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lunedì 27 aprile 2026

Resurrection - Bi Gan

ho visto il film in una proiezione "speciale" con il collegamento di Bi Gan, da remoto, alla fine, per rispondere alle domande del pubblico.

il regista, 36 anni, è già uno dei più grandi del mondo, di lui ho visto i suoi film precedenti (ecco la recensione di Kaili blues).

Resurrection è un film certamente non minimalista, ci parla della vita, del cinema, del futuro, dei sogni e della realtà, in una storia o storie, che attraversano un secolo, della storia della Cina.

ciascuno potrà vedere tante citazioni della storia del cinema, per esempio alla fine mi è sembrato di (ri)vedere immagini di A bout de souffle, di Jean-Luc Godard, e di Holy Motors, di Leos Carax.

il piano sequenza finale, di quelli che si vedono raramente al cinema, è una gioia per la mente e gli occhi.

e poi c'è una donna, che apre e chiude il film, una donna che segue il sogno, che sostiene il sogno, che protegge il sogno.

Resurrection è un film impossibile da raccontare, bisogna vederlo e rivederlo, lasciarsi portare dalle immagini, in sala, naturalmente.

buona (imperdibile) visione - Ismaele


 

 

Se è vero il detto “chi è stanco di Londra è stanco della vita, perché c’è a Londra tutto ciò che la vita può permettersi”; si potrebbe rilanciare il detto sostituendo Londra con Resurrection. Il film di cui parliamo in questo articolo è uno dei film più anarchici e complessi di questo decennio, ed è davvero tutto ciò che la settima arte è in grado di sfoderare. Colori, inquadrature, carrellate, personaggi, incastri narrativi escatologici, metacinema, tutto in un unico film. Non è importante che sia compreso al dettaglio, ma che si esperisca tutto come un’esperienza, sì. Un’esperienza da grande schermo, una di quelle difficili da dimenticare…

da qui

 

Con Resurrection, Bi Gan firma la sua opera più ambiziosa e radicale: un’esperienza cinematografica ipnotica, visivamente sbalorditiva e narrativamente sfuggente, che si interroga sulla natura stessa del cinema e dei sogni. Non tutto è di facile comprensione, ma ciò che resta è un’impressione decisamente indelebile

da qui

 

La forza di Resurrection è soprattutto visiva: ogni episodio reinventa lo spazio e il tempo del racconto con una libertà rara nel cinema contemporaneo. Eppure, questa ricchezza formale genera una distanza difficile da colmare. I personaggi infatti restano presenze più che individui, attraversano le immagini senza mai radicarsi davvero lasciando lo spettatore ad ammirare continuamente ma restando ai margini. Anche nei momenti più suggestivi, come i passaggi contemplativi o il lungo piano sequenza finale, l’emozione appare filtrata, trattenuta dalla stessa macchina formale che la produce. È una scelta precisa, Bi Gan privilegia una logica onirica e associativa, rinunciando quasi del tutto alla costruzione psicologica. Ma è qui che emerge il limite più evidente del film. Quando tutto diventa possibile sul piano delle immagini, qualcosa si perde sul piano del coinvolgimento. Resurrection finisce così per essere più un’esperienza da osservare che da vivere, più un dispositivo da osservare che un racconto in cui perdersi. Solo nei momenti in cui allenta questa tensione teorica, lasciando spazio alla pura presenza delle immagini, il film riesce davvero a toccare qualcosa di più profondo…

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Il rischio, in un’operazione di questo tipo, è quello di scivolare nel puro formalismo, lasciando che la straordinaria ricchezza visiva oscuri il contenuto. Ma Resurrection riesce a evitare questa trappola proprio grazie alla sua dimensione emotiva.

Ogni episodio, per quanto stilisticamente autonomo, è attraversato da una malinconia in cui il sogno non è mai evasione ma un modo per confrontarsi con ciò che non esiste più.

In definitiva, il nuovo film di Bi Gan si impone come un’esperienza totalizzante, che chiede allo spettatore di abbandonare ogni certezza e di lasciarsi attraversare dalle immagini.

Non è un film "da popcorn" ma un film che richiede attenzione e anche una certa familiarità con la cultura e la storia cinese.

Resurrection ci ricorda che il cinema è, prima di tutto, una macchina dei sogni. E senza sogni, senza quella capacità di perdersi e credere nell’illusione, il cinema stesso non può esistere.

da qui

 

…Il cinema stesso, nella visione di Bi Gan, è il sogno per eccellenza. Resurrection sembra ripartire da il collasso di un'arte ormai priva di senso, di un dispositivo d'immagine in cui "non è rimasto più nessuno a guardare". Ma dove qualcuno certificava con amarezza testamentaria la crisi del cinema, Bi Gan va oltre: il problema, sembra voler dire, non è la macchina organica e meccanica del cinema, che magari può pure consumarsi e liquefarsi, ma la capacità di chi guarda di accogliere ancora il sogno, di lasciarsi attraversare dalle immagini senza difese razionali. Con le sue citazionisi direbbe quasi spontanee e dotate di forza autonoma , Resurrection è così una sorta di visionario remake , forse l'ultimo film nella storia del cinema, ma anche il primissimo…

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giovedì 28 agosto 2025

Drug War – Johnny To

la polizia vuole smantellare una rete di trafficanti di droga e, grazie a un trafficante che diventa pentito/collaboratore, riesce a trovare tanti tasselli del traffico di droga.

i poliziotti sono coraggiosi e rischiano la vita ogni momento, ma quel pentito/collaboratore fa il doppio e triplo gioco, e tiene in scacco la polizia, vuole solo salvarsi, a qualsiasi costo.

alla fine non si salva quasi nessuno, e la pena di morte chiude i conti, almeno temporaneamente.

un gran bel film, da non perdere.

buona (drogata) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo, su Raiplay

 

 

 

…To è il Michael Mann d'oriente ed impone un ritmo solenne al film.  Satura la tensione decellerando i tempi del racconto , descrivendo le mosse della polizia e dei trafficanti quasi con piglio documentaristico; doppie facce ed inganni sono all'ordine del giorno, campanelli d'allarme e anticamere di agguati , inseguimenti e sparatorie che verranno , tutti elementi  inscenati questa volta (contrariamente al solito) con il contagocce; una guerra senza quartiere, un incubo lungo novanta minuti, “guardie e ladri” come si faceva una volta, disposti a tutto pur di averla vinta, non importa che si tratti di sordomuti o capitani della polizia; si fa sempre in tempo a morire.

E poi quel finale in strada tutti contro tutti, ineluttabile e brutale, senza pietà, coreografato magistralmente come il marchio “To” impone. Un’altra ottima prova che soddisferà gli appassionati del genere ed i fans del regista. Ma attenzione al ritmo: non è elevatissimo e chi si aspetta troppa azione potrebbe rimanere deluso. Per me un film fantastico…

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…Non è tanto la mannaia della censura cinese ad aver alterato Johnnie To, quanto quest’ultimo ad essersi adattato alle sue rigide maglie: ideali per celebrare il funerale di una cinema che non esiste più, lo stesso che nella nuova/vecchia Cina cresce verso l’età consapevole, conserva intatta la sua stilistica muscolarità ma rinuncia all’eroismo di fondo e inizia a contare i cadaveri che si lascia dietro.

Non ci sono eroi in Drug War, solo pedine e galoppini appartenenti a due sistemi contrapposti: come tali non meritano celebrazione o approfondimento caratteriale alcuno.
Gli eroi del primo To non morivano mai e se lo facevano venivano consegnati all’immortalità come l’Alain Delon al quale si ispiravano.
Louis Koo non è un eroe ma un codardo qualunque, un irresponsabile, un traditore: non merita eternità iconica bensì la conseguenza naturale delle sue gesta prive di onore, inconciliabili con qualsiasi codice di lealtà malavitosa.
Johnnie To è il primo a saperlo e lo abbandona al suo stomachevole destino, lasciandolo in preda al suo falso e disperato farneticare. Illudendolo, solo per un attimo, che una preghiera possa ancora salvargli la vita.

da qui

 

…Drug War è inoltre un film fondamentale per il nuovo corso del cinema cinese: per la prima volta il pessimismo cosmico del noir e del poliziesco di Hong Kong non vengono colorati di rosa confetto durante il passaggio dalla piccola città-stato alla Mainland China. Anzi, To si permette di disquisire di droga e pena di morte, due argomenti su cui il governo centrale di Pechino preferirebbe il silenzio mediatico e artistico. Da questo punto di vista la sequenza finale, con la messa in scena dell’esecuzione legalizzata tramite iniezione di veleno – dopo che il film aveva passato la precedente ora e mezza a mettere alla berlina gli omicidi e la droga come elemento di svago dalla realtà – rappresenta un pugno nello stomaco difficile da sopportare, e una critica neanche troppo velata alle scelte del governo cinese. Per tutto questo, e forse per molto altro ancora, non riconoscere la grandezza di Drug War potrebbe essere un errore di cui pentirsi amaramente negli anni a venire…

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…Non a caso il film inizia mostrandoci il più squallido e straziante prodotto della miseria figlia del capitalismo: gli essere umani ridotti a contenitori viventi di ovuli di coca, ingeriti e trasportati nel ventre, poi espulsi quando (e se) si arriva a destinazione.

Se poi, cazzo, tale espulsione ed il conseguente lavaggio degli ovuli avvengono davanti ai miei occhi mentre mangio salmone affumicato, l’effetto disturbante è amplificato a dismisura.

Il disturbo è durato mezzo secondo comunque, ho ripreso subito a mangiare con gusto.

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Il racconto segue le vicende di una squadra di polizia che, come magari il titolo potrebbe far intuire, è impegnata nella lotta al traffico di droga. Tutto viene raccontato attraverso il punto di vista dei poliziotti e infatti, per una volta, non ci si trova di fronte al classico melodramma orientale tutto onore ed eleganza criminale. Gli unici lampi di "simpatia criminosa" arrivano da Jimmy Choi, un trafficante costretto dalla polizia a fare il doppio gioco per sostenere una complessa rete di schemi in cui praticamente chiunque, fra poliziotti e criminali, si nasconde dietro una maschera. Gran parte del film ruota attorno al rapporto di (scarsa) fiducia che viene a crearsi fra lui e il capitano di polizia Zhang e l'unico bagliore di umanità espressa dalla "fazione criminale" si manifesta nella suggestiva scena che vede Choi riunirsi ai suoi collaboratori e struggersi in lutto…

…primo film d'azione girato da Johnnie To in Cina, probabilmente costretto per questo a muoversi all'interno di limiti produttivi ben precisi e mostrare un dipartimento di polizia irreprensibile contro dei criminali senza ritegno, ma il risultato è comunque un gran poliziesco, teso, crudo, brutale, pieno di piccole idee fulminanti nella risoluzione dei conflitti e ricco di personaggi interessanti. Senza contare che comunque, di fondo, riesce a raccontare tanto degli antagonisti infami, ma profondamente umani, quanto degli eroi sì incorruttibili, ma certo non infallibili e che commettono anzi continuamente errori dalle conseguenze gravissime. Il tutto, poi, è messo in scena in una maniera incredibile: Drug War è un film pieno di immagini splendide, ambizioso nella costruzione di scene d'azione in esterni ariose, ricche, splendidamente coreografate e in cui - pazzesco! - si capisce sempre perfettamente cosa stia accadendo, con un'attenzione fenomenale per gli spazi, le geometrie, l'evoluzione delle sparatorie, senza per questo rinunciare a un approccio serio, a modo suo credibile, lontano, come detto, dai balletti assurdi che ci si potrebbe aspettare in un film orientale di questo genere.

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Come quasi tutti i suoi film anche Drug War è un film politico, dove però il politico scivola dolorosamente nell’autoptico, film sull’autopsia del politico, autopsia folle, interminabile, che non recede, se si intende qui per autoptico proprio quella punta o fondo - grund che giace dentro il politico, parte maledetta non assimilabile alla narrazione a posteriori, alle giustificazioni in base a logiche superiori, alle trame del linguaggio. Se il politico è, infatti, il manifestarsi dato dall’incontro di più esseri e della loro concatenazione e rinsaldarsi reciproco (come il un filo dell’ordito che si intreccia con un filo della trama: è lo stato della discriminazione e dell’analisi, è il tempo della coniugazione, del linguaggio), l’autoptico sarebbe il momento ulteriore dove la trama viene sfilacciata nel groviglio confuso e infinito dei fili che la costituiscono, e, iper - ravvicinata come per allucinazione, si scompone fino a diventare bava biancastra, lacerazione, sedimento scuro dove tutto il politico precipita per ritornare alla violenza primordiale dell’interno, della lotta intestina del tutti contro tutti, prima di ogni mediazione, sintesi, stabilità dei significati…

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sabato 17 settembre 2022

Tre sorelle – Wang Bing

in un villaggio cinese di montagna, lontano da tutto, vivono i poveri veri, come lo siamo stati anche in Italia, poche generazioni fa (Ermanno Olmi insegna).

un padre lavora in qualche fabbrica di città, forse, e ha lasciato le tre bambine al nonno (e anche alla comunità del villaggio).

tutti sono poveri, e dignitosi, e solidali, le tre bambine crescono nella natura, precarie, nella misera, con pochi bambini e molti animali.

il babbo parte, poi arriva, poi riparte, non si dimentica delle bambine, ma la vita è difficile, tutti sono precari della vita.

un film da non perdere (anche per sapere, o ricordare, come eravamo anche noi).

buona (rurale) visione - Ismaele

 

 

 

 

 

 

un'opera dura, che vuole mostrare senza mediazioni quella Cina che non è sotto i riflettori, quella dimenticata dalle autorità e dai media occidentali, che contrasta in modo stridente col volto industrializzato e dal vorticoso sviluppo che caratterizza le aree urbane del paese. Lo spettatore a digiuno di nozioni sulla storia e sulle attuali condizioni (e contraddizioni) del colosso cinese può restare shockato di fronte a un documentario come quello di Wang; la vita delle tre ragazzine, ripresa dal regista nel suo svolgersi, in modo diretto e senza mediazioni, è esemplificativa di una situazione sociale difficile da concepire per chi sia nato e cresciuto nella modernità, e talmente stridente con l'immagine della Cina che, nel corso dell'ultimo decennio, siamo stati abituati a interiorizzare, da risultare addirittura straniante. Vediamo scorrere l'esistenza di Yin, Zhen e Fen nella sconcertante realtà sociale in cui sono immerse, tra miseria e abbandono, in uno stato che quasi le accosta alla vita animale; ma che mantiene tuttavia una dignità che le immagini restituiscono in modo chiaro e preciso.

Wang ha seguito la vita delle tre sorelle (e delle persone con cui di volta in volta sono entrate in contatto) nel corso di sei mesi, mantenendo sempre la discrezione del documentarista, con un frequente uso della macchina fissa e limitando al minimo gli interventi di regia; alla luce del risultato, e della forza con cui il suo documentario restituisce la concreta realtà in cui vivono le tre protagoniste, la sua scelta si è rivelata vincente. Una presenza più pesante delle marche di enunciazione cinematografica avrebbe probabilmente limitato l'immediatezza e l'impatto di una realtà che è, in sé, autoesplicativa; la vita delle tre ragazzine è talmente caratterizzata, informata in ogni aspetto dalla necessità e dalla quotidiana lotta per la sopravvivenza, che la chiave migliore per rappresentarla è semplicemente quella del racconto diretto, del documento, dell'osservazione puntuale ma distaccata. La scelta del regista non impedisce, tuttavia, ai caratteri delle tre ragazzine (e degli altri personaggi) di venir fuori in modo chiaro: la consistente durata del film (153 minuti) e soprattutto la scelta dei momenti da raccontare, con i rituali minuti della vita quotidiana e i momenti più intimi dell'interazione tra le protagoniste, restituiscono un quadro preciso di una realtà umana e sociale che viene colta nei suoi molteplici aspetti.

Non ha velleità di documento etnografico, Three Sisters, concentrato com'è sul particolare, sul microcosmo della casa delle tre ragazzine e sui suoi immediati dintorni, con uno sguardo che raramente si allarga a comprendere la comunità nel suo complesso; tuttavia, l'aspetto politico è sempre presente, non solo quando viene esplicitamente richiamato (con la riunione dei capi di villaggio) ma nelle stesse scelte di racconto, che sottolineano con insistenza le conseguenze di un abbandono e di un volontario oblio, da parte delle autorità, di quello che è un vero e proprio dramma umano. La chiusura, con la sottolineatura di una mancanza finora taciuta (quella della madre) aggiunge un tocco malinconico, e squisitamente cinematografico, a un documentario caratterizzato da uno spietato realismo; la componente psicologica si fonde infine, con efficacia, con quella del resoconto sociale. Il risultato, per chi avrà avuto la costanza (e la forza) di seguirlo fino in fondo, è qualcosa il cui valore va oltre il puro prodotto cinematografico.

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Alla radicalità dei presupposti, il filmmaker sa trovare una forma ripetitiva e laconica, segnata dalla durezza di un'infanzia che resiste, nonostante tutto, in piccoli guizzi e tenere occhiate. Il pedinamento dei personaggi e la fisicità del suo sguardo sono cifra (mai esibita) del suo cinema, in grado di gettare un ponte umano tra chi filma e chi è filmato, che scavalca ogni trappola pietista. Non cerca mai l'inganno della trasparenza, scegliendo di appartenere a un cinema della difficile messa in gioco, della relazione partecipata, del fuoricampo presente: il suo esserci è addirittura sancito questa volta da una quota di denaro, un biglietto pagato per poter prendere un autobus che porta il padre e le due sorelline più piccole verso la città. Nel costante impegno politico, prima ancora che artistico, Wang Bing sa che filmare, ridare un volto agli invisibili, vuol dire partecipare della loro fatica, scalare le montagne al passo veloce e leggero delle bambine, senza poter trattenere il fiatone. Consapevole, anche durante la rampicata, della sua ricerca di una posizione emblematica e potente, in grado di restituire epicità agli uomini delle montagne, stagliati su orizzonti degni di John Ford. Bambini inconsapevoli che stanno attraversando il crinale periclitante di un'epoca.

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Wang Bing prende alla lettera il termine "documentario", intendendolo proprio come una raccolta di documenti. Il regista si limita a rare didascalie strettamente informative, nessuno spiegone o commento accompagna il filmato, né tantomeno i personaggi vengono invitati a parlare di sé o di quel che loro accade. Il racconto emerge spontaneo dalla mera ripresa delle situazioni quotidiane delle bambine, mentre i soli mezzi per intervenire nel racconto sono quelli filmici, propri della sintassi cinematografica: montaggio, movimenti e posizionamento della camera, fotografia.

Wang dimostra così un'incrollabile fiducia nell'immagine pura: di solito nei documentari la parola, spiegando ciò che si vede, indica un solo significato tra i possibili e cancella tutti gli altri, sottraendo senso all'immagine. L'immagine senza logos, slegata dalla parola, fluisce viva, lenta e imperturbabile, in una dimensione fuori dalla storia, in un mondo arcaico che non conosce le epoche e che ad ogni epoca è sopravvissuto resistendo in un eterno presente al corso del tempo.
Quando invece la parola entra in scena, ecco che dai dialoghi si avverte minaccioso l'incombere della storia: da quello fra il padre e il nonno delle bimbe si desume il fenomeno di abbandono delle campagne dei figli dei contadini per raggiungere le città dove lavorare in fabbrica; nel conciliabolo tra i rappresentanti dei vari villaggi c'è tutta l'impotenza dinanzi a quel processo di urbanizzazione cinese che ha tutta l'intenzione di cancellare l'identità e le tradizioni delle minoranze etniche e culturali. Sebbene il termine "identità" possa risultare a volte urticante (specie se strumentalizzato dai fondamentalisti del provincialismo, come accade anche da noi) non si può provare un profondo senso di ingiustizia nei confronti di un potere economico-politico che, attribuendosi i crismi della modernità civilizzatrice, distrugge tutto ciò che gli si oppone…

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lunedì 12 settembre 2022

Last Train Home - Lixin Fan

nella rivoluzione industriale cinese, centinaia di milioni di cinesi lasciano le campagne per lavorare in fabbrica, a centinaia e migliaia di chilometri da casa. 

una volta all'anno tornano, tutti insieme, a casa, a trovare genitori e i figli lasciati coi nonni, che non possono essere seguiti, visti i ritmi e l'impegno del lavoro.

Lixin Fan segue una famiglia per tre anni, anche nello spostamento biblico per tornare a casa a vedere i figli che crescono.

nel terzo anno Zhang Qin, la figlia maggiore, non vuole più studiare, e parte con i genitori, attratta dalle sirene della città (e quindi della fabbrica), per un lavoro da operaia e vita in un dormitorio.

film molto interessante, che racconta di operaie e operai veri, e dei rapporti fra genitori e figli nel mondo che cambia in fretta, e mostra quell'esodo da noi inimmaginabile.

un piccolo grande film da non perdere.

buona (operaia e migrante) visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo, sottotitolato in inglese



Documentario scarno, duro, che lascia il segno. Un anno nella vita di una delle tante famiglie di migranti interni Cinesi, raccontandone la dura quotidianità, ma anche i sogni di ciascuno. "Last Train Home" ha il raro pregio di puntare alle persone come tali, e non semplicemente come parte di un tessuto sociale da analizzare scientificamente. Vincitore del primo premio al prestigioso IDFA di Amsterdam nel 2009.

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DICHIARAZIONE DELL'AUTORE

La famiglia Zhang è la protagonista di Last Train Home. Zhang Changhua, il padre, è nato nello Sichuan ma da 17 anni lavora nelle fabbriche di Guangzhou. I migranti come lui sono considerati cittadini di seconda classe ed esclusi dalla sanità pubblica. Per tornare a rivedere i figli pagherà 3 volte il normale prezzo del biglietto per l'interminabile viaggio in treno in occasione del Capodanno. Zhang Qin, la figlia maggiore, è stata cresciuta dalla nonna al villaggio, e si è convinta che ai genitori interessi più fare soldi in città che occuparsi di lei. Contro il loro volere lascia gli studi per finire anche lei a Guangzhou, con un lavoro da 14 ore al giorno e un posto letto in dormitorio: un terzo dei 120 milioni di migranti interni cinesi è costituito da ragazze tra i 17 e i 25 anni, come lei. Chen Suquin, la mamma, lasciò Qin appena nata per seguire il marito a Guangzhou, e da tre anni non riesce a tornare al villaggio per il Capodanno. Durante la realizzazione del film ha tentato di ristabilire un legame con la figlia e di indirizzarla verso un futuro migliore, che sfugga al destino di povertà e separazione che ha segnato la famiglia. Gli Zhang rappresentano milioni di famiglie le cui relazioni e valori sono stati spazzati via dalla frenetica crescita dell'economia cinese.

da qui


…There is so much to say about this great film. You sense the dedication of Lixin Fan and his team. (He did much of the cinematography and editing himself.) You see once again the alchemy by which a constantly present camera eventually becomes almost unnoticed, as people live their lives before it. You know the generations almost better than they know themselves, because the camera can be in two places and they are usually in one or the other.

There is a quiet moment in a mall. On their day off, Zhang Qin and her friends go shopping. They like a pair of jeans: “Are these made in our factory?” No, in another. Of course they want them. Of course their generation wants them. But their generation doesn't want to work years leaning over a sewing machine and sleeping in a dorm.

We read about the suicides in Apple's plants in China. Seeing this film, you suspect there are many suicides among workers in factories whose brands are less famous than Apple. Chinese peasants no longer live without television and a vision of another world. They no longer live in a country without consumer luxuries. “Last Train Home” suggests that the times they are a-changin'. The rulers of China may someday regret that they distributed the works of Marx so generously.

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…Fan divides the film's running time between this massive migration and the smaller family drama, which, we assume, must be very much like millions of other family dramas. He has an eye for visual detail, filling the frame with striking images at all times. He seems to get his camera into the most unlikely places, such as inside the marauding crowds at the train station, or inside the train itself. It led me to ask certain questions about the filmmaker, who deliberately tries to remain invisible. How did he secure tickets for the train? How many of these shots are staged? At one point, the father, Changhua, leaves the train station, and the camera trails after him, as if he had just given up. A minute later, we cut to outside the station, and the camera is in front of him. This suggests that the shot was staged, that the director asked Changhua to stop walking for a few minutes while he set up a new shot.

In this, the filmmaking is not as invisible as it wants to be, and it can detract from the story. Yet in another scene, Changhua slaps Qin (who has just dropped an "f" bomb in front of her parents). In tears, she turns to the camera and screams at it, "You want to film the real me? This is the real me!" Fan's camera does not blink, and silently holds the shot for a while longer. This family may have known they were being filmed, and agreed to certain shots, but their pain is very much real.

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mercoledì 24 agosto 2022

Il tocco del peccato - Zhangke Jia

della Cina non sappiamo quasi niente.

per esempio che 18 delle prime 50 città più popolate del pianeta stanno in Cina, e i loro nomi sono quasi tutti ignoti alle nostre orecchie eurocentriche.

il film si compone di quattro episodi, comune denominatore è la violenza, senza freni, definitiva.

un mondo che si trasforma alla velocità del fulmine e nel film troviamo la registrazione del cambiamento, non troppo condiviso da tutti.

Zhangke Jia è una sicurezza.

buona (spietata) visione - Ismaele

 

 

 

 

Jia Zhangke racconta di una Cina lacerata dall’avvento di un capitalismo spietato ed esasperato, basato su corruzione, sfruttamento e sopraffazione, eppure ancora legata a un passato complesso, variegato la cui identità culturale pesa ancora come un macigno che produce scintille e dissociazione con il nuovo. E lo fa con uno stile esemplare, coerente e multiforme, attento alla grande tradizione del cinema marziale nelle esplosioni della violenza ma anche al naturalismo documentaristico della sua produzione recente, viaggiando attraverso lo spazio e il tempo, sfruttando i gradi di separazione tra gli angosciati protagonisti delle quattro vicende principali.

A Touch of Sin, carico di simbolismi eppure essenziale e rigoroso, della Cina e dei cinesi di oggi cattura la vastità geografica e la multiformità etica, senza sforzi apparenti; rifuggendo da ogni strumentalizzazione estetica o morale del dolore e dell’ira che racconta e che mantiene come filo rosso, cullando lo spettatore in una narrazione fluida e incessante come lo scorrere del grande fiume che fa da sfondo ad una delle storie. Quella di Zhangke, elegante ed austera al tempo stesso, è una dolenza sconsolata che entra sottopelle, che cattura e accompagna, che pesa dentro senza annichilire ma sollecitando riflessioni e reazioni.

da qui

 

Le quattro storie che Jia, con impeccabile maestria e bravura tecnica, tratteggia sono prototipi di un malessere che in Cina, ma estrapolando si potrebbe dire ovunque, serpeggia pericoloso: l'economia selvaggia che chiude le miniere e arricchisce pochi furbetti descritta nel primo segmento, il malessere per una vita ai margini delle luci della ribalta nel secondo, la protervia e la violenza che porta il denaro col quale si crede di poter comprare tutto nella terza storia e il disagio giovanile per una società che destabilizza sia economicamente che sentimentalmente nella tragica quarta parte.

Vagando dall'innevata natale regione dello Shanxi al clima quasi equatoriale del Guandong, dalla selva di grattacieli della metropoli più popolosa del pianeta Chongqing all'Hubei, Jia racconta quasi fosse un unico corpo narrativo le storie di ingiustizia , di soprusi e di prevaricazione ; spazia tra i minatori senza lavoro alle prostitute siano esse in servizio in squallide saune o in lussuosi bordelli travestiti da club esclusivi, tutte situazioni nelle quali pian piano emerge quella che per Jia è una porzione oscura della natura umana: la violenza che esplode come colpo di fucile a pallettoni o come coltellata o ancora come insulto alla propria vita…

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Il film è in realtà un’operazione cinematografica molto astuta. Jia Zhangke traveste con il genere – “un wuxia contemporaneo”, ripete in più e più interviste – questo apologo contro la deriva umana del Paese, narrando 4 storie liberamente ispirate a fatti di cronaca nera occorsi in differenti regioni della Cina. La vendetta, Kitano docet, è il filo rosso del film: contro la privatizzazione selvaggia di una miniera, contro una sconosciuta coppia neoborghese, contro laidi businessman in cerca di sesso mercenario, contro se stessi in quanto amanti non corrisposti. Fossimo in Giappone, la vendetta sarebbe esibita nella sua essenza più profonda, percorso iniziatico di un novello Prometeo che cerca il sé e ciò che gli appartiene. Qui siamo in Cina, la vendetta è un paravento, il deus ex machina di tutta l’opera è il denaro nella sua più cartacea materialità: rotoli di banconote usati, branditi (come in Still Life per farsi vento) per picchiare donne non compiacenti. Sbagliato pensare che l’adorazione materica del denaro sia fenomeno di recente importazione, la ricchezza è sempre stata onorata nella tradizione taoista cinese come favore degli/agli Dei. L’attacco al denaro, per il tramite di esso l’attacco alla ricchezza e alla brama di potere, significa attacco alle radici culturali e religiose della Cina, alla gerarchia delle classi sociali di presunta origine divina, e la scelta di location sperdute e di ancor più sperduti protagonisti rende il messaggio più radicale, rivoluzionario quasi…

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Nel movimento circolare che fa incrociare le quattro storie in cui il film si divide, a prevalere è la condanna ad una sofferenza e a un dolore primigenio che si trasmette agli uomini attraverso un peccato originale che Zhang-Ke sembra attribuire alle colpe di un sistema dominato da egoismo e sopraffazione a cui i personaggi del minatore e quello della receptionist di una sauna rispondono in egual misura e con la medesima violenza; il primo pareggiando i conti con i notabili del villaggio che si sono arricchiti affamando la gente e professando il malaffare, la seconda vendicandosi di chi ha tentato di approfittarsi di lei. Ma non solo, perché nel film del regista cinese non tutto è giustificato da un rapporto di causa-effetto derivato da ragioni sociali, ed alcuni comportamenti rimangono celati da un malessere oscuro (per esempio quello dell’uomo che percuote senza motivo il suo cavallo), difficilmente prevedibile, come accade negli inserti dedicati all’operaio in cerca di lavoro ed all’immigrato tornato a casa, mossi da pulsioni che rimangono ignote ma che producono lo stesso male…

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lunedì 8 agosto 2022

La congiura della pietra nera - Chao-Bin Su, John Woo

combattimenti su combattimenti per arrivare a possedere il tronco (pare miracoloso) di un morto di qualche secolo prima.

avventure su avventure, senza un attimo di pausa.

ed è un bel vedere - Ismaele

 

 

 

Nei fatti lo zampino di Woo pare più che evidente nelle coreografie straordinarie che caratterizzano i diversi showdown e nella devozione con cui è omaggiato il cinema di Chang Cheh (quello dei diversi villain, caratterizzati in base alle loro tecniche e alle relative armi utilizzate, è un tipico pattern di opere dell'era Shaw Brothers). Ma soprattutto è nelle riflessioni tutt'altro che banali sulla confusione di identità - Face/Off che torna sotto mentite spoglie - e sulla guerra dei sessi che la poetica di Woo trova spazio, incentrando su una straordinaria Michelle Yeoh (insolito per Woo, tendenzialmente misogino) il ruolo classico dell'eroina, killer redenta e tornata sulla retta via.
La perizia delle scene d'azione è pari solo all'abilità di interpreti che incarnano la storia stessa del cinema wuxia recente: impossibile non menzionare Wang Xueqi, protagonista ancora una volta di un'interpretazione esemplare nei panni del villain, figura invincibile nella lotta quanto tragica e farsesca nel suo percorso di ritorno alla perduta condizione di uomo. L'epos cinese si fa carne ancora una volta, in un intreccio mirabile di Yin e Yang.

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Grandi combattimenti coreografati come fossero danza, voli fantastici e corpi in libertà. La mano di Su Chao-Pin è sicura in fatto di tecnica e si avverte particolarmente nei tanti risvolti ironici: lo svelamento sconvolgente del sesso ‘confuso’ del temibile Re della ruota, l’abilità con gli spaghetti di Lei Bin… Ma è soprattutto grazie al montaggio che Reign of Assassins regala momenti visivamente indimenticabili, come durante il duello finale, quando Pioggia Sottile ricorda e replica le mosse subite nel combattimento ‘fatale’ con Wisdom/Saggezza. Un montaggio alternato serratissimo che è un salto continuo tra il passato e il presente, tra il turning point e lo showdown, l’insegnamento e il superamento del maestro. E’ il montaggio a rendere reali i movimenti impossibili dei fantasmi, a farceli accettare come fenomeni della natura. E’ il montaggio a ridisegnare lo spazio in un palcoscenico infinito in cui gli assassini esibiscono i loro trucchi e sapere. E’ il montaggio, ovviamente, la firma perenne di John Woo, che fa di un fendente di spada l’esatto equivalente di un colpa pistola che piega verso traiettorie segrete e tragiche. Ne siamo sicuri. La sua presenza c’è. E l’avvertiamo più viva che mai nei cambi d’identità, nei maschermaneti falliti alla Face/Off. E in quell’immancabile fiammata melodrammatica, che ricopre il palco con le ceneri dell’amore e della morte.

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Al di là del rimescolamento tra i generi, caratteristica da sempre fondante del cinema di Honk Kong, di cui il regista è stato una delle punte di diamante, a colpire in La congiura della pietra nera è da un lato la consueta abilità di Woo nell’inserire tocchi di lirismo all’interno di una struttura altamente spettacolare, dall’altro il fatto che, calato in un contesto medievale, il film proponga una serie di momenti e tematiche di derivazione decisamente contemporanea, rendendo l’idea di cinema che ne esce qualcosa di trasversale ad ogni logica temporale.
Tra echi di Romeo e Giulietta, rapine in banca lontanamente manniane, citazioni implicite di importanti titoli hollywoodiani recenti ed equilibrati alleggerimenti comico-romantici, La congiura della pietra nera è quindi un film che diverte e si diverte: coi tempi che corrono, è tutt'altro che poco.

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sabato 30 luglio 2022

Kaili blues – Bi Gan

la prima volta che lo vedi, questo film non ti dice molto, se non nella seconda parte del film.

e allora subito dopo ti viene voglia di rivederlo.

e quel piano sequenza nella seconda parte, che ti fa entrare dentro quella storia, è bellissimo.

mi ha ricordato quel capolavoro di Bo Hu, siamo dalle stesse parti.

un piccolo grande film da scoprire e riscoprire.

buona (immersiva) visione - Ismaele


 

In realtà Kaili Blues è un film apparentemente facilissimo.

E' un film che dipende TOTALMENTE dallo spettatore. Se volete limitarvi alla superficie non troverete praticamente niente, se non un'opera fortemente realista (anche se con un paio di inserti strani e surreali) e dalla trama monotona e banale.

Se invece avrete voglia di andare oltre, se avrete voglia di concentrarvi in ogni nome che viene detto, in ogni gesto compiuto, in ogni oggetto che ricompare e in ogni tragitto fatto dai personaggi, beh, allora vi troverete davanti un gioiello…

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Apparentemente semplice, si rivela in realtà molto complesso se si hanno occhio e pazienza (magari rivedendolo una seconda volta) nell'interpretare anche i più piccoli particolari che si riveleranno fondamentali nel prosieguo della visione. Si pensi ad elementi ricorrenti che sembrano di poco conto: orologi, sfere stroboscopiche, treni, racconti sugli uomini delle caverne. E poi c'è il tema del tempo e i personaggi che forse non sono sempre quello che sono. Criptico, onirico, enigmatico, affascinante, spiazzante, lynchiano, tarkovskiano. Ma anche lentissimo. Per spettatori pazienti.

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Si inizia da un luogo avvolto dalla nebbia: è Kaili, cittadina immobile, in cui due medici svolgono il proprio lavoro all’interno di una fantasmatica clinica. Servono pochi tratti appena abbozzati per descrivere i protagonisti, che sembrano sbucati da un film di Jia Zhang-ke, precisamente da quel Still Life che per primo ha stabilito in modo incontrovertibile i canoni di un nuovo cinema rurale e metaforico, verosimile e filosofico, capace di sabotare dall’interno le regole di controllo con cui il regime decide cosa è bene e cosa è male. Perché l’Arte in Cina non può disturbare né “scuotere” il popolo, perdendo completamente la sua funzione primaria. Il giovane regista Gan Bi (giustamente premiato a Locarno 2016 come Miglior Regista Emergente) sceglie la via della poesia: il protagonista Chen Sheng, per chiudere i conti col proprio passato e confrontarsi con le incognite del presente, intraprende un viaggio verso Zhenyuan. Ma non è quell’approdo ad interessarci, quanto la sosta “da sogno” – o da incubo, come dicevamo prima – a Dang Mai, un luogo semi-distrutto attraversato da un fiume. Se la precedente Kaili (luogo di nascita del giovane filmmaker) è uno dei simboli del baratro, Dang Mai – con le sue case diroccate, con il suo scenario sconnesso e post-apocalittico – è il baratro. Eppure a Dang Mai (ed è questo il colpo di teatro più interessante dell’intera pellicola) il tempo si ferma. Anzi, qualcosa di più: in questo paese fluttuante che genera spavento e insieme attrazione (in cui ancora vive l’antica cultura hmong, primo popolo ad essersi stabilito nel territorio dell’attuale Cina) il tempo non è lineare e le vite delle persone si completano a vicenda. Lo capiamo grazie al sontuoso piano sequenza di 41 minuti con cui Kaili Blues ci accompagna per i vicoletti, i negozietti abbarbicati sul nulla, i corsi e ricorsi sonori (il suono del treno in lontananza) e fisici (i personaggi che escono e rientrano in scena da angolazioni inaspettate). L’opera di Gan Bi non ha confini e non ha identità, blocca il tempo e lo lascia fluire. E, nonostante si rischi di apprezzare di più il virtuosismo rispetto alla sua reale efficacia narrativa, sembra spiegarci in modo univoco cosa sia la Repubblica Popolare Cinese oggi: un enorme Paese senza confini e senza identità, in perenne “falso movimento” verso il futuro.

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Kaili Blues, qui est également un hommage passionné à la région de Kaili, est un film d’une rare beauté, car la poésie dont il est chargé ne plane pas au-dessus, mais jaillit de l’intérieur d’une réalité racontée à partir de l’intime du quotidien. C’est aussi l’occasion de pénétrer dans la chair de la province chinoise sans la distance du jugement, à travers un trip sincère, car poétique. Chan, médecin qu’on découvre malade déjà au début du film, trouve finalement sa cure en abandonnant ses remèdes. Les montres sont toujours à régler, on n’y arrivera pas. Il n’y a pas des médicaments pour le temps. Au temps, on ne peut que s’abandonner. C’est seulement là qu’on entendra la musique : Kaili Blues.

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lunedì 20 dicembre 2021

One second - Zhang Yimou

il film, come era prevedibile, ha avuto problemi tecnici (leggasi censura), un po' di scene sono state rifatte.

probabilmente il contesto, la rivoluzione culturale, qualche aggettivo, non erano appropriati, secondo i censori cinesi (ma anche quelli italiani non scherzano e non hanno mai scherzato, https://cinecensura.com).

il film è una storia semplice, un galeotto fugge dal campo di prigionia per vedere un secondo di cinegiornale nel quale appare la figlia, che non vede da sei anni.

Zhang e Liu, l'evaso e la ragazzina sembrano uscire da uno di quei film stile Charlot, colpi di scena a ripetizione.

la Cina di One second è la stessa di Nuovo Cinema Paradiso, la gente ha bisogno di immagini, per sognare, per fuggire, per identificarsi, per ricordare, per commuoversi, per ispirarsi, per imparare, per vivere. 

il film è solo in poche decine di sale, Zhang e Liu sono piccoli e poveri eroi quotidiani, mica supereroi,

buona visione di celluloide, il signor Cinema vi attende.  - Ismaele 

 

 

 

Come in Ladri di biciclette, con il rullo al posto della bici, la prima parte di One Second disegna una traiettoria di inseguimenti e fughe, furti e ritrovamenti, capitomboli e piroette degne della semplicità e della purezza di un film di Charlot. In un piccolo villaggio poverissimo, circondato dalle dune del deserto, l’evaso e la ragazzina finiscono per ritrovarsi nel grande edificio in cui un uomo che si fa chiamare Mr. Cinema cura le proiezioni delle poche pellicole che arrivano fin lì. Da Ladri di biciclette ci trasferiamo dalle parti di Nuovo Cinema Paradiso: e l’omaggio al cinema italiano è evidente nel modo appassionato con cui Zhang Yimou rappresenta e dà forma alla passione collettiva per il cinema, con tutti gli abitanti del villaggio che si affollano davanti al lenzuolo che fa da schermo, e giocano alle ombre cinesi prima della proiezione, e disegnano profili di corpi, scale e biciclette di grande suggestione visiva.

È una Cina povera, quella che si vede nel film. Poverissima. Una Cina che non deve essere piaciuta ai funzionari del regime cinese (dopo la proiezione al Festival di Berlino il film è stato ritirato dalla circolazione per “motivi tecnici”: si dice sempre così!). Zhang Yimou deve aver fatto qualche piccola modifica e ora il film esce anche sui mercati internazionali. La critica alla stupidità delle Guardie rosse e la rappresentazione della povertà restano. Ma la cosa più interessante è che gli abitanti del piccolo villaggio più che di pane sembrano aver fame di cinema. “Se riproiettassi il film da capo – dice Mr. Cinema all’evaso – resterebbero qui anche tutta la notte. Resterebbero a guardare qualsiasi cosa io proiettassi”.
One Second mette in scena, insomma, non solo il pauperismo economico, ma anche la scarsità di immagini con cui nutrire l’immaginazione. E lo fa rendendo omaggio anche e soprattutto alla matericità della pellicola. Una delle scene più intense, non a caso, è quella in cui tutti gli abitanti collaborano per ripulire un rullo di pellicola arrivato al villaggio “attorcigliato peggio di un intestino”, impolverato e aggrovigliato in modo quasi irreparabile. Con un rito che ha qualcosa di sacro, tutti si danno da fare per districare i nodi, lavare la pellicola, appenderla e poi asciugarla con movimenti lenti del ventaglio, in uno spazio ingombro di nastri di celluloide che producono sullo spazio un effetto quasi magico…

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.., Il tono inizialmente sopra le righe di One Second non è certamente estraneo a una certa dose di calcolo da parte del regista cinese, sicuramente preoccupato di intercettare i gusti di una platea internazionale ormai assuefatta a certi toni (sempre improntati al grottesco) del cinema asiatico da festival. Tuttavia, pur senza essere direttamente ed esplicitamente politico, il film di Zhang Yimou riesce bene (meglio degli ultimi del regista) a mediare tra la dimensione più intima e quella più collettiva della sua narrazione, facendo risaltare abbastanza bene le ricadute della Rivoluzione Culturale sugli affetti, così come la vacuità di rituali di regime ben espressi dalla pellicola contesa e infine proiettata. In questo, si può rinvenire anche una riflessione sul cinema quale veicolo di ricercata propaganda (tema forse volutamente adocchiato da un regista – chissà? – pronto a lasciarsi alle spalle una certa fase della sua carriera) e la sua potenza di mezzo rivelatore del vero, a prescindere dalle intenzioni di chi lo produce. Non è un caso che, alla fine, l’oggetto del desiderio del protagonista si rivelino essere giusto un paio di fotogrammi, espungibili dal girato senza che quest’ultimo perda il suo carattere di celebrazione collettiva…

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…One Second infatti è opera che poggia tutta la sua poetica sul senso del tempo, sulla perdita, sulla memoria da conservare per non far finire tutto nei ricordi ingialliti dal tempo, ma l'opera di Zhang è soprattutto la sua Ode al Cinema, inteso come arte ma non solo, il Cinema che diventava in epoca di rivoluzione culturale il centro di gravità della vita di ogni sperduto villaggio, il cinema come racconto dell'epica , il cinema fatto di sguardi trasognati, di ombre proiettate sul lenzuolo bianco, un fascio di luce che si trasforma in immagini, il tempo che viene cristallizzato su dei fotogrammi, proprio quelli che cerca il protagonista, la vita che si ferma per assistere alla magia della meraviglia che trasmette lo spettacolo cinematografico, quel cinema che proprio Zhang e i suoi colleghi della Quinta Generazione traghettarono dalle acque stagnanti della propaganda stile sovietico alle nuove forme che conosciamo oggi.

In una delle scene più belle ed emozionanti di One Second assistiamo al proiezionista che mette in pratica uno strano meccanismo per far sì che l'uomo possa rivedere in loop l'immagine del volto della figlia e il protagonista seduto da solo nella sala assiste commosso alla scena che si ripete: è il concetto raccontato per immagini della memoria che si tramanda e che fa vivere i nostri ricordi per sempre…

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mercoledì 15 dicembre 2021

An Elephant Sitting Still - Bo Hu

Bo Hu ha girato solo questo film, poi basta, per sempre.

il film è molto lungo, ma necessario, ci sono alcune storie che sono legate in qualche punto, di sicuro non c'è niente da ridere, in un clima depresso e violento.

strano che non sia stato censurato su richiesta dell'Ente del Turismo Cinese.

sappiate che è un capolavoro, lo capirete guardandolo (e riguardandolo).

buona, imperdibile, visione - Ismaele


è stato allievo di Bela Tarr, che ha scritto (qui):

Dear Friends,
I'm deeply sorry I couldn't be at this screening with you and my "student", my friend, my nearest and dearest. 
I'm writing this message from the same hotel where I met him...
Hundreds of Chinese filmmakers applied to work with me, but when I met him, I knew this was it.
Without any doubt!
He was full of dignity and amazing to work with.
His eyes showed an uncommonly strong personality.
Anyway, I don't want to talk about my feelings.
I just wanted to tell you that I met a person with a broad vision of the world. During our last meeting in Wuhan he showed me his cast and locations and gave me his book.
He wrote a dedication: "to my godfather".
Shit!
I feel guilty I couldn't protect him properly. It's a shame.
But how can one protect a person constantly surrounded by a storm?
He wrote books, scripts, plays…
Horrible…

Without end...
While working, however, he was very sensible and kind.
He listened to everybody and paid attention to detail.
He was constantly in a rush.
Maybe he knew he didn't have much time.
He burned his candle at both ends.
He wanted to have everything right now.
He couldn't accept the world and the world couldn't accept him.
Though we lost him, his movies will be with us forever.
Please welcome Hu Bo's film and love him like I do,

Béla Tarr
Xining, China


 

 

 

QUI il film completo, in italiano, su Raiplay

 

Compito non facile parlarvi di questo film, ci troviamo dinnanzi ad un’opera magistrale, unica e purtroppo destinata a rimanere tale, data la prematura dipartita del regista, morto suicida poco dopo aver finito il montaggio. La durata del film suggerisce che l’intento non sia quello di accontentare ogni palato, premessa che si può applicare per tutto il cinema d’autore, ma accontentare esclusivamente, appunto, l’autore stesso. Quattro ore in cui ci viene mostrata una Cina, o più in generale un’esistenza umana, priva di direzione o punti di riferimento, completamente smarrita. L’unica speranza che sembrano avere i personaggi è l’andare a trovare un leggendario elefante, che pare trovarsi a Manzhouli, in Manciuria, sul quale si dice che se ne stia tutto il giorno seduto, immobile, ignorando tutto ciò che lo circonda…

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E’ un privilegio poter assistere a An elephant sitting still (disponibile in questi giorni su RaiPlay): un film dalla bellezza lacerata quanto vera, opera prima e ultima del giovane Hu Bo, morto suicida a soli 29 anni. Ogni istante dei suoi 230 minuti possiede un’autenticità bruciante: il film è la rappresentazione della “condizione del dolore” universale. E deve essere stato estremamente duro per il regista trasformare il nucleo della propria sofferenza in immagine, fare della personale (ed estrema) sensibilità un oggetto artistico. Con An elephant sitting still non solo ci è riuscito, ma ha anche mantenuto intatta l’intensità del sentire: è un film che pulsa, brucia, investe lo spettatore di un’emozione immediata. Hu Bo compie questo delicato miracolo servendosi di una regia che lavora per decantazione, mantenendo un margine di distanza dai personaggi che vengono seguiti, pedinati, osservati in primi piani d’una verità assoluta. Quattro protagonisti, ciascuno col peso di un presente disperato all’interno della città industriale di Shijiazhuang: un luogo di perenne grigiore, un cielo metallico quasi metafisico, una luce brutale che ferisce entrando dalle finestre o nella crudeltà degli esterni, vere e proprie messe a nudo della vulnerabilità umana…

da qui

 

La grandiosità stupefacente di questa opera prima che possiamo tranquillamente definire come una delle più sorprendenti della storia del cinema degli ultimi anni, sta nel suo lento insinuarsi, nella costruzione di un mondo immaginario dal quale però sprizza tutto il dolore dei personaggi, un lento ma inesorabile fluire della tragedia umana che parte da una squallida città cinese per elevarsi a simbolo universale.
Hu Bo dà sfoggio di una maestria alla regia che colpisce e commuove pensando alla sua dipartita, una regia che lascia filtrare, probabilmente, la profondità del suo disagio personale. Raramente abbiamo assistito ad un giovane regista in grado di mettere sul piatto della bilancia tanta personalità e tanta cifra stilistica, muovendosi con grande disinvoltura ed efficacia tra piani fissi e piani sequenze lunghissimi, immagini asimmetriche che giocano con la messa a fuoco e con i piani sfalsati. Uno sfoggio di lucida maestria non fine a sé stesso, ma coerente con la messa in scena della storia dei suoi personaggi, spesso figure spettrali e senza volto che si muovono nell’aria fuligginosa e mefitica.

Il finale, apice di lirismo purissimo, è forse il momento più emozionante del film, un approdo che può aprire la strada per la salvezza o un ennesimo rifugio dove poter riflettere impotenti sulla condizione umana: nella notte, con i fari ad illuminare il gelido Nord della Cina, il lontano barrito di elefante può commuovere in maniera lacerante, come raramente il cinema è riuscito a fare, regalando al giovane e compianto Hu Bo l’immortalità del capolavoro.

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…El valor más grande del filme está en lo personal del discurso. El entorno que rodea a los protagonistas genera un mundo en el que la vida no tiene sentido alguno y el director los hace pronunciarse con más dudas que certezas. Todo el metraje está plagado de un existencialismo intenso, de una confrontación directa entre el nihilismo y la esperanza. Es este planteo el que lo distingue y lo transforma en una obra emotiva, cruda, que abraza los excesos y se regodea en ellos. Porque es una ópera prima, en ciertos puntos se deja llevar de más en su lucha interna. Los interludios musicales –con mucho Post-Rock- pueden interrumpir la fluidez de los acontecimientos. Pero es esa inmadurez la que lleva al director a dejarlo todo, a plantear un discurso complejo sin ningún tipo de atenuantes que refleja su propio estado espiritual. La percepción de los protagonistas es la suya propia, repartida entre cuatro caracteres que la transforman en algo más global. En eso se diferencia radicalmente de otras radiografías sociales de su tiempo. No hay distancia alguna entre la ficción y su realizador, sino una simbiosis entre ambas que define su posición y agudiza tanto la crítica hacia la realidad actual como el costado emocional del audiovisual. Pocas veces el realizador se refleja con tanta claridad en su propia obra.

Y por esa razón es que duele enterarse de que Hu Bo se quitó la vida tiempo después de terminar la película. Es como si su lucha, de la cuál fuimos testigos gracias a una película de cuatro horas, hubiese sido en vano. Los ecos del dolor quedan impregnados en cada fotograma que ahora pesa más que antes por su carácter póstumo, pero verdadero. Lo que lamento es que él no haya podido encontrar a ese elefante que lo haga avanzar a pesar de todo, porque estaba claro que dentro del cine tenía un gran futuro. O quizás este filme fue su elefante, y al oír ese bramido poderoso y casi mágico que corta el silencio sobre el final de la película ya no quedó más nada por contar. Quedó vacío tras traer su testamento al mundo. Una obra valiosa que tiene argumentos suficientes para destacarse más allá del triste final de su creador –razón por la que traigo a colación el tema recién ahora-, porque denuncia, critica y emociona. Porque reflexiona intempestivamente sobre la vida. Porque todo lo hace con alma y corazón, intangibles difíciles de encontrar en este mundo de cínicos.

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