 maggio 2010) "Per
una volta l'infedele traduzione italiana del titolo rischia di rivelarsi un
aiuto per lo spettatore. Trasformare il titolo originale 'Route Irish' (nome
convenzionale dato alla strada che collega Baghdad con il suo aeroporto, a
detta dei militari una delle più pericolose in assoluto perché indifendibile
dagli attentati) come ha fatto il distributore italiano in 'L'altra verità', è
un modo per indirizzare lo spettatore verso il cuore del film. (...) Il nodo
del film di Ken Loach è tutto negli ambigui comportamenti di chi recluta i
contractor e nel 'monstrum legale' dell''Ordine 17', una disposizione imposta
al Parlamento iracheno dalle autorità provvisorie d'occupazione che garantiva
l'immunità dalle leggi locali a questi 'soldati privati'. Al regista inglese e
al suo sceneggiatore Paul Laverty (...) interessa svelare questo stato di cose,
i soprusi e i delitti che si compivano quotidianamente per difendere degli
interessi che non avevano niente a che fare né con la pace né con la stabilità
internazionale. È forse la parte più interessante del film quella in cui Fergus
passa dai sospetti alle certezze, coinvolgendo nella sua ricerca anche un
musicista/traduttore iracheno e soprattutto Rachel, la vedova che prima vedeva
nel protagonista una specie di sovreccitato attaccabrighe e che poi capisce che
forse solo da lui può arrivare un''altra verità'. Quello che invece riesce meno
a Loach è mettere insieme due logiche in qualche modo antitetiche: da una parte
quella del film d'azione e di detection, costretta a tenere sempre alta la
tensione per coinvolgere lo spettatore nella ricerca della soluzione;
dall'altra la necessità di spiegare e far capire i meccanismi politici (e
militari) che sono alla base del lavoro dei contractor. La prima logica ha
bisogno di colpi di scena, di tensioni forti, di scene ad effetto; la seconda
avrebbe bisogno di più calma, una maggior lentezza narrativa, una più
approfondita disamina dei fatti. Loach sceglie decisamente la prima e cade
nell'errore di spettacolarizzare ogni cosa, anche quelle che non ne avrebbero
bisogno." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 19 aprile 2011)
"Presentato in concorso a Cannes un anno fa, il film di Loach ne ha
spiazzato soprattutto gli estimatori, stupiti che il regista e lo sceneggiatore
dei suoi film migliori, Paul Laverty, si siano spostati sul terreno scivoloso
del 'revenge movie', il film di vendetta tradizionalmente più congeniale a
Stallone, Schwarzenegger e relativi epigoni che non a un autore di sinistra
conclamato. La messa in scena della violenza, in effetti, non fa sconti allo
spettatore; inclusa la tecnica di tortura legalizzata che i mercenari
infliggevano alla popolazione irachena. Portando all'esasperazione la tensione
del protagonista (lo interpreta con rabbia convincente Mark Womack, attore
televisivo), Loach e Laverty rivisitano le figure più codificate del thriller
paranoico; anche il personaggio di Rachel (Andrea Lowe, al debutto nel cinema),
la donna al bivio tra due uomini e che un tempo li ha separati, appartiene a un
repertorio ben noto. E' come se regista e sceneggiatore (insolitamente disposto
ai dialoghi didascalici) si preoccupassero di essere il più chiari possibile
nella loro denuncia, scegliendo perciò di adottare le convenzioni del cinema
popolare. A differenza del quale, però, non esiste qui la catarsi che eroicizza
il vendicatore come nei thriller reazionari di Hollywood. 'L'altra verità',
anzi, è traversato da un pessimismo integrale, ai limiti del nichilismo.
Perfino la macchina da presa del grande direttore della fotografia Chris Menges
è arrabbiata, e lo è a freddo; nervosa e destabilizzata, gira intorno a se
stessa come cercasse di controllare il terreno e di proteggersi le spalle. Un
Loach diverso? Non così tanto: se in "Terra e libertà" il regista
rivisitava la guerra di Spagna con aperture al romanticismo, 'Il vento che accarezza
l'erba' (Palma d'oro a Cannes ne12006) raccontava già il conflitto armato in
Irlanda con estrema violenza e ben poche speranze nell'umanità." (Roberto
Nepoti, 'La Repubblica', 19 aprile 2011) "Magari significa qualcosa che
nessuno dei film sulla guerra in Iraq e dintorni sia andato bene al botteghino,
anche quando c'erano dietro star di prima grandezza. (...) 'L'altra verità' è
la storia dell'indagine privata, sempre più serrata e ossessiva, che Fergus,
sentendosi in colpa per la morte del sodale, istruisce alla sua maniera
paramilitare, quasi trasferendo nella Liverpool che fu dei Beatles la logica
stringente della guerra a Bagdad. Bisogna infatti sapere che, al culmine
dell'occupazione, quasi 160 mila 'contractor', dei quali 50 mila armati fino ai
denti, trovarono lavoro in Iraq. (...) Tranquilli: non c'è Rambo di mezzo,
anche se qualche critico, da Cannes 2010, rimproverò Loach di aver applicato il
teorema con notevole schematismo, dividendo i personaggi tra buoni e cattivi,
girando un film più sensibile alle regole del thriller d'azione che alle
patologie disfunzionali prodotte dal disturbo post-traumatico da stress. Non è
così. In un film americano l'eroe raddrizzatorti alla fine rientrerebbe
tranquillamente nei ranghi dopo aver fatto giustizia, in 'L'altra verità'
l'agire furente di Fergus è avvelenato da errori, torture e coazioni a
ripetere. «Meglio abbatterlo un cane rabbioso, prima che uccida qualcun altro»:
è la consapevolezza alla quale approda il guerriero ormai persosi nelle tenebre
di una vendetta personale, contraddittoria, figlia della stessa abiezione che
si voleva combattere." (Michele Anselmi, 'Il Riformista', 19 aprile 2011)
"Attenzione a non trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato, per
di più sulla strada più pericolosa del mondo. (...) Pur senza appartenere al
Loach più ispirato, 'L'altra verità' ha un respiro di racconto forte e sincero,
lanciato nelle convulsioni della denuncia strutturata sull'estreme conseguenze
di un comportamento da rivalsa senza perdono. A tortura si risponde con la
tortura magari usando l'acqua secondo l'ipocrita presunzione-alibi del 'niente
sangue niente peccato', a un assassinio si replica con un omicidio. Le rampogne
di rambismo rivolte a Loach sono fuori luogo perché la sua macchina da presa dettaglia
proprio le emozioni di 'rambi' spaesati che reagiscono soltanto secondo quanto
hanno imparato in addestramento e in battaglia. E' davvero un Ken Loach
implacabile, probabilmente indotto dalla foga a osare oltre misura, ma non si
gli può certamente rimproverare di non aver allestito un thriller teso e
convincente, così come non ci si può accorgere soltanto con "L'altra
verità" che le sue sequenze possiedono il metronomo, lo stile e l'impulso
dello schematismo manicheo. Anche se in realtà Bene e Male sono categorie
escluse a priori dentro la perlustrazione della più controversa guerra
contemporanea che Loach prende di petto nella sua totale repulsione verso
l'impunità del potere." (Natalino Bruzzone, 'Il Secolo XIX', 19 aprile
2011) "La guerra è sempre più un affare privato. E l'orrore non può che
peggiorare. Ken Loach sente l'urgenza di condannare l'inferno nell'inferno,
esplodendo di rabbia in un film frettoloso, frenetico, imperfetto. Su
sceneggiatura del solidale Paul Laverty, si concentra sul conflitto
'mercenario' in Iraq e confeziona 'Route Irish' (diventa da noi il polivalente
'L'altra verità') a rievocare il maledetto tragitto Baghdad - aeroporto dove
troppi - incluso Calipari - perdono ancora la vita. (...) Loach affila il
coltello, e se stavolta non affonda in un cinema esemplare, riesce comunque a
colpire la mal politica estera di Sua Maestà ed alleati. Anche noi." (Anna
Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 21 aprile 2011) "La violenza come
malattia infettiva, l'Iraq come stato della mente. Ken Loach abbandona per il
momento i proletari inglesi per concentrarsi su un microcosmo che rimanda a
inquietanti scenari internazionali. Ma non lo fa, purtroppo, con la compattezza
e il rigore ai quali ci ha abituati." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 22 aprile
2011) "Una storia, piuttosto intricata, di illegalità e doppi giochi tra
Liverpool e Bagdad. (...) Per tenere desta l'attenzione una scena di tortura di
intollerabile sadismo e un insistente, inutile turpiloquio." (Massimo
Betarelli, 'Il Giornale', 22 aprile 2011).
…Gracias a la independencia de Loach para con el
mainstream de nuestros días, en buena medida un enclave bobalicón y convalidante
de las injusticias aquí denunciadas a través de la producción de películas
fascistoides, huecas y/ o lobotomizadoras, La Verdad a Cualquier
Precio sin duda termina siendo un oasis de la militancia
cinematográfica en pos de una sociedad mucho más igualitaria y justa que la
presente, empezando por reconocer la violencia ejercida por los estados
actuales contra sus ciudadanos de menores recursos y -en el caso del Primer
Mundo- contra sus homólogos de países empobrecidos y asediados tanto por las oligarquías
autóctonas como por sus “compinches” de siempre de las empresas
transnacionales. El convite va más allá de simplemente enfatizar la brutalidad
de la guerra porque logra poner de relieve a cada uno de los agentes que
intervienen en este reparto del botín cual pandilla de maleantes de un western
norteamericano, por supuesto sin dejar pasar el papel fundamental que asimismo
tienen los yanquis en esta serie de barbaridades (tortura constante de
prisioneros, asesinatos por doquier, operaciones solapadas en cualquier región,
bombardeos cruentos, impunidad internacional, etc.). A partir de una exquisita
actuación de todo el elenco y una fotografía cruda y necesaria, Loach vuelve a
entregar un trabajo que se ubica a años luz en materia de una conciencia política
acorde con la lucha de clases y en favor de los desposeídos, sin maquillar las
atrocidades cometidas por los estados y el capital y condenándolas en pos de
que se llegue a una unidad social que permita dar de baja a esta ristra de
ególatras dementes, homicidas y mezquinos que nos siguen gobernando…
lunedì 20 novembre 2023
The old oak - Ken Loach
Ken Loach e Paul Laverty (il suo fraterno sceneggiatore) raccontano una storia che più attuale non si può, alcune famiglie di rifugiati siriani vengono accolti dagli inglesi in una povera cittadina ex mineraria.
ed esplodono le contraddizioni di una cittadina sgarrupata già per conto suo (mica li mandano a Chelsea o a Westminster, dice qualcuno nel pub), e, come dappertutto, i disgraziati se la prendono con i più disgraziati di loro, mica con chi causa le disgrazie, ormai la gente non capisce più chi sono i veri nemici.
in fondo a tutto questo pessimistico stato del mondo Ken Loach manda un messaggio di speranza, con TJ e Yara, in alternativa al suicidio.
non perdetevelo, i film di Ken Loach sono preziosi.
buona (old oak) visione - Ismaele
…per una volta Loach e Laverty vanno
oltre al mero dato socio-politico, c’è qualcosa di più primordiale, viscerale,
antropologico. The Old Oak è appunto
una parabola antropologica: ci sono, a partire da esperienze, generazioni e
storie comuni, reazioni diversissime alla novità con cui gli abitanti si
trovano a diversi confrontare. Se non fosse troppo banale si potrebbe dire ci
sono, pur con qualche sfumatura, i buoni e i cattivi. E attorno a questa
dialettica si innesta questo buon film, sul rapporto, mai venato di ambiguità
fra TJ e Jari, una profuga siriana (Ebla Mari), appassionata
di fotografia e sul loro comune e a tratti disperante tentativo di far
dialogare le due comunità ruota il testo, con una sceneggiatura che come al
solito scorre liscia, qua e là un po’ troppo didascalica, qua e là leggermente
patetica, ma nell’insieme convincente, con qualche gradevole tratto d’ironia e
con un utopico afflato finale.
Uscendo dal cinema
ci chiedevamo: ma quando Ken Loach non ci sarà più,
chi farà questo tipo di film?
…Ken Loach, dal canto suo, conosce bene “i suoi polli”. E ce lo ha
più e più volte dimostrato durante tutti gli anni di onorabile carriera. E
infatti, in questo suo piccolo e prezioso The Old Oak tutto
ciò viene fuori con tutto il pessimismo possibile, per una società in cui non
v’è castigo per chi sbaglia, né consolazione per chi, al contrario, ogni giorno
fa del proprio meglio per rendere il mondo in cui viviamo un posto migliore.
Ken Loach sembra avere, qui, una visione ancor più cupa e disincantata degli
eventi, e lavorando sempre più di sottrazione ci ha presentato quello che a
detta di molti (e, a quanto pare, anche dello stesso regista potrebbe essere il
suo ultimo lungometraggio.The Old Oak, Chrissie Robinson e Dave Turner
in una scena del film di Ken Loach
Ci mancherà il suo cinema, se così dovesse essere? Indubbiamente. Ma, per
dare (quello che dovrebbe essere) il suo addio definitivo al mondo del cinema,
Loach non ha mancato di regalarci, anche in questo suo The Old Oak,
preziose manifestazioni di bellezza; siano esse una piccola mostra fotografica
scoperta quasi per caso, una serata aperta a tutti in cui vengono proiettate
fotografie che ritraggono ogni singolo abitante della comunità, o anche
inaspettate manifestazioni di solidarietà quando ogni speranza di felicità
sembra ormai morta per sempre. E così, non mancano nemmeno momenti di forte
commozione, durante la visione di The Old Oak.
Ken Loach ha pensato davvero a tutto. Ci auguriamo solo che in futuro abbia
ancora voglia di deliziarci gli occhi con il suo prezioso cinema.
… Forse il mondo non è
poi un posto così di merda dove vivere. Ci sono possibili punti d’incontro,
dialoghi inaspettati. Ma anche le persone che si sono frequentate da anni che
sono diventate diverse sotto i nostri occhi e ce ne siamo accorti solo
all’improvviso. O anche i ragazzi con i cani aggressivi che non li controllano.
Nel modo in cui è mostrata la morte del cagnolino c’è tutta l’intimità, il
rispetto di un cineasta che sa come e cosa filmare. Lì c’è il punto di vista
esatto e la necessaria distanza. Morale e umana prima di tutto. Non si vede il
modo come è stato ucciso ma solo il suo urlo di dolore. C’è poi una spiaggia
che è il punto-limite. È il luogo di fuga, di disperazione, ma dove avvengono
anche improvvisi miracoli. A 86 anni, per Ken Loach, un altro mondo non è più
possibile. Ogni iniziativa di solidarietà sembra destinata al fallimento. Per
questo The Old Oak è un film durissimo, disperato, dove
ogni tanto arriva una buona notizia (la famiglia di Yara viene a sapere che il
padre scomparso è ancora vivo) ma dove l’umanità è anche cambiata ed è spietata
come nel caso del video con il telefonino girato a scuola e rivisto dai clienti
più razzisti del bar.
L’indignazione del
cinema di Loach è tale che magare molte volte il suo cinema rischia di essere
schematico nella contrapposizione tra il bene e il male. Però a questo punto si
porta anche dietro tutta la vita e le storie delle persone. Le foto di Yara e
soprattutto quelle appese sulle pareti dei minatori, con il famoso sciopero del
1984, raccontano molto dei protagonisti, del loro passato e della storia della
cittadina mineraria. E il volto vissuto di Dave Turner nei panni di TJ può
idealmente sovrapporsi con quello di Dave John di Io, Daniel Blake e Kris Hitchen di Sorry We Missed You. Con un primo piano su di loro
Loach riesce già a raccontare parte della storia del film. In più, in un
dialogo c’è tutto il senso autentico del suo cinema quando Yara sta per andare
a visitare la cattedrale locale che “non appartiene alla chiesa ma agli operai
che l’hanno costruita”. Sarà anche semplicistico ma questo è un film che arriva
direttamente, che colpisce duro, che lascia spiragli ma forse non ha speranza.
Lo straordinario finale, tra i più emozionanti di tutto il suo cinema, è forse
un sogno. Di armonia, pace e bellezza, come quello di Don Giulio in La messa è finita quando si gira
dopo la funzione e sorride sulle note di Ritornerai di
Bruno Lauzi. Si, The Old Oak pensa che un altro
mondo non è possibile. Ma Loach, in un film anche di spietati tradimenti, ci fa
vedere come dovrebbe essere. Per questo il finale è un abbraccio verso tutti
noi.
…Prodotto
da StudioCanal, Sixteen Films, Why Not Productions, Les Films du Fleuve e BBC
Film e con protagonisti pochi volti noti, come Dave Turner, Ebla Mari e Debbie
Honeywood, The Old Oak rappresenterà
la diciottesima e – verosimilmente – anche l’ultima volta a Cannes, ma non
solo: sarà anche l’ultima volta su un set per il regista che, prossimo a
raggiungere gli ottantasette anni, non ha alcun dubbio al riguardo: «Realisticamente? Sarebbe davvero difficile per me girare un nuovo
lungometraggio. I miei film richiedono almeno un paio d’anni per essere
realizzati e le capacità diminuiscono mese dopo mese. La memoria a breve
termine va e viene e la vista è piuttosto difettosa ormai. Quindi, si, è
piuttosto complicato…».
L’esperienza sul set di The Old Oak lo ha portato a confrontarsi con le
esigenze fisiche delle lunghe giornate sul set. Certo, attenuate da quelle che
lo stesso Loach non ha esitato a definire come il giusto mix di buon umore e energia
emotiva, ma stavolta è stato più duro del solito: «Non sono proprio sicuro di
poter tornare di nuovo in campo, è come se fossi un vecchio ronzino al Grand
National. Te ne stai lì e pensi: “Buon Dio, non cadrò mica dopo il primo
ostacolo, vero”?». Ricordiamo che Ken Loach è praticamente di casa a
Cannes, risultando tre volte vincitore del Premio della Giuria (L’agenda nascosta, Piovono pietre, La parte degli angeli) e due volte insignito della
Palma d’oro (Il vento che accarezza l’erba, Io, Daniel Blake).
Se The Old Oak dovesse
davvero essere il canto del cigno – come sembra – segnerebbe la fine di una
carriera straordinaria, unica, che da Poor Cow a Sorry We Missed You passando per Kes, Family Life, Ladybird Ladybird, My Name is Joe, Bread and Roses e Il mio amico Eric, non ha mai smesso di raccontare
con piglio critico e indagatorio delle ragioni della classe operaia, degli
esclusi e dei più deboli, ma anche di solidarietà, integrazione, o più
semplicemente, del fare sempre la cosa giusta.
…El viejo roble se diferencia de las otras dos últimas películas
de Loach en que las anteriores señalaban aquello que funciona
mal dentro de la sociedad y el sistema inglés. Y aquí, más que
denunciar a un culpable, se sublima algo positivo. El conflicto está
esta vez entre las propias gentes del pueblo, no en el Estado ni en una
empresa. Por ello, Loach no demoniza ni a los personajes más
negativos, aunque difícilmente podremos simpatizar con ellos. Los individuos
nunca han sido los enemigos en el cine de Loach, y el director
inglés lo deja tan claro como siempre.
El viejo roble es una oda a la
convivencia entre culturas y a la integración. Retrata con
acierto la intolerancia y las otras barreras más comprensibles que los nativos
tienen con los recién llegados. Aunque cae aquí y allá en el moralismo puro y
duro, su enfoque esperanzador justifica los medios. No pasará a la
posteridad como su mejor obra, pero es un legado coherente e idóneo para Ken
Loach. Si es que esta es realmente su última película, que con los
artistas nunca se sabe.
…La idea de Loach es, como viene
siendo habitual en su cine, convertir la cámara en un ente invisible que no
interactúe prácticamente con la acción que está sucediendo, sino que la capture
con el máximo nivel de veracidad que pueda alcanzar, para que sea la propia
realidad la que se ponga en entredicho a sí misma dejando a la vista del
espectador todas y cada una de las injusticias que se producen en una sociedad
en la que el silencio y la desidia legitiman los incontables abusos que comete
el poder. Como ya hizo Mungiu hace un año en RMN, Loach muestra cómo la precariedad abona el
terreno para que puedan germinar en él tanto el racismo como la xenofobia, para
que las personas que están pasando por una situación muy difícil paguen su
frustración con los que están aún peor que ellas, para que la tolerancia se
convierta en una palabra muda que todos pronuncian, pero que nadie aplica. El
director acierta así a componer una obra en la que el capitalismo queda
retratado como el sistema inhumano que es.
La película, pese a la dureza de sus imágenes, no resulta en ningún
momento desoladora o pesimista, como sí sucedía con, por ejemplo, Yo, Daniel Blake; porque en su tramo final se viste
con el colorido traje de la fábula para arrojar destellos de luz sobre la
mirada de un espectador que no puede sino emocionarse ante el emotivo, visceral
y esperanzador derroche de humanismo del que hace gala el director. Loach busca
en todo momento apelar a esas personas que tienen una actitud pasiva ante los
crímenes que se producen en un sistema estructuralmente viciado: las invita a
pasar a la acción, a poner su granito de arena en la construcción de un futuro
más justo, a volverse intolerante frente a las injusticias. El viejo roble se coloca en medio de la oscuridad
que asola un tiempo esencialmente triste para iluminarlo; para señalar el
camino a seguir; para ofrecer una chispa de ilusión a una sociedad que tiene
motivos de sobra para ser pesimista; para cerrar la filmografía de un director
que se ha plantado delante del poder para señalarlo, que ha arropado a los más
débiles y les ha devuelto una voz que les habían arrebatado.
scrive Roberto Escobar
(sul Sole24ore):
…arrivano migranti con parlate, visi e colori che suscitano sospetti,
paure, più di una volta odio e violenza. Loach e Laverty lo raccontano e lo
spiegano, e non mancano di comprenderlo. Il loro occhio non è manicheo, non è
giudicante. Che cosa resta a chi teme di non avere più niente, se non la voglia
di darne la colpa a chi stia ancora peggio?
Per TJ si tratta di accoglierli e aiutarli, questi “nuovi inglesi”, ritrovando la dignità del padre, il suo coraggio e la sua solidarietà. E insieme si tratta di tornare a dare dignità e coraggio ai suoi. Si tratta, insomma, di riuscire a convincere questi e quelli a “mangiare insieme”, tornando a riempire di vita il pub.
È certo sfiduciato, il vecchio TJ. E forse lo è l’ancora più vecchio Ken Loach. E però, come TJ, ha al suo fianco l’entusiasmo di Yara. Lo ha dentro di sé, integro. Dopo tutta una lunga vita, rivede e ritrova il suo mondo attraverso l’obiettivo della macchina da presa. E se lo immagina migliore, dolce e pieno di speranza.
sabato 14 agosto 2021
Il regista Ken Loach espulso dal Partito Laburista britannico
Ken Loach ha annunciato di essere stato espulso dal Partito Laburista
britannico.
“Lo stato maggiore laburista ha infine deciso che non sono adatto a far
parte del loro partito, poiché non rinnegherò quelli che sono stati già
espulsi. Ebbene, sono orgoglioso di stare con i buoni amici e compagni vittime
dell’epurazione. C’è davvero una caccia alle streghe”, ha scritto su Twitter il
regista di 85 anni, famoso per i suoi film di forte denuncia sociale.
Loach ha attaccato il nuovo leader del partito Keir Starmer, succeduto a
Jeremy Corbyn, sostenendo che “Starmer e la sua cricca non guideranno mai un
partito del popolo. Noi siamo tanti, loro sono pochi. Solidarietà.”
Ken Loach aveva lasciato il Partito Laburista negli anni Novanta,
disgustato dalla politica di Tony Blair, per poi rientrare con l’elezione a
leader di Jeremy Corbyn nel 2015, un evento che ha segnato una decisa svolta a
sinistra e un enorme aumento del numero di iscritti. Corbyn si è dimesso in
seguito alla sconfitta elettorale del dicembre 2019 ed è stato sospeso dal
partito l’ottobre scorso.
In Defence of Ken Loach - Yanis Varoufakis
So, it’s come to that: Ken Loach is now the target of a character
assassination campaign waged by those who will stop at nothing to shield the
apartheid policies of Israel. Their message to people of good conscience is
simple: Unless you too want to be tainted as an antisemite, keep quiet about
the crimes against humanity and the assault on human rights in the land of
Palestine. They are putting the rest of us on notice: If we can do this to Ken
Loach, a man who has spent his life championing the victims of oppression,
racism and discrimination, imagine what we shall do to you. If you dare support
the Palestinians’ human rights, we will claim that you hate the Jews.
The art of assassinating the character of a leftist has become better honed
in recent times. When the Financial Times called me a Marxist
biker, I confessed to the charge gladly. Calling me a Stalinist, as some
unsophisticated rightists do, also fails to ignite an existentialist crisis in
my soul because I know full well that I would be a prime candidate for the
gulag under any Stalinist regime. But call me a misogynist or an antisemite and
the pain is immediate. Why? Because, cognisant of how imbued we all are in Western
societies with patriarchy, antisemitism and other forms of racism, these
accusations hit a nerve.
It is, thus, a delicious irony that those of us who have tried the hardest
to rid our souls of misogyny, antisemitism and other forms of racism are hurt
the most when accused of these prejudices. We are fully aware of how easily
antisemitism can infect people who are not racist in other respects. We
understand well its cunning and potency, for instance the fact that the Jews
are the only people to have been despised both for being capitalists and for
being leftie revolutionaries. This is why the strategic charge of antisemitism,
whose purpose is to silence and ostracise dissidents, causes us internal
turmoil. This is what lies behind the runaway success of such vilification
campaigns against my friends Jeremy Corbyn, Bernie Sanders, Brian Eno, Roger
Waters and now Ken Loach.
‘Is your exclusive criticism of Israel not symptomatic of antisemitism?’,
we are often asked. Setting aside the farcicality of the claim that we have
been criticising Israel exclusively, criticism of Israel is not and can never
be criticism of the Jews, exactly as criticism of the Greek state or of
American imperialism is not criticism of the Greeks or of the Americans. The
same applies to interrogating the wisdom of having created an ethnically
specific state. When remarkable people like my heroes Hannah Arendt and Albert
Einstein questioned the Zionist project of a Jewish state in Palestine, it is
offensive to claim that to debate Israel’s existence is to be antisemitic. The
question is not whether Arendt and Einstein were right or wrong. The question
is whether their questioning of the wisdom of a Jewish state in the land of
Palestine is antisemitic or not. Clearly, while antisemites opposed the
foundation of the state of Israel, it does not follow that only antisemites
opposed the foundation of a Jewish state in Palestine.
On a personal note, back in 2015, while serving as Greece’s finance
minister, a Greek pro-troika newspaper thought they could diminish me with a
cartoon depicting me as a Shylock-like figure. What these idiots did not realise
was that they made me very proud! Trying to tarnish my image by likening me to
a Jew was, and remains, a badge of honour. Speaking also on behalf of
aforementioned friends vilified as antisemites, we feel deeply flattered
whenever an antisemite bundles us together with a people who have bravely
endured racism for so long. As long as a single Jew feels threatened by
antisemitism, we shall pin the Star of David on our chest, eager and ready to
be counted as Jews in solidarity – even though we may not be Jewish. At the
very same time, we wear the Palestinian flag as a symbol of solidarity with a
people living in an apartheid state built by reactionary Israelis, damaging my
Jewish and Arab brothers and sisters and stoking the fires of racism which, ironically,
always forge a steelier variety of antisemitism.
Returning to Ken Loach, thankfully no smear campaign against him can
succeed. Not only because Ken’s work and life are proof of the accusation’s
absurdity, but also because of the courageous Israelis who take awful risks by
defending the right of Jews and non-Jews alike to criticise Israel. For
instance, the group of academics who
have methodically deconstructed the IHRA’s indefensible definition of
antisemitism, which conflates it with legitimate criticisms of Israel that many
progressive Israelis share. Or the wonderful people working with the Israeli
human rights organisation B’TSELEM to resist
the apartheid policies of successive Israeli governments. I am just as grateful
to them as I am to my friend and mentor Ken Loach.
giovedì 11 febbraio 2021
Gli artisti stanno con Ken Loach e contro il maccartismo
(Fonte: https://artistsforpalestine.org.uk/2021/02/08/stand-with-ken-loach-and-against-mccarthyism)
“Siamo
profondamente turbati nell’apprendere di una campagna maccartista che chiede
all’Università di Oxford di annullare un evento pubblico con il regista Ken
Loach il quale dovrebbe parlare della sua carriera cinematografica. Per
cercare di impedire che questo evento culturale abbia luogo, la campagna
per mettere a tacere questo artista di fama mondiale sta utilizzando la
controversa definizione IHRA di antisemitismo Se fossero necessarie ulteriori
prove per dimostrare come una definizione formulata in modo vago venga utilizzata
per mettere a tacere i critici della politica israeliana nei confronti dei
palestinesi, allora è proprio questo. Siamo stati avvertiti da rispettati
accademici palestinesi, studiosi israeliani, massimi esperti di antisemitismo,
dozzine di gruppi ebraici progressisti e altri che questa definizione viene
utilizzata come arma politica. Non possiamo combattere il razzismo, compreso
l’antisemitismo, demonizzando e mettendo a tacere i sostenitori dei diritti dei
palestinesi “.
Firmato
Hany Abu-Assad, regista
Raed Andoni, regista
Hanan Ashrawi, parlamentare palestinese, studioso
e leader della società civile
Nahed Awwad, regista
Victoria Brittain, giornalista, autrice,
drammaturga
Judith Butler, filosofa e teorica del genere
David Calder, attore
Dame Carmen Callil, editrice
Julie Christie, attrice
Caryl Churchill, drammaturgo
Steve Coogan, attore, comico, produttore
Dror Dayan, regista, docente
Raymond Deane, compositore, autore
Esther Ruth Elliott, attrice, regista
Brian Eno, musicista, produttore
Peter Gabriel, musicista, fondatore del festival
musicale Womad
Tony Graham, regista teatrale
Ohal Grietzer, compositore e interprete
multimediale
Ronnie Kasrils, ex ministro del governo
sudafricano
Barbara Harvey, avvocato specializzato in diritti
civili e diritto del lavoro
Mike Leigh, sceneggiatore, regista
Zwelivelile “Mandla” Mandela, parlamentare
sudafricano
Jean Said Makdissi, scrittore
Samir Makdissi, Professore Emerito di Economia,
AUB
Mai Masri, regista
Thurston Moore, musicista
David Morrisey, attore
Rebecca O’Brien, produttrice
Ruth Padel, poetessa
Maxine Peake, attore
Mark Rylance, attore
Alexei Sayle, comico
Eyal Sivan, regista
Rosemary Sayigh, giornalista e studiosa
Rima Tarazi, pianista, compositrice e attivista
sociale palestinese
Harriet Walter, attore
Roger Waters, musicista
Samuel West, attore, regista
Rabbi Alissa Wise, vicedirettore di Jewish Voice
for Peace
(Trad: Grazia Parolari “Tutti gli esseri
senzienti sono moralmente uguali” – Invictapalestina.org)
mercoledì 4 novembre 2020
Fatherland – Ken Loach
un film (del 1986) di Ken Loach, ambientato fra la Germania e l'Inghilterra.
racconta diverse storie che si fondono alla perfezione, un giovane cantautore scappa dalla DDR per la Germania, per la libertà che è teorica, Klaus non ci sta ad essere usato ("lo stalinismo non è il socialismo, la libertà non è il capitalismo", è una scritta all'interno del film).
e poi c'è la ricerca del padre, con un finale sorprendente.
buona visione, non ve ne pentirete - Ismaele
QUI il film completo con
sottotitoli in italiano
…Il Loach storico di Terra e libertà è
qui in filigrana. La “Fatherland”, terra dei padri, si rivela ambigua e
deludente ma contiene anche un’epifania: nessun sistema è perfetto, nessun uomo
ha forma definitiva. Loach indaga i fantasmi sociali, i rimossi occidentali,
l’ossimoro della “tolleranza repressiva”: in una delle note deviazioni dal
percorso principale, vediamo, passato il confine inglese, un gruppo di
attivisti ambientalisti contro il nucleare bruscamente fermato dalla polizia.
La lucida tesi di Loach viene portata avanti senza enunciarla ma mimetizzata
nelle immagini, secondo il principio del regista che affida il giudizio finale
a chi guarda: “Anche lo spettatore deve fare il suo lavoro”.
Ecco allora che una “vecchia storia” di trentacinque anni
fa parla ancora al contemporaneo. A proposito della Germania divisa, l’ultimo
film di Fabrizio Ferraro, Checkpoint Berlin, documentario alla
ricerca di uno zio scomparso all’Est, coltiva la leggenda di un mitico passeur,
un personaggio – forse esistito – in grado di muoversi liberamente dall’Est
all’Ovest attraverso una strada segreta mai intercettata.
Fatherland fa
parte di quella mitologia “vera” e plausibile. A proposito di controllo
sociale, invece, l’urgenza dell’oggi imposta da un virus riporta ai poliziotti
in giro per strade deserte. Non era forse questa la Germania Est inscenata da
Loach? Fatherland è un film dimenticato, ma è il tempo
giusto per vederlo e riscoprirlo.
Film poco conosciuto di Loach, ma che merita di
essere recuperato per come riesce a creare un equilibrio fra la storia
personale di questo cantante dissidente tedesco dell'est nel dorato e fasullo
mondo occidentale e la Storia che rimane sempre sullo sfondo. Difficile
rimanere con la propria identità e le proprie idee quando si viene repressi in
un modo o nell'altro. La Storia alla fine chiede sempre il suo conto. Colpe, dolori
e sogni infranti ai piedi di quel potere sempre sorretto da coloro che stanno
sotto. Da recuperare.
The screenplay for Fatherland by Trevor Griffiths (Reds) is filled with incisive
observations about the repressiveness of authoritarian socialist regimes, the
decadence of capitalism, and the varied ways in which men and women are forced
to sell their souls in order to survive in both the East and the West. Two
slogans appear on the screen in the film: “Stalinism is not socialism,” and
“capitalism is not freedom.” Director Ken Loach has made a sophisticated
political film which is both insightful and engaging.
Social protest has been part of human society going back to
Paleolithic times when the first homo-protestapien complained "What, nuts
and berries again?" The response was most likely either "Go out and
kill something, then," or "Discover fire and I'll make a
casserole." Admittedly, I loosely translate from the original
"ogg," "ugh" and passionate grunting.
By the year 1968 the earth was awash with protesters (for good
reason) who had developed protesting into an art form. The art form of choice
was the protest song. From Arlo Guthrie to John Lennon, Country Joe McDonald to
Marvin Gaye, Bob Dylan to The Plastic People of the Universe, Phil Ochs to
Jimmy Cliff, the airwaves were filled with politically charged lyrics that
stirred the souls of the youth of the world. Americans like to think they had a
patent upon it but Eastern Europe was at the forefront of something other than
Vietnam, their own social unrest.
WWII had been over for more than twenty years but there still were
countries in upheaval. The Prague Spring had come to Czechoslovakia and
led to another Communist invasion. Yugoslavia was beset with protests from
ethnic Albanians in Kosovo and Western Macedonia that led to concessions that
angered Serbians and Montenegrins. This caused not only a Serbian emigration
from Kosovo but also further religious tensions as Macedonians created their
own Orthodox Church and Muslim nationalism rose in Bosnia irritating Serbian
churchmen. And, of course, the Cold War was in full swing in Germany with the
Berlin Wall, just seven years old, still 21 years away from demolition. It is
in the politically turbulent year of 1968 that "Fatherland," aka
"Singing the Blues in Red" begins…
…It's very difficult to be critical of
Fatherland. Clearly a labour of love, it's certainly a well-made film that
projects all of the despair and desolation of Eastern Europe before the fall of
the wall, and the hope symbolized by moving west. And in the 80's when the film
was released, prior to the information age, the film was one of the few
accurate portraits that people were able to see of the situation in Germany.
The making of the film was a political statement in and of itself. (You can
read more about that in Julie Kirgo's liner notes). Today, however, Fatherland
is...boring. The cast are all excellent in their roles, and the direction is
appropriate; minimal and seemingly non-intrusive. The dream sequences are a
little hokey in their artiness, but that's a small stumbling point. There's
just not a lot going on. It's a dreary story told in a largely drab setting
that takes a long time to get where it's going. The result waiting at the end
of the journey has the potential to be powerful, but by the time the film gets
there, the payoff has minimal impact. There's nothing to actively dislike about
Fatherland; it's just not that interesting.
