Y è un regista che sta per iniziare a girare un film su Ahed Tamimi (chi non la conosce provi qui) e si trova nel vicolo cieco delle autorizzazioni necessarie a girare il film.
in Israele si possono girare film patriottici, non critici o sui nemici, gli fanno capire senza equivoci, e cercano di fargli cambiare idea.
ma Y è un tipo testardo e non ci sta.
il film racconta i turbamenti del regista, le censura dell'unica democrazia di quella regione (ci dicono sempre i fedeli pro-Israele).
un film che merita, Nadav Lapid è bravo ed emarginato in patria.
buona (antipatriottica) visione - Ismaele
…a rendere straordinario questo film è (anche) il
linguaggio adottato da Nadav Lapid. In un’estetica che cerca di tradure
in immagini – dettagli che sembrano anticipare l’azione o suggerirla – il
ribollire psichico di Y. Montaggio secco, chirurgico. Ritmo concitato (con
momenti di stasi e contemplazione). Attenzione alle architetture, alle
geometrie inscritte dagli umani nella primitività di quella parte di Sinai. Un
cinema moderno anzi modernista, nudo, duro, senza orpelli né compiacimenti o
bellurie. Ha’Barech si merita la Palma
d’oro, ma è molto difficile anzi impossibile che gliela diano. E però dove
trovare oggi un cinema che mostra le proprie lacerazioni, il sangue e il
dolore, il furore e la disperazione come questo?
…In Ahed’s
Knee c’è tutto ciò che un regista legato al proprio mondo, alla
propria famiglia, al proprio paese, pensa e dice del proprio mondo, della
propria famiglia, del proprio paese. E come in Synonimes,
in maniera più letterale ma più lucida, meno compiaciuta e più autentica, Lapid non
le manda a dire, definisce Israele un paese che non riconosce l’arte perché non
riconosce la bellezza e se da regista celebre e privilegiato si sente
libero di accusare il potere, da uomo e da figlio si abbandona impudicamente al
dolore, dando al suo alter ego l’occasione di piangere sconsolato in un finale
assolutorio che stride con l’isteria del film, ma è forse un’altra
possibile fuga da una situazione senza fine…
…Lapid ci regala un film arrabbiato e
discontinuo, che alterna ritmi sostenuti con un susseguirsi di panoramiche a
schiaffo disorientanti o distensive, dove lo spazio naturale e architettonico
diventa un’occasione di pausa e di respiro da questo tormento, che vive Y tanto
quanto lo spettatore; perché è difficile rimanere indifferenti o non provare
neanche a opporsi alla carica emotiva di questo personaggio, che sembra non
ragionare mai. Se non nel finale, dopo uno sfogo disperato, dopo una prova
estrema, quando si rende conto che forse non è Yahalom la colpevole, ma lo sono
tutti gli israeliani, che accettano in silenzio, rendendo quindi vano il suo
tentativo di ribellione.
una bellissima sorpresa, questa terribile storia di un americano a Parigi.
i protagonisti sono due bravi registi, Brady Corbet (Simon) e Mati Diop (Noura), e sono bravissimi.
alla lontana ricorda Synonimes, di Nadav Lapid, la storia di un espatriato a Parigi.
Simon è un campione del mondo dei bugiardi, non sappiamo se se ne rende conto, o è fuori di testa completo.
comunque sia, il film è avvincente e inquietante, inizi a vederlo e non te ne stacchi più.
buona (ottima) visione - Ismaele
…Llevando al extremo el punto de vista
mediante un uso del lenguaje audiovisual marcadamente narrativo (donde el
sonido y el empleo de la música adquieren una importancia capital), Campos
plantea una obra fuertemente psicológica, en la que la distancia de la cámara
en las diferentes secuencias de sexo que pueblan la película o el
descabezamiento de los personajes mediante el encuadre, enfatizan el desapego
emocional de su rol protagónico y el materialismo por el que rige su
existencia, ya sea el de la mujer como puro objeto y recipiente con el que
saciar su apetito sexual (físicamente o virtualmente) o el dinero para seguir
manteniendo su particular castillo de naipes. Por esa misma razón, por no
sentir nada más allá de lo puramente físico, Simon rechaza ver el rostro en el
momento que mantiene relaciones sexuales, ignorando la identidad ajena para
focalizar su máximo interés por un cuerpo que tanto desea. Mientras el juego
genérico difumina los límites de Simon Killer y sumerge sus
imágenes en un contexto de materialismo y superficialidad tan desencantado como
descorazonador, el embrionario estado psicopático de su personaje principal
empieza a eclosionar en el seno de una juventud desnortada y sin rumbo,
consolidando la voz propia de un cineasta tan interesante como prometedor.
…Con una mirada seca y dura potencia la fuerza
connotativa de lo visual mediante una puesta en escenafría y
austera, consutiles zooms en retrocesos que van enmarcando
gradualmente la visión. Una elección estilística que mantiene oculto lo
inaccesible pero que muestra su fuerza desestabilizadora. Esta modulación
permite cierto espacio para lo dislocado dentro de esa debilidad de Simon, de
niño desamparado y perdido, perfectamente tejida en una planificación visual
morosa, donde la acción bulle a fuego lento y sostiene una tensión en sutil
crecimiento. Si bien, Antonio Campos no nos deja acercarnos a la evidencia, aún
así siempre sabe trascendir la banalidad de lo real, esa áspera filmación del
sexo por ejemplo, y nos embarga en una intranquilidad pegajosa. De esta manera,
estos tres films nos están hablando de la disolución del yo, del borde del
precipicio, cada una desde una apuesta de la sustracción: una depuración en las
formas visuales y narrativas que vienen a sumar vías secundarias dentro de los
espejismos de la ficción, aquí proyecciones del horror, antes que éste
eclosione y contamine con su poder.
…E Campos (Buy It Now, 2005; Christine,
2016) – firma unica alla sceneggiatura del film, ricavata da un soggetto
scritto insieme a Corbet e Diop, mentre al montaggio è stato affiancato da
Zachary Stuart-Pontier e Babak Jalali – costruisce lo smarrimento e l’abisso
senza dare nessun nome alla tensione muta che attraversa il film, la
lascia apparire a un certo punto, la trattiene, la
confonde, accosta e separa piccoli slanci e grandi implosioni
emotive, disloca e nasconde le loro traiettorie, in un flusso di senso come una
vertigine che stordisce e ribalta la scansione del tempo, mette a duello
l’immagine e il suono contundente, violento, che penetra e squarcia l’immagine,
la vìola. Incrocia Haneke, Dance Yrself Clean degli LCD
Soundsystem ed estetica pop, di questa ne graffia l’ideologia, decentra,
rende parziali, incomplete le sue ossessioni, i suoi corpi. Meno
ortodosso di Afterschool, Simon Killer non è
meno teorico, forse solo più libero, riesce a dire di più del cinema di
Campos, nel suo ritornare a filmare la questione dello sguardo: che non è
più quello esterno, tirannico, invisibile del
suo film precedente, ma è assimilato ormai da un reale che è
di tutti: collettivo, frammentato, ingannatore, una menzogna. Che cancella ogni
possibilità d’assoluto, che mostra l’ottusa sterilità del nostro
feticismo scopico. Simon Killer è li a praticare lo
svelamento clandestino. È paradossale resistenza.
vita da poliziotti israeliani, non vediamo palestinesi, sappiamo che hanno ammazzato dei palestinesi, come succede sempre, ma sappiamo anche che, a parte le scartoffie, non succederà niente.
sono polizioti gentili con le compagne, ma assassini, si sa.
nella seconda parte entrano in gioco ungruppo di ribelli, sempre israeliani, che per protestare contro l'ineguale distribuzione della ricchezza nel paese prendono in ostaggio dei riccastri, con la stessa ingenuità dei ragazzi ribelli di Nocturama.
alla fine uno dei poliziotti teste di cuoio sembra soffrire per quello che ha fatto, forse è umano anche lui.
un film strano, ma merita la visione - Ismaele
…Se dunque questo film possiede qualche merito, ritengo che il
principale possa essere quello di raccontarci Israele per ciò che è, e non ciò
che il suo establishment vuole rappresentare. Dunque non uno Stato in guerra contro
il mondo arabo per la propria sopravvivenza, ma un Paese violento con i propri
concittadini, in cui la disparità sociale è il problema più urgente, ed nel
quale la questione palestinese è un riflesso di questa politica
antidemocratica.
Lapid restituisce, nella plumbea asetticità dei personaggi e
della vicenda narrata, un clima distonicamente orwelliano, cioè di assoluta
negazione dei principi e dei valori dai quali nacque l’utopia di uno stato
israeliano. Non c’è nessun buono, ma non c’è neppure nessun cattivo, tutti si
comportano da soldati, eseguono ordini secondo l’ideologia che hanno sposato e
con la quale sono uniti in maniera indissolubile; entrambi i gruppi vivono in
guerra contro un nemico invisibile.
«Nel film i conflitti sociali e di classe – ha affermato il
regista – diventano questioni di vita. Mi sono focalizzato sui loro conflitti
personali e non sulla violenza nelle strade. Ho preferito quindi rappresentare
il conflitto di classe, volevo denunciare la situazione ed esporre le identità dei
personaggi e le persone in generale».
Notava l’ottima Cristina Piccino, davvero ottima in
assoluto ma in forma smagliante durante le giornate di Locarno, sul Manifesto
del 10 agosto, che il film lascia un’ “impressione di un qualcosa di
autoassolutorio, nel racconto di questa società che si guarda dentro e si
scopre malata e violenta”. Impressione della quale mi sento sommessamente di
dissentire, dal momento che la terribile situazione messa in scena da Lapid, un
rapimento con ostaggi ed una esecuzione a freddo, restituisce la sensazione di
una società sull’orlo dell’autodistruzione, in cui le sue parti paiono
totalmente scollegate da un tracciato razionale, ma sorde si sfidano incapaci
di parlarsi.
In questa contrapposizione bipolare, strutturata attorno ai
due gruppi contrapposti, speculari in ogni valore, ma simili nella struttura
del potere interno al gruppo, rischia di passare in second’ordine, così è stato
per la gran parte della critica che si è trovata a ‘dover dire’ di questa
pellicola, il ruolo dei milionari che, a ben guardare, scivolano nella
narrazione come fantasmi, pur essendo il punto dolente dell’intero impianto
sociale israeliano, nonché focus polemico del film. “Hashoter”, fra le molte
cose, ci dice che nel caos dello Stato israeliano i principali responsabili
delle ingiustizie godono della condiscendenza di tutto il sistema, mette in
luce come il neo-liberista che detiene il potere sia in grado di mettere in
discussione i concetti di libertà personale, di occupare unilateralmente e militarmente
territori che non gli spetterebbero da alcun accordo internazionale, di gettare
i suoi cittadini in una condizione economica precaria e feroce, ma mai è in
grado di mettere in discussione la propria natura oppressiva ed incurante dei
diritti fondamentali dell’uomo: cioè la libertà e la dignità.
«Volevamo rappresentare persone intrappolate nella loro
esistenza, prigionieri del posto in cui sono. Mi sono chiesto: riusciranno a
salvarsi dalla loro identità?» ha detto il regista nell’incontro con il pubblico;
questa frase mi ha fatto pensare a come i soli prigionieri messi in scena dal
film, i milionari rapiti dal gruppo terroristico, siano i soli che
apparentemente non subiscono in alcun modo la situazione, la loro realtà, a
prescindere dall’esito del blitz del gruppo di teste di cuoio, sarà l’unica a
non essere scalfita in alcuna delle proprie certezze.
Fatti tutti questi discorsi, che passano tangenziali attorno
alla pellicola, che dalla stessa sono innescati come un ordigno del quale non
si conosce il timing della deflagrazione, è il caso di segnalare il fatto che a
chi scrive il film in questione non ha convinto fino in fondo da un punto di
vista cinematografico. Pur se basato su di una struttura interessante ed
ottimamente calato nella realtà sociale e politica che mette in scena,
“Hashoter” è un film modesto, lacunoso e slabbrato, quasi insopportabile nella
sua prima metà e tendente al soporifero.
Un film controverso e troppo schematico che lascia il proprio
compimento allo spettatore, chiamato a documentarsi sulle reali condizioni di
Israele…
"Le Policier" est moins un film de
cinéma qu’un exercice dialectique un peu grossier, moins malin qu’il n’y
paraît. Peuplé de personnages-étiquettes, il propose un panorama
(potentiellement passionnant) des dysfonctionnements de la société israélienne.
La première partie fonctionne bien : mise en scène sèche et précise,
sous-texte alarmant délivré avec d’habiles détours (les policiers obnubilés par
leur "image"). Mais ce qui s’annonçait comme une oeuvre forte et
pertinente se décompose sur place lorsque Lapid change de point de vue, des
flics aux révolutionnaires : le propos n’est plus suggéré, mais asséné à
coups de considérations inutilement étirées et mortelles d’ennui. A trop
théoriser, "Le Policier" laisse un goût (amer) d’inachevé, celle
d’une oeuvre bancale qui aura raté son coche, peinant à atteindre la dimension
"électrochoc" du film-réquisitoire à la Haneke (l’un de ses possibles
modèles).
…Es en los tramos finales de la película
donde se puede ver la calidad humana de cada personaje y ocurre cuando los dos
grupos se enfrentan. Policías de élite por un lado y grupo extremista por el
otro (ver la acción final en el segundo video). Allí, a través de la acción, se
verá quien es quien. Es en este tramo del filme donde queda clara la toma de
posición del director. Mientras los jóvenes mantienen secuestrados a varios
miembros de dos ricas familias israelíes, los tratan con rigor, pero no los
agreden o golpean. Cuando uno de los jóvenes dispara y mata sin querer a uno de
los hombres secuestrados, entra en una crisis profunda. Se siente conmovido por
lo que hizo. Todo lo contrario a lo que sentirán los policías cuando arremetan,
con violencia obscena y terminen asesinando a casi todos los secuestradores. El
desprecio absoluto que este grupo represivo de élite muestra por los jóvenes
baleados, sin prestarles la más mínima ayuda aún cuando uno de ellos da muestra
de estar vivo aunque malherido, resignifica todo el sentido del supuesto
humanismo que los policías creen poseer. Queda definida también el tipo de
sociedad que se ha ido conformando bajo la prédica del sionismo, donde la
identidad racial, religiosa y cultural trata de esconder las profundas
desigualdades sociales e ideológicas.
…Racchiusi all'interno di caste ben definite, incapaci
di confrontarsi con una realtà al di fuori e di esprimersi attraverso una voce
personale, poliziotti e militanti trovano un punto d'unione solamente nella
possibilità espressiva della violenza. Oltre la sottile linea di demarcazione
che divide il bene dal male, il lecito dall'illecito la pistola diventa il
simbolo del riconoscimento e della militanza, l'elemento attraverso cui
definire se stessi e la forza della proprie idee, fallendo miseramente la
ricerca e la definizione di un io autonomo. In questo modo, osservato
attraverso la lente d'ingrandimento di una ricostruzione intimista, il film
mette in evidenza la sconcertante realtà di un paese che esprime chiaramente il
suo dissenso nel rendere liberi gli uomini che lo abitano. Un drammatico senso
del realismo che, nell'utilizzo di un linguaggio cinematografico
schematicamente rigido nella sua struttura, rischia però di rimanere
intrappolato in una formalità avara di passione e partecipazione.
un israeliano abbandona il suo paese, lo rinnega, rinnega i genitori, è fuggito a Parigi, dove incontra due persone che lo "adottano" e lo proteggono.
Yoav vaga per Parigi, cerca qualsiasi lavoro, dall'addetto alla sicurezza al porno modello, incontra altri israeliani, abbastanza estremisti, cerca una strada.
in fondo il film è tutto qui, nella ricerca di una strada, il resto ci sta intorno.
non per tutti i gusti, come sempre.
buona (contrastata) visione - Ismaele
…Pur passando per il matrimonio con
Caroline organizzato dallo stesso Emile per accelerare le pratiche di
naturalizzazione, pur passando da aiuti anche economici e tentativi di
sdebitarsi, pur passando da memorie condivise e da metafore omeriche per descrivere
il cadavere del fratello trascinato lungo le strade di Tel Aviv, Yoav si rende
conto che non potrà mai essere come i «fortunati veri francesi», ma rimarrà
sempre ai margini, escluso, vampirizzato da una società che non permette di
integrarsi, al punto di riprendersi indietro le sue storie e di lanciarsi in
una folle piazzata contro la musica classica, simbolo della cultura
occidentale, come definitivo impazzimento di chi è passato dai traumi alla
frustrazione attraversando l’illusione e poi il disincanto. Ed è paradossalmente proprio qui, in quella che
dovrebbe essere una premessa e che invece è la conclusione – che non sia
semplice integrarsi in un’Europa sempre più smaccatamente razzista e arrogante,
onestamente, non ci pare né una gran novità né un pensiero particolarmente
approfondito, ma semplicemente una constatazione a cui già prima del film era
difficile non riuscire a giungere –, unita a un troppo brusco stop narrativo
quando tutto questo appare come una rivelazione (anche) di fronte agli occhi del
protagonista, che si annidano i principali limiti di Synonymes,
indubbiamente interessante nel suo riflettere sulla mancanza/impossibilità di
identità e sulla presuntuosa ipocrisia sociale giocando con le forme
cinematografiche, ma troppo facile al cliché e all’assunto superficiale per
essere realmente in grado di graffiare…
…Lapid sembra
avere appreso la lezione della Nouvelle Vague facendo scorrere nelle pieghe del
racconto molte atmosfere care a quella corrente, innestandole su un racconto
che molto di sovente sembra astrarsi dalla realtà fino a presentare momenti
surreali e soprattutto sembra volere inseguire con costanza e tenacia una certa
cifra stilistica che il più delle volte appare abbastanza di maniera oltre che
compiaciuta.
Ma al di là
di tutto ciò quello che appare il difetto più grosso del film è la sua scarsa
coerenza: mettere sullo stesso piano la società israeliana e quella francese è
onestamente esercizio piuttosto arduo oltre che non molto onesto, se non altro
perchè se le cose fossero realmente come il regista lascia intendere
(soprattutto in quelle scene nella scuola per immigrati) questo film e anche
alcuni dei precedenti di Nadav Lapid non ci sarebbero stati; la realtà ci dice
invece che il regista di Tel Aviv non solo ha ricevuto appoggi produttivi
potenti, ma è diventato il classico cineasta adottato da Cannes e quindi dalla
cinematografia francese.
Mettere
sullo stesso piano il nazionalismo e il militarismo israeliano con il
proverbiale sciovinismo francese che porta i transalpini a sentirsi sì la
patria delle democrazia in Europa grazie alla Rivoluzione Francese e ai suoi
valori, ma al contempo però a permettere al regista stesso di ottenere
successi artistici notevoli proprio in Francia e con tanto di appoggio produttivo,
è francamente esercizio scorretto che veicola inoltre un messaggio falso.
Inoltre
altri aspetti ( le ridondanti citazioni dell'Iliade imparata da bambino da
Yoav, alcuni flashback al limite dell'incomprensibile) appesantiscono in
diverse occasioni un percorso narrativo che fatica a mantenere una sua
linearità.
In
considerazione di questo aspetto che può apparire secondario ma che invece non
lo è, perchè la tematica è una di quelle costitutive lo scheletro
narrativo del film, Synonymes è lavoro che sebbene ben diretto , è lungi
dall'essere una opera pienamente riuscita.
Va segnalata
come uno degli aspetti positivi del film la prova dell'esordiente Tom
Mercier ( Yoav) . bravo nel conferire il giusto grado di irrequietezza e di
illusione al protagonista.
Signore e
signori, è rinata la Nouvelle Vague 2.0! Dopo finti miti e speranze disilluse finalmente una pellicola che pesca a
piene mani nella corrente cinematografica francese del periodo d’oro, e la
ripropone al tempo degli smartphone, delle videochiamate e dei tablet.
La pellicola
di Lapid è una boccata
d’ossigeno di rara potenza: regia intensa e piena d’inventiva, ogni scena ha
qualche elemento di originalità e particolarità, pensata e filmata con cura,
ritmo nervoso e montaggio frammentato. La scena della canzone francese suonata
col mitragliatore è già cult.
Tre
protagonisti presi direttamente dal mondo di Jules e Jim, con le loro affinità e le differenze del caso, dialoghi infiniti,
surreali e mai banali. La ricerca dei sinonimi di Yoav martellano tutta la
durata del film e sono ipnoticamente intriganti.
Nadav Lapid è un regista nato a Tel Aviv al cui all’attivo ha già una decina di
film, che speriamo di poter vedere anche qui in Italia. Ottimo TomMercier in un
ruolo non facile che riesce a trasmettere potenza e fragilità insieme.
Speriamo
vivamente che Synonyms possa
avere il successo che merita e che possa portare a una nuova rivoluzione
cinematografica che, dalla Nouvelle Vague, non si è mai più vista.
…El palíndromo de su puesta en escena se cumple
en el tramo final, en el que volvemos sobre los pasos del inicio. El mismo
recorrido solo que ahora la cámara en vez de temblar le sigue fijada a sus
espaldas de forma pausada. El corte, o ese cambio de toma, ya no mostrará
espacios abiertos o vacíos sino una puerta cerrada. Por mucho que golpees
deseoso de acceder el mundo nuevo no se abrirá. Será entonces cuando
definitivamente esa nación de acogida te expulse, devolviéndote al punto de
partida, y mandándote fuera robando cualquier atisbo identitario. Yoav lucha
con demonios del pasado y se enfrenta como el héroe de sus novelas griegas a un
demonio quizás más fuerte y poderoso. Mata al padre (metafóricamente), reniega
de su propia lengua de origen, vende su cuerpo y se prostituye. Se autoinflinge
un correctivo como si siguiera dentro de un régimen militar. Los ecos y sombras
de su país le acompañan pese a negarlos constantemente y al final se topa con
barreras aún más peligrosas y escurridizas.
…La propuesta es confusa y recuerda en algunos tramos a
algunos títulos del cine francés clásico, en concreto a películas de la
Nouvelle Vague, y es la típica película de extremos que cuenta muchas cosas con
pocas palabras, pero que es bastante irregular, con un gran arranque y un
primer tercio que es lo más interesante del proyecto, pero que va de más a
menos, y que me aburrió durante la segunda mitad, sin interesarme los pasos del
protagonista y de las personas con las que se relaciona en su estancia en
Francia. Tiene varias escenas potentes que funciona de manera aislada, pero que
en conjunto la película va navegando entre diferentes géneros, manteniendo el
tono enigmático, o al menos eso pretende, entre el drama social, el romántico y
el suspense por su aura de misterio sobre el pasado, el presente y el futuro de
los personajes. No me convence la dirección de Navid Lapid, que tiene una
filmación que pretende ser original, y aplaudo ese intento, pero lo que
consigue es sacarme de su visionado en esos enfoques a ningún sitio y ese
cambio de ritmo en el movimiento de la cámara.
Por contra sí me parece defendible el trabajo en la dirección de fotografía
de Shai Goldman, que juega muy bien con la luz natural y artificial y que nos
regala algunas bellas estampas de la ciudad a orillas del Sena.
El guion escrito por el director y su padre Haim Lapid tampoco me convence,
dejando cosas en el aire que deberían haber estado mejor explicadas.
Soy partidario de no contar todo de manera directa y de películas sin
finales cerrados, pero otra cosa es lo de este proyecto que no comprendí a
partir de la primera media hora.
A nivel interpretativo destaca el debutante Tom Mercier, en el papel de Yoav,
ese joven recién llegado a París, y que está creíble en un papel nada fácil,
estando bien en diferentes registros interpretativos. También me parece
destacado el trabajo de Louise Chevillotte, que interpreta a Caroline, y no
tanto el de Quentin Dolmaire como Emile.
Película recomendable a los que buscan un cine poco convencional, en donde no
te cuentan las cosas de manera directa, sino que tienes que ir construyendo tu
propia historia siguiendo al protagonista en su recorrido por la capital
francesa.
…El film también destaca la
importancia del idioma para la construcción de la identidad. Para integrarse en
Francia el protagonista decide abandonar el hebreo y adoptar completamente el
francés, que ejercita con un diccionario conjugando sinónimos y realizando
asociaciones. El lenguaje adoptado nunca cobra para el protagonista la
importancia del materno, que tiene una carga simbólica y emocional de la que
carece la lengua del país adoptivo de Yoav. El aprendizaje autodidacta del
francés funciona como uno de los mecanismos a los que acude el protagonista
para su proceso de asimilación a la cultura gala, curso siempre inconcluso que
deja heridas y marcas en el orgullo.
Sinónimos: Un Israelí en París es
una obra que remarca al cuerpo como objeto de los distintos dispositivos de
control y disciplinamiento sociales que aplican las instituciones. La película
de Nadav Lapid es así una interpelación directa y constante a las democracias
europeas sobre los problemas sociales de los inmigrantes, las políticas de
asimilación, las contradicciones que separan a los países en paz de los países
en guerra y la responsabilidad de los primeros para con los segundos en un
mundo inextricablemente globalizado.