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mercoledì 7 maggio 2025

Espion, lève-toi (Alzati spia) – Yves Boisset

gli inganni e i cambi di strategie dei governi e dei servizi segreti si  riflettono sulla vita delle spie, che cercano di sopravvivere ai cambiamenti.

come sempre Yves Boisset gira un film politico, che un gruppo di terroristi manipolati (cosa inverosimile?) e una donna ammazzata e trovata in una macchina (come Moro, ci ricordiamo?).

tutti bravi, ma Lino Ventura e Michel Piccoli straordinari.

musica di Ennio Morricone, perfetta per il film.

un film che non delude.

buona (sorprendente) visione - Ismaele

 

 

 

 

 

Lo ammetto ho un debole per il grande Lino Ventura.Pur con la presenza di Piccoli probabilmente questo thriller spionistico non l'avrei guardato perche'non sono molto appassionato di spy story o film che sfruttano il tema della guerra fredda.E invece avrei fatto male perche'questo film non è assolutamente male.Cita i temi classici delle spy stories ma ha un ambientazione inconsueta,Zurigo,di cui ne esce un ritratto a forti tinte,una specie di nido di vipere e covo di fermenti terroristici.Si parla di spie "risvegliate" e richiamate alle loro funzioni un po'come in Telefon di Siegel anche se la'era una cosa ipnotica non consapevole.C'è un gran confronto di stili di recitazione tra Piccoli e Ventura,il primo di un ambiguita'viscida sempre col sorriso sulle labbra,Ventura piu'pragmatico,concreto a fare sempre domande che purtroppo non avranna mai risposta.Lo stile imposto è quasi asettico con una rigida scansione temporale,ma quello che rende diverso questo film è proprio l'insieme delle locations della Mittleeuropa scelte,perche'per il resto si replica la trama di film spionistici con protagonisti agenti americani russi e inglesi anche se qui siamo lontanissimi dal glamour bondiano.Una nota sull'inquietante finale,amaro,senza risposte che rivela la presenza di oscuri poteri forti ,misteriosi ingranaggi che neanche un valido agente riesce a inceppare....

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Bien belle affiche pour cet Espion, lève-toi (1982) avec la présence aux commandes d’Yves Boisset, réalisateur qui a toujours su être efficace. Il est assisté ici de Michel Audiard aux dialogues, d’Ennio Morricone à la musique et d’un casting trois étoiles. D’ailleurs, l’origine du projet remonte à Michel Audiard, grand amateur de polars, qui a repéré le livre Espion lève-toi de George Markstein dans la fameuse collection Série noire. Inspiré d’une histoire vraie, le livre était selon Michel Audiard un véhicule parfait pour Lino Ventura.

Yves Boisset raconte ainsi dans son autobiographie La vie est un choix (Plon, 2017) :

Lorsqu’il [Audiard] m’a fait lire le sujet, l’idée m’est venue de confronter Lino, et son côté brut de fonderie, avec Michel Piccoli, dont l’ambiguïté et la perversité étaient aux antipodes. La perspective de ce duel entre les deux monstres sacrés emballa Audiard qui leur écrivit dans la subtilité et la mélancolie un de ses dialogues les plus brillants et les plus intelligents…

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Ex-agente segreto viene riagganciato dai superiori a causa del suo legame sentimentale con una professoressa universitaria di estrema sinistra. Negli anni del riflusso e della dottrina Mitterand esce questo insolito thriller spionistico che coniuga il pessimismo politico della New Hollywood (I tre giorni del Condor è il cugino più prossimo) con il nichilismo del polar (le didascalie che segnano date e orari come in Le samouraï). Ventura gran signore, Piccoli diabolico, Boisset dotato di un ritmo più spigliato della media dei colleghi.

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Spia francese "dormiente" che da anni vive a Zurigo sotto copertura deve ritornare in pista dopo l'uccisione di un collega da parte di un gruppo terroristico d'estrema sinistra probabilmente manovrato dai servizi di una potenza straniera... Come l'ottimo Ventura, anche lo spettatore fino all'ultimo non sa se sia più pericoloso l'ambiguo Piccoli oppure l'opaco Cremer: un'incertezza che accresce la tensione e con essa il fascino di questo film dalla messa in scena funzionale (regia sobria, ambientazione ben resa, valida ost di Morricone) da segnalare tra i più pessimistici del genere.

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Se Lino Ventura è diventato un gigante della cinematografia francese (e non solo), lo deve anche a film come questo. Il personaggio è tagliato con l’accetta. Agente segreto francese “dormiente” di stanza a Zurigo, Sébastien Grenier viene richiamato in servizio dopo l’assassinio di un suo collega e si ritrova subito in un mare di guai. La trama spionistica è delle più classiche, ci sono pochi e persino scontati colpi di scena ma, come gli è spesso accaduto, Lino Ventura imprime al suo ruolo una gravità, un’intensità recitativa, una dura naturalezza che caratterizzano il cavallo di razza che conosciamo, quello che rende appassionante una storia anche se confusa. Spesso, nei film di spionaggio, la sceneggiatura può lasciare a desiderare, dando nondimeno vita ad opere di innegabile valore. Modello del genere fu “Il falcone maltese” (1941) di John Huston. In questa sua prova, Yves Boisset, regista essenzialmente di media levatura ma tutt’altro che trascurabile, non assurge ad alcun vertice cinematografico, ma gode di una magnifica distribuzione (la parola “cast” non mi piace), di buone ambientazioni (neppure “locations” mi piace), nonché di un’adeguata e molto riconoscibile colonna sonora (un Ennio Moricone forse poco innovativo, ma deliziosamente incalzante). Gli attori comprimari sono le facce giuste per i rispettivi ruoli, da Michel Piccoli, intrigante agente francese forse al soldo del KGB, al volto scolpito di Bruno Cremer, che spunta dal nulla a tre quarti del film ed è l’unico ad uscire vivo dall’intricata vicenda. Nel ruolo della compagna di Sébastien Grenier, Krystyna Janda, elegantemente intellettuale, devota e travolta dagli eventi, se la cava egregiamente. L’immagine della sua salma rinvenuta nel bagaliaio posteriore di un’auto non può non rimandare all’istantanea sul cadavere di Aldo Moro nella Renault 4 rossa del 1978. A rendere ovviamente il tutto ancor più gradevole sono, immancabilmente, i succosi e mai banali dialoghi firmati dal Maestro Michel Audiard. Un vero piacere!

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mercoledì 16 aprile 2025

L'attentato - Yves Boisset

il regista ricostruisce l'omicidio di Ben Barka, con un insieme di attori straordinari, tutti perfetti nel loro ruolo, merito di Yves Boisset, un grande, sottovalutato, regista.

tutti sono d'accordo per uccidere Ben Barka, servizi segreti, polizia, governi, giornalisti fanno parte di un complotto mortale.

la sceneggiatura non fa mai annoiare, si tratta di un film politico, senza sconti per nessuno, un thriller contro il tempo.

un film da non perdere, promesso.

buona (Ben Barka) visione - Ismaele


 

QUI il film completo, in francese


QUI e QUI la ricostruzione dell'omicidio di Ben Barka, anche il Mossad ha una parte importante.


 

Se la prima parte del film è tutta ben calibrata sul complotto che a poco a poco avvolge nelle sue spire il leader d’opposizione, esiliato a Ginevra, di un non meglio precisato paese arabo (un sempre ottimo Gian Maria Volonté), successivamente nella battaglia per la verità promossa dal personaggio di Darien L’attentato mostra le sue pagine migliori, nell’ordine di un’opprimente caccia all’uomo scandita su alcune splendide sequenze d’azione. Azione qui intesa nel suo senso più originariamente cinematografico: lontano dall’epoca dei dominanti effetti speciali, Boisset confeziona sequenze di puro inseguimento in cui l’unico strumento per mettersi in salvo è correre più veloce di chi insegue. Boisset mostra grande gusto nella scelta funzionale delle location, mentre sulla smorfia d’angoscia di Trintignant in mezzo alla strada risiede lo strumento di maggiore immedesimazione per chi vede, catapultato in un universo dove è impossibile trovare rifugio in nessuna istituzione, e in nessun luogo. Ovunque arriva un potere più forte e tentacolare, e qualsiasi figura, anche la più rassicurante, può tramutarsi in carnefice nel volgere di due inquadrature.
A differenza delle distorsioni petriane, Boisset ricorre alle sicurezze del cinema di genere, con sfruttamento fortemente espressivo dei luoghi reali di ripresa. Un appuntamento a due passi dall’Arco di Trionfo, un dialogo serrato in un’affollata metropolitana, una bidonville di periferia, una stazioncina ferroviaria: collocato nell’atmosfera di un realistico incubo diurno, L’attentato si pone a un crocevia espressivo tra polar francese e poliziesco all’italiana (eccellente e funzionale il commento musicale di Ennio Morricone), riletti alla luce del pieno e dichiarato impegno politico…

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La forza de "L'attentato" non sta nella trama tinta di intrigo geopolitico. Ma in quella solidità filmica tipica di un certo cinema anni settanta, data dal talento degli attori che si mettevano al servizio della storia e dal mestiere di un regista come Boisset che sapeva come non strafare. Ovvero, quel buon cinema medio che si sa fare sempre meno.

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Nel 1972 Gian Maria Volontè era all’apice della sua carriera. Le sue interpretazioni erano uno spettacolo dopo l’altro: tra il persuasivo Enrico Mattei de “Il caso Mattei” di Rosi, il redattore reazionario di “Sbatti il mostro in prima pagina” di Marco Bellocchio e il laconico “Lucky Luciano” ancora di Rosi, infilò il carismatico leader socialista di un ipotetico paese del Nord Africa, riconducibile al politico marocchino Mehdi Ben Barka, ucciso pochi anni prima a Parigi.

Il Sadiel di Volontè è un bel personaggio sobrio, rispetto alla media di sue interpretazioni dell’epoca, sofferente perché in esilio. Ricorda il Moro stritolato psicologicamente dalla prigionia e dagli eventi del film di Ferrara. In tre sequenze di dialogo/confronto esplica la sua personalità con tre personaggi opposti e differenti quali l’amico Darien di Trintignant, il nemico Kassar di Piccoli e l’ex allievo di Denis Manuel. Nel primo sentiamo le radici proletarie che contribuirono all’esigenza di riscatto e formazione dell’uomo politico pronto a tornare in patria per liberare il popolo; nella seconda il duro confronto con Kassar, al quale chiude ogni apertura con la forza degli ideali contrapposti alla violenza della proposta; nella terza avvertiamo il cuore e la nostalgia.

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Capolavoro del cinema francese di denuncia politica. Ispirato da un fatto realmente accaduto nel 1965 in Francia, è un film crudo violento e con un alto livello di tensione. Il protagonista magistralmente interpretato da Trintignant è uno scrittore fallito labile e debole pian piano viene incastrato in un gioco più grande di lui. Eccellente come sempre l'interpretazione di Volontè (ci sono inoltre delle attinenze con Il caso Mattei, che proprio lui interpretò). Cast straodinario con attori tutti di altissimo livello (in particolare Cremer, Bouquet e Perier).

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Sadiel sta per tornare in patria per far parte del nuovo governo. Il ministro militare Kassar vuole impedirlo, con l'aiuto della CIA e di personalità francesi legate ai servizi segreti. Si organizza segretamente un incontro tra i due con l'inconsapevole tramite di Darien, amico ricattabile di Sadiel. Bosset muove con sapienza i pezzi della sua scacchiera: tutti "Re". Il tormentato Darien (Trintignant), l'idealista Sadiel (Volonté), il sulfureo Kassar (Piccoli), i viscidi Garcin e Lempereur (Noiret e Bouquet). Film inevitabilmente politicizzato, ha ritmo serrato e ottima colonna sonora

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martedì 15 aprile 2025

ricordo di Yves Boisset

 

Yves Boisset, regista di denuncia tra Italia e Francia - Giorgio Gosetti

Yves Boisset, il regista che si vantava di esser stato "l'artista più censurato di Francia", se ne è andato oggi a 86 anni nella clinica franco-britannica di Levallois-Perret, a pochi minuti da Parigi, dopo alcuni giorni di ricovero.

Era nato a Parigi il 14 marzo 1939 e si era ritirato nel 2010, probabilmente scoraggiato dalle pressioni che lo avevano fatto desistere dall'ennesimo progetto di un film di denuncia. Affiderà le sue memorie a una polemica autobiografia, "La vita è una scelta" del 2011.

Per Boisset l'Italia e il suo cinema hanno sempre giocato un ruolo importante. Figlio di un maestro di scuola e di un'insegnante di tedesco, fin da giovane è un appassionato di cinema, specie quello americano, e ne scrive a più riprese da critico, in particolare sotto la guida di Bertrand Tavernier con cui collabora alla prima edizione di "Vent'anni di cinema americano" nel 1960. È proprio il futuro regista a presentarlo a Riccardo Freda che lo porterà a Cinecittà dopo averlo visto all'opera come assistente alla regia per Yves Ciampi (il suo primo maestro sul set), Jean-Pierre Melville, Claude Sautet. A Roma incontra Sergio Leone che lo sceglie per il suo debutto ("Il colosso di Rodi",1961) e Vittorio De Sica che si avvale della sua collaborazione per il quasi dimenticato "Un mondo nuovo" del 1966 con Nino Castelnuovo. Sono gli anni d'oro delle coproduzioni italo-francesi e Freda lo chiama, alla fine del decennio, per ben tre film in due anni, formando il suo stile nel thriller e spy story, ma anche nello spaghetti-western "La morte non conta i dollari".

In Italia scopre il cinema d'impegno civile, si appassiona al lavoro di Francesco Rosi, Damiano Damiani, Elio Petri e decide che quella sarà la sua vocazione in patria. Nel '68 debutta riprendendo il personaggio di un agente segreto, parente stretto di 007, con "Coplan sauve sa peau", ma già il successivo "Il caso Venere Privata" (dal romanzo di Scerbanenco) conferma la sua vocazione civile. Militante nel Partito socialista, propone la sua visione critica della polizia, priva di morale e capace di infrangere la legge per ottenere risultati nel successivo "L'uomo venuto da Chicago (Un Condé)" del 1970. Brutalmente censurato fino a richiederne la distruzione dal ministero degli Interni, il film esce comunque e il profumo di scandalo ne fa un successo. Sarà questa deliberata unione di un linguaggio diretto e popolare sommato alle battaglie in difesa della giustizia, a diventare l'immagine pubblica del regista. Continuerà a far clamore nel 1972 con "L'attentato" sull'uccisione del leader terzomondista Ben Barka; l'anno dopo se la prenderanno con lui gli estremisti di destra dell'OAS per "R.A.S." sulle brutalità dei francesi in Algeria; poi toccherà a magistratura e politica con "Il giudice d'assalto" (1977). Tornerà, con ben altri accenti rispetto ai suoi esordi, sull'oscuro mondo dello spionaggio ("Alzati spia", 1981). Seguiranno le sue denunce sulla distorsione delle tv e dei media in "Il prezzo del pericolo", la brutalità del mondo contadino ("Canicule" con Lee Marvin), gli scandali della provincia ("Radio Corbeau"). Dopo essersi scontrato di nuovo con le organizzazioni di estrema destra per "Tribù" del 1990, Boisset decide di dedicarsi soltanto alla tv con una serie di prodotti di elegante confezione ("L'affare Dreyfus" o "Jean Moulin" candidato agli Emmy) che spesso non rinunciano alla sua matrice più autentica, compreso il progetto (mai portato a termine per pressioni politiche) di "Barracuda" scritto con Jean-Patrick Manchette.

Robusto, gioviale ma facile alla collera, sempre connotato dal suo giubbotto di pelle e dallo sguardo ironico, Yves Boisset è stato un personaggio prima ancora che un regista. La sua voce tonante contro l'ingiustizia, la sua difesa delle donne, gli umili, gli "invisibili" è stata per la Francia un costante monito critico che nessuno è riuscito a zittire se non la vecchiaia e il disincanto.

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