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domenica 5 ottobre 2025

La voce di Hind Rajab - Kaouther Ben Hania

il film è semplice semplice, drammaticamente semplice, una bambina che non vuole morire è sotto il tiro dei soldati nazifascisti israeliani a Gaza.

il film è tutto al telefono, con la voce vera di Hind Rajab, che chiede aiuto alla Mezzaluna Rossa, che non riuscirà a salvarla.

gli attori sono bravissimi, non riescono a non essere coinvolti dalla telefonate della bambina.

Hind è in mezzo a un genocidio, quegli assassini sparano a tutto e a a tutti, personale sanitario e delle ambulanze per primi.

non c'è molto da dire, solo che è un film da non perdere.

buona (sofferta) visione - Ismaele

  

 

ps: negli ultimi anni sono apparsi due bei film europei tutti al telefono: Il colpevole (Guilty) e Locke 

 

 

  

…Le voci dei personaggi spesso si intersecano con quelle dei veri operatori della Mezzaluna Rossa, in alcune occasioni addirittura si sovrappongono: il risultato è un cortocircuito emotivo che pare limitarsi all’angusto spazio del centro operativo, senza fornire un’apertura ampia sulla cronaca che si sta verificando (e che si è verificata, diventando Storia) all’esterno. La fiction ricostruisce la cronaca servendosi dei dati reali e oltrepassa il limite del non rappresentabile ampliando l’orizzonte. I file con la voce della povera bambina, già famosi perché divulgati in rete, trasportano la vicenda dai social e dalle cronache in cui sono circolati alle sale e ai festival, catturando nuove fette di pubblico e diventando ulteriori momenti di denuncia e commozione.

Il cinema lavora sui suoi limiti agendo per preterizione, accettando di non mostrare per lavorare su altri canali di espressione. Dando purtroppo per scontato il controcampo pur nella sua invisibilità e utilizzando la sola voce in una situazione i cui gli spari la rendono perfettamente immaginabile, il film mostra una forza di evocazione ancora più potente perché si concentra sul simbolo, sull’icona materializzata, come le macchie di luce su un vetro che, ingrandite, rivelano la sagoma stilizzata e inerme della bambina disegnata dagli operatori in precedenza…

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Nel corso degli 86 serratissimi minuti che compongono La voce di Hind Rajab, emerge tutta la fatica degli operatori nel tentativo di dialogare con una bambina avvolta dalla morte; l’impotenza dell’aiuto a fronte di una tragedia umanitaria ancora in corso;  l’incomprensibilità di settanta minuti di telefonata in cui si consuma una vita ancora inesplosa. Omar vuole coordinare, non può limitarsi all’ascolto impotente. Rana partirà truccata, spronando Omar a fare il suo lavoro, ma il suo viso finirà per confondersi con il bianco del suo completo. Mehdi tenta di restare vigile, la psicologa Clara di offrire il supporto necessario a una situazione totalmente disumana. Il controcampo uditivo è quello della totale confusione della piccola Hanood, che risponde continuamente di “no“, che pensa che gli altri stiano dormendo, che afferma che non le piace niente, che sa che non c’è tempo. Proprio questa corsa contro gli istanti che fuggono annienta i volontari della Mezzaluna, interpretati da attori professionisti che hanno avuto accesso alle registrazioni autentiche di Hind solo una volta sul set…

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La voce di Hind Rajab non esce mai dalla postazione della Mezzaluna Rossa in cui si trovano gli operatori – li interpretano Saja KilaniMotaz MalheesClara KhouryAmer Hlehel – che parlano al telefono con la bambina mentre, impotenti, provano a salvarla. L’operazione richiederebbe 8 minuti, non di più, ma la burocrazia delle zone di guerra complica i piani. Quando l’ambulanza parte il rischio è alto, anche per i soccorritori. Kaouther Ben Hania, tunisina, candidata all’Oscar Internazionale per L’uomo che vendette la sua pelle (2020), costruisce La voce di Hind Rajab sulla sovrapposizione di fiction – gli operatori al telefono sono attori che interpretano la parte dei veri operatori replicandone il comportamento con millimetrica esattezza – e brutale oggettività – la voce della bambina – e in mente ha un cinema ibrido, politicamente incendiato, a scardinare il concetto di rappresentazione e forzare i limiti dello storytelling cinematografico. Annullare e riscrivere la fiction, contaminandola con la realtà; questo è il gioco. Era possibile spingersi oltre, muovendo verso frontiere artisticamente più audaci, ragionando sul rapporto tra verità e rappresentazione, ma non era la priorità di Kaouther Ben Hania. Era l’emozione la cosa più importante, e la morale che viene subito dopo. La morale, in cinque parti, e uno strano paradosso, sono i segreti di un film tremendo e irrinunciabile…

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Gli applausi a Venezia non cambiano nulla della situazione a Gaza. Hind Rajab non c’è più, e insieme a lei, molti altri bambini ogni singolo giorno. La carestia continua a crescere. Le bombe continuano a cadere.

Piuttosto che rappresentare solidarietà, questi gesti cinematografici funzionano come performance simboliche che pacificano il pubblico globale lasciando intatte le strutture della violenza. Operano meno come interventi e più come rituali di coscienza, progettati per produrre gratificazione morale per gli spettatori piuttosto che sollievo materiale per le vittime. Ciò che emerge non è consapevolezza – poiché la consapevolezza satura già la sfera mediatica globale – ma uno spettacolo di sofferenza accuratamente curato, tradotto in capitale culturale. Lo stesso applauso che segue diventa un segno di sicurezza morale, consentendo agli spettatori di affermare la propria umanità mentre le condizioni di disumanità rimangono immutate.

Traduzione a cura di Grazia Parolari

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Kaouther Ben Hania punta la cinepresa sui volti dei protagonisti, tutti bravissimi, sceglie uno stile asciutto e senza fronzoli, quasi documentaristico, soffermandosi su pochi gesti di cameratismo e conforto (quelli commuovono realmente) e annullando il confine tra drammatizzazione ed eventi reali grazie all'uso intelligente di file audio e cellulari. Bastano questo, il tempo scandito con un pennarello impietoso e le inquadrature finali di una madre compresa in un dignitoso dolore, a stringere il cuore di chi vuole ascoltare e capire, anche quando c'è solo silenzio. Perché è sicuramente la voce, reale, terrorizzata, di Hind Rajab, puntellata da spari e dal suono dei cingoli di un carro armato, a schiacciare come un macigno, ma è ancora più orribile ciò che non si vede e non si sente. Non si sente la voce di chi sta comodo in poltrona a distribuire con ostentazione una stiracchiata salvezza, solo perché "importante"; non si vedono i soldati israeliani, impegnati in un folle gioco tra gatto e topo (nel dialogo più terribile del film si sottolinea l'impossibilità che i soldati non si siano accorti della presenza di una persona ancora viva, e la certezza che la conversazione venisse intercettata, e visto il livello tecnologico dell'esercito israeliano solo chi è in malafede potrebbe sostenere il contrario); non si vede l'ultimo, disperato viaggio di un'ambulanza che non ha mai raggiunto la destinazione, rappresentata dal disegno di un'auto su una mappa digitale. Non si vede tutto ciò che hanno vissuto gli operatori della Mezzaluna Rossa prima di quella terribile telefonata, né tutte le tragedie che sono seguite, e davanti all'orrore di tante vite spezzate inutilmente, la vera domanda che mi tormenta dalla fine del film è se chi non è morto abbia ancora la forza psicologica di resistere e combattere per rimanere sano di mente, perché io non so proprio se riuscirei. Lasciate perdere le diatribe oziose da festival cinematografici e le critiche dei cosiddetti esperti del settore e, per una volta, date retta al cuore, anche se rischia di spezzarsi; correte a vedere La voce di Hind Rajab e tenetevi strette a lungo le sensazioni che vi lascerà, perché ce ne sarà bisogno, se vorremo rimanere umani nei tempi bui che ci aspettano.

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lunedì 28 luglio 2025

Aïcha (Una sconosciuta a Tunisi) - Mehdi Barsaoui

una ragazza vuole fuggire dalla sua vecchia vita e dalla famiglia opprimente.

l'occasione fa la ragazza fuggitiva, ma non va troppo bene, infine, trova due persone che l'aiutano.

cambiare identità va bene, Amira, Aya, e, alla fine, Aïcha, il nome scelto per vivere.

Fatma Sfar è l'attrice protagonista, ed è bravissima.

un film sociologico, critico della sudditanza lavorativa, e sopratutto poliziesco, un ottimo film per finire la stagione cinematografica.

il film è in una cinquantina di sale estive, i filmacci statiunitensi occupano le sale, come al solito, decolonizzatevi dall'impero, andate a vedere questo piccolo e meritevole film.

buona (misteriosa) visione - Ismaele


 

 

 

 

…Una sconosciuta a Tunisi è un film che pulsa, che provoca, che non accetta la comodità. È un racconto di identità rubate e ritrovate, di coraggio e paura, di controllo e insubordinazione. È anche una denuncia politica, ma senza slogan. Tutto è immerso nell’intimità del vissuto. Non ci sono eroi, non ci sono mostri. Solo esseri umani complessi, pieni di contraddizioni, come la società che li ha generati.

Barsaoui firma un’opera matura, visivamente potente, moralmente inquieta. Non giudica i suoi personaggi, non li risolve. Li osserva con empatia e rigore. E ci chiede di fare lo stesso. Perché, alla fine, siamo tutti un po’ Aya. Tutti in cerca di una vita che sia davvero nostra.

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Aïcha è la storia di una presa di coscienza, di un corpo che trova il coraggio di mostrarsi (la bellissima interprete Fatma Sfar nel corso della storia cambia vestiti e acconciature di continuo, liberandosi nel finale di un metaforico velo), di una società che trova la forza di ribellarsi. Lo stile è come da copione piano e classico, la narrazione ampia e meccanica nei suoi colpi di scena, con alcuni personaggi che meritano una punizione e la ottengono (i genitori di Aya), altri che si redimono nel corso del racconto (il poliziotto disilluso che un po' alla volta contribuisce a far emergere la verità) o altri ancora che mostrano da subito una solidarietà naturale (la proprietaria di una panetteria che accoglie Aya come una figlia)...
Tutto, insomma, è evidente, evidenziato, scandito, ma non per questo poco efficace. Semplicemente, senza strafare e senza troppo aspettative (non avrebbe senso tirare in ballo "Il fu Mattia Pascal"...), a volte le storie giuste possono essere raccontate in modi altrettanto giusti, e semplici.

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…Tratto da un fatto di cronaca avvenuto nel 2019, il film parte dal presupposto di mettere in discussione qualcosa che sembrerebbe impossibile ed inattaccabile: l’autorità genitoriale. Come si fa ad infliggere una tale sofferenza ai propri genitori facendosi credere morta? Si deve arrivare ad un punto di disperazione e sofferenza atroci.

Ed è proprio su questo punto che Una sconosciuta a Tunisi riesce a convincere, anche grazie all’interpretazione della protagonista. Anche la Tunisia, tra i paesi del mondo arabo più moderni e liberi, è piena di contraddizioni e paradossi, in cui bisogna fare i conti, quotidianamente con la ricostruzione di se stessa, tra frustrazioni, ingiustizie sociali, pressioni familiari, diktat religiosi e sociali, credenze ancestrali e desideri tarpati. L’altra interessante forza espressa dal regista e la stratificazione in cui si dipana la storia e l’intreccio raccontati: la corruzione e l’oppressione dei poteri forti onnipresenti nella vita del popolo, che condividono lo scenario con il rapporto di sottomissione, la misoginia, il sessismo. Da Aya ad Aïcha, passando per Amira, sono queste le tre identità dell’interprete principale, a dimostrare un passaggio graduale e necessario all’interno del film che ogni volta sembra assumere tinture di genere sempre diverse, ponendo in rilievo maggiormente il presente dei personaggi, al di là di ciò che diventeranno. E il finale effettivamente è l’emblema di questo slancio, di un primo passo verso una profonda e auspicata realizzazione.

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Fin troppe volte Aya è costretta a sparire, a cambiare, a divenire Amira, ad adeguarsi, a ribellarsi e, nel finale, prendere il nome che in originale dà il titolo al film: Aïcha, ossia “vivere”. Perché cambiare, tanto per l’uomo quanto per un intero paese, significa accettare e rassegnarsi al cambiamento, e questo è condivisibile, poetico e sacrosanto, funge da struttura ad un racconto che si lascia guardare e, se non altro, di tanto in tanto colpisce… Ma nulla di più. Una sconosciuta a Tunisi è un’opera di concetto, importante e sentita a tal punto da voler trovare ogni modo possibile per farla intendere a fondo, perché venga introiettato un principio fondamentale in cui il regista crede, su cui ha probabilmente ragione, ma ripetuto fin troppe volte…

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Il male però è insidioso, si nasconde per non farsi beccare, dietro una parola gentile può venire fuori quando meno te lo aspetti. Aya-Amira è sospettosa, sul chi va là eppure ogni volta sembra tutto andare ancora peggio, la situazione aggravarsi, la sua posizione sdrucciolevole: l’intelligenza, la forza di andare avanti, la pervicacia non sembrano portarla da nessuna parte. Sola, fuori legge, dopo ogni sventura rasa a zero come un foglio bianco su cui vergare la prima parola (o un nuovo nome), la protagonista di questa storia cruda e disperante non intende cedere: ha troppa dignità per piegarsi, anche senza armi è forte, una furia di dimensioni ridotte, dai capelli morbidi e sensuali, dal corpo sinuoso fatto per la danza (che attua solo in una scena allucinata in discoteca). Intenso.

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giovedì 31 marzo 2022

Una storia d'amore e desiderio - Leyla Bouzid

un film d'amore nel quale i protagonisti sono una ragazza e un ragazzo che studiano alla Sorbona.

hanno radici fragili, Ahmed. francese di origine algerina, con un padre giornalista che è dovuto fuggire dal suo paese per non essere ammazzato, e vive nella depressione e nell'orgoglio, Farah arriva da Tunisi, e incrociano le loro strade alla facoltà di letteratura.

Ahmed è timido, e si vede, Farah non lo dimostra, ma anche lei lo è, si seguono, si inseguono, si cercano, si lasciano, si ritrovano, galeotta fu la poesia.

hanno quell'età nella quale tutto può essere, tutti sappiamo e lo abbiamo vissuto, vivono all'università, nelle cui vene scorre la cultura, l'amore, il futuro, noi facciamo il tifo per loro, ça va sans dire.

un gran bel film, Leyla Bouzid è davvero brava (qui la sua opera prima).

buona visione, cercatelo e godetene tutti - Ismaele

 

 

 

 

 

…Il film di Leyla Bouzid ha una struttura narrativa molto semplice che, però, spinge alla profondità del pensiero e della riflessione. Anche lo stile registico di Una storia d’amore e di desiderio mantiene quest’attitudine a farsi quasi da parte, diventando sguardo e spettatore di una crescita personale. In questo modo, dunque, a prendere notevolmente il sopravvento sono i due ragazzi che, insieme, creano una sorta di melodia prima dissonante e, poi, sempre più orchestrata. A prima vista, questa potrebbe sembrare una storia simile a molte altre, concentrata sul mondo giovanile e le loro difficoltà. In realtà, a rendere questa narrazione insolita ed interessante è il suo nuovo punto di osservazione.

Solitamente, infatti, siamo abituati a confrontarci con le problematiche legate all’intimità e al sesso da una prospettiva esclusivamente femminile. Questa volta, invece, tutto è rovesciato e il focus è indirizzato sul mondo maschile. In questa eterna dicotomia dei sessi, dunque, i ruoli sembrano essere completamente rovesciati. La sicurezza dei sentimenti e del corpo appartengono esclusivamente alla ragazza, mentre il mondo maschile si trova ad affrontare una serie di difficoltà nella gestione delle emozioni e della sessualità. Una prospettiva molto interessante, quella di Una storia d’amore e di desiderio che, giocando sullo scambio delle parti, per una volta mostra come, nel gioco dell’amore e del desiderio, spesso non esistono né vinti e né vincitori.

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…Da segnalare la bravura di Sami Outalbali (Sex Education 2) che riesce a regalarci un’ottima interpretazione, conferendo al suo personaggio quella freddezza e distacco utili a comprendere il suo mondo interiore. Non è un caso che Ahmed si ritrovi attorno a sé tutte figure femminili forti, oltre a Farah, la sua insegnante di letteratura comparata e sua madre, che si può definire colei che porta i soldi a casa, mentre suo padre non lavora. Ed è proprio attraverso la descrizione del mondo femminile che si muove tutta l’opera della Bouzid.

Una storia d’amore e di desiderio si rivela un’opera capace di descrivere con grande delicatezza la differenza tra culture, l’amore adolescenziale e la scoperta della sessualità, grazie ad una solida sceneggiatura e a un cast di attori tutti in parte, che ci permettono attraverso le loro eccellenti interpretazioni di cogliere ogni sottile sfumatura del racconto.

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Ahmed (Sami Outalbali) è uno studente di diciotto anni con la passione per le letterature comparate. Figlio di esuli algerini, il ragazzo impara presto a mantenersi in equilibrio fra la desolata Banlieue della sua infanzia e Parigi, sorta d’inafferrabile Eden in cui ogni giovane ambisce a perdersi. Il ragazzo conduce effettivamente due vite: la prima di esse si svolge all’interno del proprio feudo domestico, nell’accogliente seppur gelido nido incastonato fra i grattacieli della periferia. Tra le braccia di questa nicchia marginale, Ahmed si sente (suo malgrado) a casa. La quotidianità è fatta di lavoro manuale e piccoli gesti nei quali sonnecchia un mondo lontano – un mondo che emerge a tratti come da un abisso e in cui spiccano tanto la nervosa onniscienza materna quanto l’enigmatico silenzio paterno.

Dall’altro lato del mondo sorge la Capitale, l’Occidente, l’enorme e sinistro soggiorno dell’oscuro maniero chiamato Europa. Al centro del salotto tutto pietre e stradine, arroccata come un forte sul latifondo di un vecchio Signore, emerge anche l’Università per antonomasia, la Sorbone, con il suo variopinto popolo di futuri burocrati e filosofi da cafè. Ahmed vi si accosta pian piano, a passi felpati, spalancando gli occhi come un animale impaurito e al tempo stesso curioso. In un angolo, Farah (una bravissima Zbeida Belhajamor, qui al suo esordio sul grande schermo) pare condividere lo stesso destino: anche lei viene da una terra lontana chiamata Tunisi, anche lei nasconde il proprio smarrimento nei libri di scuola, anche lei è alla costante ricerca di un qualcosa che probabilmente giace ancora dall’altra parte del Mediterraneo. Come si dice in questi casi, les jeux sont faits: attraverso il loro incontro (tutt’altro che fortuito), i due fuggiaschi inizieranno a costruire un giardino segreto, un Paradiso terrestre fatto di poesia e di sogni coniugabili soltanto al condizionale…

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Through a simple and intelligent story, Leyla Bouzid succeeds in A Tale of Love and Desire to address all the complexity of the turbulences animating bodies and minds. A portrait of the hunger of youth that echoes with great resonance, as it mirrors the self-censored aspirations of people living in the margins, where the question of sexuality is also based on unspoken rules. Carried by a duo of actors who are very well cast because full of character, the film hides under its appearances as a classical coming-of-age story a great originality and several levels of social readings, at the intersection of instinct and reflection, repression and liberation. Because to the question of the poet, "Can pure love be consumed? Should it?", life naturally offers its own answers. 

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giovedì 15 ottobre 2020

Un divano a Tunisi (Arab blues) - Manele Labidi

protagonista della commedia agrodolce, come tante commedie italiane a cui si è ispirata la regista, è la straordinaria Golshifteh Farahani (interprete in NiwemangAbout Elly e Paterson, fra gli altri film), attrice iraniana esiliata, per fare film sgraditi agli ayatollah e ai dittatori di quello sfortunato paese.

si prendono in giro i tunisini, senza cattiveria, scavando, come fa la psicanalista, nei loro cervelli e nella loro anima.

il film non è un capolavoro, ma è un soffio di aria fresca, anche in Tunisia, se e quando lo proietteranno, ridere, sopratutto di se stessi, è una cosa impagabile, buon segno.

per i poveri incassi dei cinema è un piccolo miracolo, vanno in pochi in sala di questi tempi, ma un po' vanno a vedere questo film (ed escono contenti).

cercatelo e godetene tutti - Ismaele 



 

 

Tra personaggi onirici e a tratti fumettistici, “Un divano a Tunisi” è metafora di vita e Storia, dove per Storia si intende anche quella che ha fatto della terapia psicanalitica una strada in salita, che sempre più persone smettono di avere paura di percorrere.

Con una fotografia caratterizzata da colori caldi rappresentativi di un luogo vivace, dove vigono norme e canoni che rispettano un ideale diverso di libertà, la regista Manele Labidi Labbé traccia con mano sicura un ritratto sociale, economico e politico di un Paese che si ricostruisce giorno dopo giorno. Tra personale e universale, privato e pubblico “Un divano a Tunisi” racconta difficoltà e lotte interne, dove l'importanza di conoscersi, resistere e combattere non è poi così ovvia e banale come ci piace credere.

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Impeccabile nella confezione e garbato come ci aspetta  da una commedia di stampo classico, categoria a cui tutto sommato Un Divano a Tunisi appartiene, secondo noi il film non è altrettanto efficace nel perseguire il suo intento più profondo e cioè quello di fare le pulci e denunciare il malessere esistenziale del paesaggio politico, istituzionale ma anche sociale che concorre con le sue liturgie e i suoi rappresentanti a movimentare la vicenda. Nonostante la simpatia dei personaggi e la leggerezza con cui questi si relazionano alla protagonista Un divano a Tunisi non riesce mai a diventare altro, rimanendo in qualche modo irretito dall’intrigante sguardo della bella protagonista.

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Racconta un paese dal quale i giovani come Olfa, Aisha Ben Miled, vogliono fuggire anziché restare per costruire una Tunisia nuova, ora che hanno conquistato libertà e democrazia. Un paese ancora arretrato, che fatica a misurarsi con questa libertà, anche nei costumi e nel modo di essere. Si parla di integralismo religioso, di matrimoni combinati, di omosessualità – soprattutto grazie al personaggio del fornaio Raouf, interpretato da Hichem Yakoubi – ma anche di gestione clientelare della cosa pubblica. Il poliziotto Naim, Majd Mastoura – Orso d’oro a Belino per Hedi di Mohamed Ben Attia – paladino della legalità, appare come una mosca bianca. Insomma una Tunisia piena di potenzialità ancora per buona parte inespresse. L’auspicio di Labidi è quello di una liberazione finalmente anche culturale e mentale. È questa la scommessa sul proprio paese che la protagonista porta alla storia, col suo studio di  psicoterapia. Per accompagnarla, la regista sceglie la voce di Mina e le note di un classico della canzone italiana anni ’60 come Città vuota, assieme alla meno conosciuta Io sono quel che sono, che ben si confà al mood della protagonista e suggerisce un parallelo tra l’Italia del boom e la Tunisia di oggi, proprio in termini di opportunità di progresso da cogliere e potenzialità da sfruttare.

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"Un divano a Tunisi" è un'opera leggera che trova nella terapeutica virtù del sorriso la ricetta per costruire un dialogo intorno a questioni delicate, rimaste in silenzio negli anni più bui del governo tunisino. A metà strada tra la vivacità maghrebina e l'essenza della commedia francese un "Divano a Tunisi" è stato premiato dal pubblico delle Giornate degli Autori durante l'ultima Mostra del Cinema. L'entusiasmo degli accreditati in sala lascia ben sperare per un buon risultato nelle sale che affrontano i dubbi della riapertura. Sperando che il film, inizialmente programmato ad aprile, riesca a farsi strada nella calca dei prossimi mesi. Lo meriterebbe la bella e coraggiosa Selma vera anima battagliera che si nasconde dietro al dissimulato candore di Golshifteh Farahani.

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Cinema d’autore? Intelligente? Bene intenzionato? Qualunque sia l’etichetta, Manele Labidi filtra il mondo sotto una lente tragicomica, guardando (per sua esplicita ammissione) al modello della commedia all’italiana; risate, malinconia e una spruzzatina di satira sociale. Rispetto allo standard di Monicelli & Co. uno sguardo più affettuoso, e un’umanità meno cinica. Ma dal momento che parliamo di sguardi sul mondo e non di dogmi, va bene così. In fondo il secondo pregio del film è di scegliere l’umorismo, rigettando la fosca pesantezza del cinema di qualità alle prese con grandi idee, uno stereotipo dannosissimo, quando si tratta di scandagliare le pieghe più aspre del racconto.

Quello che manca è lo scarto di una regia capace di irrobustire il film al di là dello spunto di partenza. Nel vissuto problematico dei pazienti di Selma, il riflesso di un paese traballante che si apre alla modernità, alla libertà e alla democrazia senza un’idea chiara della direzione da prendere. Saldare i fantasmi del passato, le angosce del presente e le ombre del futuro per far la pace (dentro e fuori) e razionalizzare i traumi di un vissuto, pubblico e privato, problematico. Questa è la nobile sfida di un film che si sforza di parlare in prima persona, singolare e plurale. E che funziona solo a metà. Quella pubblica. Perché la traiettoria della protagonista Golshifteh Farahani, professionale e sentimentale, finisce per rimanere un po’ inespressa e sacrificata.

Un divano a Tunisi tenta di illuminare il filo sottile che lega mondi all’apparenza poco propensi a comunicare e influenzarsi. Politica, famiglia e femminilità, tanto per citarne alcuni. Un discorso comune, di libertà e emancipazione che parte dall’intimo per sfociare nel sociale e tornare di nuovo nell’intimo. Selma cura i suoi pazienti, cura il suo paese, cura la sua famiglia, cura sé stessa. Ma il film non ha la forza di restituire fino in fondo il senso e la fatica immane di questa sfida. Ne coglie la necessità, e il senso aleatorio di un presente in continua transizione. Non è poco, ma non si va molto oltre.

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El tono demasiado ligero de Un diván en Túnez puede ir en detrimento de la propia película. Sin embargo, su duración breve y su tono fresco hacen que la película resulta divertida y agradable. Pero deja en el tintero algunas cuestiones y reflexiones como la fascinación de la protagonista hacia un personaje de carácter más autoritario. Si se emplea a fondo en las relaciones familiares y sobre todo es muy destacable el empleo que se hace de la figura de Sigmund Freud a lo largo de Un diván en Túnez.

Quizás pierda un poco por dejar de lado o tratar de forma tangencial los problemas de Túnez actualmente tratando de construir su democracia y la situación en la que se encuentra. A mi parecer, aunque la situación personal de los personajes es interesante, ese punto de profundidad política engrandecería la cinta.

Un diván en Túnez se suma a la serie de comedias franco árabes que sirven como un excelente retrato de nuestros vecinos del Norte de África y una forma de visualizar un tipo de filmografía amable y que generalmente no es la más comercial. Un debut notable.

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La directora nos ha querido mostrar todo esto a través de una comedia amable, en todo momento se ha desvinculado del drama y no ha querido hacer una cinta de denuncia. Todo está contado desde un punto de vista femenino. Llama la atención muchas situaciones que tiene que sufrir la protagonista, como la nefasta burocracia que impide un ejercicio administrativo ágil y eficiente y también el rechazo de muchas personas que creen que, por venir de Francia, no conocen el funcionamiento del país y la consideran inferior a los demás.
La película es entretenida, nos muestra la convivencia entre pasado y presente en una sociedad en la que tradición y modernidad todavía chocan, pero no les queda más remedio que tirar para adelante. La interpretación de Golshifteh Farahani es parte fundamental de la película. Tiene unas miradas, unos gestos y muecas bastante llamativas, porque en ningún momento da crédito a todo lo que está viendo y le está sucediendo. Merece la pena su visionado.

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Una brava protagonista – Golshifteh Farahani – un soggetto coraggioso – scritto dalla regista Manèle Labidi insieme a Maud Ameline – una love story prevedibile e un epilogo un po’ stiracchiato fanno di Un divano a Tunisi un’opera riuscita solo a metà: il coraggio può essere una buona arma, ma se non se ne fa un buon uso ci si può ritorcere contro.

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lunedì 2 maggio 2016

Appena apro gli occhi - Canto per la libertà - Leyla Bouzid

come in Iran, anche in Tunisia la musica è un potente mezzo di critica e insoddifazione, e per questo vanno perseguitati i musicisti.
il film è ambientato a Tunisi, qualche mese prima che Mohamed Bouazizi si desse fuoco e cominciasse la primavera araba, forse l'unica andata bene (l'Egitto, purtroppo è stato sommerso da militari, galera, torture e omicidi, ma questo è un altro discorso).
Farah è una ragazza di 18 anni, brava a scuola, con la passione per la musica.
solo che certi argomenti non si possono cantare, la polizia ascolta tutto, e picchia e spaventa.
riescono a zittire Farah, e la madre...
non dico altro per non togliervi il piacere di scoprire da voi un piccolo gioiellino.
un'opera prima davvero bella, peccato sia solo in una decina di sale in tutta Italia, meno male che c'è qualche pazzo che proietta questo film, grazie anche a lui.
vogliatevi bene, non perdetevelo - Ismaele


ps: se uno, dopo averlo visto, dice carino, lo sfido a duello.






…L’azione si svolge a Tunisi, nell’estate del 2010, a pochi mesi dalla caduta del regime di Ben Ali. Farah (Baya Bedaffar) è una ragazza di 18 anni, radiosa, libera e appassionata. Tutte le sue energie migliori sono profuse nella musica. Farah ha infatti una band, Joujma, composta dall’amica di scuola Inès (Deena Abdelwahed), che cura tastiere ed effetti, Borhene (Montasser Ayari), che scrive i testi e suona l’oud, e altri due ragazzi, Sami (Marwen Soltana) e Ska (Youssef Soltana). Entusiasti, sono passati da cover a canzoni originali che mescolano sonorità e ritmi tradizionali a colori contemporanei, acidi ed elettronici: i testi gridano la rabbia e l’impotenza di un’intera generazione, stretta fra l’incudine di un potere mafioso e oppressivo e il martello di un occidente che lusinga e annega. "Paese mio / terra di cenere", "Appena apro gli occhi / vedo chi si ritira in esilio", "Come un uccello notturno / che cerca di sfuggire all’inevitabile", "Ci chiediamo / che cosa vogliamo scatenare"…
Il film si lascia ricordare anche per la felice sicurezza con cui Leyla Bouzid domina la retorica visiva, alternando fra sequenze tutte girate a macchina a mano, strette e nervose, perlopiù imperniate sul punto di vista di Farah (pur non mancando soggettive ascrivibili alla madre nella seconda parte del film) ed altre in piano sequenza: qui la cinepresa, appoggiandosi a lievi traiettorie dello sguardo, raccoglie la verità di un gioco attoriale che talvolta slitta dalla voce recitante a quella cantante e viceversa, senza mai perdere di intensità nella ricerca della performance pulita. Stiamo parlando, evidentemente, di resa e direzione d’attori, e se è doveroso un plauso incondizionato per le due interpreti principali, entrambe in grado di esprimere un ventaglio ricco e vibrante di sfumature, colpisce in Leyla la capacità di ottenere il massimo di verità dai molti non professionisti presenti, anche nelle sequenze di musica dal vivo, dove tutti gli attori suonano e cantano in presa diretta. Difficile se non impossibile, capire quanto di questa feconda sinergia fra musica e cinema si debba alla qualità del lavoro di scrittura musicale del compositore irakeno Khyam Allami e del paroliere tunisino Ghassan Amami, in entrambi i casi pregevolissimo e messo con intelligenza a sistema dal regista.

Appena apro gli occhi è un film che funziona sulla visione, come dice il titolo stesso che è anche la canzone di Farah. Gli occhi sono quelli dell’esplorazione della vita – vedi la scena in cui Farah fissa il corpo nudo del suo fidanzato dopo il loro primo rapporto – ma anche quelli che permettono di vedere oltre le apparenze. Ma gli occhi sono anche quelli che ti spiano, dei bambini che osservano di nascosto Farah e il compagno che si appartano nei vicoletti stretti della Tunisi vecchia. Un voyeurismo che è anche quello di uno stato pervasivo, che ti controlla, che non ti lascia per un istante.
Buona prova alla sua prima regia per Leyla Bouzid, figlia d’arte, del cineasta Nouri Bouzid.Appena apro gli occhi è un lavoro onesto e sincero, uno sguardo al femminile attraverso l’empatia che si crea con la ragazza protagonista, un documento di un mondo sull’orlo del collasso.

L’universo femminile è rappresentato come una forza dirompente, che tramite le due meravigliose protagoniste, Farah e sua madre Hayet, espone una visione della femminilità in cui l’autocoscienza e l’autodeterminazione non negano ma rinforzano la potenza dell’eros e della corporeità, che in un contesto come quello mostrato dalla Bouzid assumono un valore rivoluzionario. In tal modo la fisicità e la musicalità di Farah la rendono “colpevole” agli occhi del regime per la propria mancanza di limiti. Oltre a quello della regista sulla coppia di protagoniste, ancora più importante è lo sguardo di amore che la madre Hayet rivolge alla figlia, anche se la pienezza di tale sentimento emerge progressivamente, e con esso le sfumature di orgoglio e doloroso rispecchiamento.

Il regime, come si dice, sopporta certe cose come il fumo agli occhi. Specie se, al proposito, canzoni come Appena apro gli occhi parlano di gente piena di problemi, privata del lavoro e del cibo, di uomini “che si ritirano in esilio e attraversano l’immensità dell’oceano in pellegrinaggio verso la morte”. E ancora: “A causa dei problemi del loro Paese le persone perdono il senno alla ricerca di nuovi problemi, diversi da quelli che già conoscono. Vedo persone che si stanno spegnendo. Impregnate del loro sudore, le loro lacrime sono salate, il loro sangue è stato rubato e i loro sogni sono sbiaditi…”.

"Il film è nato da alcune immagini forti che mi appartengono - spiega la regista che vive a Parigi - lo stato poliziesco nel quale sono cresciuta e il rapporto madre-figlia. Per quel che riguarda l'epoca a me interessava raccontare le premesse della rivoluzione, quell'atmosfera di paura e paranoia in cui vivevamo, volevo raccontare come quel contesto potesse distruggere l'energia dei giovani. Ma allo stesso tempo volevo tratteggiare come i tunisini a partire dal dicembre del 2010 avessero cominciato a svegliarsi: le lingue a sciogliersi, i ragazzi a parlare sui social network, le persone a criticare il regime. Per noi si trattava di un passo da giganti e si percepiva che nel giro di poco qualcosa di incredibile sarebbe successo". Una parte importante del film è riservata alla musica. "Le canzoni sono state interamente composte per il film - spiega Leyla - scriverle e formare il gruppo sono state la sfida maggiore. Perché il film fosse riuscito prima di tutto doveva essere riuscita la musica. Con un amico poeta, Ghassen Amami, abbiamo lavorato a partire da alcuni miei testi in francese e lui si è messo nella pelle di Borhène, alcuni brani sono stati scritti di getto, su altri ci abbiamo lavorato di più.". Al centro del film il rapporto madre-figlia nel quale emerge il desiderio di modernità della ragazza che si scontra con una società tradizionale e patriarcale che mal sopporta i sogni di Farah.
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