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giovedì 30 aprile 2026

True mothers – Naomi Kawase

il film, come dice il titolo, racconta di madri, e di bambini. 

l'adozione di bambini nati da giovani ragazze-madri (Giovani madri è anche il titolo dell'ultimo film dei fratelli Dardenne) è un momento doloroso, una signora, che accoglie le ragazze, è il tramite fra madri naturali e madri adottive, ma, sorpresa, non è un vampiro che fa i soldi.

Naomi Kawase riesce a girare un film non perfetto, ma sincero, senza tesi preconfezionate, con l'incontro delle due madri, che si comprendono.

buona (materna) visione - Ismaele

 

 

È un film che gioca a carte coperte questo della Kawase, che non ti fa capire la direzione in cui ti conduce. Infatti a metà film arriva l'inattesa svolta narrativa: la sedicente madre biologica Hikari irrompe nella vita della famiglia con un ricatto: vuole indietro suo figlio o, in alternativa,  del denaro, altrimenti rivelerà ad Asato ed ai vicini di casa tutta la verità. Da questa tentata estorsione si dipana il secondo flashback, che ci riporta all'adolescenza di Hikari, rimasta incinta di un compagno di scuola. Con grande tenerezza segue storia d'amore di ragazzini e lo scontro con la famiglia che decide di darlo in adozione,  inviando la ragazza alla "Baby Baton", clinica-agenzia dove i coniugi preleveranno Asato…

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La circolarità del racconto compie la traccia geometrica perfetta, un percorso fatto di dolore e di grazia, di vita e di silenzio, di sguardi e di timori sui quali la luce dello sguardo umanistico di Kawase si posa con leggiadria e con profonda empatia intrisa di pietas e che culmina con un finale che se cinematograficamente può lasciare qualche dubbio, dal punto di vista del percorso personale delle due madri trova la sua pacificazione più naturale.

Convincenti le due madri, ognuna col suo carico di sentimenti, interpretate con bravura da Nagasaku Hiromi ( la madre adottiva) e Makita Aju ( quella naturale) che ben si prestano ad un confronto che è prima di tutto generazionale e poi di ruolo.

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…Si sente il coinvolgimento della regista, si percepisce la tensione emotiva di chi ha la cognizione dell’adozione e sa entrare in connessione con la molteplicità del sentimento materno, ma si avverte un po’ troppo la costruzione teorica a discapito dell’impatto emotivo. Kawase segue l’idea di una maternità liquida, espressa attraverso più corpi (qui ce ne sono tre: la naturale, l’adottiva e la responsabile dell’associazione, che fa da tramite tra le due) che appartengono tutti alla natura.

Una visione panica che si interseca nel paesaggio urbano di una Tokyo dominata dalle disuguaglianze (i genitori adottivi abitano al trentesimo piano, segno di un’estrazione benestante; la casa della famiglia mamma naturale alloggia in una casa troppo piccola per contenere tutti i membri e ancora più piccola è quella condivisa dalla ragazza con la collega), con il mare che avvolge e immagini sovraesposte a determinare una fluidità sospesa tra tattile e cerebrale. Ecco, è in questa sospensione che sta il limite di True Mothers.

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Non spaventino le due ore e venti di durata complessiva, perché se c'è una cosa che contraddistingue la sceneggiatura solo apparentemente complicata del nuovo film di Naomi Kawase, True Mothers (Asa ga Kuru), è forse proprio la leggerezza: una leggerezza tutta orientale, fatta di ellissi nel corso delle quali la storia viene spezzettata e ricostruita poco per volta, con dettagli seminati qua e là, momenti di pura emozione, attimi di fascinazione sensoriale, false piste e colpi di scena.
True Mothers è un'opera cangiante divisa idealmente in tre segmenti, che taglia e cuce il racconto per permettere di familiarizzare con le sue protagoniste distillando nei dettagli le loro storie: da un lato quella della madre adottiva, cui dedica il primo lungo flashback, dall'altro quella della giovane e sfortunata madre naturale - del suo sogno d'amore impossibile, della sua tirannica genitrice e delle altre ragazze-future-madri che conosce man mano - che caratterizza il secondo flashback, per intersecarle nel terzo ed ultimo 'tempo', quello più lungo e per certi versi mutevole, il presente.
Kawase fa e disfa con eleganza sublime, ingenera domande giuste e suggerisce risposte sbagliate, in realtà chiedendo nulla più che uno sforzo di empatia nei confronti di quelle madri, delle loro insicurezze, dei loro sensi di colpa e delle loro incomprese richieste di aiuto.

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…Cineasta sempre abilissima nel passare da durate contenute a pellicole-fiume, stavolta il minutaggio appare fuori controllo per un non riuscito dosaggio dei momenti in sceneggiatura. È una Kawase che gioca una partita sua soltanto in parte, quella di "True Mothers"; come si diceva in apertura, è come se avesse cercato di modulare uno stile espressivo che non le appartiene, una levità e un'universalità di linguaggio che non le sono consueti. Nel ricercare una grammatica visiva più accessibile al pubblico, l'autrice ha smarrito la sua prodigiosa e dirompente forza rivoluzionaria. La classe è sempre la stessa, certo, tanto nell'insistenza dei primi piani quanto nelle panoramiche contemplative. Manca, purtroppo, quel trasporto che ci aveva annichilito durante altre visioni.

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…True Mothers è un titolo certamente significativo, ma anche abbastanza fuorviante. A primo impatto, infatti, sembra fornire un giudizio – giudizio che, come è stato sottolineato durante l’incontro con Naomi Kawase, è imposto dalla società – oppure porre una domanda, anzi la domanda: chi è la vera madre? Questo aspetto non è del tutto errato, perché essendo uno dei temi ricorrenti quando si parla di adozione è naturale che il quesito ritorni spesso, anche nella storia. Si tratta però di un’interpretazione riduttiva dell’intero significato dell’opera di Kawase.

“Vere Madri” pone l’accento sbagliato, andando a cadere nella ricerca di una realtà che non si può superare: è Madre chi mette al mondo un figlio tanto quanto lo è chi lo cresce. Ma Kawase svia la risposta trovando addirittura un terzo elemento: è madre anche la direttrice del centro Baby Baton. Essa infatti si prende cura tanto delle madri biologiche quanto delle future madri adottive e dei bambini. Regala una vita migliore…

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domenica 14 gennaio 2024

Il ragazzo e l'airone - Hayao Miyazaki

primo, non è un film per bambini, se anche i grandi ne capiscono poco.

e però forse i bambini godranno di più vedendo il film, loro non si fanno domande su metafore e simbologie.

visivamente il film è una gioia per gli occhi, e le avventure di Mahito sono pari a quelle di Ercole e di Ulisse. 

bisognerebbe vederlo almeno due volte, la prima per gli occhi e la storia, e le altre volte per cercare simbologie e mitologie.

almeno la prima volta godetene tutti.

buona (stupita) visione - Ismaele

 

 

 

…"Non avevo idea di cosa aspettarmi". Scrivo spesso questa frase, ma raramente con la stessa pertinenza riservata a Il ragazzo e l'airone, opera preceduta da una campagna di comunicazione tra le più schive e contemporaneamente affascinanti degli ultimi anni. Campagna, oltretutto, che il sottoscritto ha abbracciato in pieno, rimanendo completamente sorpreso tanto dalla trama quanto dalla struttura di un film misterioso solo all’apparenza, ma in realtà sorprendentemente chiaro, dritto, persino premuroso nell’accompagnare lo spettatore un filo attento lungo il percorso di crescita ed elaborazione del lutto compiuto dal protagonista attraverso una vero e proprio rito iniziatico. Miyazaki elabora un’opera sofisticata e allo stesso tempo accessibile, piena zeppa di simboli, esoterismo e mistero, eppure "calda", concentrata com’è sui suoi protagonisti e sulle emozioni che provano; in definitiva, uno dei migliori Ghibli degli ultimi anni e, forse, di sempre.

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Agli appassionati che potrebbero forse desiderare nuova idee-sorpresa, come alla visione di LaputaPrincipessa Mononoke o La città incantata, vogliamo dire che a un maestro del cinema dell’età di Hayao Miyazaki può essere concesso di creare echi tematici e visivi con le sue opere precedenti, come gli uccelli cartacei di La città incantata, la malattia della madre delle protagoniste di Il mio vicino Totoro, il piccolo tunnel, ancora in Totoro, che diviene un grande tunnel dove si perdono i genitori di Chihiro in La città incantata.

Ma questo compendio della sua filmografia, in realtà, per taluni aspetti è il tessuto per creare del nuovo: nel suo viaggio dello spirito e della mente Miyazaki raggiunge David Lynch, riuscendo come lui a fare dell’inquietudine e dell’oscurità, bellezza e dolcezza; dei percorsi qualcosa d’inconoscibile e chiuso (il finale qui non mette fine); l’antro astrale del signore della torre è prossimo alla Loggia nera di Twin Peaks, stanza misteriosa e minuscola che tutto collega e controlla e di confine tra la vita e la morte. E soprattutto i personaggi sono forse doppi, (ir)reversibili e segretamente schizofrenici come in Strade perdute e Mulholland drive: madre e sorella sono forse la stessa persona, così come pure la dolce Himi dai poteri magici e forse addirittura lo stesso Mahito, come sembrano suggerire i nomi della madre morta e del figlio (Mahito-Nihilo).

Gli stati della mente e della psiche si (con)fondono in maniera magistrale con il viaggio al confine tra vita e morte; e inferno, limbo o ade (il non-luogo del dopo morte nel mito greco) trovano una forma meravigliosa e paradisiaca. Aggregando e disgregando le forme dei corpi e della materia, lo spazio e il tempo.

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Ma qual è il vero significato dietro Il Ragazzo e l’Airone? La risposta a questa domanda sembra essere tutt’altro che semplice.
Lo stesso Miyazaki, al termine della proiezione di anteprima ha lasciato un messaggio che recitava pressapoco: “Forse non lo avete capito. Nemmeno io lo capisco.”
Le chiavi di lettura per interpretare Il Ragazzo e l’Airone sono molteplici e, indubbiamente, occorrono più  visioni per poter comprendere al meglio alcuni degli aspetti racchiusi al suo interno.

Già a una prima visione, emerge un approccio autobiografico: l’incubo della guerra, l’azienda di famiglia che costruisce componenti per aerei, il rapporto con la figura paterna, persino la visione di un incendio di un ospedale, sono tutti elementi appartenenti all’infanzia del regista. Il titolo originale del film E voi come vivrete?” è proprio il titolo del libro che Miyazaki, come fa il piccolo Mahito nel film, lesse da bambino durante l’assenza della madre, costretta in ospedale per ben otto anni a causa di una grave tubercolosi.

Facendosi carico di questa dimensione personale, l’animatore giapponese sembra volersi identificare con il protagonista e con il suo viaggio che, non a caso, inizia dopo un atto di autolesionismo. La pietra con cui Mahito si ferisce alla testa rappresenta sotto quest’ottica l’atto di Miyazaki di riaprirsi ancora una volta alla creatività e alla produzione di nuova arte nonostante i suoi ripetuti tentativi di ritirarsi. Un atto per lui doloroso ma, in fin dei conti, inevitabile e necessario.

Immergendosi nei suoi ricordi, il regista cerca di fare i conti con il proprio passato e con la sua interiorità, arrivando ad analizzare varie tematiche a lui care e traendo ispirazione da molte opere legate alla tradizione classica e non solo.

Il viaggio per recuperare la zia/madre riporta alla memoria la discesa di Orfeo negli inferi alla ricerca di Euridice e, contemporaneamente, quella di Dante che si addentra nelle profondità infernali (riferimento reso esplicito persino dalla scritta “Fecemi la Divina Potestate” incisa sia sulla porta della torre sia sulla porta dell’inferno dantesco). L’airone , che nella cultura giapponese simboleggia il passaggio verso l’aldilà, rappresenterebbe il personale Virgilio designato per scortare il protagonista lungo il suo percorso.

Un percorso districato tra varie dimensioni temporali e simboliche in cui si mescolano morte e vita e che porta infine alla scoperta della creazione, rappresentata dalla figura misteriosa del prozio di Mahito, il demiurgo al quale è affidato l’equilibrio dell’universo descritto ne Il Ragazzo e l’Airone.
L’uomo, stanco e affaticato e ormai costretto a costruire continuamente nuove forme (definite da lui tredici elementi semplici) sulle quali fondare il proprio mondo, vuole vedere in Mahito un nuovo erede, il sostituto degno di prendere il suo posto.

E così ci troviamo inaspettatamente di fronte a un bipolarismo interiore racchiuso nell’anima di Miyazaki stesso. Entrambe le figure, sia il vecchio che il bambino, rappresentano la personalità del regista giapponese, divisa in un dualismo in costante conflitto. Se da un lato l’anziano vuole che il mondo si mantenga e che la costruzione resti in equilibrio, il bambino desidera invece fuggire e vivere in libertà, lontano dal peso che quel mondo sembra comportare.

La fuga finale nel mondo vero sembra apparentemente dar forza alla componente più infantile del ragazzo, ma la realtà è forse ben più complessa di quanto sembri. Mahito ha infatti afferrato istintivamente uno dei tredici elementi per portarlo con sé, nel suo mondo. Una mancata rinuncia, sottolineata inoltre dalla cicatrice indelebile sulla sua tempia, simbolo dell’atto creativo violento ma necessario al quale sembra impossibile sottrarsi.

De Il Ragazzo e l’Airone si potrebbe discutere e scrivere molto, essendo questa un’opera stratificata su vari livelli e che cela dentro di sé molti significati nascosti, molti dei quali forse troppo difficili da spiegare.
Questo è forse uno degli aspetti più meravigliosi del lavoro di Miyazaki e della sua magia. Quella particolare magia che non si può né spiegare né raccontare, ma solamente imparare a vivere.

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Per comprendere la bellezza narrativa dell’ultima fatica del maestro dell’animazione nipponica è necessario partire da un presupposto essenziale: ogni singolo elemento utilizzato e mostrato ha un valore altamente simbolico. Questo vuol dire che ogni cosa è diversa da come sembra ma, soprattutto, ha il compito di dare una forma riconoscibile alle problematiche interiori del giovane Mahito. Il ragazzo, infatti, dopo aver perso la madre in un tragico incendio durante i combattimenti della Seconda Guerra Mondiale, si trova trasportato in un mondo che non conosce e rifiuta. Il padre ha iniziato una nuova relazione proprio con la sorella della moglie. La somiglianza tra le due donne colpisce intensamente Mahito ma, al tempo stesso, lo allontana affettivamente ancora di più evidenziato la perdita della madre.

A questo, poi, si aggiunge anche l’estraneità di un nuovo ambiente in cui è stato condotto per allontanarlo dalla grande città in attesa che la guerra finisca. Tutti elementi disturbanti che nell’animo di Mahito producono un distacco assoluto rispetto a ciò che mostra e ciò che sente. Così, circondato da un mondo di adulti accudenti ma comunque assenti, si trova a dover gestire da solo la complicata elaborazione del lutto e la dolorosa ma inevitabile accettazione della morte della madre.

Un percorso che Miyazaki ha scelto di rappresentare attraverso la costruzione e l’utilizzo di un luogo misterioso come una torre, all’interno della quale è custodito un universo parallelo gestito dalla magia. Il confronto, dunque, tra il mondo magico e quello naturale è evidente. Allo stesso tempo, però, si evidenzia anche un altro rapporto speculare. La torre, infatti, altro non è che la rappresentazione simbolica del tormento emotivo di Mahito. Un mondo interiore che cela a chiunque, forse anche a se stesso, in cui l’unica ragione di vita è la ricerca della madre. Per questo motivo, dunque, il solo modo per poter accettare la realtà effettiva è immergersi completamente in quella emotiva, sperando di trovare la motivazione giusta per tornare a vivere…

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domenica 7 gennaio 2024

Perfect days – Wim Wenders

non ci sono avventure epiche, scene di guerra, lotte di samurai, violenze di yakuza, solo leggerezza e gentilezza.

non sappiamo niente di Hirayama, vive in una mini-casetta, il bagno lo fa ai bagni pubblici, mangia sempre alloo stesso ristorantino, fa una vita regolare, gli piace fare il lavoro ben fatto, per quanto umile sia, libri e musica e le piante sono la sua compagnia necessaria.

se Jorge Luis Borges avesse conosciuto il pulitore di cessi Hirayama gli avrebbe dato un posto fra i giusti.

un film da non perdere, andate sul sicuro.

Kôji Yakusho ha vinto il premio come miglior attore al festival di Cannes.

buona visione - Ismaele

 

 

La capitale nipponica di Wenders è una location a misura d’uomo, fatta di edifici minuti e ordinati, strade sinuose, negozi e ristoranti di fiducia; un reticolato di non-luoghi (per dirla con Marc Augé) che divengono santuari di condivisione, templi sacri di una routine placida e rassicurante, bilanciata da un senso comunitario ineccepibile e invidiabile, a tratti inconcepibile.
Come può Hirayama trovare appagante un lavoro del genere? Il senso trascende l’apparenza, va oltre ciò che la società vede per farsi verbo di accudimento verso un prossimo ignoto e sempre diverso.
In una cornice in cui i luoghi non hanno proprietà specifica, anche il buon senso diviene un patrimonio pubblico da coltivare e la bontà umana acquisisce i contorni di un atto scontato e dovuto, così profondamente avviluppato nella nostra natura da essere imprescindibile.

Con un’inquadratura rigidamente in 4:3, Wim Wenders ci regala uno spaccato normalissimo di vita, lo fa soffermandosi a distanza ravvicinata sulle espressioni del volto, in una palette fredda che assimila tepore man mano che il minutaggio scorre. Prende poi le distanze, quanto basta a regalarci una visione totale della realtà in cui ci troviamo – la luce che filtra dagli alberi, le vetrate colorate delle toitet, un tizio strambo che si aggira nel parco, un bambino che saluta con la manica in senso di gratitudine, il caos di un pub -; si perde nei chiaroscuri al neon atti a circoscrivere un dettaglio, un piacere intimo come la lettura, quella dei libri di autori come William Faulkner, Aya Kōda, Patricia Highsmith, rigorosamente di seconda mano.
Perfect Days ci immerge in un gioco silenzioso e terapeutico, fatto di poche parole e molti gesti, piccoli e preziosi come le piantine annaffiate quotidianamente dal protagonista.
Parole, dicevamo, poche ma essenziali: restano rinchiuse dentro al petto emergendo solo quando davvero servono, distillate con cura per lenire un dolore o regalare un’illusione che abbia un retrogusto di infinito. Hirayama usa la voce quanto basta a gettare ponti verso l’altro da sé, lasciando spazio alla musica, tantissima e densa, coagulata in supporti analogici d’altri tempi, rari quanto la capacità di godere dell’essenziale, di rallentare, di fare del bene senza attendere in cambio null’altro che la bellezza di un sorriso…

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Tutto scorre, ma ogni momento è diverso, o può esserlo. E sembra esserci pace nell’accettazione che le sorprese della vita in fondo sono la vita stessa. Pace, ma non felicità, come scopriamo insieme a lui, quando a stravolgere la sua vita è una nipotina da troppo tempo trascurata, che lo riporta a un contesto familiare troppo doloroso da sopportare, o il riemergere di sentimenti che sotto quella routine erano stati messi a tacere.

L’amore, il senso di colpa, la paura, la gelosia, una fanciullesca voglia di vivere si affollano in una paurosa – quanto non esplicita – contemporaneità nell’ultima parte della storia, che pur restando fedele a un silenzio narrativo denso di significati e lezioni racconta di rispetto e consapevolezza. Un silenzio che non si rompe nemmeno nell’abbraccio con la sorella, né per raccontare la vergogna di aver scelto di fuggire il dolore della morte e dell’oblio. Un silenzio rotto solo dalla musica – bellissima – che Hirayama sceglie, a riempire i momenti nei quali non può restare in ascolto dei suoni della natura e della città in movimento. E che, alla fine, nella splendida Feeling Good di Nina Simone promette una “nuova alba, un nuovo giorno, una nuova vita”.

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Una vita semplice, una routine quotidiana molto strutturata da mane a sera, la passione per la musica (Otis Redding, Patti Smith, Van Morrison che ascoltiamo in musicassetta), i libri e gli alberi che fotografa, i gabinetti che meticolosamente – l’inizio senza guanti è temibile – rende immacolati. La nipote carinissima, la sorella estraniata, alcuni incontri ci rivelano un po’ di più del suo passato, ma il suo segreto è il presente, votato alla ricerca e alla cura della bellezza nel quotidiano.

Minimalista e trascendente, paratattico e iterato, i dialoghi ridotti e l’empatia amplificata, Wenders ripassa devoto la lezione di Ozu e si ritrova ai vertici della propria arte, levando la camera, innalzando lo sguardo dalla toilette agli alberi fino al cielo. E lo fa con un uomo apparentemente senza qualità, confinato in un impiego umile, ma quasi miracolosamente, perfino icasticamente destinato a incarnare servizio e bene pubblico, soddisfazione personale ed esternalità positive e, viceversa, soddisfazione pubblica e beneficio personale. Un’epifania poetica, un atto politico.

Sono i suoi - e sperabilmente possono essere i nostri - giorni perfetti, in cui ridere e piangere al volante, inseguire le ombre con un malato terminale, regalare un libro alla nipote, andare spedito e fiducioso verso il sole.

C’è conciliazione ma non rassicurazione, c’è contemplazione ma non decantazione, c’è in Perfect Days un retaggio che dice del qui e ora, e dunque forse dell’eterno: è un film di piccole cose e grandi speranze, è un film che pulisce i cessi ma che non smetteresti mai di guardare.

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Perfect days supone un punto y seguido en la carrera de Win Wenders, que sigue experimentando con secuencias donde algunas imágenes se van superponiendo unas encima de otras a modo de un cuadro en constante mutación, en el que podemos contemplar desde la distancia los sueños y la asombrosa imaginación del protagonista. Dentro de lo rutinario se esconde todo un mundo de posibilidades y de elementos bellos que podemos apreciar si nos acercamos lo suficiente.

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Ogni giorno una nuova canzone. Ogni giorno una nuova fotografia da scattare. Ogni giorno il sorriso di uno sconosciuto. Può bastare così poco per rendere ogni giorno perfetto? Secondo Wim Wenders sì, anche se mai, nemmeno per un attimo, ci fa pensare che tutto possa essere così semplice e così facile. Hirayama si sforza di affrontare la vita in questo modo, nonostante sia evidente come sotto la superficie, sotto quei sorrisi e quella gentilezza, soffra per un passato che non ci è dato sapere ma di sicuro è fatto di dolore e delusioni. Come per tutti noi…

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Cosa non funziona, quindi? Semplice: se escludiamo i momenti musicali, oggettivamente belli e che conquistano, si tratta di un prodotto che non riesce ad entrare dentro. Da cosa dipende, questo? Probabilmente da una certa leggerezza e semplicità che sono stati impostate nel prodotto, che lo rendono incapace di attrarre in modo profondo, e non gli conferiscono fascino se non in piccole, piccolissime dosi. Non possiamo dire, comunque, che sia un film brutto, ma possiamo invece dire che si tratta di un`occasione persa per dire qualcosa di importante, di profondo, e per dirlo bene. Ottima, invece, la rappresentazione di come si effettuano le pulizie dei bagni pubblici in Giappone: senza dubbio si tratta di un tema di nicchia estrema, ma chi aveva una curiosità del genere ne uscirà con molti punti di domanda in meno. Bella la colonna sonora citata precedentemente, che si affida a canzoni retro note al grande pubblico e di sicuro affidamento. Appena sufficiente per chi capisce di cinema, piacerà probabilmente a tutti gli altri.

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domenica 10 dicembre 2023

Il male non esiste – Ryūsuke Hamaguchi

un film che non ti aspetti, Ryūsuke Hamaguchi colpisce sempre.

una piccola comunità verrà "assaltata" da un'impresa che vuole costruire un glamping (glamour camping), danneggiando quella comunità.

il procedimento è sempre lo stesso, si fa finta di confrontarsi con la popolazione, mandando due ignoranti sicari a raccogliere i pareri della popolazione, e spiegare loro quanto ci guadagneranno, e magari a prendere come consulenti gli oppositori al progetto (tentativo di corruzione, chissà...).

quel piccolo paradiso assediato dal mondo degli affari e dello sfruttamento, e dai cacciatori, deve difendersi per sopravvivere.

Takumi e Hana, padre e figlia, vivono in armonia con la natura, e la natura con loro, Hana è una ragazzina che ama la sua terra, e si stupisce della bellezza.

il film è diviso idealmente in tre parti, la parte bucolica, il corteggiamento dell'impresa e poi la straordinaria conclusione che non ti aspetti.

il film è in una quarantina di sale, non perdetevelo, la conclusione vi stupirà, e non poco.

buona (resistente) visione - Ismaele

ps 1: è sempre la stessa strategia, penso alla Tav, a una pista di sci o a  una foresta di pale eoliche, e a mille altre situazioni di aggressione e rapina del territorio, è uno schema prevedibile, in tutto il mondo, provare a convincere, prima di violentare, se non riesci a convincere si violenta, e basta, ci sono le carte a posto, le autorizzazioni, la polizia, non potranno far niente, resistere sarà inutile.

ps 2: Il male non esiste è anche il titolo di un ottimo film iraniano del 2022, poca fantasia hanno i distributori italiani per i titoli?

 



dice il regista:

Può dirci qualcosa del finale? È una conclusione bellissima in cui ognuno può vedere qualcosa di diverso. Voleva lasciare che lo spettatore si portasse dietro delle riflessioni alla fine del film?

Come regista non penso di voler confondere lo spettatore come per dispetto, ma penso che ciò che bisogna fare è fornire un'esperienza interessante, intensa. Mi sono sempre chiesto cosa mi dà un valore aggiunto nella visione di un film, quando sono io lo spettatore, e penso che sia l'elemento della sorpresa, della confusione. Perché io ho una mia visione delle cose e quando un film la mette in discussione, questa crolla, così come crolla il modo in cui ho visto il mondo fino a quel momento, e questo è per me il massimo intrattenimento che posso avere da un film. Per me il dovere di un regista è fornire allo spettatore questa confusione, lo considero un servizio che fornisco allo spettatore dal punto di vista dell'intrattenimento.

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Film molto lento, meditativo ed enigmatico già a partire dal titolo, Aku wa sonzai shinai è di sicuro molto meno immediatamente godibile delle due precedenti opere di Hamaguchi ma possiede pur sempre un gran fascino segreto che si rivela o si occulta via via che la storia procede, mutando anche in parte le psicologie delle figure messe in scena. Ci sembra essere oltretutto molto in linea con la tradizione classica del cinema giapponese, assolutamente più nella linea Ozu/Mizoguchi che non in quella Kurosawa.  Assolutamente sconsigliato a chi ama solo l’action movie americano.

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Film visivamente e narrativamente rigoroso, che consapevolmente scarnifica l’elemento verbale in favore di quello della rappresentazione ambientale, Il male non esiste si apre a diverse suggestioni, in cui la tematica ambientale è sovrapposta a quella generazionale – col confronto, silenziosamente problematico, tra Takumi e la piccola Hana – e a quella del confronto tra diversi gruppi umani. Il film di Hamaguchi si fa più consapevolmente “divulgativo” e parlato solo nella sequenza dell’assemblea pubblica coi due rappresentanti della compagnia, oltre che nella successiva, ironica scena che mostra gli stessi riportare i dubbi degli abitanti al loro superiore; per il resto, i dialoghi tra Takumi e Hana, e quelli tra gli stessi due impiegati (in cui viene utilizzato anche lo strumento della camera car) danno al non detto e ai silenzi un’importanza almeno pari a quella dell’elemento verbale. Un non detto che, nella fase conclusiva, si carica di toni volutamente onirici, con un irrompere della violenza che era in fondo, anch’esso, tutt’altro che imprevedibile. Uno sviluppo coerente, per un lavoro come quello di Hamaguchi, che ha il merito di caricare della giusta ambivalenza il mondo che mette in scena, riportandolo alla sua complessità. Una complessità e multidimensionalità da accogliere con indubbio favore, per un cinema che stimola la riflessione e rifugge a qualsiasi tentazione da semplicistico pamphlet.

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Evil Does Not Exist è un film di preoccupazioni, confronti e punti di vista: due parti, investitori e locali, devono capire come procedere di pari passo nel presente, dopo essersi resi conto della loro incompetenza, i primi, e aver messo in chiaro le priorità della comunità, i secondi. Ingenuità e consapevolezza continuano a scontrarsi in dialoghi sinceri, che mai nascondono le ragioni dei personaggi e fanno presagire un punto di rottura fin dall’inizio, che si palesa quando il rappresentante del glamping manifesta la sua arroganza credendo di poter provare a diventare un uomo interessante imparando a vivere nella natura…

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Perché non basta poi la redenzione dei due responsabili ai lavori per salvare la flora e la fauna dell’inedito Giappone dell’entroterra incorniciato da Hamaguchi con sensibilità e tatto cinematografico, a nulla serviranno le grida di allarme dei protagonisti quando la piccola Hana viene improvvisamente dispersa nei boschi di Mizubiki, a caccia degli elusivi cervi del luogo. La tragedia, e il cuore di tenebra di un’umanità mai veramente malvagia ma al contempo costantemente pervasa da un istinto (auto)distruttivo, sono dietro l’angolo, e pur nella loro lacerante accoglienza, feriscono lo spettatore con la ruvida violenza dell’ineffabilità dell’animo umano e del suo contraddittorio rapportarsi con la realtà tutta che lo circonda. Nuovo testamento cinematografico di un Hamaguchi inedito e nichilista che non ti aspetti.

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El mal no existe es una película extraña, hipnótica, que no dejará indiferente al público. Puede que haya a quien no le interese las decisiones que toma la película y hacia donde se dirige, sin embargo, no se le puede negar una gran belleza visual y un potente mensaje de respeto a la naturaleza. Puede que esto parezca menor en comparación con la anterior Drive my car, pero, sí se le concede la suficiente atención, El mal no existe acabará recompensado con creces su visionado.

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…Hamaguchi arriva a quel punto in cui il pensiero si dissolve nella percezione e il sentimento si fa sensazione. Ed è una trasformazione dallo stato solido al liquido. Sarà per questo che l’acqua è la figura fondamentale di Il male non esiste, ciò da cui tutto nasce e ciò che va salvaguardato nel miglior modo possibile. Al punto che le stesse immagini del film sembrano farsi liquide. A cominciare dalla sequenza iniziale, quella lunga carrellata che riprende i rami e le chiome degli alberi dal basso verso l’alto, perpendicolarmente. E che suggerisce la sensazione di qualcosa che scorre, come una lenta pioggia che bagna lo schermo. Finché, come ogni corso d’acqua, il regime sa farsi più impetuoso, come in quei camera car che, dopo, aver disegnato panoramiche, precipitano in vorticose carrellate a precedere, come fossero rapide, e che, d’altra parte, sembrano deformare lo spazio fino a proiettarlo nella sfera d’attrazione di qualche buco nero.

Ma più in generale, Hamaguchi si abbandona a un flusso, alla ricerca di un cinema che vive soprattutto di movimenti, ora delicati e leggeri, ora più inconsulti e concitati. E, per contrappunto, di pause, silenzi, momenti di stasi. Secondo il ritmo della vita. E sì, può anche soffermarsi a riconoscere ed elencare piante, fiori, alberi, germogli, piume d’uccello, a indicare il punto di riferimento di un simbolo, che sia una cosa o un nome. È comunque evidente che nel flusso, le cose non sono più chiaramente leggibili e distinguibili. Sarà per questo che molto è tenuto nascosto e appartiene al regno dell’invisibile. Per ellissi (non sapremo mai che fine ha fatto la compagna di Takumi e mamma di Hana, che scorgiamo da alcune foto). O per fuoricampo: i rumori che non hanno corpo (da dove vengono quegli spari?), le inquadrature che tengono celato il punto di osservazione, le scene che giocano di apparizioni e sparizioni. Come in quell’altro superbo movimento di macchina che segue Takumi e lo perde tra il fitto degli arbusti, per poi ritrovarlo poco dopo, con Hana sulle spalle. Comparsa quasi per magia, come uno spirito del bosco. Hana non vuol dire forse “fiore”?

Ma se tutto è in movimento, in divenire, è anche evidente perché il male non esiste. Almeno allo stato naturale, non è l’altro termine di una dualità di principi distinti. Il nero si mescola al bianco nel cuore stesso delle cose. A meno che non sia strappato a forza, in un gesto di violenza gratuita, in una fucilata o nella profanazione indebita di un paesaggio che non ci appartiene. In fondo, è questa l’idea fondamentale di Il male non esiste. Il fatto che “in un certo senso, siamo tutti estranei”, come dice Takumi. Chi più o chi meno. Chi vede nella natura un oggetto o chi un’ingenua e comunque turistica prospettiva di fuga, sarà costretto a farne i conti. Ma anche chi riesce a stabilire una connessione più intima, a trattenere la parola e il respiro, a fermarsi per non intralciare il movimento delle cose. L’idea che l’uomo sia il centro è una semplificazione arrogante. Può solo stare a lato. Oppure sparire nell’indistinto.

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martedì 18 ottobre 2022

Le buone stelle – Broker - Hirokazu Koreeda

Hirokazu Koreeda dopo Parigi gira un film in Corea.

il film è una storia che sembra un thriller con dei delinquenti che commerciano bambini.

la realtà è un'altra, ai confini della legalità, magari oltre, e quelli che sembravano guardie e ladri sembrano più vicini di quanto si potesse credere all'inizio.

mutatis mutandis sembra un film neorealista scritto da Zavattini.

il film riesce a non annoiare mai, con dei colpi di scena ben assestati, e attori bravissimi, naturalmente, in mano a un signor regista.

e però, sarò incontentabile, i registi in trasferta spesso perdono qualcosa rispetto a quando girano in casa, tuttavia il film merita molto.

buona (nippo-coreana) visione - Ismaele

 

 

Con Broker racconta invece una storia coreana (che lo vede lavorare con star locali come il Song Kang-ho di Parasite) che inizia a Busan e diventa poi un road movie itinerante, pur rimanendo molto vicina ai temi tradizionali del suo cinema.

Innanzitutto la famiglia, organismo primario che va oltre anche i legami di sangue. Per il regista nipponico famiglia vuol dire pathos, impegno e responsabilità: è un modo di resistere al sistema e alle sue storture sociali, questa volta con particolare enfasi sulle leggi per l'adozione e sulle politiche di welfare infantile. Broker si chiede e fa chiedere ai suoi personaggi cosa sia più giusto, esaminando un caleidoscopio di casi da diverse prospettive durante il viaggio sgangherato di questa famiglia improvvisata.

Ci sono madri bisognose, coppie che hanno provato di tutto, ospedali che si prendono cura dei neonati abbandonati, gestori di orfanotrofi, e la polizia che deve applicare leggi a volte troppo severe. L'immagine della "baby box", un buco nel muro illuminato e con ninna nanna incorporata dove poter lasciare alle cure dello stato un bambino a cui non si può dare un futuro, è quella che apre il film e rimane sempre centrale nel suo sviluppo. Ma è davvero un aiuto oppure incentiva le giovani madri all'abbandono?

Dilemmi sui quali Kore'eda si schiera sempre dalla parte dell'empatia e dei buoni sentimenti, in quello che è un inno alla vita gentile e perfino un po' ingenuo. Qualunque gruppo di persone può imparare a diventare famiglia nell'universo del regista, che però è diverso dal mondo reale. Il sentimentalismo che lo ha spesso aiutato a illuminare con dignità il genere del dramma sociale stavolta lo fa apparire poco incisivo, benché il film si mantenga piacevole grazie a un variegato cast di personaggi decisi a fare - più o meno - sempre la cosa giusta

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Nel momento in cui i loro cuori iniziano a schiudersi, ciò accade anche al film, il quale svela il proprio ai suoi spettatori. Più i personaggi si raccontano, si smontano di ogni preconcetto e si privano di ogni segreto, più il ritmo rallenta, concentrandosi quella dimensione intima ed esistenzialista che Kore’eda è un maestro nel mettere in scena. È in questa seconda metà del film che fuori escono tutte le riflessioni sul significato di famiglia, di genitorialità e, in particolare, sul conflitto tra il voler essere dei genitori e l’incapacità di esserlo davvero. Un’incapacità che è però anche in questo caso la conseguenza di un contesto sociale sempre più individualista, che non protegge i propri membri.

Tale dinamica è in particolare esplicitata dalla presenza delle due detective intente ad osservare i movimenti del gruppo per coglierli in flagrante e arrestarli. Si tratta di due personaggi che incarnano quella legge cieca a determinate dinamiche e unicamente motivata a punire ogni infrazione, senza valutare gli elementi di contorno. Quella legge che, come avvenuto anche in Un affare di famiglia, riporta il racconto ad una dimensione particolarmente cupa e soffocante. L’elemento crime è in effetti particolarmente presente all’interno di Le buone stelle – Broker, con una serie di indagini portate avanti dalla polizia e che contribuiranno a far emergere ulteriori scheletri nell’armadio dei protagonisti.

La sceneggiatura di Kore’eda si configura dunque come un continuo susseguirsi di elementi e generi diversi tra loro, che si incastrano a meraviglia grazie alla delicatezza con cui il tutto è narrato. Un lavoro di scrittura a dir poco brillante il suo, che traspare anche grazie al controllo con cui egli regola i toni del film, capace di passare dalla commedia spensierata al dramma più puro. Con un impostazione di regia come suo solito invisibile, discreta, che lascia parlare le immagini, Kore’eda si divincola dal solito rischio di ripetersi per regalarci un’opera che ancora una volta aggiunge qualcosa di nuovo alla poetica, ribadendo però la bellezza delle tante sfumature che una famiglia può possedere.

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 Le buone stelle. Broker sembra aver smarrito la purezza, per svilupparsi in una serie di superfetazioni, deviazioni, sovrastrutture. In una dinamica che potrebbe sembrare più “accattivante”. Ma che lascia emergere anche la dimensione più ombrosa e problematica della visione di Kore-eda. Una sorta di pessimismo di fondo, a cui si tenta di trovare un antidoto nel cuore segreto delle relazioni. Un nuovo equilibrio. Nelle possibilità di una famiglia allargata, lontana da quella tradizionale, fondata più sulle ragioni profonde delle sensibilità che sul sangue, più sul desiderio e il bisogno di trovare una comunione alternativa che sulle differenze generazionali. E, qui, in questa dimensione Kore-eda riesce sempre quei momenti inarrivabili, struggenti, in cui l’emozione sorge spontanea dalle immagini. Senza forzature, senza retorica. Come la straordinaria scena sulla ruota panoramica. Sono quei momenti che solo i giganti sanno toccare con tanta semplicità. E in cui, una volta di più, avverti tutta la tua impotenza, l’inutilità di ogni discorso critico, l’impossibilità della parola a restituire solo una minima scintilla dell’energia che smuove l’anima. In cui l’immagine ti parla con la stessa evidenza della vita.

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sabato 10 settembre 2022

Happy hour - Ryûsuke Hamaguchi

le cinque ore del film non pesano per niente, Ryûsuke Hamaguchi ha il grande pregio di non lasciare indifferente chi guarda le sue opere e ci si appassiona.

le protagoniste sono quattro amiche, che hanno molto in comune e si sostengono, in un mondo dove i maschi hanno il potere e l'ultima parola, ma non sempre.

trovate cinque ore libere e lasciatevi andare alle storie di Jun, Akari, Sakurako e Fumi, non ve ne pentirete, promesso.

buona (sorprendente) visione - Ismaele

 

 


…Un film che segue le storie di un gran numero di personaggi, una narrazione che accompagna le loro vite in un lungo lasso di tempo. Un film che asseconda il tempo, non vuole contenerlo forzatamente. Segue il tempo come segue, nell’incipit, il percorso della funicolare che porta le quattro amiche, che vengono così presentate, nelle colline attorno alla città di Kobe, a fare un picnic. Una sorta di club femminile che si ritaglia quei momenti, lontano da tutto, per potersi raccontare tutto. Picnic che sarà funestato dal temporale, metaforico come viene riconosciuto nei loro stessi dialoghi. La mdp seguirà ancora la funicolare nel suo ritorno che combacerà con il titolo di testa del film. La natura, questa località collinare a ridosso della città, tornerà, a rappresentare sempre uno dei punti di fuga, come la nave che parte con la ragazza, in contrasto con la metropoli e la sua vita snervante. La città di Kobe, protagonista del film, con la sua folla, con il suo traffico caotico, spesso inquadrata con ampie panoramiche dall’alto.

Tra le scene madri di Happy Hour, vi è ancora una lunga e interminabile sequenza, di un momento di training fisico, tenuto da Ukai dell’art center Porto. I partecipanti seguono una pratica di meditazione, cercano i propri punti di equilibrio, girano in cerchio, fanno strani esercizi in coppia, toccandosi, connettendosi l’uno con l’altro. Un momento poetico, quasi una danza, quasi la simulazione dell’eclissi di Le armonie di Werckmeister. In definitiva si ascoltano, intimamente, e questo ancora contrasta con una società, come quella raccontata nel film, insensibile, governata da indifferenza e incomunicabilità, dove assente è proprio l’ascolto reciproco.

Si arriva così all’ultimo, grande, blocco narrativo. Una scrittrice è invitata a eseguire il reading di un suo testo all’associazione Porto. Gli assunti del film deflagrano in questa lettura. Una autrice che parla di cose femminili, della donna come mistero. Usa la metafora dei treni, come nel film è la funicolare. La sua impostazione artistica dichiarata è quella di catturare le cose che passano sotto gli occhi e fissarle nella pagina scritta, senza bisogno di troppe mediazioni. Quasi un quadro programmatico di quello che vuole fare Hamaguchi con il cinema, con Happy Hour.

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Kobe, Giappone. Jun, Akari, Sakurako e Fumi sono convinte di potersi confidare ogni cosa, ma quando un giorno a una cena Jun confessa alle amiche di aver chiesto il divorzio, queste accolgono la notizia con una certa sorpresa. Assistono alla causa in tribunale, dove Jun tenta di imporsi contro la volontà del marito. Per dissipare ogni amarezza, il gruppo decide infine di andare ai bagni termali di Arima, dove Jun sparisce misteriosamente... La sua scomparsa scatenerà una serie di eventi inaspettati nella vita delle tre donne rimaste.

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“A powerful affirmation of the immersive potential of cinematic narrative, Happy Hour is a slow-burning epic chronicling the sentimental journey of four thirtysomething women towards a new understanding of life and love. With gentle irony the film’s title signals both the elusiveness of the peace-of-mind sought by the women as well as the boldly extended five-hour-plus running time so crucial to the rare intimacy of character achieved by director Ryûsuke HamaguchiHappy Hour is that rarest of ensemble films, among the few to democratically, patiently and purposefully add subtle complexity to each of its main characters. Much of the rich nuance underlying the women’s constant transformation over the course of the film certainly derives from the unusual collaboration between the relatively inexperienced actresses and Hamaguchi, who together defined the characters in a series of workshop sessions that preceded the film’s eight-month shoot. Pointedly, Happy Hour itself contains a crucial workshop, early in the film, where the four friends are taught by a handsome guru to listen to each other’s bodies and embrace a different kind of interrelational communication. Happy Hour uses its patiently yet never ostentatiously or unnecessarily extended running time to teach the audience this same lesson: to learn to see, hear, sense the indeterminate secret space between people, the distance whose measure may be friendship, deception or love.” – Harvard Film Archive

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…Happy Hour, en sus cinco horas largas de duración, ofrece una panorámica fascinante de la sociedad japonesa del siglo XXI y muy especialmente de la posición que ocupa la mujer en ella. El trabajo, la amistad, la mentira, el amor, la lealtad, la maternidad, el sexo… son sólo algunas de las cuestiones que trata la película y sobre las que los propios personajes se ven obligados a reflexionar. Hamaguchi, en la tradición de Ozu y Naruse, rechaza la obviedad y abraza la sutileza a la hora de componer el perfil emocional de sus heroínas, confusas y desconcertadas al asistir al resquebrajamiento de su sistema de creencias, de aquello que consideraban firme y seguro. El estilo de su director, sostenido en planos medios y una nítida composición de los personajes en cuadro, y su querencia por diálogos larguísimos que pasan de lo leve y fortuito a lo relevante y significativo, refuerzan el carácter profundamente introspectivo de la propuesta, rasgada por elipsis inesperadas y elegantes fuera de campo. Por todo ello, no es difícil ver en Happy Hour la mano de un autor en plena madurez expresiva, lo cual es mucho sabiendo que aún no ha cumplido los cuarenta años. Su insólita duración no debería asustar a nadie: aquí hay sabiduría y belleza como raramente se encuentran en el cine que se estrena últimamente.

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…l'emozione più forte che viene dalla visione è che si ha la sensazione di percepire la vita che scorre nei minuti come negli anni e di come le protagoniste si rapportino a essa interrogandosi continuamente su chi erano, cosa sono diventate, cosa avrebbero voluto essere. Non c'è nostalgia o rammarico, piuttosto un continuo sforzo vitale di aderire alla propria realtà e ai mutamenti continui di essa.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il film ha una trama ben definita  e uno svolgimento in crescendo. L'esito sorprendente è che chi guarda attraversa le oltre cinque ore di proiezione spasimando per il destino delle quattro donne come se stesse seguendo un thriller. Il merito va a una regia straordinaria che riesce a portare lo spettatore sulla scena e a condividere paure, ansie, rabbie, delusioni e speranze delle protagoniste. Questo risultato è raggiunto soprattutto grazie a due elementi. La prima è una sceneggiatura di suprema intelligenza e sensibilità che, mentre restituisce allo spettatore la trama di un vissuto quotidiano che potrebbe essere di chiunque, non ha paura ad avventurarsi in territori di riflessione in presa diretta, con un esisto dirompente. La seconda sono le quattro attrici stesse. Senza precedenti cinematografici, conosciute da Hamaguchi durante un workshop di recitazione per dilettanti, riescono a trasformare la loro mancanza di esperienza in freschezza e spontaneità ineguagliabili. Non è un caso se al Festival di Locarno 2015 sia le quattro attrici (insieme, fatto inedito) che la sceneggiatura siano stati premiati…

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