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domenica 18 maggio 2025

Paternal Leave – Alissa Jung

il film inizia con un padre (Luca Marinelli) incapace, inadatto e stupido, e una figlia (Juli Grabenhenrich) confusa che vuole trovare un padre, non uno stupido.

in due giorni il padre trova una figlia e la figlia trova il padre.

una brava regista (che è anche compagna di Luca Marinelli), pochi interpreti, ma tutti bravissimi, la bambina e la figlia piccola, sopra tutti.

Luca Marinelli ha un ruolo scomodo e difficile, e fa un'ottima figura, nella sua storia di padre assente per 15 anni.

commovente il ruolo di Edoardo, un ragazzo che ha problemi con il padre, come Leo, e forse per questo non possono non andare d'accordo.

un piccolo film che merita.

buona (paternale e filiale) visione - Ismaele 

 

 

 

E’ noto come spesso, nelle situazioni di tensione familiare o di stallo emotivo, i bambini più piccoli siano in grado di assumere la leadership del momento, portando gli adulti a prendere decisioni e a smuovere incertezze nell’arco di pochi attimi, quando i piccoli assumono senza esitazioni un comportamento deciso e diretto: ed è esattamente quello che accade, nel bell’esordio di Alissa Jung, all’interno delle sequenze che coinvolgono la bimba Emilia. Il padre, Paolo, gestisce una struttura su di una spiaggia dell’Emilia Romagna, dove vive, tra il capanno e il camper: siamo in inverno, il litorale è deserto e una mareggiata ha anche lasciato un po’ di danni al chioschetto. Ed ecco che a casa di papà Paolo appare una adolescente tedesca, Leo (Juli Grabenhenrich, che dona al personaggio un bel carattere netto), mai vista prima: chi sarà? Mentre Paolo e l’ex-compagna Valeria (madre di Emilia) sembrano spaesati e innervositi, la bambina non ha dubbi: Leo dovrà giocare con loro, fare colazione con loro, accompagnarla in una corsa incosciente in pineta.
Il motivo per cui Paolo è così infastidito dall’arrivo di Leo, la quale è partita di nascosto dal suo appartamento di Berlino per arrivare ad incontrarlo, è che la ragazza è la figlia “segreta” dell’uomo, avuta a 21 anni, abbandonata e mai reincontrata fino ad ora. Come farà questo solitario surfer amante del mare adesso a conciliare le sue due vite?...

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Proprio per via della sua natura narrativa, non si sbaglia nel parlare di Paternal Leave come di un "kammerspiel" a pieno titolo. Quantomeno in termini spirituali. Perché se è vero che l'opera di Jung si caratterizza di riprese in esterna – principalmente nei paesaggi invernali a perdita d'occhio di una fredda ma accogliente Marina Romea – è la cura registica della giovane ma già matura autrice a dare al racconto una certa natura "da camera" nel concatenamento di immagini intime e asciutte, di colori opachi in luce tenue che raccontano dell'incontro di vite tra Leo e Paolo.

Un legame fragile che prova a rinascere tra valanghe di domande pre-impostate, crostatine, cornetti e fenicotteri rosa, per poi essere messo a nudo dal caso chirurgicamente calcolato della sceneggiatura di Jung nel tumulto esplosivo di un dolore silenziato per anni che va, infine, a traboccare in tutta la sua violenza. In una cura emotiva rievocativa, nelle atmosfere, del Wim Wenders di Alice nelle città e Paris, TexasPaternal Leave mette di fronte, l'uno all'altro, Leo e Paolo, prima facendo scoprire ai due come sono più le similitudini ad accomunarli che non le differenze a separarli, per poi sbattere loro in faccia un'universale verità taciuta dell'umanità: sempre, ma non spesso, è la vita che sceglie per noi…

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Jung firma un dramma familiare a tratti molto duro, con un padre che si ostina a ricadere nell'errore e nascondere a tutti questa figlia ritrovata e il dolore di quest'ultima, che sente tutto il peso dell'impropria etichetta dell'errore. Ma anziché firmare un film "camera e cucina", la regista ha il merito di far respirare i suoi personaggi, e il pubblico con loro, attraverso campi lunghi, panorami ampi, spazi romagnoli in cui perdersi con lo sguardo, come fanno in diverse scene i protagonisti, gettando lo sguardo verso il mare o i fenicotteri.

Pur essendoci altri personaggi significativi nel mezzo, come il fattorino Edoardo (Arturo Gabbriellini) che fa da compagnia e da spalla alla protagonista, condividendo con lei le difficoltà con la figura paterna, il focus del film sta tutto nella relazione a due tra figlia e padre, imperfetta, difettosa, frangibile che sa trovare la sua verità taciuta - e la sua emozione - in un abbraccio insperato.

Guai ad alzarsi ai titoli di coda: oltre alle foto di backstage, c'è la voce di Marinelli che delizia il pubblico interpretando il poetico brano di Giorgio Poi "Solo per gioco" che racchiude bene il senso del film: "E tutte le paure/ Certo spariranno in un momento/ E ridere per questo/ Vivere per questo, diventare questo".

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La Jung toglie, non aggiunge. Ci risparmia digressioni, spiegazioni estemporanee e si concentra sul presente. I gesti, gli sguardi e i silenzi sono protagonisti. E dall’interpretazione meravigliosa dei protagonisti traspira tenerezza.  

La storia pregressa di Leo e di suo padre, Paolo, viene taciuta, appena accennata. Si entra così, in medias res, nelle vite di due (neo)adulti sorpresi dallo stesso bisogno d’amore.

È un film che non si chiude, non si risolve, ma lascia libera interpretazione – tuttavia propendente all’ottimismo – anche sul finale. Alcuni aspetti sono chiaramente intuibili, ma non vengono forniti dettagli: Paolo ha un passato particolare e, indubbiamente, fatica a trovare un equilibrio nella sua vita e nei rapporti che intesse con gli altri, e ciò si riflette inevitabilmente anche nel suo stile di vita.

È un dramma, quello di Paternal Leave, che si mostra duro, per quanto spoglio, e decisamente reale. Anche se non ha più 21 anni, Paolo è tutt’altro che pronto a essere padre. Continua a fuggire dalle proprie responsabilità. Prova disperatamente a non ricadere negli errori del passato, ma tale tentativo è riservato esclusivamente alla seconda figlia, Emilia

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giovedì 15 febbraio 2024

Una questione privata – fratelli Taviani

durante la Resistenza il partigiano Milton (Luca Marinelli) cerca Fulvia (Valentina Bellè), per sapere se ancora è la sua fidanzata, e il viaggio, pochi chilometri in tempo di pace, è un'odissea nella quale Milton si conosce e conosce il (piccolo) mondo della guerra in montagna in tutte le declinazioni e dolori.

Luca Marinelli è bravissimo, come pure Valentina Bellè (protagonista in Lubo qualche anno dopo).

fratelli Taviani rendono lo spirito e la sostanza dell'ottimo romanzo di Beppe Fenoglio in un film da non perdere.

buona (partigiana) visione - Ismaele

 

  

QUI il film completo, su Raiplay

  

 

 

Tornando alla villa dove ha conosciuto l'amata Fulvia, il partigiano Milton scopre che forse fra lei e il suo migliore amico Giorgio, anche lui combattente, potrebbe essere nata una storia d'amore. Nel tentativo di ricevere da Giorgio un chiarimento, Milton intraprende un viaggio attraverso il paesaggio verde e nebbioso delle Langhe che è anche un percorso di conoscenza: di se stesso, dell'animo umano e della barbarie insensata della guerra.

Paolo e Vittorio Taviani affrontano uno dei "testi sacri" della letteratura italiana, "Una questione privata" di Beppe Fenoglio, con il piglio autoriale che deriva loro da una lunga militanza cinematografica e da una conoscenza profonda della Seconda guerra mondiale e della lotta partigiana…

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Il partigiano Milton (Luca Marinelli) ha una questione privata da sbrogliare in pieno tempo di guerra, in piena Resistenza, mentre sui monti delle Langhe, all’ombra di un nebbione che confonde anche la mente, impazza lo scontro contro gli “scarafaggi”, ovvero i fascisti. Tra la sua amata Fulvia (Valentina Bellè) e il suo migliore amico Giorgio (Lorenzo Richelmy), prima che scoppiasse la guerra, c’è stata una storia d’amore? Il dubbio lo tormenta, lo schiavizza, e lo porta a girovagare da un poggio all’altro in cerca dell’amico, anch’egli combattente, per scoprire la verità…

La guerra diventa lo sfondo di una questione privata. Di quella vita, normale, di tutti i giorni, fatta di sguardi ammiccanti, passi di danza, sigarette accese come divi americani, che il fascismo, la guerra e la lotta partigiana hanno inevitabilmente alterato, per non dire spazzato via. Una questione privata è un film di sentimenti più che di spari, anche se fucili e morti non mancano. In questo caso, il principe dei sentimenti è l’amore, forse tradito o forse ancora puro, che Milton antepone ad ogni divisa (rossa e nera che sia), ad ogni colpo di pistola che riempie la valle.

E se Milton, in questa marcia forzata che si fa corsa affannata e furibonda, un po’ scopre e un po’ ritrova se stesso, allo stesso mondo i fratelli Taviani, all’imbrunire degli ottant’anni, ritrovano se stessi e quel cinema che più si addice loro. Ritrovano quel minimalismo nobile e quel respiro colmo di umanità che, di recente, ha ricoperto il catartico Cesare deve morire, ma soprattutto la loro indiscutibile pietra miliare, La notte di San Lorenzo, con cui Una questione privata condivide il grosso del cuore tematico…

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Eccellente Luca Marinelli nel ruolo di Milton: meno istrionico, sia nel fisico sia nel linguaggio, rispetto ai personaggi di Lo chiamavano Jeeg Robot e di Non essere cattivo, l’attore riesce a esprimere lo stato allucinazione, quasi di trance, che accompagna il percorso narrativo del protagonista. Non così brillanti sia Valentina Bellè nel ruolo di Fulvia sia Lorenzo Richelmy in quello di Giorgio, nonché il resto del cast, nell’impresa di sostenere una recitazione di chiara matrice teatrale, brechtiana, antinaturalistica, molto distante da quella richiesta per interpretare un personaggio di una fiction televisiva. Pregevoli sia la fotografia di Simone Zampagni, sia la colonna sonora, firmata da Giuliano Taviani e Carmelo Travia, che ha avvolto di sonorità jazzistiche il leitmotiv legato al tema di Over the Rainbow – e il titolo internazionale del film è Rainbow–A Private Affair. Al di là della valutazione critica, al di là di alcuni momenti irrisolti, forse più per fedeltà alla propria poetica che non per incapacità, resta riconoscibile e immutata l’impronta autoriale dei fratelli Taviani: un cinema rigoroso, austero, che nulla concede all’emozione facile, che alterna aulicità ed elegia, realismo e astrazione. Una questione privata si impone per la necessità di far conoscere, soprattutto ai giovani, un momento della Storia italiana che appartiene a un passato recente e che però sembra ormai troppo remoto; un tempo in cui le questioni private convivevano con le questioni pubbliche, con il senso di appartenenza a un partito, a un ideale, a un’utopia, e con la determinazione a cambiare lo stato delle cose.

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martedì 10 gennaio 2023

Le otto montagne - Charlotte Vandermeersch, Felix Von Groeningen

ho letto un paio d'anni fa il libro di Paolo Cognetti (qui), e mi era piaciuto molto, e temevo per il passaggio dal libro al film.

e mentre lo guardavo tutti i dubbi svanivano.

i due protagonisti sono bravissimi (come tutti gli attori, d'altronde), il merito è anche dei due bravi registi belgi, naturalmente.

Bruno (Alessandro Borghi) è davvero eccezionale, sotto quella barba non immagini che ci sia un attore.

è un uomo d'altri tempi, il mercato, i contatti, le banche lo fregano, e lui viene chiuso in un angolo, senza via d'uscita.

Pietro (Luca Marinelli) è uno che non trova la sua strada (e poi la trova in Nepal), ha lasciato con rancore il padre, un bravissimo Filippo Timi, che soffre tantissimo dalla lontananza del figlio.

solo con la madre, l'ottima attrice Elena Lietti, Pietro riesce a tenere i contatti e attraverso di lei Bruno e Pietro riescono a non perdersi.

alla fine esci dal cinema contento, contento di aver (ri)conosciuto Bruno e Pietro.

insomma, un film da non perdere.

buona (selvaggia) visione - Ismaele




Come un libro italiano (di Paolo Cognetti, ed. Einaudi, Premio Strega 2017) sia diventato produttivamente e autorialmente un film belga, perché tali sono i due registi – è una storia interessante e anomala che meriterebbe di essere raccontata a parte (tutt’al più gli stranieri vanno a ricavare un film da un nostro classico o un classico nocentesco, non certo dalla narrativa recente). Intanto si deve constatare come questo spiazzamento, questa dislocazione in sensibilità altre abbia fatto bene a Le otto montagne. Che ha poco o niente del cinema italiano attuale e anche del passato, dei suo antichi vezzi e vizi, dei suoi caratteri più detestabili, riuscendo a evitare ogni slittamento nella commedia e a manenersi su un registro di sobrietà e rigore nordico-fiammingo tra Bresson, il primo Bruno Dumont, magari Delvaux (André, il regista di cinema, non il pittore). Mdp che guarda anzi contempla paesaggi interiori e esteriori (e i secondi come estensione dei primi), quelli ovviamene maestosi dell’alta Val d’Aosta e però zero retorica e niente cartoline tipo Heidi o Belle e Sebastian. Cinema della lentezza, per adeguarsi al ritmo dei suoi due caratteri principali e a quello della natura e una volta tanto non è una postura ideologico-ecologista. Bergfilm, film di montagna come ormi non se ne fanno più (la montagna non è sexy, il mare lo è, quindi il beach movie prevale), ma senza avventure, senza scalate muscolari ad alto tasso di difficoltà che diventano sfide con e contro sé stessi e ordalie. Tutt’al più escursioni su ghiaccio come sommesso rito di iniziazione alla vita. La montagna che si fa coprotanista a influenzare e forgiare vita e destino dei due caratteri principali, Pietro e Bruno, il primo ragazzino di città (Torino), di famiglia borghese in vacanza in un piccolo paese della valle – siamo negli anni Ottanta -, il secondo nato e cresciuto al vilaggio, poco a scuola, molto a lavorare fin da bambino tra stalle, pascoli e alpeggi. L’uno alter ego, uguale e rovesciato, dell’altro. Diventerano amici per la vita, letteralmente. Si perderanno da adolescenti, si ritroveranno da adulti, non si separeranno mai del tutto...

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Il romanzo di Paolo Cognetti Le otto montagne gode di uno splendido adattamento grazie ad una co-produzione europea artisticamente notevole ed attenta al materiale originale. Un'elegia alpina lenta e solenne in senso prettamente positivo, impreziosita da un ottimo Alessandro Borghi.

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…Paolo Cognetti ha svelato alcuni dettagli sull’impeccabile preparazione di Alessandro Borghi e Luca Marinelli per Le otto montagne: “Non sono un eremita, uno da storie cupe. Spesso vengo descritto in maniera noiosa, triste, ma non sono così io, e non è così la montagna. Lo ha capito benissimo Alessandro Borghi, che è riuscito a cogliere il lato comico del montanaro dopo aver conosciuto un paio di miei amici. Anche Luca Marinelli è stato a lungo con me per entrare nel personaggio“, ha dichiarato lo scrittore.

Lui e Alessandro Borghi sono molto romani, e la loro romanità è una cosa che mettono spesso sul piatto. Ma sono stati straordinari: abbiamo passato tre mesi insieme, fatto tante camminate: alla fine, se ha funzionato, è stato grazie alla montagna“, ha proseguito Cognetti per poi aggiungere “La montagna è un luogo felice, soprattutto quando sei bambino: è un luogo di avventura, ed è così che la vivo. Ed è un luogo che oggi, dopo il Covid, si sta ripopolando: è bello vedere qui persone che prima venivano su soltanto per un paio di settimane all’anno“.

Infine, Paolo Cognetti ha lodato anche il lavoro dei registi: “All’inizio avevo paura che il film venisse fatto altrove, e che la montagna che avevo raccontato venisse tradita. Invece ne è uscito un ritratto fedele, ed è la cosa che mi piace di più riguardandolo. Tutti si sono buttati anima e corpo nel capire: sono venuti qui, hanno ascoltato, vissuto, scoperto. Un giorno ho trovato un fonico arrampicato su una roccia: si era svegliato e aveva deciso di passeggiare, e già che c’era si era messo a registrare un po’ di suoni della natura“.

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giovedì 23 dicembre 2021

Diabolik – Manetti Bros

è la riproduzione del fumetto che abbiamo letto in gioventù, la coppia diabolica vince sempre, contro la polizia che viene bruciata sul tempo tutte le volte.

qui si racconta la nascita del sodalizio Diabolik - Eva Kant, il fascino del proibito è troppo invitante per Eva, e l'ispettore Ginko rincorre i due, ma non arriva mai, come Achille con la tartaruga.

gli interpreti sono tutti bravissimi e "ingessati" nei ritmi e nelle espressioni del fumetto.

quello che colpisce è la staticità, la freddezza, il rispetto delle tavole del fumetto, non ci sono supereroi a velocità folli, in Diabolik la velocità è quella degli anni sessanta.

da lodare il lavoro sui costumi, sugli interni, è proprio un film degli anni sessanta.

sempre attuale il ruolo del politico corrotto fino al midollo.

tutti bravi gli attori, nelle mani dei fratelli Manetti sono tutti perfetti.

buona (diabolica) visione, al cinema, naturalmente - Ismaele

 

 

 

 

Come sostiene il guappo interpretato da Toni Servillo in 5 è il numero perfetto di Igort (di nuovo un film tratto da una graphic novel): “I fumetti americani – dice al figlio – stanno tutti dalla parte sbagliata. Stanno con i supereroi. Nei fumetti italiani invece, da Diabolik a Kriminal, gli eroi sono tutti delinquenti”. Diabolik è la quintessenza di questo paradosso. Ed è bene non scordarlo.

Diabolik non è – per dirla con Umberto Eco – un superuomo di massa. Non è un uomo qualunque che si traveste da supereroe per proteggere i deboli dalle vessazioni dei forti. E non è neppure un ladro gentiluomo alla Arsenio Lupin. Ma allora: come rendere affascinante un simile personaggio senza tradirne la natura “criminale” ma anche senza inseguire un epos tribale alla The Godfather? Questa è l’ulteriore sfida che i Manetti Bros si sono trovati davanti. E l’hanno vinta costruendo un film che – a differenza dei suoi personaggi – non mette maschere per fingere di essere quello che non è: il Diabolik dei Manetti mostra – senza ostentazioni ma anche senza reticenze – la sua natura di oggetto filmico al tempo stesso ludico (i Manetti giocano con i loro idola) e rituale (c’è quasi una liturgia celebrativa di tutto un immaginario nazional-popolare), acrobatico (per le acrobazie e le capriole del montaggio, se non altro) e carnevalesco (tutti si mettono in maschera), iconico (la visività prevale sulla narrazione) e in ultima istanza metafilmico. Perché i Manetti portano la creatura delle sorelle Giussani a dialogare con il fantasma di Hitchcock (le magnetiche  entrate in scena della biondissima Eva sono squisitamente hitchcockiane, così come il diamante rosa a cui si dà la caccia risulta alla fine poco più che un macguffin…) e con quello del poliziottesco italiano, senza scordare l’impronta visuale di tutta la tradizione del cinema noir. Operazione raffinata. Molto più raffinata (e sospesa, ipnotica, rallentata) di quanto molti si aspettassero da un blockbuster da 10 milioni di euro. Ma tant’è: anche i Manetti ci regalano hitchcockianamente la loro tanche de gateau, la loro fetta di torta. Un po’ ipoglicemica e senza zuccheri aggiunti, forse. Ma per la nostra salute di spettatori golosi, e per il piacere dei nostri occhi, va davvero meglio così.

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…Il Diabolik 2.0 è un film fascinoso ed elitario, che punta tutto sul revival e su una confezione di incredibile eleganza formale: ogni cosa (gli esterni, il covo, l'auto, i vestiti di Diabolik) è stata pazientemente pensata e ricreata ad hoc, sfruttando appieno l'importante budget stanziato (circa 10 milioni di euro). Certo non è esente da difetti: Luca Marinelli non appare particolarmente a suo agio nel ruolo (e, mi sia permesso, sentire un Diabolik che parla con accento romanesco fa un po' sorridere...) e di sicuro i 133 minuti di durata un poco pesano (in particolar modo verso la fine, forse troppo "filosofica" anche per un pubblico consapevole), ma resta comunque la soddisfazione per aver assistito a un'opera di tutto rispetto e che non deluderà i fan (anche se forse solo loro, temo). Le buone notizie vengono dal cast di supporto: Miriam Leone incarna una Eva Kant semplicemente divina per fascino e presenza scenica, mentre Valerio Mastandrea è impacciato e "impostato" al punto giusto, perfetto per interpretare il ruolo, sempre dimesso e "ingrato", dell'integerrimo ispettore Ginko.

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Diabolik dei Manetti Bros è un film controverso. Vive una doppia anima: una fin troppo patinata, afflitta da una scrittura a tratti ingenua e da un protagonista talvolta persino fuori ruolo. Ma anche un’altra, quella di un prodotto visivamente unico nel panorama cinematografico italiano (e, forse, non solo), di un noir d’altri tempi, concentrato sulle origini di una Eva Kant sorprendentemente protagonista. Una pellicola molto efficace nella forma ma scricchiolante in parte nel suo contenuto: un’operazione che farà felici i fan più sfegatati del leggendario ladro di Clerville, ma che difficilmente saprà farsi apprezzare al di fuori della sua nicchia.

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…È una storia delle origini, in qualche modo. Ed è un buon soggetto con la sua particolarità stilistica: mette in scena la staticità del fumetto e l’iconicità dei personaggi di Diabolik. Che sono fatti di inquadrature fisse, di movimenti di camera moderna a spalla ma con pose molto marcate, quasi esagerate. Non sempre e non a tutti riesce, ma l’effetto è quello voluto dai Manetti Bros.: un leggero straniamento, la sensazione di vivere dentro un fumetto e dentro gli anni Sessanta, che sono un’epoca lontana (parliamo di quasi settant’anni fa) con movenze e gestualità molto differenti da quelle di oggi.

Ci sono insomma questi tempi dilatati, queste gestualità differenti, queste pose esasperate da fumetto che per qualche strano miracolo vengono veramente bene solo a Miriam Leone, in parte a Claudia Gerini e stranamente anche a Valerio Mastrandrea (che interpreta sempre se stesso ma senza accento romano, un po’ come fa George Clooney tra un film e l’altro). Tutto questo serve ai Manetti Bros., che producono un film decisamente lento. E lo sottolineo: lento.

Come è stato detto, non aspettatevi supereroi, superpoteri e supercattivi mostruosi con poteri mutanti e ultraterreni. Questo è un film che ha un passo molto diverso dalla maggior parte delle cose che si trovano al cinema oggi. È un film italiano, ma non l’ha fatto Netflix. Richiede uno sforzo da parte dello spettatore: accettare una diversità. È un film dal passo lento, ambizioso, a tratti lungo, sicuramente perfetto per la storia e il tempo in cui si colloca. Fumettistico ma al tempo stesso realistico, anche se in un suo modo molto particolare.

In conclusione, perché non voglio fare spoiler e raccontare la storia, è un bel film. Molto ben diretto, con una colonna sonora fantastica (le musiche sono di Pivio e Aldo De Scalzi con due canzoni interpretate da Manuel Agnelli) e attori che fanno il loro mestiere più che bene, con l’eccezione di Miriam Leone che è oggettivamente fantastica (e non mi riferisco all’aspetto fisico), portando avanti il film per la maggior parte del tempo, aiutata anche da Mastrandrea e da Roja. Mi è piaciuta molto la fotografia di Francesca Amitrano, che collabora spesso con i Manetti Bros., e il lavoro epico su scenografia e costumi guidato rispettivamente da Noemi Marchica e Ginevra De Carolis.

Per due ore e dieci sono andato in vacanza in un immaginario italiano che è genuinamente una nostra fantasia, non un adattamento storico o una qualche narrazione contemporanea più o meno realistica. No, i Manetti Bros. hanno fatto la cosa più simile alla creazione di un universo cinematico e, se andranno avanti le cose, l’inizio di un’esperienza molto godibile destinata a durare nel tempo ancora per un po’. Ma attenzione, ve lo ripeto: se lo andrete a vedere preparatevi, perché è un film con un suo passo, decisamente non frenetico, anzi lento, che può prendere in contropiede. Ma è un gran bel film e vale la pena.

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Iperrealista ma carnale, cartoonesco ma feroce, il Diabolik dei Manetti si è fatto molto attendere, ma si rivela oggi come un esperimento di cinema prezioso.

Un’opera anomala, soprattutto rispetto all’industria cinematografica italiana, ma soprattutto un film fuori dallo spazio e dal tempo, distinto da una eleganza micidiale.

Com’era forse prevedibile, una parte della stampa condanna fatalmente la mancanza di ritmo, una tensione certo intesa secondo i canoni dei cinecomic a stelle e strisce. Cerchiamo allora di capire come si differenzia il cinefumetto Diabolik, un’opera complessa, forse a tratti imperfetta, eppure capace di negarsi agli standard del mercato, per uscirne comunque vincitrice

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Senza voler svolgere il ruolo dei menagrami, o fungere da latori di profezie nefaste, non sono pochi i dubbi che accompagnano la visione di Diabolik. Non dubbi, sia ben chiaro, legati alle qualità del film, su cui si tornerà tra poco, ma all’accoglienza tutt’altro che benevola cui rischia di andare incontro. Già le prime reazioni che hanno fatto seguito all’anteprima stampa hanno mostrato una certa freddezza, una mal disposizione d’animo sia verso l’apparato cinematografico in quanto tale sia verso la storia che i Manetti hanno scelto di raccontare; il primo indizio, forse, di ciò che accadrà quando il film sarà effettivamente nelle sale, e parteciperà all’agone del botteghino natalizio, il periodo dell’anno al quale viene chiesto il miracolo di salvare un’annata condizionata da un rapporto difficoltoso tra il pubblico e il grande schermo. La domanda, che a qualcuno forse potrà apparire superflua ma è necessario in ogni caso porsi di fronte a un film dalla natura così popolare e dalle esigenze commerciali (i due elementi non sarebbero da confondere mai) è dunque la seguente: il pubblico si farà convincere – o conquistare, se si preferisce – dalle avventure di Diabolik? È su tale quesito che si concentrano i dubbi cui si faceva riferimento in precedenza. Se ci si immagina Diabolik come una gallina dalle uova d’oro in grado di risollevare le sorti del mercato si rischia – almeno questa è l’impressione, sarebbe bello fosse negata dai fatti – di andare a sbattere contro un muro a velocità folle, come quelle che raggiunge la splendida Jaguar E-Type guidata dal ladro più astuto del mondo. Il perché è presto detto: in modo del tutto cosciente Antonio e Marco Manetti hanno costruito un film d’altri tempi, del tutto distante dal ritmo del contemporaneo, dallo scandire del montaggio d’oggi, dalle pratiche del cinema mainstream attuale. Il loro tornare indietro fino alla fine degli anni Sessanta, prima volta all’interno del loro cinema di uno spaesamento temporale simile, non è solo narrativo, ma diventa un elemento di senso, di lettura dell’industria. Una dichiarazione di appartenenza a un mondo che non esiste più, e che si può ricreare solo aderendo a un immaginario dichiaratamente falso, bidimensionale, fumettistico…

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domenica 23 aprile 2017

Lasciati andare - Francesco Amato

il film per tutta la prima parte è un film bello, ma normale, del genere screwball_comedy, piena di battute sempre più a fuoco.
Toni Servillo fa Toni Servillo al meglio, come sempre, e gli altri sono tutti bravi.
poi appare Ettore (Luca Marinelli) e il film spicca il volo.
Ettore sembra uscire da qualche miracoloso film degli anni sessanta, di quelli della commedia italiana di Monicelli e Comencini, un po' Gassman e un po' Mario Adorf.
un film che non lascia delusi, merito di una sceneggiatura con gli incastri giusti.
non aspettate che lo tolgano dalle sale, non fate come Napalm 51, avrebbe voluto vedere quel film, ma poi non c'era più al cinema.
buon film a tutti! - Ismaele





Toni Servillo movie, che è ancora un genere a parte, dove tutto è costruito per il buon funzionamento del protagonista, anche se Luca Marinelli come coatto vendicativo finirà per rubare la scena a tutti come faceva Diego Abatantuono nei primi film dove non era ancora protagonista. Ma questo Lasciati andare, grazie anche alle forze che mette in campo, è di fatto uno dei film più riusciti e divertenti della stagione e va quindi trattato con un certo riguardo…

Esclusa qualche sporadica battuta e un paio di gag fisiche molto blande non è al suo psichiatra Elia Venezia che sta il compito di portare avanti la leggerezza del film, anzi sembra fare di tutto per professarsi fuori dal campo del risibile. È semmai l’incredibile Veronica Echegui il motore del film, presenza elettrica ed esaltante, personal trainer che si impone nella vita del pigro intellettuale quando viene obbligato dal medico a fare del moto. Non c’è scena che quest’attrice spagnola (che per il film sfoggia un fenomenale romano-spagnolo da antologia) non illumini e non animi di pura forza filmica, una vera scoperta. Ogni battuta e ogni incomprensione da lei sbandierate si animano di quell’irresistibile patina esilarante che hanno le vere imprevedibili incomprensioni, ogni guaio in cui trascina il professore tirandolo fuori dalla sua vita tranquilla sembra un aneddoto più che un invenzione. Un po’ caotico, un po’ assurdo.
Sta un po’ qui la stranezza affascinante (e divertente) di Lasciati Andare, da questo movimento dell’austero psichiatra, quasi reticente ad entrare in una commedia, e dell’elettrica personal trainer, che nemmeno si rende conto di non poter fare a meno di viverci dentro da sempre (il suo video di esercizi che viene mostrato ad un certo punto è gioiello). Nasce così un film in cui sembra che Toni Servillo, così a suo agio quando c’è da esagerare con il grottesco ma molto meno con la commedia sottile, sia la spalla di tutti, della sveglia ex moglie Carla Signoris che gli abita accanto e ancora gli fa il bucato o del criminale di Luca Marinelli, dotato di alcuni dei piani di ascolto più divertenti dell’anno, capace di far ridere anche solo ritraendosi un po’ spaventato all’avvicinarsi dello sguardo dello psichiatra…

Il meccanismo è semplice, e ruota attorno all’incontro casuale tra due figure a loro modo antitetiche: da un lato Venezia, razionale e ben poco interessato agli istinti primari dell’uomo, e dall’altro Claudia, spagnola trapiantata a Roma che invece ragiona ben poco preferendo lasciarsi guidare dalla natura, e dal corpo. Nel gioco sugli opposti, ovviamente, a vincere è l’irruenza di Claudia, che trascina il bolso psicanalista in un vortice di disavventure di ogni tipo, rimediandogli emozioni (e infortuni) mai patiti nel corso dell’intera vita. Uno schema basico, forse, ma che permette a Lasciati andare di mantenere un ritmo indiavolato, sradicando i personaggi da quegli appartamenti e da quelle stanze in cui solitamente vengono reclusi, e cercando di sposare alla verve dialettica anche un sano gusto per la corporeità in scena. Tra ruzzoloni, incidenti, minacce di morte e scazzottate al ristorante, Amato confezione una commedia brillante, che viene naturale sostenere nonostante alcuni passaggi a vuoto: dispiace veder utilizzato così per esempio il personaggio di Yuri, compagno di cella di Marinelli che irrompe in scena senza preavviso e si muove di sequenza in sequenza in maniera ondivaga, senza troppa attenzione al suo sviluppo.
Eppure a vincere è soprattutto l’alchimia che si crea nella coppia Servillo/Echegui, destinata a diventare triangolo scaleno con l’apparizione di Marinelli. Lì, e nella rilettura di un personaggio borghese costretto a fronteggiare il mondo che lo circonda e a uscire dal suo guscio/cella/utero, la sfida di Lasciati andare può considerarsi vinta.

Il punto di forza di Lasciati andare sta nella sceneggiatura composta da dialoghi freschi e per nulla banali, dove a farla da padrone è l’ironia delle battute affidate al protagonista Toni Servillo. Quest’ultimo si è dimostrato in grado di interpretare un ruolo da commedia, nonostante noi siamo abituato a vederlo in parti drammatiche. Per l’attore, infatti, è il primo ruolo in una commedia. Tutti gli interpreti (anche gli attori secondari) - Luca Marinelli, Carla Signoris e Veronica Echegui - sono perfettamente in parte. Quest'ultima ha dato grande prova delle sue capacità espressive in Lasciati andare, che si avvale anche di riferimenti letterari degni di nota e che gioca sulla presunta ignoranza delle giovani d’oggi. Parliamo di quelle ragazze che per molte persone, essendo belle e dinamiche, hanno un basso quoziente intellettivo. Insomma, non manca l’uso degli stereotipi nel film di Francesco Amato. La pellicola gode di un ritmo incalzante adatto al suo genere di appartenenza e in grado dimettere in risalto la sua grande verve umoristica, grazie alla quale difficilmente il pubblico in sala riuscirà ad annoiarsi. Infine, oltre al confronto generazionale dato dai due attori principali (Servillo e Echegui), emerge una profonda caratterizzazione psicologica dei diversi personaggi coinvolti, ognuno con i suoi problemi e con il suo modo di affrontare la vita di ogni giorno.

venerdì 26 febbraio 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot - Gabriele Mainetti

per completezza Lo chiamavano Jeeg Robot andrebbe visto insieme a
Non essere cattivo e Suburra, per due motivi, appare sempre Luca Marinelli e c'è Roma, protagonista dei film.
e allo stesso tempo sono tre film che vivono benissimo da soli.
Lo chiamavano Jeeg Robot parte lento, e poi cresce e sale a livelli molto alti.
non ti annoi un attimo, i personaggsono perfetti, la sceneggiatura funziona, tutto torna.
Enzo Ceccotti diventa Jeeg Robot grazie ad Alessia, una ragazza fuori di testa, i due si vogliono bene, si completano, si sostengono, si proteggono.
Alessia fa un lavoro a maglia durante il film, e alla fine si capisce cos'è, bisogna aspettare l'ultimo secondo per saperlo.
Claudio Santamaria e Luca Marinelli, i due supereroi, si combattono fino alla morte, alla fine Hiroshi diventa il protettore di Roma e dei romani.
è un film che merita molto, non avrai delusioni, lo so - Ismaele







Lo chiamavano Jeeg Robot è un tipo di cinema che in Italia non avevamo e che ora, forse, potremmo anche avere. Fancuore ai complessi d’inferiorità, al noi non possiamo mica fare quelle robe lì, al questo è un paese per vecchi (e commedie tutte uguali). Ecco qua, possiamo. Vai Hiroshi, menagli. Menagli a tutti.

La storia di Enzo Ceccotti è una storia appassionante, adrenalinica, intensa. Non ha nulla da invidiare alle storie delle origini nei blockbuster più commerciali perché la sua formula essenziale – ma comunque efficace – funziona alla perfezione. Eppure c’è un aspetto su cui la macchina di Hollywood ha un po’ schiacciato il freno a mano negli ultimi anni, e su cui la pellicola tutta italiana di Gabriele Mainetti insiste invece con deciso vigore: il ruolo del villain.
Tra i tanti meriti di Lo Chiamavano Jeeg Robot c’è anche questo, il non aver tratteggiato con minuzia solamente l’improbabile eroe di Tor Bella Monaca protagonista di tutte le vicende, ma anche il suo “avversario” Fabio Cannizzaro, interpretato da un magistrale Luca Marinelli, capace di dare spessore, carisma e – soprattutto – credibilità a un personaggio che in altri contesti sarebbe facilmente scaduto nella macchietta.
Perché un buon film è definito dalla somma di tutte le sue componenti: serve a poco investire sui modelli “in positivo” se poi non esiste una controparte alla pari che possa alzare la posta in gioco; la dinamica d’altronde funziona così. E forse risiede proprio in questo il segreto del successo (per ora critico) del film, nella decisione di calare la storia in un contesto urbano che aiuta a sospendere l’incredulità già in partenza, con protagonisti ritratti a tutto tondo che catturano l’occhio – e il cuore – dello spettatore…


Operazione coraggiosa dell'esordiente Gabriele Mainetti che parte da un soggetto geniale dove protagonista è un rapinatorucolo romano che scappando dalla polizia cade in un bidone radioattivo e acquista una forza sovrumana. Da qui il conflitto, creato ovviamente da una donna, se usare i propri poteri a scopo malavitoso o per aiutare il prossimo.

Mainetti conosce il genere, sfrutta l'immagine di uno dei robottoni più amati dalla generazione 80 e azzecca un bel titolo per nostalgici. La sfida ardita è quella di aver inserito dei supereroi in una Roma noir alla Caligari e direi che è stata superata ampiamente perché i due generi sono legati grazie ad effetti speciali misurati e un realismo che non manca mai. 
La sceneggiatura però non è sempre ad alti livelli e forse c'è qualche momento di troppo e la regia non va mai oltre il minimo sindacale. Come avviene sempre in un film di supereroi il cattivo toglie la scena al buono, anche perché è interpretato da uno strepitoso Luca Marinelli. Un film che comunque merita assolutamente di esser visto e sostenuto.

Mainetti dimostra gusto cinematografico e consapevolezza, autoironia e vigore, e si produce anche in ottimi pezzi di regia (la lunga sequenza finale è, in questo senso, pregevolissima). Soprattutto, il regista evita di perdere di vista, nella giustapposizione e sovrapposizione dei suoi immaginari di riferimento, il senso ultimo della storia: una fiaba metropolitana che vuole descrivere un moderno e originale senso di “eroismo”. Il riconoscimento del coraggio, e della passione che il regista ha profuso in questo suo esordio, è inevitabile. Così come il puntuale, ma questa volta pienamente convinto, applauso che accompagna i titoli di coda.

...Si potrebbe pensare che l’elemento più ispirato alla tradizione Marvel stia nell’ironia che tanto spesso sembra emergere dalla sceneggiatura, ma in realtà, se i film statunitensi preferiscono alleggerire la tensione con battute frivole la cui diretta conseguenza sta nella passionalità dei personaggi sminuita e spesso annullata, questo film si costruisce in maniera acuta e intelligente su un complesso sistema di paradossi. Mescolando il più vivo realismo alle dinamiche fantasiose del fumetto, Mainetti approda a un esercizio che, più che affievolire il pensiero critico dello spettatore, gli dà in pasto riflessioni e spunti che partono proprio dai contrasti evidenti tra realtà esperibile e immaginazione a a un esercizio che, più che affievolire il pensiero critico dello spettatore, gli dà in pasto riflessioni e spunti che partono proprio dai contrasti evidenti tra realtà esperibile e immaginazione...

Mainetti e i suoi compari l’hanno fatta grossa, davvero grossa,  Lo chiamavano Jeeg Robot è grande cinema, e nuovo, italiano come quando italiani erano i film avulsi da compromessi, film che esibivano, raccontavano, incantavano. Mainetti è riuscito, sta riuscendo, riuscirà (ne siamo certi) a far accettare come cinema popolare quella che fino all’altroieri era la visione blindata e respinta (dal sistema cinema, dal pensiero unico, dalla miopia nazionale) di Claudio Caligari, vede e riprende le periferie romane alla stessa maniera, le piazza su grande schermo per quello che sono davvero, cioè non-luoghi distopici, teatri perfetti per una storia come questa. Lo chiamavano e continueranno a chiamarlo Jeeg Robot. E poi Jeeg Robot Colpisce Ancora, e poi Jeeg Robot e Il Ragazzo Invisibile contro i Vampiri Dallo Spazio. Sogniamo seguiti e franchise a valanga, esaltati e commossi. Mainetti una via da percorrere, lui si che può,  e noi lo seguiremo. Sia lodato il Dio del cinema, sempre sia lodato.

Se nel leggere la trama si può pensare che il film sia prevalentemente una commedia, la sua visione ci mette dinnanzi ad un'opera dove più generi si sovrappongono, e dove la componente fantascientifica è oscurata da quella noir. Che molto prende ispirazione dalla rappresentazione di quella mala romana che tanto ha caratterizzato le opere nate sull'onda del successo di “Romanzo criminale – La serie” diretta da Stefano Sollima, e che in una certa maniera ne è diventato punto di riferimento per la rinascita del genere in Italia. Ed è proprio in questo che il film si discosta dal filone supereroistico americano, perché tutto viene riproposto con un punto di vista nostrano, lasciando ai minimi termini i punti di contatto con il genere di derivazione, non prendendosi perciò mai del tutto sul serio. Da questo punto di vista molteplici sono le scene dove la tensione viene spezzata da quelle battute che come dicevamo sono riconducibili alla dissimulazione figlia della commedia, e dove tutto di conseguenza viene dissacrato…

domenica 25 ottobre 2015

Suburra – Stefano Sollima

premesso che non si è mai visto un parlamentare della Repubblica Italiana andare con una prostituta in un albergo e che poi, addirittura, la giovane stia male per storie di droga (vedi qui), e che è una bestemmia dire che la Santa Madre Chiesa possa essere implicata in speculazioni immobiliari (qui o qui), lasciando da parte la follia di un papa che si dimette o che organizzazioni criminali possano controllare o ricattare esponenti politici, o interi partiti politici, ecco, fatta la tara di tutte queste ipotesi strampalate, Suburra è un ottimo film.
si legge qua e là che ci sono imprecisioni, esagerazioni, forzature, ma questo è solo un film da due ore, mica un saggio storico-antropologico-politico.
qualcuno potrà temere che sia un affresco di un mondo ormai consegnato alla storia, si rassicuri, è in ottima salute, passato presente e futuro vanno a braccetto.
tutti gli attori sono eccezionali, bravo Stefano Sollima che li dirige.
la fine, Viola che si allontana dopo aver fatto il suo dovere, un po’ Nikita, sotto una pioggia senza fine, è bellissima.
non perdetevelo, se vi piace il cinema - Ismaele





…Non so se Suburra sarà una nuova pietra di paragone per il cinema di genere italiano: solo il tempo ce lo dirà .
Ma noir di questo stampo ne abbiamo veramente ben pochi nella storia del nostro cinema.
Chapeau!

Cinema con la C che più maiuscola non si può.
E io che delle colonne sonore non parlo mai non posso tacere stavolta perchè siamo su livelli vertiginosi.
Molti, già lo vedo, storceranno la bocca su questa sceneggiatura a episodi e incastri che invece, secondo me, in due ore lega tutto che meglio non si può…

Suburra è girato da Sergio Sollima con una maestria e una consapevolezza stilistica altissime, con un’impronta profondamente nostra, frutto della storia del nostro cinema, e insieme allineato ai più avanzati e sofisticati linguaggi dell’action e del noir made in Usa. Peccato che tanta meravigliosa abilità di messinscena sia al servizio di un racconto di insopportabili schematismo e rozzezza, nonostante che per la sceneggiatura si siano messi all’opera nomi di fama e mestiere consolidati, lo storico duo di tanto nostro cinema (e tv) Stefano Rulli-Sandro Petraglia, più Carlo Bonini (da un suo libro inchiesta era tratto il precedente film di Sollima ACAB ) e Giancarlo De Cataldo, sì, l’autore di Romanzo criminale, il libro-matrice da cui tutto poi si è generato, il film di Michele Placido e la successiva Sky-serie. Più che un plot, un racconto didascalico e a tesi da vecchio cinema militante e di impegno civile, intriso di un sotto-brechtismo un po’ Mahagonny un po’ Arturo Ui con parecchi villain al lavoro, teso a dimostrare che oggi Roma Capitale è proprietà privata di una cosca dove poteri criminali, politici ed ecclesiastici si intrecciano
…Talmente bello e potente,Suburra, nella sua messinscena, nelle sue accensioni visionarie, da farci dimenticare le troppe semplificazioni del plot, e anche farci venire un qualche sospetto di manierismo. Questo, che verrà celebrato da molta critica come film assai contenutistico di denuncia, è invece pura forma, il più stilisticamente consapevole e radicale che il cinema italiano ci abbia dato di recente, altro che Sorrentino. Se i caratteri non sono tutti così riusciti (il migliore è il Samurai di un formidabile Claudio Amendola che lavora tutto in sottrazione inventandosi un boss che ti fa paura solo a guardarlo, i meno risolti sono il politico di Favino e il piccolo faccendiere di Elio Germano), gli ambienti in cui i personaggi sono collocati e si muovono tolgono il fiato, per come sanno restituire e suggerire un mondo, uno stare al mondo, un’antropologia…
…Al netto del suo ideologismo, Suburra è magnifico, lurido e buio, un’oscurità che è anche dell’anima e che ricorda nei momenti più alti L’infernale Quinlan di Orson Welles. Però l’ideologismo c’è, si fa sentire eccome limitando la grandezza del film, e non bastano a cancellarlo un profondo senso del cinema e una visione potente. Certo ci si aspettava con Suburra la rifondazione del nostro cinema popolare e di genere, un nuovo inizio, l’invenzione di un nuovo paradigma filmico per la nostra industria dell’entertainment, temo che l’obiettivo sia stato solo parzialmente raggiunto.

Mentre Caligari ripercorreva le borgate di pasoliniana memoria con una naturalezza che ricordava il primo Scorsese, Sollima guarda a modelli più giovani e spregiudicati: ci sono gli ammiccamenti e la fascinazione per il racconto circolare tipici del cinema di Paul Thomas Anderson; e c'è anche la ricerca di un'estetica della violenza, stilizzata quanto più possibile, sulla scia di alcuni modelli contemporanei (pensiamo soprattutto al cinema di Nicolas W. Refn). E poi c'è Roma, sotto un diluvio continuo, prossima a una probabile alluvione (che avvenne sul serio proprio in quell'autunno 2011). Se il libro di Bonini e De Cataldo era stato profetico, prima che esplodesse l'inchiesta di Mafia Capitale, il film arriva dopo i fatti di cronaca e li cavalca: la città diventa una protagonista inseparabile dal destino dei protagonisti e Sollima calca un po' la mano su questo elemento "fortunosamente" venuto ad arricchire il già abbondante materiale su cui era impegnato. Ma le (poche) cadute di stile sono tutte perdonate in questo affresco ultramoderno e iperattivo di un'umanità disperata e totalmente dominata dagli istinti: politici corrotti, mezzi uomini vigliacchi e umiliati, donne fatali tossiche e facili da comprare, gangster saggi e compassati e giovani criminali sanguigni e pronti a usare il coltello per dirimere qualsiasi controversia. Per chi ama il cinema di genere, per chi ama il cinema, vedere "Suburra" è come salire su una giostra lanciata a velocità smodata, con tanto di tappeto musicale avvolgente (affidato alle sonorità degli M83).

Non basterebbe una recensione, poi, per parlare degli interpreti, per applaudirne la bravura, dato che tutti sono davvero in grande forma. Per non fare torto a nessuno dei divi già citati, ce la caviamo con una parola finale per Alessandro Borghi e il suo Numero 8, il boss di Ostia romantico e spietato: siamo di fronte a un ex caratterista, pronto a diventare una stella di prima grandezza. Nei suoi occhi rivediamo qualcosa che ci ricorda Gian Maria Volonté.