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mercoledì 3 aprile 2024

César et Rosalie (È simpatico, ma gli romperei il muso) – Claude Sautet

Yves Montand, Romy Schneider e Sami Frey sono i protagonisti del film di Claude Sautet, una storia d'amicizia e d'amore, folle e disperato, divertente e pieno di speranze,un film che riparte sempre, quando sembra concluso.

cercatelo e godetene tutti.

buona (triangolare) visione - Ismaele



QUI il film completo, in francese



Lui, lui e (affettuosamente) l'altra.Un triangolo alla Jules and Jim sviluppato secondo la sensibilità e la capacità di osservare fin nei minimi pariticolari del suo autore,quel Claude Sautet sublime cantore di sentimenti e soffoca(n)ti.Qui Rosalie,divorziata e con una bambina piccola sta insieme a Cesar,nel ramo rottamazioni,benestante ma non esattamente un esteta o un fine conversatore.Ritorna David,disegnatore di fumetti,un tempo con lei e riesplode il vecchio sentimento.Con complicazioni inaspettate.Rosalie non sa decidere:la solidità e la consuetudine della routine quotidiana con Cesar oppure l'improvvisazione,la passione che travolge tutto,le incognite del rapporto con David.I due uomini si scontrano ferocemente ma divengono anche complici fino a diventare amici.E Rosalie si sente esclusa,fino,forse, a un ultimo ritorno.Nell'ultima parte del film una voce fuoricampo spiega quello che succede e si sovrappone al ritorno di Rosalie a casa dove trova David e Cesar a pranzare e a parlare amabilmente(una scena bellissima,la sorpresa di lei,i due amici e poi lo sguardo di David perso nel vuoto allorchè si accorge di Rosalie).E questa voce in modo apparentemente posticcio dice che Rosalie è tornata per Cesar.Forse è questo l'unico particolare che non mi convince anche se sono assalito dal dubbio che questo finale sia una perla delll'edizione italiana.Sautet dirige un film sorprendente per finezza d'analisi che trae forza da un trio d'attori straordinario nel tratteggiare dei personaggi assolutamente compatibili con la realtà.E'la storia di tre persone normali che si trovano a dover fare i conti con sentimenti tuttaltro che straordinari.E si trovano di fronte a tutte le proprie contraddizioni che deflagrano impetuosamente.Ma il cinema di Sautet non è un cinema urlato,è un cinema di mezzi toni,di sguardi,di piccoli gesti.Nessuna ridondanza di regia solo una messa in scena di grande efficacia e direzione degli attori di grande qualità.E poi lasciatemelo dire:ma quanto era bella Romy Schneider?Quanto era profondo il suo sguardo?Quanta quieta malinconia Sautet è riuscito a tirar fuori da quegli occhi?

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Quello di Claude Sautet è un cinema di dialoghi e di recitazione che lascia poco spazio all’azione. I suoi luoghi prediletti per ambientare il racconto sono l’interno delle automobili, i bistrots e i ristoranti, pranzi e cene, interni di case o appartamenti. Situazioni assai comuni e, per un effetto quasi magico di questo tipo di cinema, lo spettatore si sente partecipe, integrato nella non-azione perché se ne sta seduto ad ascoltare, come gli attori che osserva. Viene in mente la filmografia di Eric Rohmer, altro gigante della stessa generazione, anche se in Claude Sautet l’approfondimento psicologico dei personaggi è forse più accurato e meticoloso.

L’ultima mia annotazione riguarda ovviamente la presenza, anche se in un ruolo di secondo piano, dell’allora diciannovenne Isabelle Huppert. Paffutella, come apparirà anche due anni dopo nel geniale “Les valseuses” (“I santissimi”) di Bertrand Blier, è in aperto conflitto con la silhouette che la caratterizzerà una volta lanciata nell’Olimpo del cinema. Fin dall’inizio, comunque, bucava lo schermo…

Insulso il titolo italiano!

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Claude Sautet ci porta per mano lungo un tragitto fantasioso, ricco di dolci sensazioni, di lucide, ironiche, spesso sarcastiche visioni nella descrizione di un amore intenso che costantemente si ha paura di perdere. Lo fa ricorrendo alla definizione di César, uomo di mezza età, classico self made man, ricco, impulsivo, incolto, trash, talora rozzamente irascibile, ma sostanzialmente buono, consapevole dei suoi limiti e delle sue sfuriate, di cui si pente subito e pone con grossolanità rimedio, giovialone, generoso, felice di un amore che costantemente (conscio di non essere una persona perfetta, bella e giovane) è terrorizzato dalla possibilità che termini bruscamente e di Rosalie, divorziata con una figlia, colta, decisa, ma anche intimamente incerta ed insicura, dolce, di un fascino femminile, non sfacciatamente esposto, incredibile per il quale si può fare qualsiasi pazzia…

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Ecco come, a volte, è necessario considerare 'anche' il triangolo. Sorprendentemente, Sautet mostra il percorso di accettazione fino alla serena vivibilità della situazione. Oggetto della contesa la radiosa, splendida Romy Schneider, i contendenti sono il fluente Sami Frey e il musone Montand.
Poteva essere la solita pochade alla francese e invece è una commedia squisita sull'instabilità dei sentimenti, sempre condotta con sensibilità e realismo e con una capacità di rivoltare le regole del conformismo con una leggerezza davvero rara. Forse (forse...) pecca un pò di frammentarietà ma resta comunque un film delizioso. Poetico il finale.
Applausi a scena aperta per i tre protagonisti, Montand è il perfetto uomo frustrato, Frey l'amante ideale e Romy semplicemente una delle più grandi (e più belle) attrici di sempre.

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sabato 13 maggio 2023

Crepa padrone, tutto va bene (Tout va bien) - Jean-Luc Godard, Jean-Pierre Gorin

già solo per alcune scene il film è imperdibile, cì sono tanti temi, e tutti ben delineati e sviluppati.

la rivoluzione, il lavoro, la lotta di classe, il cinema, la pubblicità, il consumismo e tanti altri argomenti sono filmati e restano ben impressi sulla pellicola e negli occhi di che guarda.

e poi ci sono Yves Montand e Jane Fonda, al loro meglio.

buona (rivoluzionaria) visione - Ismaele


 

 

 

 

Godard, dopo aver lasciato per quattro anni il cinema "normale" per i cinegiornali militanti, torna con un film che è una riflessione geniale sulla politica, sul cinema, sul divismo, sulla lotta di classe. Si parla di una fabbrica di salumi autogestita con il padrone Caprioli sequestrati, si seguono una giornalista americana e un regista che raccontano i problemi di coppia e di lavoro, si vede un esproprio in un supermercato mentre un "riformista" cerca di vendere con lo sconto il programma del suo partito. Come sempre Godard è geniale, sorprendente, profondo.

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La carrellata (e controcarrellata) lungo le casse del supermercato, le scene di vita di fabbrica e di ufficio mostrate da fuori attraverso le vetrate: la rappresentazione cinematografica si confonde con l’analisi politica e la funzione sensibile dell’immagine oscilla costantemente tra questi due poli; ma tale oscillazione didascalica-brechtiana va presa per quel che è, vale a dire il libero scorrazzare del cinema, il suo esprimersi e rivelarsi in quanto cinema, il suo metterci per forza di cose di fronte alla “texture” di immagini, al di là del vincolo narrativo e al di qua dell’opzione contemplativa. Se non è un manifesto del cinema militante, poco ci manca, ma certamente resta un grande esempio di cinema moderno che cerca il contatto con la superficie dei corpi, dei volti, degli oggetti, come a voler acuire, con la superficialità, la tattilità delle immagini e, nel contempo, suggerirne la loro natura smaccatamente cinematografica.

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Un pubblicitario e sua moglie giornalista rimangono bloccati per cinque giorni in un salumificio i cui operai sono in agitazione e tengono in ostaggio il direttore. Il solito Godard postsessantottesco, pesantemente didascalico nella forma ma inventivo in certi singoli momenti: uno su tutti, l’esibizione dei costi di produzione visualizzati in dettaglio attraverso una serie di assegni che vengono man mano firmati e staccati (“Voglio fare un film” “Per fare un film ci vogliono i soldi”). Meglio la prima parte, in cui l’industriale e i lavoratori prendono la parola per illustrare i rispettivi punti di vista; prolissa e involuta la seconda, dove marito e moglie discutono della loro crisi di coppia con dialoghi che sembrano scritti dal peggior Antonioni.

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Per Godard il sessantotto è fallito ma non terminato. La classe operaia è stanca dei soprusi padronali (di un Caprioli che dice "Tutto va bene"), del sindacato doppiogiochista, del "partito" che vende il proprio manuale al supermercato (simbolo del consumismo): i cartelli che recitano "1968-1972" testimoniano una continuità, perché ciò che accade (fra fabbrica occupata e gauchisti che invadono il supermarket) "È oggi". Il regista sta con il proletariato, ma il suo cinema militante non è interessato alla propaganda, invita bensì all'acquisizione d'una coscienza critica. La virtuale "love story" fra Yves Montand e Jane Fonda è una gag per permettergli il solito discorso del cinema sul cinema: il film parte con la mano del regista che firma cambiali, in cerca di fondi e consapevole che, per realizzare la sua opera, dovrà scritturare dei divi con un melodramma. Il cinema, in quanto merce, deve trovare una distribuzione: lo stesso Montand, in veste di cineasta intervistato come Godard in Lontano dal Vietnam, spiega perché ha accettato dei compromessi (gli spot) dopo aver militato nella Nouvelle Vague (cita la prefazione del "Mahagonny" di Brecht). Godard non è accomodante: i due protagonisti sono pedine del gioco, della sua "casa di bambole" espressionista (la fabbrica colorata all'eccesso di rosa fucsia e rosso, "vivisezionata" dalla macchina da presa in carrelli laterali) e la loro relazione, in cui è impossibile identificarsi, si chiude con una scena muta, dove l'autore rimarca quanto sia necessario immergersi nella realtà per capirla e nei rapporti di lavoro/potere per ovviare alle crisi di coppia con il falso problema sessuale. Non il miglior Godard, manca l'ironia feroce ed efficace de La Cinese, le invenzioni scarseggiano, sostituite da lunghe interviste, piani sequenza e pesanti apologhi politicizzati. Quando però si tratta di realizzare un semplice campo/controcampo, salta fuori il suo genio rivoluzionario: è splendida, ad esempio, l'eclissi dei volti, quando Fonda e Montand sono ripresi all'altezza della nuca di quest'ultimo.

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domenica 17 aprile 2022

BELLA CIAO - PER LA LIBERTA' - Giulia Giapponesi

tutto quello che avreste voluto sapere su Bella ciao e non avete mai osato chiedere.

è una canzone che viaggia, vive quando si desidera la libertà, tutto il mondo la canta,  le ragazze curde del Rojava cantano Bella ciao, la canta Yves Montand, la canta Tom Waits, fece scandalo a Spoleto, nel 1964la canta don Andrea Gallo, la cantano i Grup Yorum e mille altri.

è la canzone di chi lotta per la libertà, non per il potere. 

se non avete potuto vedere il film al cinema, e state per pronunciare parole che fanno rima con palazzo o con fontana non fatelo, il 22 aprile lo trasmette Rai Tre.

non perdetevelo - Ismaele

 

 

 

…Forse la migliore definizione del pezzo la dà proprio il primo “Virgilio” di questa lunga storia. Osserva Capossela: «Bella ciao è soprattutto una canzone antifascista. Il fascismo non è un fenomeno collocato e confinato in un preciso momento storico, collegato soltanto a un regime. Come affermava il suo fondatore Benito Mussolini: “Il fascismo non l’ho creato io, l’ho tirato fuori dall’inconscio degli italiani”. Bella ciao credo non sia solo una canzone nata nella Storia della Resistenza italiana, ma come un salvavita che scatta davanti alla privazione di libertà, di un diritto. Come un anticorpo ci soccorre»

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Giulia Giapponesi propone un percorso che si trasforma in una presa di coscienza con una fondamentale connotazione femminile. Troppo spesso (si potrebbe dire quasi sempre) l'articolo 'i' precede il vocabolo 'partigiani' quasi che le donne non abbiano preso parte alla Resistenza in Italia. La regista non si attarda in polemiche passatiste. Fa una cosa molto più utile: fa parlare donne che all'epoca c'erano ma, soprattutto, ci permette di conoscere giovani donne nostre contemporanee che per e con quella canzone hanno lottato o lottano. È il caso di una politica turca che per "Bella ciao" è finita sul banco degli imputati o di una combattente curda che ci mostra come quel canto faccia parte del patrimonio della lotta per la libertà di quel popolo…

da qui

 

QUI un’interessante intervista con la regista Giulia Giapponesi

 

 

 

venerdì 9 aprile 2021

Vite vendute (Le salaire de la peur) - Henri-Georges Clouzot

uno di quei film che non ti dimentichi più, dove il capitalismo è estremo e richiede un tributo di sottosviluppo e anche di sangue.

in una cittadina ai confini del mondo, in un posto senza nome, vivono degli uomini inutili, capitati per caso e per sfuggire a qualcosa, e sono disposti a tutto per tornare alla "civiltà".

nella prima parte si dipinge la misera sopravvivenza, poi inizia la lotta fra la vita e la morte.

attori bravissimi, che nelle mani di un regista eccezionale diventano superlativi.

ogni scena è necessaria e perfetta.

non perdetevelo per nulla al mondo, non ve ne pentirete - Ismaele



 

 

 

la palme des films les plus stressants de l’histoire du cinéma revient à Le salaire de la peur d’Henri-Georges Clouzot. Le film, qui a relancé la carrière du réalisateur français au début des années 1950, est si bien construit qu’on croirait qu’il a été fait récemment, si ce n’était du noir et blanc de son visuel et du jeune Yves Montand qui en est la tête d’affiche. Ce récit intemporel fait sa marque auprès de son auditoire encore aujourd’hui et s’impose dans la catégorie des films de suspense…

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When the great French thriller "The Wages of Fear" (1953) was first released in America, it was missing parts of several early scenes -- because it was too long, the U.S. distributors said, and because they were anti-American, according to the Parisian critics…

The company, which significantly has the same initials as Standard Oil, is an American firm that exploits workers in the unnamed nation where the film is set. The screenplay is specific about the motives of the American boss who hires the truck drivers: "They don't belong to a union, and they don't have any relatives, so if anything happens, no one will come around causing trouble." There are other moments when the Yankee capitalists are made out as the villains, and reportedly these were among the scenes that were trimmed before the film opened in this country…

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Clouzot conoció América Latina gracias a su cónyuge Véra, por lo que aceptó entusiasmado la idea de adaptar una novela de Georges Arnaud, escritor radicado en varios países de la región: El salario del miedo (Le salaire de la peur, 1953).

La producción de esta película tomó casi dos años, pues fue necesario construir un pueblo latinoamericano en el sur de Francia y el rodaje se vio constantemente interrumpido tanto por inclemencias del tiempo como por problemas de salud de los actores…

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Quelques décennies plus tard, il se trouvera probablement des spectateurs contemporains pour déplorer le manque de crédibilité ou du point de départ ou des agissements des personnages. De notre point de vue - et au-delà du fait que le film traduit une réalité d’exploitation économique dans des territoires sous-développés particulièrement pertinente dans les années 50 - cette forme d’irréalisme consolide la portée du film, en renforçant sa nature de conte existentialiste : l’important n’est pas tant d’y croire que de ressentir (derrière la mécanique, la dimension organique du film, en particulier dans sa dernière partie, est particulièrement palpable) ce que le film traduit de notre condition à tous. En tout état de cause, ce film ample et complexe demeure l’un des plus précieux diamants noirs de l’histoire du cinéma français.

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Nel prendere le redini del film d’avventura, mescolarlo alle tipologie più classiche del noir e trasportarlo sui binari di un action senza esclusione di colpi, Clouzot firma uno straziante, e paradossale, poema romantico. A questo serve quella lunga introduzione, che nel setaccio sterile di una critica con l’occhio all’orologio può far venire dubbi di prolissità: nella prima ora di Vite vendute, mentre si cerca di capire come affrontare la situazione venutasi a creare e a chi affidare le redini di un gioco inevitabilmente mortale, Clouzot si insinua sottopelle, accarezza in maniera pur ruvida i suoi quattro anti-eroi, li fa bruciare di un incendio più vasto e più vivido di quello che sta massacrando il pozzo petrolifero, rischiando di distruggere non vite (quelle, che si tratti dei protagonisti o dei poveri abitanti della zona, sono già abbondantemente distrutte: peggio, vendute), ma gli interessi di un Capitale avido, succhiasangue, mostruoso più della peggior bestia della foresta. Non sono animali Yves Montand, Charles Vanel, Folco Lulli [2] e Peter van Eyck, né mai lo saranno: certo, sono pronti a molto, forse a tutto, pur di salvare la pellaccia, e potrebbero anche passare sul cadavere di un amico, ma non sono animali. Sono vittime di una giostra sulla quale avrebbero volentieri girato, ma che li ha lasciati a terra; possono provare a riconquistare un ruolo nella società, ma questo appare fin da subito utopico. Più concreti quei duemila dollari, per i quali vale la pena vendersi, a quanto pare. O no?...

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Ésta película no es como una de Hollywood donde nadie suele morir así nomás cuando se es principal, por lo tanto no hay que encariñarse mucho con los protagonistas porque ésta película europea no escatima nada por su imaginación. Esto puede sonar algo medio recriminable, porque cada muerte duele, pero también tiene un trabajo escénico poderoso, en especial el del espacio lleno de líquido de camión que es otra de las grandes escenas del filme. Ésta propuesta está cargada de novedades y algún pequeño misterio.

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A mi-chemin entre la poésie et les ténèbres, il y a pourtant dans LE SALAIRE DE LA PEUR quelque chose d’infiniment beau qui ne s’apprécie qu’avec une certaine nostalgie : cette texture, ce grain, ces plans lumineusement contrasté, etc. Et pour reprendre les mots si justes d’Henri Magnan: « s’il est vrai qu’un bon sonnet vaut mieux qu’un méchant long poème, je ne crains pas de dire que le long poème de Clouzot est préférable à un bon sonnet ».

Car son SALAIRE DE LA PEUR est d’une poésie brute, la plus noire, et la plus pourpre d’entre toutes. Une sorte de carte postale que n’aurait pas reniée Camus, là où tout converge vers l’échappée d’un « condamné à mort ». Un peu comme du Céline aussi, au fond froid, pessimiste, épique, mais au cœur rayonnant de beauté. D’autant plus que l’écriture de Georges Arnaud est quant à elle profondément cinématographique, faite de ces moments bruts, secs, et ambigus…

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