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giovedì 8 maggio 2025

Bird – Andrea Arnold

una storia di emarginati, che vivono ai limiti della legalità e della sussistenza.

in tutta la cittadina non si vede mai un poliziotto, e anche gli assistenti sociali latitano, sembra un posto abbandonato da tutti.

noi seguiamo la storia con gli occhi di Bailey (Nykiya Adams), una bambina di 12 anni, conosciamo i fratelli e le sorelline, gli amici, il babbo (Barry Keoghan), un po' bambino, e un specie di folletto, Bird (Franz Rogowski), e tanti altri, anche un rospo.

Bailey ama guardare gli uccelli che volano liberi nel cielo, forse anche lei vorrebbe poter volare,e lasciare, almeno un po', il brutto mondo nel quale è costretta a vivere.

Bailey e Bird s'incontrano e diventano amici, si proteggono a vicenda, Bailey cerca di aiutarlo a ricostruire la sua storia, lei s'immedesima nel dolore di Bird, abbandonato da bambino, lui vuole riuscire a ritrovare la famiglia, ma le ricerche sono una delusione.

è uno dei film più belli dell'anno, sicuramente, è in un centinaio di sale, è un film da non perdere, abbiate fiducia.

buona (grandissima) visione - Ismaele

ps1: anche Billy, il protagonista di Kes, di Ken Loach, si affeziona a un falco, forse anche Billy alza gli occhi al cielo per staccarsi dal mondo grigio e triste dove si trova a vivere.

ps2: mi viene in mente Birdy, un film di Alan Parker, nel quale Birdy, reduce del Vietnam, vorrebbe diventare un uccello.


 

 

c'è poco altro da fare quando si ha la fortuna di potersi imbattere in un'opera del calibro di Bird. Un film che stupisce per la naturalezza con cui mette in dialogo il mondo dei sottoproletari britannici con un'ipotesi fiabesca di puro ingegno post-punk che è cinema limpido e libero dalla gittata universale. Un racconto che nell'esplorare le sfide dell'adolescenza di quella Bailey giovane ma già matura, che ha già conosciuto il dolore nella vita, che ha fretta di crescere e che ha già le idee molto chiare su chi è e su chi vuole diventare, va oltre la propria dimensione da comune coming-of-age sul valore delle radici e sulla ricerca identitaria del proprio posto nel mondo, fino a diventare qualcos'altro. Qualcosa di più bello…

Un film corposo, Bird, denso, straordinario, che fa immergere lo spettatore in un microcosmo di vita in cui ritrovarsi e rispecchiarsi, e percorso di dolcezza, purezza e di una spontaneità tale da rendergli difficile il ritorno alla vita di tutti i giorni. Quella in cui le luci della sala si accendono e la sospensione d'incredulità smette con la sua magia. E qui il merito è soprattutto del comparto attoriale. Perché la giovanissima Adams sembra già una veterana nel modo in cui dialoga con due autentici mostri sacri del cinema contemporaneo. Quei Keoghan e Rogowski dalla componente caratteriale gemellare ma opposta: Entrambi fragili e con il fuoco dentro, ma caotici ed eroici, a caccia di sogni come di albe e farfalle, e dagli occhi vividi da cui trapelano i segni di un vissuto difficile…

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un adolescente appena sbocciato ha dalla sua un’arma formidabile: la fantasia. Che cosa rimane, del resto, a Bailey, oppressa oltre ogni dire dalla cretineria violenta di suo padre, che la vuole tra le damigelle d’onore, vestita di una tutina ridicola, per un suo improbabile matrimonio con un’altra sbandata senza fissa dimora, che ha già un’altra figlia piccolissima da un altro uomo? La risorsa vitale la ragazzina la trova nella sua inesauribile immaginazione, che la fa parlare con gli uccelli e, quindi, con il suo alfiere devoto Bird, l’Uomo-uccello per antonomasia. Lui che se ne sta tutto il santo giorno appollaiato sulle terrazze degli edifici del quartiere, a scrutare in basso la vita brulicante e disordinata sottostante, con il sogno segreto di ritrovare un giorno i suoi genitori, dai quali si è definitivamente separato da bambino, smarrendosi nei dintorni della città. E sarà proprio questa la missione di Bailey: aiutare l’amico alato a ritrovare la sua famiglia di origine, anche qui con mille difficoltà e affrontando il disconoscimento di paternità da parte di chi lo credeva morto. Film difficile, che ha in sé una bellezza tutta particolare, da assaporare in segreto metabolizzando lentamente il suo retrogusto perfettamente amaro.

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Come fosse tornata ai tempi di Fish Tank, ma con continue deviazioni fiabesche, Andrea Arnold tratteggia un romanzo di formazione di una dolcezza straripante, innamorata com’è di (quasi) tutti i suoi personaggi, a partire da lo scombiccherato Bug che ama i suoi figli – che ha avuto poco più che bimbo – di un affetto magari non sempre facile da dimostrare ma densissimo. Bailey, questa dodicenne riottosa che non vuole vestirsi da ragazza-tipo per il matrimonio del padre e va in giro con Bird per aiutare questo bizzarro uomo che passa le sue giornate appollaiato sui tetti dei palazzi a ritrovare il padre perduto, è raccontata con uno sguardo altrettanto amorevole, come se la macchina da presa dovesse di volta in volta carezzarla nell’accompagnarla in giro per un mondo che sarà pure devastato – lo squat non è certo edulcorato nella sua rappresentazione – ma sa ancora commuoversi sulle note di The Universal dei Blur. Ed eccolo l’ultimo trait d’union tra vitalismo realistico e svolazzo lirico, la colonna sonora brit-pop in cui si piazzano gli uni accanto agli altri i succitati Blur e i Verve di Lucky Man, i Coldplay di Yellow e soprattutto i dirompenti Fountain D.C. di Too Real, che spinge l’udito in direzioni post-punk. Tra Ken Loach e Little Feet di Alexandre Rockwell Bird è un’opera fiammeggiante, liberissima, che mescola senza alcuna paura gli elementi più eterogenei senza preoccuparsi della giusta inquadratura, della giusta luce, e di tutti quei perfezionismi anodini di cui è invaso l’arthouse contemporaneo.

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domenica 12 novembre 2023

Lubo - Giorgio Diritti

ispirato a un romanzo di Mario Cavatore, Il seminatore, Lubo è la storia di uno zingaro jenisch svizzero, artista di strada, e della sua famiglia.

quando lo costringono a fare il militare gli portano via i figli e la moglie ne muore.

Lubo fugge e cerca i suoi figli, oltre a una personale vendetta, che è l'oggetto del libro.

Franz Rogowski è sempre bravissimo, e convincente, come tutte le attrici e gli attori.

il film dura tre ore, ma neanche un minuto è in più, Giorgio Diritti fa film bellissimi o straordinari, niente di meno.

la storia è una delle tante di quegli anni a danno della popolazione jenisch, sterilizzazione delle donne e furto dei bambini, motore di questo genocidio, durato fino al 1974, è la fondazione Pro Juventute, ennesimo esempio della banalità del male.

il film non è piaciuto troppo ai critici laureati, ognuno ha i suoi gusti, ma è di sicuro un film da non perdere, non te ne pentirai.

buona (jenisch) visione - Ismaele


ps 1: un bel film italiano sugli Jenisch, di Valentina Pedicini, si può vedere QUI, e qui la recensione

ps 2: un grandissimo Franz Rogowski, in un film non apparso in Italia, è qui

ps 3: un ritratto di Mariella Mehr, poetessa jenisch, qui


 

 

La narrazione si concentra sulla storia vera della Pro Juventute, la fondazione svizzera creata per sostenere esigenze e diritti dei bambini svizzeri, dal 1926 al 1973 ha portato avanti il programma Kinder der Landstrasse. Si trattava di un programma volto ad allontanare forzosamente i figli degli Jenisch (gruppo a cui appartiene Lubo) dalle loro famiglie, con lo scopo di dargli una “educazione migliore”.

Importante è, quindi, all’interno del film il discorso sui genitori inadatti e sull’importanza dell’educazione, che va a collegarsi anche a uno sul non lasciare riprodurre i genitori Jenisch, ma di sterilizzarli, in quanto, appunto, inadatti secondo la Pro Juventute. Il programma Kinder der Landstrasse è stato realizzato nell’ambito dell’eugenetica e i figli degli Jenisch sono stati presi come cavie per sperimentare a livello psichiatrico questa teoria, vicina all’ideologia nazista.

Questo è, quindi, la questione che fa da sfondo a tutto il film. Lubo, nella ricerca dei propri figli, scopre che il suo non è un caso isolato e continuerà le indagini, nonostante il passare degli anni e le vicende successive che si sono intersecate nella sua vita.

Lubo è un film semplice, ma non scontato, che con le sue quasi tre ore di lunghezza riesce a mostrare la vita di un uomo e la sua sofferenza, ma senza mai farlo pesare.

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Diritti decide di affrontare questa materia scottante avvicinandola dalla parte opposta. Non viviamo le sofferenze imposte a bambini e bambine ma seguiamo la lucida odissea di un padre che si vede strappare l'intero mondo degli affetti da quella stessa istituzione, lo Stato, che gli chiede di prestare la sua opera in divisa a difesa dei confini. È in questa aberrante contraddizione (che nell'Italia fascista, dopo la proclamazione delle leggi in difesa della razza, vissero gli ebrei che avevano servito la patria nella prima guerra mondiale) che l'uomo vivace e creativo, che percorreva strade e piazze con il suo carro trainato da cavalli, si trasforma. La sua nemesi individuale viene condotta con estremo rigore e Franz Rogowski dà corpo, voce e inflessioni a un personaggio che la camera scruta seguendone e assecondandone l'azione.

Se lo Stato vuole estinguere il suo popolo impedendone la riproduzione Lubo agirà in direzione esattamente contraria e sottilmente acuta. A un certo punto, una volta divenuto ricco mercante di preziosi, lo vediamo aggiungere un'annotazione su un taccuino. La memoria corre a tutt'altri tempi e a ben diversa temperie culturale: al catalogo del Don Giovanni di Mozart. I melomani sicuramente ricordano: "In Italia seicentocinquanta, in Alemagna duecento e trentuna; cento in Francia, in Turchia novantuna: ma in Ispagna son già mille e tre". Erano le conquiste del protagonista narrate dal servitore Leporello. Qui l'elenco è decisamente più ridotto e si concentra su una sola nazione. Perché l'obiettivo di Lubo è chiaro: se lo Stato vuole impedire al suo popolo di riprodursi lui ingraviderà quante più donne possibile mettendo al mondo quelli che dai suoi persecutori saranno considerati dei bastardi.

Diritti ci racconta un seduttore suo malgrado che, al contempo, non smette mai la ricerca dei propri figli anche se gli anni scorrono. Su tre di queste relazioni si sofferma e, in particolare, su quella di una cameriera d'albergo di origine italiana in cui Lubo vede qualcosa di più di un corpo che possa tenere viva la sua vendetta.

Con una durata che diviene necessaria per mostrare la progressione di un progetto finalizzato a ristabilire almeno un simulacro di giustizia, Diritti, con questo film, ci invita a stare in guardia in questi tempi difficili. Lo fa con una coproduzione che vede coinvolte Italia e Svizzera ricordandoci che non solo nelle dittature le aberrazioni possono insinuarsi nel tessuto sociale fino a divenire parte integrante della legislazione statale, ma anche in democrazie solide (quella elvetica lo era e lo è) il loro seme può attecchire e svilupparsi con estrema pericolosità. In molti Paesi campagne che si ammantano di un manipolato concetto di difesa della patria non sono purtroppo solo un ricordo del passato.

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Lubo nel complesso convince. E lo fa soprattutto grazie (anche) alla presenza del suo magnetico protagonista, che dalla Germania è diventato ormai una star internazionale e che già aveva fatto una sua prima incursione nel cinema italiano nel 2021 in Freaks Out di Gabriele Mainetti. Il suo Lubo è un personaggio non privo di macchia, in grado persino di uccidere, pur di ricongiungersi con la sua amata famiglia; ma anche – e soprattutto – un’artista sensibile e sognatore, che anche nella tragedia riesce a trovare una propria serenità rifugiandosi, grazie alla musica, nei suoi ricordi più belli. La scena in cui suona la fisarmonica senza emettere alcun suono all’interno di un freddo carcere parla semplicemente da sé.

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…A questo punto della storia, però, le strade di Diritti (insieme al suo sceneggiatore Fredo Valla) e quelle del testo originale di Cavatore cominciano un poco a divergere. Infatti, a leggere la trama del romanzo Il Seminatore, Lubo “diventa un Don Giovanni involontario e involontariamente politico. Il suo piano è inseminare il maggior numero possibile di donne svizzere, per rispondere alla politica eugenetica con un gesto uguale e contrario, d’immensa portata simbolica: se la Svizzera gli ha tolto due figli con sangue zingaro, ne avrà in cambio duecento con sangue misto”. Questo aspetto diciamo di forte vendetta sessuale nel film è certamente presente ma non con la stessa forza simbolica, ci sembra, con cui è stato espresso dallo scrittore piemontese. Il protagonista sfrutta a suo favore l’indubbio fascino che possiede nei confronti delle donne – e qui Rogowski con i suoi baffetti e il labro leporino costruisce una figura e un’interpretazione notevole, gigioneggiando alla grande – ma lo canalizza soprattutto nell’intento difficile di riuscire a trovare le tracce dei figli perduti che la la Pro Juventute ben nascondeva.
Articolato in tre diversi momenti storici – che costituiscono i capitoli della vicenda – appunto, come si è detto, il 1939 e poi il primo dopoguerra nel 1951, con la conclusione della storia nel 1959, Lubo è un film nobile e complesso. Personalmente ci sarebbe piaciuto di più se questo tranche-de-vie su una figura di cui conosciamo gioie e dolori, successi e umiliazioni, l’amore con una donna italiana e la galera, fosse stato più sintetico. E ciò pur consapevoli che lo stile di Giorgio Diritti parte da una meticolosità cinematografica che abbiamo sempre apprezzato non ultimo, ad esempio, in Volevo nascondermi, una sorta di Biopic sul pittore Antonio Ligabue, presentato con successo al Festival di Berlino del 2020 e purtroppo andato deserto nelle sale per lo scoppio della pandemia.

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…Il dramma viene disegnato nel viso di Franz Rogowski, volto apparentemente impermeabile e voce senza acuti per non tradire la propria emozione come nella due scene in cui viene fermato alla dogana. Non ci sono i flashback di Volevo nascondermi ma anche Lubo, come Ligabue, porta sulla sua faccia le cicatrici della Storia. Con questo nuovo film il cinema di Diritti sembra a un bivio, tra la sua natura artigianale e invece una dimensione autoriale con echi decadenti viscontiani nel modo di filmare gli hotel e gli ambienti lussuosi di Lubo/Reiter nella sua nuova vita. Se nello spettacolo iniziale e nelle scene al fronte, con la fatica fisica nella camminata nel bosco, c’è il rapporto con i luoghi e la terra del cinema del regista, Lubo invece mostra una natura estranea al cinema di Diritti nel momento in cui approccia le forme del poliziesco/thriller, dove le scene di seduzione appaiono fredde così come si avverte poco la tensione che qualcosa potrebbe improvvisamente cambiare nella vita del protagonista. Non si sente l’intensità della tragedia di L’uomo che verrà e anche la vicenda mostrata appare continuamente diluita nell’arco della durata di tre ore e solo raramente riesce a coinvolgere. Si sente il peso di una recitazione studiata, costruita, forse a cominciare dallo stesso Rogowski, probabilmente volutamente straniata, ma che ottiene solo l’effetto di spegnere ulteriormente un film che ha ma non trasmette la sua indignazione nei confronti della storia né quella di alcuni personaggi. Restano solo alcune pagine belle (formalmente) di un cinema che trova qualche sprazzo di complicità (il figlio che fa i capelli alla madre) e un lavoro di ricostruzione accurato in un arco temporale che abbraccia 20 anni (dal 1939 al 1959), ma dove i paesaggi e le città (Bellinzona, Verbania) rischiano l’effetto cartolina.

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venerdì 24 marzo 2023

Great Freedom (Große Freiheit) - Sebastian Meise

Hans (Franz Rogowski) era in un lager per il paragrafo 175, finita la guerra entra ed esce di galera per il paragrafo 175.

Hans ha molte storie di sesso, ma anche intense storie d'amore.

in realtà il film racconta storie d'amore e di come la società, per più di un secolo, ben prima e ben dopo il nazismo, abbia incarcerato chi aveva amori clandestini, secondo la legge, esattamente come oggi si va in galera se si è (migrante) clandestino.

Franz Rogowski è di una bravura straordinaria, non perdetevi questo  film, in qualsiasi modo.

buona (clandestina) visione - Ismaele 

 

 

…Perfetti i protagonisti: il tenace, esile e mite Hans è interpretato da Franz Rogowski, attore che in Germania va oggi per la maggiore, con il suo stile sottotono, il suo viso irregolare ma sincero e la sua imperfezione tutta umana e veniale, con un labbro leporino che gli causa un marcato difetto di pronuncia. Rogowski appare nel film in canottiera bianca e baffetti, con un vago, vaghissimo ma ben percettibile ricordo del look di Freddy Mercury. Anche il viennese Georg Friedrich, attore molto quotato in patria, è perfetto nella parte del duro, irruento, istintivo ma generoso Viktor.
Il titolo Grosse Freiheit (Grande Libertà), si riferisce ovviamente all’abolizione del paragrafo 175, ma si rifà al nome di una via di Amburgo così intitolata a seguito della libertà religiosa per non luterani, riconosciuta nel 1610. Nella via, che fa parte di St. Pauli, il celebre quartiere a luci rosse di Amburgo, ci sono vari locali con lo stesso nome e nel con quel titolo nel 1947 fu girato anche un musical con Hans Albers.

Grosse Freiheit, già vincitore del premio della giuria nella sezione Un certain regard del Festival di Cannes 2021, ha ottenuto al 39° Film Festival di Torino – TFF 2021, il premio al miglior attore per Franz Rogowsky con la seguente motivazione:
“Porta sulla sua faccia e sul suo corpo l’odissea raccontata dal film, attraversandola con dolore, disperazione e con un’intensità straordinaria”.

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In un montaggio alternato che si muove attraverso diverse linee temporali, Great Freedom compie un arco narrativo che parte dal primo periodo di prigionia di Hans, nel 1945, fino ai primi anni ’70, quando il vergognoso articolo 175 venne abolito per sempre. 

Grosse Freiheit è un film inesorabile, che mostra l’orrore di una persecuzione desolante e insensata, votata alla discriminazione e perpetrata non solo da secondini inumani ma anche dai prigionieri stessi che ghettizzano Hans e chiunque entri in contatto con lui e con il pericoloso virus di cui è portatore, chiamato "omosessualità". 

Dopo la deportazione nei lager dove è stato spinto a forza insieme a tutti gli altri “indesiderabili” del Terzo Reich, Hoffmann si ritrova a vivere il limbo eterno della prigione fatto di abusi, di isolamento inumano, ma anche di incontri destinati a fiorire nell’amore.
Il carcere, sporco, scuro, angusto, diventa il luogo dove vivere e incontrare nuovi amici e amanti, dove farsi coinvolgere in relazioni sentimentali apparentemente impossibili e, incredibilmente, capaci di superare le barriere del tempo…

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…Ci troviamo, dunque, nel 1968. Hans è omosessuale e per questo motivo è stato condannato a due anni di carcere. Questa, tuttavia, non è la prima volta che l’uomo viene arrestato, dal momento che già durante la Seconda Guerra Mondiale era stato internato in un campo di concentramento, per poi finire direttamente in galera una volta terminata la guerra. Durante il suo periodo di prigionia egli conoscerà Viktor (Georg Friedrich), in carcere per omicidio, nonché un uomo che continuerà a incontrare tutte le volte in cui avrà modo di scontare una condanna.

Hans e Viktor sono praticamente uno l’opposto dell’altro. Hans è calmo e accomodante, da anni ha scoperto la propria omosessualità ed è disposto a tutto pur di rendere felici le persone che ama. Viktor, invece, può sembrare scontroso, non può vivere senza donne, anche se sembra ormai rassegnato al suo destino di restare per tutta la vita in carcere. Nonostante il suo carattere spesso litigioso si rivela una persona estremamente onesta e protettiva. Due grandi protagonisti, una storia universale e un importante capitolo della storia del secolo scorso.

Great Freedom ci mostra una situazione di cui in molti abbiamo sentito parlare, ma che in pochi conoscono davvero. Una storia dolorosa, dove apparentemente non v’è posto alcuno per ogni qualsivoglia forma di umanità. E il regista, dal canto suo, si è rivelato perfettamente all’altezza nel mettere in scena le vicende di Hans, optando per un approccio essenziale, ma efficace. Un approccio in cui spesso le immagini, gli sguardi e gli oggetti (ora un pacchetto di sigarette, ora addirittura un tatuaggio) parlano da sé. La macchina da presa si muove all’interno delle mura anguste di un vero carcere e, al contempo, è in grado di cogliere ogni più sottile sfumatura dei caratteri e dei sentimenti dei protagonisti…

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è una sceneggiatura intelligente e asciutta la vera punta di diamante del film: impreziosita da uno stile quasi documentaristico che ben si presta a rivelare la complessa interiorità dei personaggi, la scrittura di Great Freedom esalta le performance di Rogowski e Friedrich, i quali, pur lavorando spesso di sottrazione, danno una profondità sorprendente ai rispettivi personaggi.

La loro è una vera e propria gara di bravura che Meise, ispirandosi alla regia intensa del suo maestro Rainer Werner Fassbinder, dirige in modo rigoroso, senza mai sprecare un minuto di pellicola.

Apprezzabile, inoltre, la fotografia di Crystel Fournier, che con un sapiente uso della luce naturale dilata la sospensione della prigionia fisica e mentale di Hans. Una prigionia nociva e salvifica allo stesso tempo, sullo sfondo di un paese incapace di progredire.

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lunedì 1 novembre 2021

Freaks Out - Gabriele Mainetti

un grande film d'avventura, con dei supereroi loro malgrado (Claudio Santamaria, Aurora Giovinazzo, Pietro Castellitto e Giancarlo Martini, nel circo di Giorgio Tirabassi), che combattono la loro guerra per sé e per gli altri.

è ambientato nella Roma dopo il 1943, quando i nazisti spadroneggiavano da par loro.

il film è pieno di citazioni, ma non pesano mai, sono naturali, sono dentro il film, i bravi citano, i mediocri copiano e Gabriele Mainetti e Nicola Guaglianone sono bravi davvero.

il cattivone è Franz (Franz Rogowski, bravo attore tedesco,  protagonista di Undine, di Christian Petzold), innamorato di Hitler, pianista e pazzo e assassino che di più non si può.

e poi ci sono i partigiani, a loro modo dei supereroi, a combattere contro l'esercito più potente del mondo.

tutti sono bravissimi, Matilde di più.

non è un film del neorealismo, è più dalle parti del realismo magico.

un film che dà soddisfazione a chi lo guarda al cinema, a casa si perderebbe molto, e poi i nazisti che le prendono è proprio un bel vedere.

i produttori pare abbiano investito 13 milioni di euro, se non coprono almeno i costi col cavolo che investiranno in futuro, è l'economia, e siccome per me è un film che vale, visitate il cinema, non sarete delusi, promesso - Ismaele



 

 

 

 

…No, non è un capolavoro Freaks Out. Però è un film che, come il circo che racconta, riesce allo stesso tempo a farti trepidare, spaventare, commuovere, impaurirti e indignare, in un crogiuolo di emozioni e sensazioni che i 141 minuti di durata riescono a malapena a contenere. Mainetti non ha paura di bruciarsi, realizza un film italiano dove finalmente si vedono i soldi sullo schermo (alla fine è costato 12 milioni di euro, ma vedendolo sembrano molti di più) e che sa incrociare coraggiosamente il blockbuster con l'anima intimista, umanista, progressista tutta italiana, lanciando un bel messaggio pacifista e inclusivo. Come non smetterò mai di ripetere, preferisco mille volte un film "imperfetto" ma emozionante come questo a uno stilisticamente impeccabile ma freddo come il ghiaccio. Per me, quindi, è decisamente un SI'.

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Freaks Out ti catapulta subito nel suo realismo magico mai ovattato, sempre sporco di morte e sangue. Senza mai cadere nello sconforto, il film tiene sempre accesi la vitalità e l'ardore che battono forte nel cuore di Matilde e compagni. Mainetti vuole bene ai suoi freak, lui e Nicola Guaglianone li caratterizzano in modo convincente (grazie a un cast molto affiatato nel dipingere queste anime goffe), dando vita una famiglia disfunzionale tutta battibecchi e piccoli screzi, ma tenuta sempre alla larga da violenti contrasti interni al gruppo. Il nemico vero è là fuori, e ha nomi, simboli e icone ben riconoscibili. Insomma: c'è cuore in Freaks Out, ma anche la sensazione che il film voglia troppo bene ai suoi protagonisti, finendo col proteggerli troppo senza permettere loro di crescere davvero. Ma per fortuna in quell'Italia occupata dai veri mostri i veri conflitti non mancavano…

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Sprofondato nel cuore di tenebre della storia, Freaks Out incarna veramente il tema del peso della responsabilità indotta dai superpoteri, essenziale nel mito del supereroe e abdicato da tempo dalla Marvel. Mainetti realizza un film di super-eroi che non si prende mai gioco di loro, permette ai protagonisti di esistere realmente, non hanno bisogno di costumi (a parte quelli di scena), mescolandosi nella società come eroi quotidiani. La figura (super)eroica è soggetto ricorrente del cinema di Gabriele Mainetti, una variante alternativa e ben più intima dei due intoccabili giganti Marvel e DC. Genere dominante da più di dieci anni a Hollywood, una presa di potere che si spiega col contesto ideologico (il dopo 11 settembre), tecnico (l'eccellenza degli effetti speciali) e socioculturale (l'avvento dei geek), raramente viene realizzato oltre i confini americani. È probabile che i nostri supereroi resteranno per sempre all'ombra dei rivali d'oltreoceano, sovralimentati e dopati con spettacolari effetti speciali, è sicuro che non abbiamo i loro superpoteri ma abbiamo senz'altro le idee…

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…Gabriele Mainetti si prende gioco della storia senza, tuttavia, stravolgerne il finale come fece, a suo tempo, Tarantino. Si diverte ai danni degli aguzzini, rivitalizza una Resistenza sporca e cattiva ma sconfigge, infine, il nemico con le armi della giovane Matilde. Il mio consiglio è di rimanere seduti fino alla fine dei titoli di coda. I disegni di Franz vi mostreranno il futuro, il nostro tragico passato, che è così assurdo da sembrare il frutto delle sniffare dei potenti. La tuta nera con le righe bianche in versione nazista è un gioiello di beffarda ironia così come la citazione di un anime tanto famoso quanto benevolo per il regista è simbolo di una macchina spettacolare ed divertente che viaggia nel futuro e riflette sul passato…

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il secondo film di Gabriele Mainetti sembra il suo decimo. Gestisce benissimo una macchina estremamente complicata con tanti personaggi coinvolti (come in Jeeg anche qui il villain ha problemi non da poco e guadagna centralità tanto quanto i protagonisti), una resa visiva sofisticata e la rara capacità di rendere sullo schermo le immagini di stupefacente sintesi della sceneggiatura con grande chiarezza (un esempio sui tanti presenti: il saluto nazista fatto davanti allo specchio che finisce per far schizzare del sangue mentre riflesso vediamo un quadro di Hitler esprime una visione di mondo in un paio di secondi). Ma soprattutto ribadisce un’idea di spettatore altissima, non qualcuno da imboccare e rassicurare, ma qualcuno con cui divertirsi, a cui poter far vedere di tutto (anche solo per un paio secondi), sapendo che lo capirà e saprà goderne. Questo film così americano nell’impianto ma così incredibilmente italiano nello svolgimento, convenzionale da fuori e poi tutto strano dentro, poteva facilmente essere giocato in difesa, sul sicuro (visti i soldi spesi), facendo avvenire tutto quello che si può prevedere come lo si prevede e come lo fanno gli americani, invece non ha nessuna paura di correre in attacco raccontando una storia a modo suo, piena di storture e anfratti fuori dal comune in cui si trova e ci fa trovare perfettamente a nostro agio…

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...Nelle disavventure dei quattro freaks appaiono prevalenti le dinamiche ironiche e comiche, guardando in particolare al Tarantino di "Bastardi senza gloria" nel tratteggio grottesco dei personaggi, al Jean-Pierre Jeunet di "Delicassen" (un'altra storia surreale su cui si posa l'ombra del nazismo, qui ricordato nella fotografia degli interni), ma soprattutto a un senso dell'intrattenimento spielberghiano. Ai toni della farsa si intrecciano quelli della tragedia e, come evidenziava l'incipit, per tutto il film aleggia persistente un'atmosfera buia e plumbea, in cui a dominare sono la nebbia, il cielo scuro, la morte e le macerie. Questa dicotomia è incarnata in particolare dalla dimensione teatrale: come rimangono incantati gli spettatori dalle performance della compagnia di Israel, così anche Franz ha un proprio circo, che si riempie di gente desiderosa di divertirsi. Il montaggio alterna la loro inebriante festa alle scene della deportazione sui treni verso il campo di concentramento. La forza illusoria dello spettacolo di magia lascia il segno agli orrori della Storia.
"Freaks Out", in definitiva, risulterà meno dirompente rispetto a quel fulmine a ciel sereno che era stato "Lo chiamavano Jeeg Robot", ma rappresenta un'altra tappa nell'operazione di progressivo sdoganamento del blockbuster fiabesco-fantastico nel panorama cinematografico italiano, che mai prima d'ora aveva toccato questi lidi.

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sabato 16 gennaio 2021

Undine - Un amore per sempre - Christian Petzold

Paula Beer e Franz Rogowski sono bravissimi, Undine, che cerca l'amore, fino alla fine, e poi tutto si paga, e Christoph (che mi sembra un Jaoquim Phenix tedesco) diventano innamorati oltre i limiti concessi, occorre arrivare alla fine per saperlo.

il film è anche la storia urbanistica di Berlino, che è cambiata tante volte per restare se stessa, raccontare Berlino è il lavoro di Undine al museo.

il mi mi ha ricordato un po' La forma dell'acqua, di Guillermo del Toro, un po' Ondine, di Neil Jordan, fra gli altri.

è una storia d'amore uguale e diversa, bel film - Ismaele


 

 

….Undine (Paula Beer) è una storica freelance devota all’evoluzione urbanistica della città di Berlino. La incontriamo per la prima volta mentre minaccia l’amato Johannes (Jacob Mastchenz) di tener fede ai suoi propositi di amore eterno, proponendo in alternativa soluzioni drastiche. L’impasto di quotidiano e mitologico che anima il confronto tra i due illude sulla capacità del film di conservare la magia del doppio spirito, realistico/fantastico. Fallito il primo tentativo, Undine tenta l’exploit di una seconda possibilità in aperta violazione delle regole innamorandosi del sommozzatore professionista Jacob (Franz Rogowski). L’ondina è uno spirito immortale destinato a conquistarsi l’anima tramite la perfetta unione con l’amato. Se le cose non funzionano, lui muore e lei se ne torna nell’acqua. Ostinarsi nella ricerca di un secondo amore è il succo della ribellione di una donna che sfida il racconto e forza la storia a piegarsi alle sue necessità…

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En la Historia, la Alemania moderna que se describe en Ondina es el resultado de una suma de actos violentos que han borrado del mapa, literalmente, el pasado del país. Se entiende en las magníficas escenas, aparentemente insustanciales, que se desarrollan en el lugar de trabajo de Ondina, guía en el museo de urbanismo de Berlín. La Alemania del Oeste liquidó a la Alemania del Este, tal y como sucedió con la Alemania nazi frente a la República de Weimar o, antes, con la Alemania de los káiseres frente a la Alemania de los emperadores. Los barridos de cámara sobre las maquetas que expone el museo son muy significativos en este sentido, así como la representación de los códigos de colores que en esos mismos dioramas muestran la evolución/demolición urbanística de la ciudad. El hermanamiento es una ilusión, un relato urdido a posteriori. “El progreso es imposible”, le dice Ondina a Christoph mientras ambos contemplan un paisaje de acero y cristal. Lo nuevo no es mejor que lo viejo porque lo viejo fue también nuevo en su momento. Un poder se impone a otro…

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Undine è dunque anche un mélo, rivisitato, asciugato, non per questo schematico, e il mélos, la musica, si adatta di conseguenza. Avrebbe avuto tanti spunti musicali, soprattutto ottocenteschi, legati alla figura della bella ninfa fluviale che uccide il compagno traditore, e invece, fin dall’incipit, impostato come un congedo tra amanti quasi da Nouvelle Vague, Petzold fissa la temperatura emotiva con il tema musicale che diventerà ricorrente: l’Adagio in re minore, BWV 974, dal celeberrimo concerto per oboe di Alessandro Marcello, adattato per il pianoforte da Johann Sebastian Bach: asciuttezza timbrica e tonalità melodrammatica per eccellenza. L’unico altro brano è appena canticchiato o orecchiato attraverso degli auricolari e sta all’altro polo della sfera musicale:  Stayin’ Alive dei Bee Gees, va al ritmo del battito del cuore, come lo insegnano nei corsi di primo soccorso, e come lo ha imparato Christoph, ed è qualcosa che ha a che vedere più con i miti del popD’altra parte, il cinema, che è un fatto non  solo metaforicamente architettonico, è proprio il mito che cerca una nuova forma, o meglio, i film sono forme nuove per miti antichi. Sembra questo un pensiero implicito nel cinema di Petzold, che non nasconde, per esempio, come l’apparato per le immersioni di Christoph sia mutuato dall’immaginario di Jules Verne, già filtrato attraverso lo sguardo di Richard Fleischer…

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Ondina es una clara pieza donde lo fundamental es la búsqueda de la belleza de las cosas, ya sea en los oficios o las relaciones personales. Relato redondo, cargado con una gran emotividad, nos traslada a este mundo propuesto donde todo es posible.

Respecto al final, es una interpretación bastante fiel al de leyenda, aunque transforma la figura de la mujer, de un alma vengativa, a un ente cuyas decisiones buscan el bien para su amado. Quizás con un final menos abrupto la película hubiera conseguido su broche de oro, pero sigue siendo muy recomendable.

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…. Undine è una divinità corrosa dai limiti umani: rabbia, gelosia, violenza nel sentire. Le sequenze magiche e acquatiche, pur di bellezza madreperlata e reminescenti tanto di Vigo quanto dell’incanto favolistico di Del Toro, non si amalgamano con l’asciuttezza cruda, grigia della Berlino quotidiana e contingente. Gli angoli battuti dai venti, i treni che attraversano la città, i plumbei paesaggi osservati dalla finestra trovano, nelle scene in immersione, un corrispettivo poetico alieno, tanto affascinante quanto estraneo.

Resta però la suggestione dell’acqua come dimensione altra e separata in cui esiste una possibilità di vita: un tema che ricorre, in forme più naturali e fluide, in tanti anime giapponesi – come Ponyo sulla scogliera di Miyazaki o 
Ride your wave di Masaaki Yuasa. A Petzold manca la visione animistica e la religione della natura propria di tanta cultura giapponese; e forse il suo sguardo occidentale è troppo inevitabilmente corrotto dall’esperienza per toccare il mito senza infrangerne l’incanto.

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… Nel film convivono due punti di vista importanti: quello di Undine e quello del mondo; il primo occupa la maggior parte della narrazione, mentre il secondo subentra poco dopo la scomparsa della donna, facendoci vedere il mondo con gli occhi di Christoph, il suo cercatore. Disperato e affranto dalla perdita, inizia a cercare Undine ovunque, a casa, al museo, ma è come se non riuscisse mai a trovarla pur cercandola perché anche lei, come il mito, è sempre viva: ogni sua azione, ogni momento in cui si trova da sola, sono accompagnati da un leitmotiv che, soprattutto dopo la sua dipartita, ne ricorda la presenza.

Il gesto ultimo ce lo suggerisce arriva direttamente da Christoph quando in un’immersione vede Undine e risale con la statuetta del sommozzatore, sigillo del loro amore. Ma è proprio quando smette di cercarla che la trova e capisce che il loro amore è ancora vivo e così la battaglia che Undine stava affrontando per salvare ciò che li legava, diventa anche sua.

In conclusione, penso si possa guardare il film tenendo a mente la modernità della fiaba perché si è prestata in modo eccezionale ad una nuova rivisitazione, e la sua magia, ridataci da un montaggio lento ma costante, così come lo sono le fiabe; da una fotografia che valorizza i colori, in particolare nelle scene sott’acqua dove tutto assume i toni del verde e del blu, e, da ultimo, dalla chimica che unisce i due attori Paula Beer e Franz Rogowski

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