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domenica 31 maggio 2026

Fine di una storia - Neil Jordan

tratto da un romanzo di Graham Greene (pubblicato un paio d'anni prima di Jules e Jim) , è una storia d'amore con tre bravi attori, Julianne Moore, Stephen Rea e Ralph Finnies, durante la seconda guerra mondiale, a Londra, quando le bombe tedesche non erano uno scherzo (mica come i droni russi in Europa, che sono ucraini, quasi sempre).

i tre, che sono amici, vivono una situazione ambigua, loro due amici, ma entrambi legati a Sarah, il marito e l'amante.

Neil Jordan è bravo, come sempre, a filmare una storia complicata.

buona (tormentata) visione - Ismaele


 

 

…Londra, 1939. L’attraente scrittore Maurice Bendrix (Ralph Fiennes) conosce casualmente Sarah Miles (Julianne Moore), donna affascinante sposata al monotono ministro degli affari interni Henry Miles (Stephen Rea), oggetto d’indagine da parte di Bendrix per il nuovo romanzo. Maurice e Sarah intraprendono presto una coinvolgente relazione adulterina: l’amore si alterna alle bombe della guerra; le menzogne passano inosservate al marito, consapevole di vivere un rapporto coniugale convenzionale e trascinato stancamente da anni. Maurice e Sarah si separano definitivamente nel 1944, in apparenza per ragioni inspiegabili. Quando Maurice incontra Henry dopo due anni, rientra nella vita della coppia e si affida a un detective (Ian Hart) per scoprire “il segreto” di Sarah…

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…Ancora una volta l’interpretazione di Julianne Moore è strepitosa, anch’essa nominata agli Oscar, e Ralph Fiennes non le è da meno, perfetta incarnazione di un uomo combattuto tra l’amore e i sensi di colpa. Al loro fianco bravo anche uno degli attori fissi del cast dei film del regista irlandese, il quasi immancabile Stephen Rea, nei panni del marito consapevole e taciturno. Film, come d’altronde il romanzo, intenso e commovente, drammatico e sofferto, ottimamente interpretato.

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…E' un film che cerca di tagliare col bisturi questioni profonde e delicate, e ci riesce discretamente. L'intera trama oscilla continuamente tra fede e rifiuto di Dio, tra perdizione e salvezza, tra desiderio di abbandonare il peccato e incapacità di farlo. Anche il personaggio del prete che non riesce a vivere in castità ricorda questa aporia. Lo stesso Greene aveva vissuto una relazione extraconiugale, e probabilmente cercò di rappresentare in questo romanzo i conflitti interiori che lo crucciavano.
In generale, Neil Jordan gira un buon film sentimentale e introspettivo, che per stile ricorda vagamente il noir. Non tutto è perfetto (come i non sempre chiarissimi salti temporali), ma in complesso il regista direi che ha superato la prova, rivelandosi abbastanza attento e delicato per inscenare situazioni e questioni complesse. Ho trovato bravi i due protagonisti, specialmente Ralph Fiennes, il quale ha certe espressioni che esprimono l'inesprimibile a parole. Da guardare col cuore e con la testa.

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mercoledì 16 marzo 2022

Triplo gioco - Neil Jordan

un bel film, un Nick Nolte eccezionale, gli altri attori solo molto bravi, una sceneggiatura a orologeria, un ladro gentiluomo, una fotografia solare, poliziotti e ladri simpatici allo stesso modo, da vedere, direi proprio che non ci si annoia.

le opere minori di Neil Jordan sono sempre di livello medio-alto - Ismaele



…E’ un ruggito di estetica contemporanea l’ultima opera di Neil Jordan. Essenziale ma non superficiale, glamour ma mai modaiolo, confezionato con stile ma non leccato, Triplo Gioco rende giustizia e onore al suo autore. Giustizia per il finalmente risollevato interesse nei confronti di un cineasta anomalo, abile nel traslocare da un genere all’altro ma non altrettanto nell’assicurare sempre esiti importanti (come quelli raggiunti negli ultimi anni per The Butcher Boy e Fine di una Storia), e onore per il coraggio e la valenza dei risultati con cui il regista irlandese si è presentato di fronte al remake di Bob le Flambeur (1955) di Melville. Spostato il centro d’interesse da Deauville alla Costa Azzurra, Jordan si occupa personalmente della sceneggiatura - eccezionale nella resa totale degli elementi base del genere e nel compendio delle dinamiche narrative tipiche (si veda la dissertazione sul ruolo poliziotto/ladro di Bob in macchina con l’amico Roger), risintonizzando e aggiornando gli ambienti e le tematiche dell’originale melvilliano alla contemporaneità di un hard-boiled positivo, forse più vicino alla prima maniera di Mona Lisa (1986) che alle ultime produzioni, splendidamente sostenuto dalla messa in scena e dal cast…

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…Nessuna conciliazione, nessuna pacca sulla spalla, solo una fiducia preziosa nei desideri dell’uomo, anche attraverso il sangue, alla faccia di legalità, morale, pessimismo, tragicità e quant’altro. Non è poco, oggigiorno. Quei rapidi e bellissimi “freeze frame” su volti e corpi, o che a volte interrompono un gesto sul nascere, stanno lì apposta a dirci che non c’è tempo pen pendere tempo, e che La vita va troppo in fretta per occuparsi anche della monte. Con collaboratori prestigiosi (magnifica la fotografia iperrealista di Chris Menges, grande la musica di Elliot Goldenthal), un centro focale, Nick NoIte, da urlo, e facce da incorniciare, Jordan trasforma la malinconia, il disincanto e il senso di sconfitta di Melville in piacere nel ritrovare il riscatto. Vivendo.
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Molto liberamente ispirato a "Bob le flambeur" film di Jean-Pierre Melville del 1956, il nuovo lavoro di Neil Jordan è veramente sorprendente.
All'inizio sembra una tragedia, con un giocatore eroinomane che sembra non abbia alcuna via d'uscita, e invece piano piano il film prende la forma quasi di commedia rivelandoci le due facce di Bob Montagnet (interpretato da uno strepitoso Nick Nolte)…
…Certo il film vuole essere anche un omaggio a tutto quel filone giallo-rosa di cui anche in Italia eravamo maestri, ma anche senza nessun riferimento il film ha una valenza che è solo sua. E se proprio Neil Jordan ha preso un pò dal cinema precedente ha fatto esattamente come Picasso, che, lo dice Bob Montagnet, è il più grande ladro che sia mai vissuto (glielo ha confessato Pablo stesso!).
Tutto ciò che Bob vive, dal brutto al bello, sembra assumere una forma d'arte, ed è per questo che forse la fortuna, che sembra venire e andare, è invece sempre lì che guarda, proprio come succedeva con gli eroi dell'epica antica.
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domenica 4 dicembre 2016

In compagnia dei lupi - Neil Jordan

la storia di Cappuccetto Rosso raccontata da Angela Carter, con gli occhi di Neil Jordan.
Cappuccetto Rosso non è solo una bambina smarrita nel bosco, appare una bambina che diventa donna, i lupi non sono solo lupi, ma una forma di umani, la nonna non racconta storielle, ma parabole, l'amore e il sesso sono una minaccia, ma anche qualcosa di entusiasmante, la famiglia una protezione, ma anche una gabbia.
e Cappuccetto Rosso sceglie la libertà, con tutti i pericoli del caso, sopratutto a causa degli umani.
Neil Jordan è al suo secondo film, ma si vede che ha stoffa, e lo dimostrerà.
non fatelo guardare ai bambini, non è un film per loro - Ismaele






Tratto da un breve racconto contenuto nel libro La camera di sangue di Angela Carter, In Compagnia dei Lupi è una sorta di rilettura in chiave moderna, adulta e psicoanalitica della favola di "Cappuccetto Rosso". 
Potremmo definirlo un’interpretazione simbolica del passaggio, fisico e psicologico, dall’adolescenza all’età adulta, in quella fase delicata e carica di turbamenti in cui un’adolescente scopre la sessualità. Non a caso il regista semina intelligentemente una serie di efficaci immagini simboliche, anche di grande impatto visivo (i bambini che nascono dalle uova, il fiore che si tinge di rosso, lo specchio infranto). 
I poli del conflitto interiore di Rosaleen sono rappresentati da una parte dalla nonna (un’ispirata Angela Lansbury), che ancora la vede bambina e che le consiglia di non fidarsi degli uomini (perché molti "hanno il pelo dentro") e dall’altra dai lupi, che simboleggiano il sesso, qualcosa che appare ancora sconosciuto e pericoloso, ma carico di tentazioni. Questo conflitto si risolve nel finale che simboleggia il passaggio di Rosaleen all’età adulta…

   Un'originale pellicola di Neil Jordan, in cui le atmosfere oniriche e fiabesche si fondono con autentici attimi di paura, che ricevette anche un premio come miglior film del 1984. La confezione è quella di un film fantasy, ma non mancano scene forti che rendono questo lavoro appetibile per gli amanti dell'horror: oltre ai lupi mannari (tanti) assistiamo a decapitazioni, mani recise e colpi di scena spaventosi.  

Film parecchio difficile da commentare e comprensibile che divida il pubblico.
Parlando personalmente, ho assistito ad una rivisitazione della favola di Cappuccetto Rosso in chiave onirica, anche attraverso una curiosa struttura a matrioska che più volte si ripeterà nel corso della vicenda.
Qual è il tema portante del film?
Sicuramente il passaggio da bambina ad adolescente, con conseguente scoperta del proprio corpo, i propri desideri, le pulsioni sessuali, le tentazioni, la vanità, il desiderio di trasgredire al quotidiano ed il capire il labilissimo confine tra bene e male.
Inserisco nello spoiler alcune mie riflessioni e valutazioni di stampo prettamente personale che ovviamente potranno collidere con l'opinione altrui.
Per il resto segnalo degli ottimi effetti speciali, un'atmosfera da fiaba-dark perfettamente riuscita e la sempre brava Angela Lansbury nei panni della nonna di Roseleen.
Menzione anche per la protagonista: un volto adattissimo per i suoi turbamenti e per le ambiguità con cui si deve confrontare.
La scelta di costruire il film su un forte simbolismo e su un'impalcatura onirica a mio parere lo elevano a vette interessanti e merita di essere rispolverato, anche se effettivamente un bambino non lo può capire o apprezzare a fondo.

Folgorante (quasi) esordio per Neil Jordan, che attinge appieno dai romanzi e dalle fiabe gotiche (i rimandi alla struttura narrativa di Maturin sono evidenti, con una serie di fiabe e sogni innestati l'uno dentro l'altro), da Cappuccetto Rosso e dalla tradizione popolare irlandese per dar vita ad un piccolo capolavoro, in cui la nebbia avvolge tutto creando un'atmosfera fiabesca assolutamente incantevole.
Pellicola assolutamente imperdibile, poi, per l'originalità con cui affronta quella che sarà poi la tematica ricorrenti di Jordan, la diversità: i lupi mannari navigano nell'ambiguità del proprio ruolo di ammaliatori ma anche di emarginati, tanto da far sembrare la nonna (interpretata dalla Signora in Giallo) un personaggio ben più ambiguo di loro.
Un gioiello da riscoprire e custodire gelosamente.

…The movie has an uncanny, hypnotic force; we always know what is happening, but we rarely know why, or how it connects with anything else, or how we can escape from it, or why it seems to correspond so deeply with our guilts and fears. That is, of course, almost a definition of a nightmare.
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mercoledì 22 luglio 2015

Green fish (Chorok mulkogi) - Chang-dong Lee

opera prima di Chang-dong Lee, e già un classico.
cinque film in 18 anni, e tutti indimenticabili.
appaiono la disabilità, l’amore, la critica sociale, lo sviluppo economico,
dentro il film ci sono mille cose, difficili da spiegare, come raccontare un quadro, se non lo si vede si perde tutto.
e se c’è un film che mi viene in mente è “Mona Lisa”, di Neil Jordan, col grandissimo Bob Hoskins.
non perdetevi questo primo, ruvido capolavoro di Chang-dong Lee, è un maestro, vedrete – Ismaele





…Con una messinscena pulita, semplice e naturalistica, già potente, Lee ci racconta dello straniamento di Makdong, che, al ritorno nella nativa Ilsen, è alla ricerca della propria strada, dopo essersi lasciato indietro la divisa (che in Sud Corea obbligatoriamente si veste per 3 anni) e tutto ciò che comporta: nella scena iniziale, apprendiamo della sua perdita d’autorità quando 3 bulletti lo pestano sul treno che lo sta riportando a casa. Il sogno di Makdong è aprire un ristorante con l’aiuto della sua numerosa famiglia senza capo. È forse questa mancanza di un padre che porta il ragazzo a servire un boss malinconico e un po’ all’antica. Nello spiegarci il complicato rapporto tra i due, Lee sfugge ad ogni topos: il boss non insegna nulla al suo nuovo “fratello”, che dal canto suo non ha alcun interesse specifico per la malavita…

…Although having noir elements, Green Fish is a slippery critter when it comes to classification. There is gangland violence here, but although some of it looks good, it never really becomes as central to the action as perhaps it should given the subject matter. Shifting from these moments to segments of family drama back at Makdong’s mums only serves to break the narrative, leaving everything feeling more episodic than it should. Chang-dong extracts a sterling performance from Suk-Kyu and finds plenty of depth in the film’s more contemplative moments, but the gangland segments never quite attain the same ring of truth. This is an assured debut, but ultimately the over-complex plot and rambling narrative threaten to sink the film’s more delicate aspects.

…Dal punto di vista strettamente formale stupisce la maturità nell'uso dello strumento espressivo, magari meno ellittico e raffinato di quello dei film successivi però di un livello sempre molto alto.
Green Fish sembra tutto fuorchè un film d'esordio di un autore passato al cinema dopo una carriera da scrittore.
Se la parabola di Makdong è qualcosa di già visto, quello che appare nuovo nel film coreano è la malinconia che lo caratterizza, il pessimismo cosmico che lo avvolge, la critica politica che esonda allorchè sembra che l'unica possibilità di emergere per un poveraccio è quella di darsi al crimine.
E quell'ultima sequenza in cui la placida rusticità anche un pò antica del ristorante dei familiari di Makdong è contrapposta ai mostri di ferro e cemento che fendono l'aria per arrivare a "grattare" il cielo simbolo del nuovo e dell'arricchimento impazzito vale più di qualsiasi critica al rinnovamento che avanza in Corea.
Così come letteralmente trafigge il pianto catartico della donna del gangster che di nascosto si accorge che quel ristorantino che serve zuppa di pollo freschissima, è dei familiari di Makdong.
Un brano di cinema destinato a rimanere parecchio nella memoria.

…Most striking about Green Fish, as with Lee's subsequent features, is its emotional force, which is expressed while abstaining from conventional melodramatic techniques. He paints a gloomy view of Korean society and the turbulent nature of its development. This can be seen perhaps most clearly in the inner conflicts and problems faced by Makdong's family. A scene towards the end of the film, in which a family picnic disintegrates into chaos, shows how unstability has kept the family from growing close, or providing each other with any emotional support…

…Like I said earlier, Chorok Mulkogi is a flawed film. But, at the same time it is a unique experience. (At least it was for me, I was surprised to find out after I had written this that others felt it was a story told many times over. Maybe there are gangster films that cover the same territory and I have yet to get to them, but for the time being Chorok Mulkogi provided a unique take on the soldier becoming a gangster as far as I am concerned). Chorok Mulkogi isn’t a movie that will set your world on fire, even if that screenshot I grabbed is some piece of hot fire.Chorok Mulkogi is a competently made gangster tale, with some family drama and some comedy thrown into the mix. It doesn’t always work, but it often does, and those moments where it does work far outweigh the moments where it doesn’t work.

… The film’s physical centre is Makdong (Han Suk-gyu), who has just been discharged from army service. On the train home, he leans precariously from the train only to see a beautiful woman doing the same a few cars ahead. The rushing wind blows her purple scarf away from her into Makdong’s face. As soon as he gathers it to catch another glimpse of the woman (Miae, played with a vicious sensuality by Shim Hye-jin), she has disappeared. She appears again and again, tempting, teasing but never fully satisfying Makdong, who follows her and opportunity into one dark, dangerous corner after another…

martedì 23 luglio 2013

In Dreams - Neil Jordan

film spesso distrutto dalla critica, dico subito che a me è piaciuto.
mi ha ricordato "Shutter island", per dire, mica niente.
non sarà perfetto, ma non mi sono annoiato un minuto.
forse perché Neil Jordan è uno da serie A, e anche le sue opere minori sono tutte da vedere - Ismaele






Una cittadina americana, Northfield del New England, nel 1964 è sommersa da una terribile inondazione, causata dal crollo di una diga. In pochi minuti la vita di centinaia di uomini è interrotta per l'eternità. Dopo tanti anni è rimasto solo un lago ridente, ma nei fondali quanti segreti sono custoditi… Comincia così In dreams, horror psicologico di Neil Jordan (In compagnia dei lupi, La moglie del soldato, Intervista col vampiro), intrigante nelle sequenze oniriche, ma che scorre prevedibile nella parte finale e la tensione, invece di salire, a questo punto si spegne, anche a causa di insulsi dialoghi.
Claire (Annette Bening), illustratrice di pubblicazioni per l'infanzia e madre premurosa, è ossessionata da incubi orribili in cui vede una bambina tra le grinfie di uno sconosciuto. Si tratta probabilmente di un fenomeno paranormale: Claire riesce a vedere il passato delle vittime dell'inondazione. Ma presto si rende conto che i suoi sogni sono chiaroveggenti, vedono il futuro, e per di più un futuro che la riguarda, infatti, la figlia Rebecca è rapita ed uccisa da un serial killer noto ormai da tempo alla polizia locale.
La storia è già di per sé angosciante, ma gran parte del merito va sicuramente alle scelte visionarie di regia e fotografia. Sono penetranti alcune sequenze girate con la camera a mano, come quella in cui Claire devasta la sua abitazione e in cucina fa scempio di cumuli di mele e le pareti della casa si riempiono di misteriose scritte rosse ("My father was a dollar"?).

…In dreams è un thriller dalle tinte forti tutto giocato in prospettiva paranormale: per mostrarci gli aspetti inspiegabili della vita Jordan non esita a miscelare psicologia e registri da horror movie, lanciandosi in ardite (ma impeccabili) sovrapposizioni tra il piano onirico e la realtà, spesso con risultati spiazzanti per lo spettatore.

"In Dreams" is the silliest thriller in many a moon, and the only one in which the heroine is endangered by apples. She also survives three falls from very high places (two into a lake, one onto apples), escapes from a hospital and a madhouse, has the most clever dog since Lassie and causes a traffic pileup involving a truck and a dozen cars. With that much plot, does this movie really need the drowned ghost town, the husband's affair with an Australian woman, the flashbacks to the dominatrix mom and the garbage disposal that spews apple juice? All of this goofiness is delivered with style and care by a first-rate team; this is a well-made bad movie…

… In Dreams does a very good job of creating an atmosphere. The movie opens with the story of a ghost town purposefully flooded and turned into a reservoir. Apples are also prominent, in the Snow White play and in many of Claire's dreams (Vivian hides out in an abandoned apple packing plant). Both water and apples are used as death symbols, and, against the colorful New England autumn, the whole picture reeks of death…
…Bening is very good, as usual, and jumps into her mental breakdown with vigor. Downey is also very good as the recluse, except that he is given inane taunts instead of dialogue at the climax…

… The ideal conditions to watch this movie would be as a young film student on drugs and in the company of your classmates, late at night, where you have the filmmaking knowledge and structural understanding necessary to really appreciate what a total piece of psychotic garbage we are witnessing here. Others--watch at your peril, but I think only a wish to mock and degrade is an acceptable reason. Sure, there are awful movies of every available description, but this one really takes the cake just for finding new and equally appalling ways to go over the top in terms of horrificness every few minutes…

martedì 18 giugno 2013

Ondine - Neil Jordan

Neil Jordan fa solo film bellissimi e capolavori.
questo, mai passato in una sala italiana, è solo bellissimo.
bravissimi gli attori, 
Colin Farrell e Alicja Bachleda, e poteva mancare Stephen Rea, in un film di Neil Jordan?
non dico altro, vi basta? - Ismaele

Ps: le selkie vi dicono qualcosa?




…L’essere in bilico fra razionalità e irrazionalità è uno degli aspetti più affascinanti del lungometraggio, questa indefinibilità di fondo mantiene alta l’attenzione per tutta la durata della pellicola, in cui non mancano però le occasioni di perdersi nei magnifici paesaggi irlandesi che, insieme alla già citata colonna sonora, dà vita ad atmosfere magicamente contemplative. Peccato per il finale in cui Jordan sbroglia improvvisamente e troppo velocemente la matassa abbandonando lo stile trasognante che caratterizza Ondine, un film che vuole dimostrare come attraverso gli occhi ingenui dell’infanzia anche la realtà più dura possa diventare magica.

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Difficile non farsi sedurre dall'Irlanda e dai suoi angoli meravigliosi e ancora più difficile sfuggire al fascino di una fiaba irlandese scritta in punta di penna e trasposta con leggera eleganza da Neil Jordan. Il cui cinema torna sempre a brillare quando ritorna all'alma mater e quando le dimensioni produttive ritornano ad essere nettamente inferiori al magniloquente gigantismo tipico di Hollywood. Sarà un caso ma i film migliori dell'inafferrabile Mr Jordan sono sempre quelli girati al di qua dell'oceano…

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…Quella raccontata in Ondine è una storia programmaticamente piccola, che si presenta come una fiaba per adulti e fa della leggerezza la propria ragione d'essere. Una leggerezza che però, a conti fatti, rischia di scadere nell'inconsistenza: perché se da un lato il veterano Neil Jordan (responsabile sia della regia che della scrittura del film) è abile nel tenere viva l'attenzione dello spettatore per oltre un'ora, gestendo con scaltrezza la sospensione del racconto tra mito e realtà, ed alimentando un'atmosfera da sogno ad occhi aperti attraverso il ritmo controllato i dialoghi rassicuranti l'ironia gentile e una spruzzata di erotismo, dall'altro si incarta proprio sul più bello, quando l'evoluzione del racconto, mettendo a nudo varie smagliature nello script, impone una brusca sterzata che il regista non cerca neanche di ammorbidire…

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…El eje Realidad – Deseo – Realidad se entrelaza con el de Mito – Realidad – Mito cuando Annie le pregunta a Ondine “¿Puedes curarme?”. La realidad de Annie es su enfermedad cada vez más discapacitante, lo que la lleva al deseo de que Ondine la cure y, quizás, explicado por la “Sincronía” jungiana, el deseo pueda realizarse si Ondine verdaderamente lo desea de corazón y se da la coincidencia… pero no es lo que ocurre en ese momento del film. Aquí Annie somete a Ondine a un interrogatorio. La conclusión de Annie INTUYE y PREFIGURA AL FUTURO el deseo de Ondine de ser feliz “con un terrestre” y lo que ocurre con su “traje de foca”.

ANNIE: ...los de tu especie pueden encontrar una felicidad inesperada... una felicidad inesperada con un terrestre.
Con base en el concepto de “Sincronía” de Jung, podría decirse que Annie percibe un conjunto de circunstancias que interpreta de acuerdo al Mito (es el conocimiento que Annie tiene en ese momento pero que puede cambiar). Su inconsciente –inmerso en el inconsciente colectivo- también capta que esas circunstancias tienen una alta probabilidad de continuar desarrollándose. El amor de una selkie con un terrestre es la explicación mítica que le permite a Annie prefigurar la relación de su padre Syracuse con Ondine, y que ella intuye desde que su padre le narra el “cuento”.

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…La plus grande force de ce beau film qu'est "Ondine", réside dans l'interprétation fiévreuse de Colin Farrell. Loin de l'univers anxiogène d'Hollywood, le comédien retrouve lui-aussi son île d'origine, et s'approprie avec intensité un personnage qui lui ressemble en de nombreux points : lui-même ancien alcoolique, Farrell a un enfant handicapé et est tombé sous le charme de la belle Alicja Bachleda. C'est dire si ce rôle lui était destiné. Bercée par la partition mélancolique de Kjartan Sceinsson (Sigur Ros), son histoire se teinte d'un onirisme envoutant, à la lisière du fantastique (le chant d'Ondine...), là où la relation touchante, liant Syracuse à sa fille, bénéficie d'un réalisme bienvenu. Ôde à l'Irlande, à ses paysages et à son peuple, ôde à la force du conte et de la légende, "Ondine" déroule donc son charme étrange et émouvant, jusqu'à un dernier tiers qui, s'il remet en cause le mystère entourant la Selkie, finit de faire de ce film une magnifique histoire d'amour. Iontach

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…The story might be bumpy and the dialogue uneven, but Jordan is immensely skilled in creating mood. Ondine is, simply, a beautiful film to look at…

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…Ondine rappresenta quindi il ritornare ad una dimensione più familiare ma anche, ci sembra, l’ingannare l’attesa di progetti più sentiti o inseguiti (l’adattamento di The Graveyard Bookdi Gaiman e finalmente The Borgias, resuscitato sotto forma di serie televisiva). Se infatti non si fa fatica a ritrovare molti dei temi cari al regista, molte delle costanti del suo cinema e anche volti noti (Stephen Rea, qui al nono film con Jordan, che interpreta il prete cattolico del piccolo villaggio della contea di Cork, zona nella quale il film è ambientato e girato), l’impressione generale è comunque quella di un film realizzato senza troppa ispirazione, ma non per questo poco interessante…

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…The film is plainly invested in myths, wishes, and stories: Syracuse tells them to Annie and regularly asks her if anything “strange or wonderful” has happened. Annie often talks about Alice in Wonderland as well as the legend of Selkies. Still, Ondine goes over like a gentle breeze. It encompasses darkness too, both literally, with scenes shot in ink-black night or gray Irish days, and figuratively, with Annie’s mum (Dervla Kirwan) still drinking and her boyfriend (Emil Hostina) a fight-loving clod.

Annie also suffers, from kidney failure. But even as she must rely on a wheelchair, she, even more than Ondine, brings considerable light to the film. A smart, curious kid who doesn’t feel sorry for herself, Annie spends weekends “practicing my wheels” and insists her classmates are jealous. In turn, the adults in Annie’s life don’t condescend, and Ondine in particular forms an easy friendship with the girl.

Such emotional complexities don’t preclude comedy, most evident in the dry repartee shared by Syracuse and his priest (Stephen Rea) in the confessional booth. Their exchanges underlineOndine‘s sly, joyful combination of convention and inventiveness.

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