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domenica 25 agosto 2019

The Nest (Il nido) - Roberto De Feo

film buonissimo, pieno di citazioni, non di copiaincolla, e di mille cose, dà da pensare.
le citazioni sono nella mente di chi guarda, naturalmente, e tra i numerosi riferimenti ad altri film citati nelle recensioni, ne manca uno, secondo me, la crudeltà è la stessa di Salò di Pasolini.
tanti sono i rapporti malati, quelli familiari, quelli fra padroni e servi, l'ossessione delle regole, per proteggersi.
ma è come quello che accade con i cambiamenti climatici, anche se costruisci un muro, e metti le guardie, quelli arrivano, è sicuro.
qualcuno avrà paura che sia un film dell'orrore, vero, ma, come direbbe Flaubert, l'orrore siamo noi, è dentro di noi, è una specie di cronaca dei tempi moderni.
e poi la musica di Theo Teardo è perfetta.
un film da non perdere, una bellissima sorpresa, quando vai al cinema non confonderti, non seguire la fila lunga, quella è per il Re Leone.
buona visione - Ismaele





Ma è troppa la gioia, troppo l'entusiasmo, magari anche campanilistico, per essermi ritrovato davanti un "nostro" film così bello, così anche più bello di tutti quelli che il pubblico delle sale adora.
E questo è un film importante anche perchè dimostra come si può "copiare" dai maestri nel modo migliore, perchè ha dentro umanità, perchè non è solo tecnica ma anche scrittura e amore per i personaggi.
Un film che racconta apparentemente di una iperprotettività, di un rapporto malato madre-figlio che priva quest'ultimo della libertà sia spaziale che emotiva, che sembra raccontare perversioni e orchi.
Non che questo aspetto manchi (il personaggio di Lombardi non ha alcuna accezione positiva, il suo processo di mostrizzazione è completo) ma il bellissimo finale - finale che rende tragica la figura apparentemente più odiosa, quella della madre, e che fa passare in un amen The Nest dall'essere un film gotico con possibili derive da ghost story o demoniache al virus movie post-apocalittico - ci racconta altro, ci racconta di come alcune volte per proteggere chi ami si è costretti a fingere di essere quelli che non si è, ad esser forti, autoritari, anche cattivi perchè in questo assassinio della nostra natura è nascosta la salvezza dell'altro.
E questo non riguarda solo padri e figli.
E allora viva The Nest, viva De Feo, viva chi ancora nell'horror non cerca per prima cosa la paura facile ma il racconto, anche delle emozioni.

 Denise guarda nel buco della serratura.
La sua iride, l'iride di lui.
Una scena che significa solo una cosa.
Riconoscersi

…Una nota a margine va sicuramente dedicata alla figura della madre, elemento di maggiore disturbo e di oppressione nell’intera opera. Un personaggio passivo-aggressivo che esercita la sua forza psicologica sul figlio per sopperire a delle mancanze emotive personali, dettate dalla solitudine in cui verte. Una donna prettamente negativa, spesso inquadrata nell’ombra o in lontanza, per andare ad incrementare così la sua austerità e il senso di minaccia a cui è legata. Una figura che amplia e fortifica il gioco degli opposti all’intero del film e che indirettamente dipinge in modo estremamente negativo i legami famigliari, spesso più dannosi che utili.
The Nest quindi, nel suo complesso, è un film da non sottovalutare, soprattutto per il suo coraggio di imporsi attraverso un’estetica non nazionale in un contesto culturale che spesso lo ostacola. Una scelta che se da una parte lo priva di una sorta di personalità, dall’altra gli conferisce uno smalto, sicuramente più attraente ed appetibile per un pubblico generalista. Una mossa strategica importante ed intelligente, che si spera possa portare ad un riavvicinamento al cinema italiano da parte dello spettatore.

giovedì 22 agosto 2019

The Quake - John Andreas Andersen

se uno si aspetta un'americanata sbaglia film, penso.
The Quake ti prende e non ti lascia più, la prima parte sarà lenta, ma serve a mettere tutti i pezzi sulla scacchiera, e poi si parte.
Kristian non è uno di molte parole, Julia lo sa, ma quando è necessario non si tira indietro.
un gran bel film, se lo trovate ancora in sala non fatevelo scappare - Ismaele





…L’assoluto realismo con cui è raccontata la tragedia umana e ambientale, quindi, colpisce ancora una volta in pieno stomaco e, a differenza del precedente capitolo, quando iniziano i titoli di coda ci sono ben pochi sospiri di sollievo a risollevare la situazione. Totalmente privo di retorica, umorismo e smancerie, difficilmente entrerà nel cuore di chi si aspetta roba alla Roland Emmerich o tipo i film di The Rock, ma The Quake – Il Terremoto del Secolo è un’opera che merita comunque di essere vista ed apprezzata da più persone possibili e che pur non aggiungendo niente di più dal predecessore o proponendo qualcosa di rivoluzionario dimostra come sia possibile fare “hight concept movie” anche qui in Europa, risultando assolutamente competitivi e soprattutto terribilmente efficaci. Certo è che se mai vi capitasse di incrociare per strada il povero geologo Kristian, prendete il primo aereo e scappate lontano.

Nonostante all’apparenza The Quake presenti tutti i topoi tecnici e narrativi del disaster movie “classico”, non si può non notare come per altri aspetti se ne distacchi con forza. Stupisce lo stile del tutto particolare del lungometraggio, lontano sia dai chiassosi blockbuster americani sia dalla snervante artificiosità trash dei film catastrofici a basso costo “modello Asylum” (malgrado sia la locandina sia la campagna promozionale strizzino l’occhio in maniera evidente a questo tipo di produzioni). Le atmosfere sono quelle che caratterizzano il cinema nordico in ogni suo genere e anche a livello cromatico le tinte sono del tutto insolite nei film che raccontano questo tipo di eventi. Ottimi i meccanismi di costruzione della tensione: The Quake si presenta come un graduale e calibrato climax, una progressione calcolata in cui i motivi tecnici dell’esibizione di effetti speciali e spettacolarizzazioni varie e quelli etici di invito all’attenzione nei confronti dell’ambiente in cui viviamo sono sicuramente importanti, ma non diventano mai unico centro d’interesse attorno al quale si sviluppa la storia. Scrittura pulita e regia più che decorosa rendono The Quake un buonissimo prodotto d’intrattenimento. Sicuramente per il cinema d’estate, ma non per questo meno valido.

La sensazione è quella di essere costantemente il pericolo, di avere il fiato della morte sempre sul collo. Nel mondo di John Andreas Andersen c’è a malapena il tempo di rifiatare tra un salvataggio e l’altro, che già una nuova minaccia si para all’orizzonte.
In questa costruzione serrata dell’azione The Quake ridipinge i disaster movie di scuola statunitense, ma lo fa con le pennellate fredde tipiche del cinema nordeuropeo, ponendo il soggetto della sua opera in un paesaggio urbano svuotato dalla presenza umana, e di tutto il frastuono di luci, suoni e colori che porta con sé. La Oslo di Andersen è livida, morta ancora prima di essere squartata dal terremoto, ed è così che vive la tragedia, in un urlo di dolore soffocato, che corre lungo le fondamenta della città, le fa traballare, quasi le spezza, ma poi rimane lì, inesploso.

venerdì 2 agosto 2019

Serenity - L'Isola dell'Inganno - Steven Knight

sarà capitato anche a voi di andare a vedere un film che non dice niente di nuovo, una bella donna che va dall'ex marito per proporgli l'omicidio del suo marito attuale, per liberarsi di chi tratta male lei e il figlio del primo matrimonio.
solita vecchia storia già vista tante volte, e tutto questo succede per più di metà film.
poi succede qualcosa che la critica "laureata" ha distrutto, parlando di un espediente da niente e folle.
a me è piaciuto molto, potrei dirvi come va a finire, ma non vi tolgo il piacere. 
sappi che accadono cose strane, molto strane, che alla fine avranno una spiegazione.
per esempio c'è un rappresentante della Fontaine che cerca il protagonista così tanto che noi ci saremmo stancati prima, ma non ti dico perché. 
e poi l'isola dove è ambientato il film ricorda il microcosmo di Truman show, ma più cattivo, ed è una cosa molto diversa..
insomma se uno si lascia prendere dalla storia non sarà deluso, ma se uno crede di essere un bravo sceneggiatore e che Steven Knight sia un dilettante, beh, allora se ne stia a casa.
ho letto qualche recensione che distrugge il film da parte di qualcuno che si è addormentato o guardava il telefonino, voi siate attenti e partecipi, come in tutti i puzzle se perdi qualche pezzo non vedi il disegno.
ma se uno pensa che Steven Knight sia un tipo che ne capisce, e molto, di storie e di cinema, beh, vada al cinema, non resterà deluso.


ps: dice Antonio Gramsci:
tu non puoi immaginare quante cose io ricordo in cui tu appari sempre come una forza benefica e piena di tenerezza per noi. Se ci pensi bene tutte le quistioni dell'anima e dell'immortalità dell'anima e del paradiso e dell'inferno non sono poi in fondo che un modo di vedere questo semplice fatto: che ogni nostra azione si trasmette negli altri secondo il suo valore, di bene e di male, passa di padre in figlio, da una generazione all'altra in un movimento perpetuo. Poiché tutti i ricordi che noi abbiamo di te sono di bontà e di forza e tu hai dato le tue forze per tirarci su, ciò significa che tu sei già da allora, nell'unico paradiso reale che esista, che per una madre penso sia il cuore dei propri figli. 







quando lo spettatore è cullato dal lento e misterioso progredire della trama e attende di scoprire se il protagonista andrà fino in fondo per soldi o per amore, arriva il decisivo colpo di scena che trasforma Serenity – L’isola dell’inganno in una sorta di tecnologico e virtuale Shutter Island (o A beautiful mind) che nasconde uno spaccato di realtà tristemente reale. 
Stefen Knight si diverte a giocare con lo spettatore e a portarlo in diverse dimensioni cinematografiche per creare uno strano effetto matrioska di un film dentro l’altro. Accenna soltanto la caratterizzazione psicologica dei personaggi e di conseguenza l’evoluzione degli snodi narrativi all’interno delle sotto-trame sembra macchinosa, ma nel finale ci si accorge che questi aspetti lasciati scontati e prevedibili sono funzionali al colpo di scena che recupera tutti i fili di una trama sfrangiata mostrando il quadro d’insieme. 
Serenity – L’isola dell’inganno è quindi un noir sopra le righe che abbraccia molti generi e che sicuramente farà presa a diversi livelli sullo spettatore.

…Etichettato come thriller, il film è un grande gioco e una grande trappola nella quale lo spettatore è costretto a cadere e rimanere intrappolato. Sembra, in un certo modo, voler strizzare l’occhio ad altri film, uno su tutti “The Truman Show”, ma lo fa in maniera diversa, talvolta riuscita, altre volte meno.I personaggi, forse fin troppo stereotipati, non riescono del tutto a emergere e creare grande aspettativa nel pubblico. Tutto sembra già scritto e prevedibile, a partire dal personaggio più ambiguo, il venditore che segue ossessivamente il protagonista per potergli parlare.
Nonostante questo c’è un tentativo da parte del regista di mostrare un film diverso dal solito che metta in luce caratteristiche ed elementi particolari che, però, sono fin troppo evidenti e non permettono che si crei l’effetto sorpresa. Lo spettatore, infatti, sa benissimo cosa aspettarsi fin dal primo istante, ma segue con attenzione e interesse la storia perché riesce a mescolare ed amalgamare situazioni diverse, soprattutto dal punto di vista temporale. L’ambientazione e i colori sembrano alludere a un passato, non troppo lontano, ma comunque passato, ma alcuni riferimenti catapultano nuovamente il pubblico nel presente. Allo stesso modo vengono mescolate realtà e finzione in un vero e proprio gioco del quale anche lo spettatore stesso è una pedina.

…Serenity risulta noioso in quanto thriller, datato in quanto a mix di generi e pretenzioso nel voler parlare dei massimi sistemi senza esserne in grado. Vorrebbe essere un film sulla famiglia, su un padre disposto a tutto pur di proteggere il figlio e assumersi finalmente le sue responsabilità, smettendo di scappare. Esattamente come in Locke. Ma a differenza di Locke, Knight non riesce a trovare il perfetto matrimonio tra temi e messa in scena, consegnandoci un'opera che sa di vecchio.

…Se la prima parte in cui sembra davvero di essere dentro un triangolo pericoloso di passioni degno di un thriller estivo di Rai2, con Baker Dill ossessionato da un pesce che continua a sfuggirgli, indebitato fino al collo e che accetta la proposta indecente di uccidere il marito della sua ex che abusa di lei e forse anche di quel figlio che è proprio suo, di Baker (riprendiamo il fiato e l'orientamento), tutto cambia con una rivelazione che vorrebbe essere geniale ma che è... ridicola.
L'aggettivo è sempre quello, e lo è nonostante l'idea sia davvero originale e di per sé buona. Ma è mal gestita, portata avanti con una pesantezza che affossa la seconda parte, che affatica la visione.
Tutto sembra troppo assurdo e quando quel tutto si risolve in modo retorico e buonista, allora il ridicolo riaffiora tra le labbra.
Contaminato da Black Mirror -le ultime incongrue stagioni, ovviamente- il risultato è dimenticabilissimo e si finisce per capire la casa produttrice che ha cercato di pubblicizzarlo il meno possibile.
Il brivido è caldo, ma il thriller assai moscio. Che poi io posso anche capire che ci sia gente che paga il biglietto per guardare da vicino il fondoschiena che Matthew McConaughey – 50 anni (quasi) e (beato lui) non sentirli - mostra con grande generosità urbi et orbi. Ma che tu sia lì, a metà luglio, a vedere un film che comincia che sembra <Il postino suona sempre due volte> e prosegue che pare <Nirvana> (ma da bo?) ti fa venire almeno un paio di dubbi: il primo che potevi impiegare meglio la serata, il secondo che non solo il protagonista, ma anche il regista (e sceneggiatore, ahi) abbia esagerato col rum. E se permettete un po' ci resto: perché dietro la macchina da presa c'è pur sempre quel Steven Knight che ha scritto <La promessa dell'assassino> e che sei anni fa aveva girato un film-gioiello come <Locke>, interamente ambientato in un'auto. Qui invece prende il largo e si capisce già dal primo drone che qualcosa andrà storto, che ci sarà burrasca. O, peggio, bonaccia.
Bizzarro e improbabile mix tra un noir (che poi è come il film viene venduto attraverso il trailer) con dark lady d'ordinanza (Anne Hathaway versione biondo platino) e riflessione pseudo soprannaturale sul dolore dell'assenza (con vago ma non troppo invito a farsi giustizia da sé) e sulle domande assolute di un'umanità alla deriva (chi siamo? Da dove veniamo?), <Serenity> (che in patria è stato un flop) è l'incontro bislacco tra <La fiamma del peccato> e <Truman show>: capite da soli che non poteva funzionare…

giovedì 1 agosto 2019

Funtaneris. Sulle strade dell’acqua - Massimo Gasole

il documentario nasce da un lavoro che il prof. Marco Cadinu porta avanti da molti anni (https://www.fontanedisardegna.eu/), lo studio delle acque e dei modi di raccoglierle, in tutti i comuni sardi.
è un film di viaggio (on the road), in macchina, toccando solo alcuni paesi.
e le fontane sono dei monumenti sacri, per tutti gli usi degli abitanti, approvigionarsi di acqua da bere, luoghi d'incontro e di dialogo, abbeveratoi, lavatoi, e, perché no, anche fare un bagno.
qui se ne possono vedere alcune in 3D
la colonna sonora, canzoni blues, e perfetta per il film.
se vi capita non perdetelo, bevetene tutti - Ismaele




Estate 2018, due architetti e un fotografo intraprendono un viaggio nell’entroterra della Sardegna alla ricerca dei custodi delle storie e delle tradizioni legate alle architetture dell’acqua. Fontane, lavatoi, abbeveratoi, pozzi… piccoli e grandi oggetti preziosi di pietra, calce e acqua. Simboli di legami, di progresso, potere e civiltà. Centri attorno ai quali nascevano non solo le città ma anche storie d’amore, discussioni politiche, leggende. Luoghi sacri, dove ristorarsi per un momento o dove si raccoglieva l’acqua durante la mietitura, di cui lentamente si va perdendo la memoria, su cui fermarsi ancora a raccontare.

Nonostante il budget minimo, hanno girato uno dei documentari sardi più belli e originali degli ultimi anni. ‘Funtaneris’ risulta una sorta di ‘on the road’, un viaggio in macchina attraverso una Sardegna sorprendente nei paesaggi e nei luoghi di pietra e di acqua. Così, vediamo, sin dalle prime scene, Cadinu guidare e raccontare la sua idea di conservazione dell’architettura del piccolo, ma anche la bellezza dei luoghi, l’antica affezione della comunità verso la risorsa acqua, mentre le riprese dal drone,  ci mostrano panorami penetrati da torrenti, pozzi, applicazioni idrauliche, archeologia dell’industria agro-pastorale. In questo viaggio si incontrano i fruitori delle fontane: quasi sempre si tratta di anziani che raccontano come, attorno a lavatoi e abbeveratoi, ci si riunisse, si discutesse, a volte, nascessero persino storie d’amore. Non sono interviste piatte e passive: gli uomini e le donne che decidono di parlare alla troupe lo fanno per amore della propria cultura, del ricordo delle madri, dei padri, dei nonni, dei concittadini diventati ombre, ma capaci di rivivere vicino a quei piccoli monumenti, simboli concreti della comunità a cui ancora si appartiene.
Durante le interviste, vengono, in alcuni casi, mostrate foto d’epoca, che riportano al tempo in cui l’acqua era un bene prezioso, ma sottintendeva anche fatica e sacrificio. In questo senso si evocano le donne di Nuragus, le quali percorrevano tre chilometri a piedi con le loro anfore in testa per andare a prendere l’acqua pura e fresca della fonte di Nurallao. Oppure, davanti al bellissimo lavatoio di Villacidro (un luogo fondamentale nel ‘Paese d’ombre‘ di Giuseppe Dessì, di cui nel film viene letto un brano) è facile immaginarsi le donne, arrivate di buon mattino, mentre si sceglievano il posto migliore per lavare i panni, cantare o mormorare i pettegolezzi del paese. Come afferma Cadinu, mentre chiacchiera con una villacidrese, la quale evoca aneddoti del passato, forse in quel lavatoio dovrebbe scorrere, di nuovo, l’acqua e magari diventare un luogo di incontro oppure di gioco per i più piccoli.
Si può poi rimanere stupiti di fronte alla fontana Grixoni di Ozieri, e nei suoi ‘sotteranei’ ammirare la struttura idraulica medioevale, e, come vien detto nel film, è “come incontrare un dinosauro ancora vivo”. La risorsa acqua, dunque, può trasformarsi pure in cultura popolare. Si pensi, a questo proposito, all’attribuzione di capacità medicamentose di alcune sorgenti e fontane. Acque che curavano gli occhi, gli arti, persino la rogna, per quanto alla ‘fontana della rogna’ di Sassari, nel 1600, cambiarono il nome in ‘fontana delle Conce’, perché, ormai, quella caratteristica farmacologica era considerata mera superstizione. In Sardegna sono presenti anche le fontane moderne, o meglio, quelle pensate e realizzate da artisti del novecento, come quella di Maria Lai e Costantino Nivola a Ulassai o, a Orani, proprio nel museo Nivola, il bellissimo lavatoio, che si vede nel film ripreso dal drone. Durante il viaggio sulle strade dell’acqua, può capitare di trovare altri gioielli artistici, dal Nuraghe di Sant’Antine alla Chiesa di San Pietro di Sorres. Un elemento, infine, capace di rendere ancor più accattivante il documentario è l’uso della musica. Per raccontare con efficacia questo percorso tra i luoghi sardi, non è necessario commentare con sonorità folcloristiche: la scelta del jazz, del blues, della musica berbera contemporanea riempie le immagini di un afflato d’avventura, di melanconia e, nello stesso tempo, di solarità, contemporaneità e classicità…

Cosa vi aspettate da questo progetto filmico?
Cadinu: Spero che le fontane diventino nell’immaginario collettivo e popolare dei paesi una piccola bandiera culturale della loro condizione civica, storico-artistica, perché, attraverso le fontane, si può leggere, come in un’analisi fatta bene, la storia della civiltà di un insediamento. I paesi che sono riusciti a mantenere intatti questi piccoli monumenti sono quelli che vantano un rilevante equilibrio civico e anche economico. Spero di vedere citate le fontane nei siti della Sardegna, oltre i nuraghi, per esempio, insomma dare spazio a queste opere d’arte, ancora non riconosciute.
Gasole: Semplicemente, mi auguro che gli spettatori salgano in macchina o in corriera e vadano a vedere le fontane che abbiamo filmato. L’architettura può regalare la felicità; tale bellezza può, in un certo senso, cambiarti la vita. Mi piacerebbe, dunque, che gli spettatori del film facessero un viaggio nei luoghi mostrati, alcuni posti magari poco conosciuti della nostra Sardegna…
da qui

venerdì 26 luglio 2019

Midsommar – Ari Aster

il secondo album è sempre il più difficile, dice Caparezza, per Ari Aster il secondo film è davvero all'altezza di Hereditary, mutatis mutandis.
dura 140 minuti, ma non annoia mai, Ari Aster sa come si fa.
pare addirittura che ci sia una versione lunga un quarto d'ora in più, nel film in sala mancano, per paura di una qualche censura.
è una storia che può ricordare Wicker-man, di Robin Hardy, ma sareste fuori strada, o qualche film in cui gli antropologi sono dei saccheggiatori della vita e delle usanze degli altri, ma la fine sarà un po' diversa.
forse non vi ho detto niente del film, ma non serve sapere troppo in anticipo, andate al cinema e godetene tutti, non sarete delusi, ci scommetto - Ismaele


ps 1: segnatevi questo film, Glassland, un bellissimo film irlandese di Gerard Barrett, nel quale ci sono Tony Collette, protagonista di Hereditary, e Will Poulter, Jack Reynor, protagonisti di Midsommar, Ari Aster ha buoni gusti
ps 2: se si resta fino ai titoli di coda si vedranno una marea di nomi ungheresi, un'occhiata a Imdb e si scopre che il film non è girato in Svezia, ma in Ungheria.



Il terrore di Midsommar è lento, insinuoso, mellifluo, Ari Aster non vuole spaventarci bensì farci del male. 
Non vuole tagliarci in due con un colpo deciso di accetta, ma aprire una piccola ferita dentro di noi per poi infilarci un dito e continuare ad allargarla con una flemma insostenibile, guardandoci negli occhi mentre soffriamo per vedere che effetto fa.  
Se uno dei meriti maggiori per un autore è la capacità di raccontare delle storie, se davvero nel Cinema lo storytelling è ancora oggi l'aspetto fondamentale, allora secondo me siamo davanti ad un autore eccezionale. 
La storia che Aster ci racconta in Midsommar è stratificata, densa, carica, è un albero solido con dei rami lunghi e robusti, sui quali nascono le tante foglie che sono poi i suoi personaggi e i rapporti che si instaurano tra di loro e con lo spettatore. 
Il regista e sceneggiatore crea dal nulla una comunità intera con il proprio alfabeto e la propria lingua, con i propri rituali, le proprie credenze e le proprie tradizioni che solo tangenzialmente toccano la vera festa di metà estate che avviene in Svezia e si trasforma in qualcosa di oscuro e terribile, tutto alla luce del sole. 
L'inesorabile, spietata, infinita luce del sole. 
Ari Aster cesella Midsommar come farebbe un artigiano del legno alle prese con un grande tavolo pieno di intarsi, come farebbe un pittore emulo di Hieronymus Bosch alle prese con un affresco…

Un lutto devastante, una relazione morta che nonostante tutto continua e una malattia mentale che aleggia nelle paure di chi ormai si sente perso nel caos. Ancora una volta, Ari Aster parte da questi presupposti per Midsommar – Il Villaggio dei Dannati, ma a differenza di Hereditary – Le Radici del Male, l’oscurità fotografica e intima della protagonista Dani (Florence Pugh) e il piccolo mondo “stupido” del suo compagno Christian (Jack Reynor) & co. il quale, nonostante tutto, deciderà, malvista e compatita un po’ da tutti, di portarla con loro in Svezia, ospiti di una comune isolata che si dedica a una festività celtica per festeggiare la mezza estate ed eleggere la loro regina.
Un evento rituale arcano che si ripete ciclicamente e dove il giorno e la notte si confondono. Il buio scompare e ‘inizia’ il sole, andando diretti al punto senza perdere tempo. Coerentemente al precedente film, anche qui si racconta di un rito. Incessante, antichissimo e inevitabile. Le rune celtiche vanno a sostituire i sigilli demoniaci, mentre le danze fanno da cornice festosa al posto del lugubre dolore introspettivo e familiare di Hereditary. Tuttavia, il senso non cambia: l’inevitabile sta già accadendo e tutto è deciso fin dalle prime inquadrature (annunciato da disegni che continueranno ad anticipare ogni cosa nel corso dello svolgimento).
Ad Ari Aster non interessa tanto il “cosa” ma il “come” e questo discorso in Midsommar – Il Villaggio dei Dannati si fa ancora più estremo che nel lungometraggio del 2018. Tutto è già deciso e noi spettatori non possiamo che assistere e soffrire, divertirci, danzare ed essere in qualche modo partecipi. Dove nel precedente la scoperta di un “rito” in corso era il film stesso, qui siamo gentilmente ammessi come ospiti all’intera celebrazione…

…There’s an electric atmosphere in the village as superbly photographed by Pawel Pogorzelski, the music by Bobby Krli is pleasantly eerie, and the performance by Florence Pugh is riveting. It’s a bizarre and unnerving tale (not really scary) that smartly plays with us throughout in its nightmare sequences, its graphic sex scenes, its creepy wall paintings, its “breathing” trees scene, and its vibrant calls for old-styled vengeance. All this weird activity makes for a visually hypnotic watch, but one not suited for all tastes.

la violenza non arriverà mai nelle modalità attese, e anzi alle sue prime manifestazioni, gli studenti statunitensi la cui educazione umanistica e politicamente corretta non permette in nessun modo di dare un’interpretazione disdicevole, la accetteranno, certo turbati, ma chi sono loro per giudicare la tradizione pagana di un villaggio ai confini dell’Europa? Questa incapacità di prendere una posizione mascherata da buon senso è il carburante della storia, perché, come sempre, ai protagonisti gli elementi per sfuggire a quello che sembra inevitabile sono stati forniti fin dal loro arrivo. Sarebbe bastato che questi americani di città avessero abbandonato per un attimo la modalità-meraviglia da storia Instagram (Wow, un villaggio immerso nel verde! Wow, delle ragazze biondissime con una corona di fiori in testa!) e avessero guardato con più attenzione, tanto più che sono degli antropologi. Ma Aster è impietoso con loro, e non li salva da questa connotazione rozza, pur riprendendoli magnificamente, con immagini che riempiono gli occhi, con una luce perenne e artefatta (il lavoro del direttore della fotografia Chung-Hoon Chung è fantastico) e con una cura dell’inquadratura da Refn o Lanthimos, e cioè da grande autore.
E proprio questa è la sua pasta, quella di chi fa un film che per smania di categorizzazione viene definito un horror ma horror non è, che parla di una certa ottusità statunitense attraverso un gruppo di giovani dalla presupposta mentalità apertissima, che persegue la bizzarria senza strizzare l’occhio a nessuno e che non teme di avere degli idioti come protagonisti di un suo film. Un grande autore.

Aster si diverte ad alterare la percezione della realtà, soggetta all’umore della protagonista: le apparizioni repentine di un passato violento sono gli spettri inconsci che avvelenano la psiche di Dani, frutto di un trauma non ancora elaborato e forse impossibile da superare appieno. È proprio la purezza del suo dolore a renderla diversa dagli altri turisti, emblemi dell’americano medio che guarda al folclore straniero con indulgenza e paternalismo. Privata degli affetti, Dani ha bisogno di una famiglia alternativa che la accolga e si prenda carico della sua sofferenza, spartendola equamente come se fosse una propria responsabilità. Non a caso, la società di Midsommar poggia su due idee basilari: ciclicità e comunione. Da un lato c’è la visione circolare dell’esistenza, dove ogni ciclo vitale è in armonia con la natura, che pretende un tributo in cambio delle sue offerte; e dall’altro c’è la spartizione dei beni, dei sentimenti e degli stati emozionali, che diventano condivisi. Ogni passaggio cruciale per l’equilibrio del villaggio – come il concepimento di un figlio – diviene un rito di compartecipazione, in cui tutti sono chiamati a imitare l’impegno, la fatica e le reazioni di chi lo vive in prima persona. Analogamente, Dani può alleggerire il peso del suo enorme dolore, che viene distribuito fra le donne del posto in un liberatorio pianto collettivo.

Midsommar cerca di cambiare tutte le carte dell’horror, cerca di fare qualcosa di molto diverso partendo però dalla stessa tensione che di solito nelle storie dell’orrore porta alla paura. Il film alla paura non ci arriverà mai, volutamente, preferisce mettere quella sensazione ad un altro uso che tuttavia non è ugualmente soddisfacente. È molto molto difficile dire che un film realizzato bene come Midsommar sia un fallimento, che un film così perfetto nel mettere in pratica le sue intenzioni, così preciso nel ritrarre i suoi personaggi e così meticoloso nella realizzazione sia una delusione, ma è evidente che alla fine si rimane con l’amaro in bocca per tutto quel che poteva essere e non è stato.
Ari Aster ha la caratura del grande regista, sa bene come manipolare le scene o gli attori per fare in modo che anche minuscole azioni o piccoli eventi che si manifestano in secondo piano catturino l’attenzione dello spettatore e lavorino dentro di lui scatenandogli un dubbio improvviso…

Ari Aster va fortissimo in teoria. Vuole ambientare il film in una soleggiata estate? E allora lo inizia nella neve. Ma poi anche già questa cosa: un horror interamente ambientato nella soleggiata estate. Tiè! Contrasto! (non è ovviamente il primo ad aver avuto questa intuizione geniale ma non importa)
Ad Ari piacciono gli horror in cui ti importa qualcosa dei personaggi prima che si scateni l’orrore, e allora ci spende un’ampia mezzora sulla premessa, prima che tutti partano in gita per la Svezia a visitare un simpatico villaggio pagano e che ci sia quindi una specie di ulteriore “primo atto” in cui gli abitanti del villaggio pagano sembrano effettivamente simpatici…

lunedì 1 luglio 2019

La mia vita con John F. Donovan - Xavier Dolan

ci sono registi che hanno girato solo capolavori, o quasi, e quando fanno un film "solo" buono la canea degli invidiosi e degli stroncatori cercano di distruggere quel film.
ma voi non credete a quelli lì, La mia vita con John F. Donovan è davvero un bel film, intenso, intimo, emozionante, sincero, doloroso, con una storia non facilissima, con un bambino, Jacob Tremblay, Rupert, nel film, bravissimo (già protagonista di quel gran film che è Room); e comunque tutti gli attori sono bravissimi.
non sarà un capolavoro, ma vale abbondantemente in prezzo del biglietto, non sarete delusi, promesso - Ismaele







Non troverete in questa nostra recensione di La mia vita con John F. Donovan nulla di simile a quelle critiche feroci che il film ha ricevuto lo scorso settembre a Toronto, quando la nuova tanto attesa opera del giovane e talentuoso Xavier Dolan è stata letteralmente massacrata dalla critica anglosassone causando ritardi nella distribuzione della pellicola. Distruggere con tale veemenza un filmc ome questo, vuol dire essere evidentemente prevenuti e odiare talmente tanto il regista (e quello che rappresenta) da non voler nemmeno tentare di guardare oltre i difetti. Non voler nemmeno cercare di capire quello che l'autore sta cercando di dire e soprattutto perché ha fatto determinate scelte: magari discutibili, magari evitabili, ma comunque coerenti con il messaggio che Dolan voleva far arrivare tanto al suo pubblico quanto ai suoi critici….
F. Donovan, a noi il film "maledetto" di Xavier Dolan è fondamentalmente piaciuto, con tutti i suoi (evidenti) difetti. Perché dietro ad una sceneggiatura dalla struttura inutilmente complessa, dietro a scene melodrammatiche e a tratti perfino prevedibili, batte il cuore appassionato di un regista dal talento straripante. Un artista che, come spesso accade, è arrivato al successo troppo presto e forse per certe cose non ha avuto il tempo di crescere, ma Xavier Dolan, proprio come il suo protagonista, lotta per essere sempre se stesso anche in un mondo dove spesso non ti è permesso e non ti viene perdonato.
da qui

…La mia vita con John F. Donovan è un film tutt’altro che perfetto – come non lo era l’osannato Mommy, o lo splendido Laurence Anyways, acme intoccato nella carriera di Dolan – ma certo lungi dall’essere il tedioso, inconcludente abominio contro cui la stampa d’oltreoceano ha lanciato quasi all’unanimità i propri indignati strali. Stilisticamente parlando, non differisce dalla grammatica cinematografica abituale del cineasta canadese: primi piani strettissimi e indiscreti, che indagano le pieghe dell’animo attraverso le micro-espressioni del volto; carrellate improvvise atte a enfatizzare un focus visivo; ralenti la cui melodrammaticità non teme di sconfinare nel kitsch. Ovviamente, non sarebbe un film di Dolan senza urla e strepiti tra madre e figlio, ma qui la dinamica si raddoppia grazie ai parallelismi biografici tra John e Rupert. Il primo ha un rapporto di amore-odio con l’alcolizzata Grace (Susan Sarandon), mentre Rupert non risparmia alla nervosa Sam (Natalie Portman) feroci scudisciate che ne feriscono la già frustrata autostima.
Siamo però lontani dalle crude, irrisolvibili asperità di J’ai tué ma mère o Mommy: stavolta, di fronte a noi non abbiamo genitrici in guerra con la propria prole, bensì figure in grado di comprendere i figli e di intuirne i segreti anche laddove i pargoli non sembrano disposti a condividerli. Nella dolcissima, finanche melensa scena del ricongiungimento tra Sam e Rupert emerge tutto l’anelito conciliatore, tutta la natura pacificatrice dell’intero film su cui si basa il film. Una sequenza che fornisce al regista l’occasione di tracciare un ennesimo parallelo tra i due protagonisti, laddove John si rifugia a casa della madre in un estremo tentativo di aggrapparsi alle proprie radici e ritrovare il se stesso più autentico, lontano dagli artifici delle logiche di mercato. È un Dolan fallibile e maturo, quello di La mia vita con John F. Donovan, che prende in giro i propri stilemi – la scena iniziale con Audrey che commenta l’obsoleta cabina telefonica di Praga ne è un esempio chiaro e ironico – e che, nelle parole di Rupert adulto, sembra voler spiegare non solo il senso del proprio cinema, ma quello dell’ intera macchina filmica…

sabato 29 giugno 2019

Oro verde – C'era una volta in Colombia (Pájaros de verano) - Ciro Guerra, Cristina Gallego

Ciro Guerra è il regista di quel capolavoro che è El abrazo de la serpiente, nel 2018 con Cristina Gallego ha girato un film che racconta di un popolo della Colombia e di cosa è stata la droga per quelle popolazioni.
l'avidità e la ricchezza senza fine (o il suo sogno) rendono l'essere umano una macchina da guerra, senza nessuna pietà verso nessuno.
non ci sono più rapporti umani, se non gli affari, all'inizio, e poi l'odio e la vendetta, senza fine.
il film inizia e finisce col canto di un pastore cieco, che racconta la storia.
una popolazione con regole antiche e vive viene (s)travolta dalla piena dei dollari versati da chi compra la droga per portarla al nord.
non perdetevelo, se vi capita, e cercatelo comunque, è un grande e terribile film - Ismaele

ps: se c'è qualcuno che viene turbato dalla violenza dei film di Tarantino, è meglio che lasci perdere Oro Verde, al confronto i film di Tarantino sono per ragazzine e ragazzini che frequentano i corsi di catechismo per la prima comunione.
e comunque tutto il sangue che si vede è cronaca, mai gratuito.







…seguendo la struttura di una tragedia sapientemente allestita in cinque atti ben distinti, Oro verde – C’era una volta in Colombia si delinea come una sorta di saga padrinesca in ambito etnico con piena filologia rispetto all’uso della lingua wayùu, dove niente può opporsi alla disfatta culturale davanti a modelli che s’impongono con la loro capacità di solleticare bassi istinti. Guerra e Gallego squadernano un’ammirevole sapienza di messinscena, che non disdegna sorprendenti uscite verso il conclamato cinema di genere (vi è posto pure per un “Mexican standout” di lunga tradizione, che di prima impressione ricorda le riletture tarantiniane) mantenendo però una salda e determinata significazione. Più volte interviene anche la gelida messincena di grottesche iperboli (quella bianca villa che d’improvviso si staglia, geometrica nel disegno, nell’incoerente paesaggio brullo; i pacchi di marijuana che si moltiplicano su scala esponenziale come i velivoli incaricati del loro trasporto), mentre i rappresentanti di un’antica cultura minoritaria vanno incontro a una bizzarra e stridente musealizzazione – la loro collocazione negli interni della villa. In ultima analisi, quel che viene scoperto dalla comunità wayùu protagonista è la sistematizzazione della violenza, che da garante implicito della stabilità di una cultura si tramuta in esplicito atto economico, del tutto sintonico a un nuovo modello di vita basato sulla prevaricazione prodotta in serie. E non è un caso se il salto decisivo verso la scoperta della gratuita umiliazione avvenga per via di uno sciroccato rappresentante della nuova generazione. Una volta innescato il tritacarne, la violenza genera violenza, la sete di potere fa scoprire il piacere distorto del dominio sugli altri. Di lì al suicidio eterodiretto di un’intera cultura non vi è che un passo.
Il discorso di Guerra e Gallego è insomma chiaro ed esplicito, e non lascia spazio a molte interpretazioni alternative. Tuttavia la coppia di autori evita il rischio del rigido film a tesi rifrangendo il racconto sulle strutture assolute della saga e della tragedia. Raccontando cioè una precisa tragedia storica, colta agli albori di un futuro e fiorente regno del narcotraffico, ma collocata nel panorama della tragedia universale dell’innocenza perduta. Avvincente, appassionante, potente. Si vede, e rimane la voglia di rivederlo subito. E non è poco.
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 Les longues séquences de deal entre les deux clans familiaux, les premiers transferts de marchandise sur des ânes sont traités méticuleusement par le duo de cinéastes. Les discours parfois exaltés sur les règles à ne pas transgresser pour un Wayuu reviennent souvent, trop souvent. À trop faire allusion à l’oiseau de mauvais augure, Les Oiseaux de Passage sombre dans une lente description expliquant l’engrenage désastreux dans lequel s’est fourré Rapayet notamment. Son avidité lui fait perdre la boule. Entre vendetta ennuyeuse et coutumes ancestrales, le coeur de l’un des premiers boss des cartels balance. Derrières ses lunettes, chapeau vissé sur la tête, il voit l’argent le vampiriser et le prendre à la gorge. Sa folie des grandeurs le rattrape, l’isole de la réalité et de sa propre famille.
Une immersion parfois brouillonne, parfois sanglante, voire imprévisible. Le métrage fait l’élastique entre les bonnes séquences et les longueurs. Malgré les quelques fulgurances, Les Oiseaux de Passage est un récit souvent lancinant, souvent statique. L’histoire reste toutefois intéressante grâce à son sujet de base, grâce à sa réflexion sur ces peuples pauvres et rattrapés par le spectre de l’argent.

Porque Pájaros de verano es también (y sobre todo) una cronología de los orígenes del narcotráfico en Colombia, una genealogía de la violencia que ha marcado el país en el último medio siglo. Una cronología que no se apoya en un documentalismo de corte histórico o en una crónica periodística sino en el mito y la leyenda. La narración se organiza como un canto épico recitado por un cantor (un juglar, un bardo, un aedo según la tradición) que abre y cierra la película. Como un relato oral y popular que estructura la leyenda mediante una serie de capítulos (llamados cantares) que retrata varios momentos temporales entre 1968 y los años 80.

En el film se mezcla lo etnográfico con la tragedia personal y familiar. El relato mafioso se reviste con las tradiciones locales marcadas por un espiritualismo capaz de contactar con el más allá a través de los sueños o por la interpretación de los signos de la naturaleza, lo que provoca que aflore, en ocasiones, ese realismo mágico tan propio de la cultura y la realidad latinoamericana, una realidad violenta(da) fruto del contraste/choque cultural. Como cualquier relato sobre la mafia, Pájaros de verano, es también un relato sobre la familia, sobre sus leyes internas, sobre el papel de los Padrinos (en este caso una Madrina) y los consigliere (o palabrerosaquí), sobre la lealtad, el honor y la traición, sobre la ambición y la violencia desmedidas, sobre el asesinato y la venganza. En definitiva, sobre la destrucción de un ecosistema humano cuyas consecuencias llegan hasta nuestro presente en forma de metáfora representada por ese sonido de lluvia que sigue retumbando una vez finaliza el relato y los créditos finales desfilan sobre una pantalla en negro.



La puesta en escena y la fotografía son excepcionales, tanto como el desierto de Guajira y la Magdalena donde se grabó la cinta y que son base fundamental. La película es capaz de desplazar el cine de narcos a un territorio donde el trapicheo llega a convivir con los matrimonios pactados, las dotes y las danzas tradicionales. Uno de los aspectos que siempre se enmarcan en las películas de Ciro Guerra son los colores vivos y aquí se vuelve a representar de manera impecable.
La película no dejará indiferente a ningún espectador, tiene mucha violencia, momentos de venganza y nos muestra un modelo de gánster pocas veces visto. Muy recomendable.

Pájaros de Verano es una película que goza de su riqueza estética, narrativa y argumental, con esto quiero decir que es un filme que se nutre de todo para fortalecerse. Tiene una exploración detallada de un pasado que poco –o nada- se indaga en el cine actualmente, pero también tiene personalidad para no caer en lo documental enteramente, sabe cocerse a un ritmo lento, pero con la sustancia suficiente para moverse de un género a otro sin generar ningún tipo de ruido, es como si Pájaros de Verano supiera hacerte parte de su mundo de una forma silenciosa y tranquila a pesar de su premisa.