Visualizzazione post con etichetta Adèle Exarchopoulos. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Adèle Exarchopoulos. Mostra tutti i post

martedì 9 gennaio 2024

Bac Nord - Cédric Jimenez

i tre poliziotti dell'Apocalisse sono l'incubo degli spacciatori di Marsiglia, un film di azione come pochi, una corsa continua, per salvare la pelle e battere i trafficanti di droga di Marsiglia, a qualunque costo e contro tutte le regole.

attori bravissimi, Gilles Lellouche, Karim Leklou e François Civil  su tutti.

il film non è adatto per chi segue le leggi, magistrati e avvocati, anche se non sempre. 

un film da non perdere, direi.

buona (spericolata) visione - Ismaele

ps: mi ha ricordato Shorta, un film danese un po' simile.


 

 

Film francese di Cédric Jimenez, questo Bac Nord mi ha favorevolmente colpito. Tratta da una storia reale sulle vicende di 3 poliziotti di Marsiglia che operano in zona di impenetrabili banlieues. La tematica di un’umanità disperata fatta dagli ultimi, alla quale anche i poliziotti appartengono, trattata dalle autorità liberal-capitalistiche dei paesi occidentali con una noncuranza e con leggi fatte come se tutti i cittadini fossero la famigliola del Mulino bianco è trattata con molta sensibilità. Il film ha un ottimo equilibrio tra scene d’azione e drammi umani con un ritmo che non annoia. Pensando che i francesi nei film moderni spesso eccedono in eccessi sono stato sorpreso dal senso di realisticità di questa opera (anche se la nostra Scampia in confronto alle case popolari marsigliesi fa la figura di un giardino d’infanzia!?), la sceneggiatura forse è un pò sbilanciata sulla purezza delle forze dell’ordine vittime dei colletti bianchi (mah!?).

da qui

 

Il problema ideologico è poi ancora più macroscopico, perché al di là dell'innocenza o meno degli agenti, che è una questione di verosimiglianza, il film presenta uno spaccato sociologico a dir poco tagliato con l'accetta. BAC Nord sembra la risposta di destra a I miserabili di Ladj Ly (e pure al meno sinistrorso Shorta dei danesi Frederik Louis Hviid e Anders Ølholm): anziché presentare un quadro sfaccettato dove i modi brutali della polizia sono concausa di una situazione esplosiva, BAC Nord non dà alcuna voce agli abitanti dei sobborghi (tranne per l'ambigua informatrice), che appaiono così come una massa di persone per lo più di colore, arroganti, violente e armate. Questa bestiale disumanizzazione aiuta la tensione, ma fino a che punto si può sacrificare la sensibilità sociologica alle logiche del cinema di genere?

BAC Nord è così un film paradossale, da una parte moderno nella realizzazione, con un atto centrale dedicato all'assedio alla retata in una palazzina, dall'altra invece con semplificazioni che oggi, per fortuna, risultano indigeribili. A questo problema il regista e gli sceneggiatori hanno cercato di mettere una pezza nella prima parte del film, mostrando la difficoltà del lavoro di polizia in quei quartieri e inserendo una sequenza sorprendentemente gioiosa in cui un ragazzino viene arrestato e finisce per cantare a rap a squarciagola in auto, insieme agli agenti che lo portano in centrale in una corsa senza regole piuttosto spettacolare. Però queste piccole cose finiscono del tutto cancellate dalla vicenda portante del film e soprattutto dal suo amaro epilogo.

 da qui

 

Un realismo complice quello di Jimenez, a tratti anche esasperato che dimostra però come il cinema francese sappia affrontare il genere combinando la componente umana con la struttura del cinema di genere che guarda a quello statunitense. Un mix anche confuso ma riuscito, in un film che non lascia tregua, trainato dalla forza prorompente della prova di Gilles Lellouche seguito anche dalla buonissima interpretazione di Karim Leklou e François Civil che regalano al film due momenti che restano. Il primo è in quella vicinanza tra Yann e Nora in carcere dove non vorrebbero separarsi mai, l’altro è in quella sottile complicità di Antoine con l’informatrice. Ci sono tutte le vite possibili, i desideri, gli sbagli tratti da questa storia vera. Certo, va anche fuori strada. ma si immerge dentro quello che racconta senza avere paura di annegare e riguardare Friedkin (e Franenheimer)…

da qui

 

Hemos de reconocer que el hecho de ser una cinta inspirada en hechos reales siempre va a delimitar el recorrido de la misma, para bien o para mal.

Y más en este caso, donde se filmaba una película a la par que se desarrollaba el juicio de los encausados.

El film es entretenido, aunque no aporte nada nuevo a un género ya de por sí bastante difícil y quien desee acción y suspense, que no dude que lo va a tener.

Quizás la atmósfera de los barrios del distrito Norte de Marsella sea un poco extravagante o caricaturesca (al menos eso espero), porque sino estaríamos hablando de cualquier película futurista, ya sea de Carpenter, como he dicho anteriormente o del propio Enzo G. Castellari y su pasión por el Bronx.

Prefiero omitir todo sobre el desarrollo final de la parte judicial, que es quizás demasiado breve y conciso en relación al resto de la cinta, pero sobre el que cada espectador podrá emitir su propio veredicto.

da qui

 

…Como suele suceder en las películas del género los roles pueden invertirse. Los policías dejan de ser los cazadores para convertirse en las presas cuando quedan encerrados en esos laberintos de cemento. La película cumple tanto con las escenas de acción como con algunos diálogos simpáticos entre los protagonistas. Los tres, de distinta manera, son carismáticos y atractivos como personajes.

Pero en conclusión el mensaje último, que en este tipo de relatos suele ser importante, resulta confuso. El Estado y las fuerzas de la ley pueden funcionar con ciertas condiciones burocráticas, como por ejemplo manejarse con cupos de delincuentes que deben ser arrestados por día, que pueden empastar el trabajo policial y distraerlo de lo que es realmente importante. ¿Deberían tener más margen de maniobra los policías que transgreden la ley como los que protagonizan la película? ¿Se trata de combatir el fuego con más fuego? Son preguntas que BAC Nord no consigue responder de manera certera.

da qui

 


giovedì 7 dicembre 2023

Mandibules - Due uomini e una mosca (Mandibules) - Quentin Dupieux

Quentin Dupieux continua a fare film imprevedibili, ma una volta visti dati, causa, pretesto, le conclusioni (direbbe Francesco) sono coerenti.

due uomini fuori di testa, gente che non si fa domande, che vive aldilà della legalità, si trova per le mani, come se fosse normale, una mosca gigante (chissà se cugina di quella di Takeshi Kitano in Getting any?).

e gli capita di diventare ospiti, per un caso fortuito, in una casa di giovani ricconi.

anche i ricconi sono abbastanza fuori di testa, a modo loro.

se pensate di aver visto film strani provate con questo, è abbastanza folle, ma ha un senso, tutto il mondo sembra impazzito, ormai.

attori follemente bravi, Adèle Exarchopoulos, bravissima per non ridere, ha avuto un colpo in testa, come se in quel gruppo di giovani fosse necessario.

Quentin Dupieux si ama oppure no.

buona (moscosa) visione - Ismaele



 

Il carattere assurdo della trama e la scemenza dei due protagonisti e di altri personaggi che loro incontreranno, sono caratteristiche che rendono Mandibules una sorta di film assurdo in grado però di ricreare un mondo narrativo perfettamente plausibile e coerente nelle situazioni mostrate

da qui

 

rimane la sensazione che sotto l’apparenza Dupieux tracci un discorso semplice ma efficace. Coincidenza o meno, riprende una dinamica assai diffusa ultimamente: l’invasione dello spazio dei ricchi da parte della classe meno abbiente. Se subito associabile a "Parasite", è in verità da lunga data ricorrente in tutto il cinema asiatico: "Ferro 3", "Vive l'amour". Trascendendo però da qualunque riflessione classista o sociale: la crisi economica resta sullo sfondo e non ci è dato sapere se la vita di espedienti dei due protagonisti sia coatta o libera scelta. Gli interessa piuttosto evidenziare un essenziale assioma: Jean e Jean-Gab e Manu sono ben consci del loro livello di imbecillità, se ne divertono, lo sfruttano e arrivano alla conclusione che "non importa avere tanti soldi, conta stare sempre insieme". Sono i giovani ricchi i veri squinternati, storditi dall’opulenza, velo sotto cui tentare di nascondere o superare problemi irrisolti con i genitori ora assenti e incomprensioni con coetanei, nell’illusione che basti una piscina in giardino ad alleviarli. Ma tra amiche non riescono a comunicare, tra fratelli non fanno che pungersi, e cadono vittime di un (involontario) tranello di cui loro stessi sono la miccia.
Questa volta l’intrusione di un corpo estraneo non è l’innesco con cui far implodere un intero nucleo famigliare (come in "Teorema" di Pasolini, vero urtex del filone), ma forse quanto almeno una sveglia con cui accendere le loro coscienze intorpidite. Peccato allora che l'etichetta "commedia surreale" non sia (ancora) un buon biglietto da visita per entrare ai Festival: "Mandibules" avrebbe meritato di concorrere nella selezione ufficiale.

da qui

 

…Qualcuno diceva che far piangere è facilissimo, non lo è altrettanto far ridere e con intelligenza. Questo è il merito di un regista/musicista che sa usare in modo surreale attrici importanti come Adèle Exarchopoulos, viste normalmente in ruoli drammatici. Il suo personaggio in “Mandibole” – una ragazza con un danno cerebrale che urla continuamente e che ha visto, unica tra tutti i ragazzi della villa, la mosca gigantesca – è esilarante.

Sul finale, dopo mille trovate di umore nero e dopo aver sentito fare ai due diverse volte il loro saluto “TORO/TORO”, quello che resta è il valore dell’amicizia. In fondo, “Mandibules – Due uomini e una mosca” nella sua follia altro non è che un buddy movie con un puppy molto speciale. In sintesi ci troviamo di fronte ad un lavoro ben fatto e perfetto per i tempi duri che stiamo vivendo.

da qui

 

…Come saprete se vi è capitato sotto gli occhi il trailer, però, coloro che si approcceranno al nuovo film di Quentin Dupieux in cerca di una cospicua dose di stranezza non saranno comunque delusi. Uno dei tre personaggi principali di Mandibules, infatti, è una mosca gigante.

Gli altri due, un paio di sfortunati e ‘geniali’ fannulloni interpretati dai popolari comici televisivi francesi Gregoire Ludig e David Marsais, alias i “Palmashow”. Il duo è, in poche parole, lo Scemo & più scemo della Costa Azzurra. Ma Mandibules è tutt’altro che derivativo, e Quentin Dupieux si spinge oltre i consueti cliché da buddy movie americano per trarre qualcosa di genuino, finanche commovente, dall’amicizia tra questa coppia di idioti.

Un aspetto senz’altro nuovo per il regista, che aiuterà probabilmente questa stravagante fanta-commedia presentata con un certo successo prima alla Mostra del Cinema di Venezia e poi al Festival di Sitges a raggiungere una audience ancora più ampia rispetto al film con Jean Dujardin dello scorso anno (arrivato purtroppo malamente anche nei cinema italiani mentre la pandemia di Covid-19 era ormai in corso).

Una delle gioie di Mandibules è la sua visione distorta di una parte della Francia più comunemente associata al glamour, una visione rafforzata dalla tavolozza di colori sbiaditi e sbiancati dal sole del film. La spiaggia vicino a St. Tropez dove incontriamo per la prima volta Manu (Ludig) potrebbe essere piena di corpi abbronzati e perfetti durante l’estate, ma in questo periodo è invece vuota, e lui ci sta dormendo avvolto in un piumone…

da qui


 

lunedì 23 maggio 2022

Generazione low cost (Rien a foutre) - Julie Lecoustre e Emmanuel Marre

Cassandre (una bravissima Adèle Exarchopoulos) fa un lavoro di merda, in un non luogo (di lavoro), sorvolando il mondo senza vedere nulla, dormendo in residence (quasi) a ore.

Una ragazza sbattuta da un aereo all'altro, per cercare di "fregare" i clienti, come in tanti lavori "moderni", nei quali il misero stipendio può crescere un po' solo vendendo qualcosa a qualcuno.

Si tratta di lavori nei quali l'umanità e la compassione umana sono banditi e puniti, percentuali, numeri, velocità e ancora velocità sono gli dei ai quali i lavoratori e i consumatori devono essere sacrificati.

La prima metà del film racconta non la dignità, ma l'umiliazione del lavoro e dei lavoratori.

Poi il film rallenta, Cassandre viene messa in mobilità, e torna a casa, una casa vera, dal padre e dalle sorella, in Belgio, ed è costretta a vivere con l'assenza e il ricordo della madre, col dolore e la solitudine interiore.

Nel futuro, se esisterà ancora un futuro, Rien a foutre potrà essere un valido e inquietante esempio dell'involuzione della specie umana, e del conflitto di classe, sempre più simile a un rapporto fra padrone onnipotente e schiavo impotente, nel quale gli schiavi-lavoratori non si sentono più classe.

buona (low cost) visione - Ismaele 

 

 

In un registro che è per scelta piatto e ripetitivo, dal taglio quasi documentaristico, Adèle Exarchopoulos nel ruolo della protagonista è un’iniezione di star power, una presenza magnetica che aiuta a non perdersi nel senso di straniamento evocato dalla storia. La sua Cassandre è una ragazza ormeggiata in un porto lontano, il cui senso di provvisorietà si calcifica in uno scorrere insostenibile. Un ritratto generazionale che si applica agli scenari contemporanei della gig economy ma che in realtà la precede, visto che il mito degli spostamenti low-cost in giro per l’Europa catturava le menti dei più giovani già un paio di decenni fa.

Non a caso c’è una stanchezza residuale al centro di Zero fucks given, i cui personaggi non possono andare oltre il fatalismo del presente (“non so nemmeno se sarò viva domani” risponde Cassandre a chi cerca di sensibilizzarla alla causa dell’impegno operaio). Anche l’immagine del futuro è filtrata attraverso il feed di un social network, dal quale si forma il sogno di passare a una linea aerea come Emirates per le belle divise ma al tempo stesso si cerca di schivare le promozioni per evitarne le responsabilità.

I due registi integrano alla perfezione questi due elementi con uno stile che oscilla tra la cronaca indaffarata della macchina a mano incollata ai personaggi e gli inserti privati, che mimano la forma espressiva di Instagram come fossero Polaroid di un tempo lontano, re-immaginate per l’era digitale.

da qui

 

Generazione Low Cost si inserisce perfettamente nel filone del cinema sociale francese, che solo negli ultimi mesi ha portato nelle nostre sale opere notevoli come Full Time – Al cento per cento e Un altro mondo, capaci di tratteggiare la progressiva erosione dei diritti e della dignità all’interno del mondo del lavoro. In questo senso, Cassandre sembra uscita da un film dei fratelli Dardenne o di Ken Loach. La macchina da presa di Julie Lecoustre ed Emmanuel Marre si incolla a lei, seguendola con uno stile lucido e realista fra sistemi di valutazione degni di una distopia fantascientifica, umiliazioni sul lavoro, promozioni imposte e colloqui in cui viene invitata a sfilare davanti alla webcam. Il desolante ritratto di una generazione per cui il futuro non esiste («Non so nemmeno se sarò viva domani», dice Cassandre), per cui l’unica prospettiva è un lavoro mediocre e mortificante con cui tirare avanti.

Un’esistenza sintetizzata dai social della stessa Cassandre: Instagram come memoria storica del tempo trascorso in un’azienda e il nickname carpediem come unico possibile approccio ai legami sentimentali, con uno spirito ben più rassegnato di quello del Professor Keating e della sua Setta dei poeti estinti. Proprio quando crediamo di averlo inquadrato, Generazione Low Cost cambia pelle sotto ai nostri occhi, trasformando il ritorno in famiglia di Cassandre in un viaggio fra traumi irrisolti e lutti insuperabili.

Dall’universale al particolare, la vita senza fissa dimora e senza affetti stabili della protagonista diventa così anche e soprattutto reazione al dolore, disperata fuga da un tormento in grado di trovarla in ogni angolo del mondo. L’ormai iconico broncio di Adèle Exarchopoulos assume così sfumature di profondo turbamento, e la stessa fotografia vira su toni più caldi, per stringerla in un abbraccio e per fornirle quella sensazione di protezione che crede di non poter più trovare…

da qui

 

…È interessante, Generazione low cost è un prodotto evidentemente assemblato con un linguaggio chiaro, e per nulla didascalico, che utilizza una spontaneità che pare sempre al limite della disorganizzazione fuori controllo mentre, al contrario, nel suo stesso stile narrativo spiega ciò che vuole dire. Nella prima parte della storia tutto è quasi caotico: Cassandre è inseguita dallo spettatore nelle sue giornate da hostess vissute come l’alunna ribelle di un liceo. Ma la realtà che viene mostrata è presa da un piccolo mondo in disparte, molto comune nella sua apparente originalità, dove giovani donne animate dal desiderio di evasione, mascherato da amore per i viaggi, gettano le basi per diventare adulte ciniche e disilluse.

La bravura di Julie Lecoustre e Emmanuel Marre sta nel non scivolare mai ad assecondare tali sentimenti, ma nello scorrere oltre e mostrare di più con una punta di sarcasmo. Continuando a seguire i passi e la faccia imbronciata della protagonista, s’innamorano del modo in cui lei stessa, l’attrice Adèle Exarchopoulos, racconta del proprio accennato distacco sulle cose accompagnato da picchi emotivi, che vive ridacchiando sotto i baffi, ma cercando il supporto affettivo della sua famiglia (Mara Taquin e Alexandre Perrier) per ricomporre se stessa, o iniziare ad imparare a farlo.

I registi mantengono, dunque, quello stesso sguardo un po’ adolescenziale che spera in un domani gettandosi in avanti non preoccupandosi troppo dell’equipaggiamento che si ha con sé. Ma lo fanno con un grande uso della cinepresa: sfruttandone la capacità di frugare nei volti, nelle storie, trasformandosi da oggetto indagatore a strumento narrativo.

da qui

 

La protagonista di Lecoustre e Marre si fa mimesi di una generazione di viaggiatori che non riesce ad avere una destinazione e il film rappresenta un riuscito spaccato sulla precarietà e il disorientamento. Non esistono più punti di partenza e d’arrivo. Per questo la coppia di registi sceglie una messa in scena che fa largo uso della macchina a mano e segue da vicinissimo la propria hostess, come a voler documentare la vuotezza di questa vita. La stessa Cassandre risponde più volte quando le chiedono di protestare che non sa nemmeno se domani sarà viva. Si gode il momento, non ha nessun obbiettivo a cui arrivare. Il viaggio è diventato l’attraversamento stesso rinchiuso all’interno delle fotocamere dei nostri smartphone, proprio come nello smartphone di Cassandre che sul finale testimonia il suo nuovo passo in avanti. Ma il sospetto che rimane è che quella sia un’ulteriore maschera, indossata per fuggire nuovamente al dolore che non ha mai smesso di cercarla. Le fontane, le luci e la musica pop illuminano il suo volto. La intrattengono nuovamente, ma allo stesso tempo rimane come al solito quella donna sorridente in disparte e sotto i riflettori. Proprio come in New York Movie di Hopper davanti ai nostri occhi si apre l’illusione di un mondo colorato, mentre sulle ombre del nostro volto rimangono solitudine e desolazione.

da qui

 


mercoledì 30 ottobre 2013

La vita di Adele - Abdellatif Kechiche

E’ un film d’amore, e non solo, e anche un gran bel film. La storia è divisa in due parti (1&2), la prima quella dell’innamoramento e amore, la seconda quella della delusione e della realtà. Adele è una ragazza curiosa della letteratura e della vita, Emma una ragazza più grande, artista e oggetto della devozione di Adele. Quando tutto finisce fra loro Adele non riesce a dimenticare, ancora il mondo non l’ha corrotta, Emma ha progetti ambiziosi e archivia Adele.

Come nei film precedenti Abdellatif Kechiche è straordinario nel raccontare i giovani (francesi), nell'età fra i 14 e i 18 anni, come pochi riescono, senza usare trucchetti. I suoi giovano sono veri, e vivi.
La scena finale è come quella di “Tempi moderni”, Adele cammina inquadrata di spalle, solo che Adele è sola e non c’è tanta speranza come c’era per Charlie Chaplin e Paulette Goddard.

Il film ha avuto molte critiche a volta scandalizzate per il sesso che le due ragazze non risparmiano davanti alla telecamera del regista, in realtà non c’è assolutamente niente che dia fastidio, non c’è niente di sporco o morboso, le tre ore della durata del film non pesano, non ci si annoia un minuto, tutto il tempo è necessario per raccontare anche i dettagli.

Ps: c’è qualcosa che scandalizza, che una ragazza a 20-22 anni possa diventare maestra, Adele è una maestra giovanissima, lo scandalo è che da noi una giovane o lavora in un call center, semischiava, o non lavora, lo scandalo è tutto nostro, bisogna ringraziare il film anche per questo, un giovane che lo vede può capire anche che un lavoro da semischiavi non è l’unico possibile - Ismaele

 

 

qui racconta qualche retroscena del film il regista Abdellatif Kechiche


…Abdellatif Kechiche porta sullo schermo tre ore che diventano Attimo, quell'attimo fugace e intenso che poche volte è possibile cogliere sullo schermo, Léa Seydoux ed Adéle Exarchopoulos si buttano a capofitto nel travolgente flusso narrativo, senza interpretare ma semplicemente "vivendosi". Ed il resto è tutto sensazione, atmosfera, essenza…

da qui

 

La vita di Adele è un’opera d’arte totale. Kechiche guarda alla letteratura, alla pittura, alla scultura, al cinema degli anni Venti. La scoperta dell’amore e del sesso per Adele avvengono come per quella Marianne la cui vie viene raccontata in un celebre romanzo di Marivaux. La fisicità delle due protagoniste è limpida e delicata come quella di marmoree statue da museo neoclassico, romantica e avvinghiata come quella posseduta dagli amanti di Klimt, mai scomposta o diabolica come nelle folli rappresentazioni di Egon Schiele. Ma c’è ampio spazio anche per citare e mostrare Lulu – Il vaso di pandora (1929) di Pabst, che, non a caso, raccontava anch’esso di una passione a dir poco tormentata.

Insomma, La vita di Adele è un grandissimo film, di quelli che si fanno ancor più belli nella nostra mente nei giorni successivi alla visione, che sa farsi ricordare per la completezza e la compiutezza resa on screen al sentimento amoroso. Raramente il cinema si è avvicinato così tanto alla realtà.

da qui

 

…Inspiegabilmente, La vie d'Adèle è un film soffocante.
Nonostante la macchina da presa a mano, non fa filtrare neanche un po' d'aria. E questo va bene nel finale di delusione, ma cosa c'entra con la prima parte, la scoperta dell'amore? Sono squilibri che neanche la giovane attrice protagonista, per quanto eccellente, può coprire. La prima parte del film è uguale alla seconda – le risate si trasformano in pianti, le carezze in schiaffi, ma La vie d'Adèle non cambia.
Questi i difetti. Non mi concentrerò sulla banalità dei dialoghi, che ho trovato davvero mal scritti. Con una certa cattiveria, si potrebbe dire che sono già sentiti, a rischio ovvietà, come il film stesso. Ma La vie d'Adèle, progetto di un capolavoro, mi ha fatto pensare proprio a questo: che sia la vita ad essere banale?

da qui

 

…Non ci si aspetti dunque spettacolarità, pruriginosi sguardi erotici (poiché nella lunghissima scena di sesso esplicito viviamo la pulsione sessuale e la vitalità della giovinezza, né visioni disperate né visioni idilliache e stilizzate), noiosi dialoghi risaputi, ma Vita, speranze, pianti e carezze, che procedono in una lunghezza assente che si fa 'passare del tempo', 'passare degli anni', sempre come se 'il passato fosse morto da pochissimo tempo'. E' così che Kechiche entra nella Vita come pochi avevano fatto, secondo un progetto ambizioso che chiunque regista dovrebbe porsi, e che qui si realizza, senza farci sentire onnipotenti perché conosciamo qualsiasi sfaccettature della protagonista, ma facendoci sentire parte dell'umanità, paradossalmente meno soli, facendoci tirare un sospiro di sollievo per la possibile solidarietà che noi vediamo costruirsi da parte nostra nei confronti di una protagonista dispersa…

da qui

 

 Non si tratta dunque di un film sul lesbismo e le sue difficoltà, ma di un film sulla condizione umana nel secondo decennio del 2000, nella società europea e nel suo ceto medio dominante, di un film che conferma la bravura di un autore e ne mostra nel modo più pieno le aspirazioni e le ossessioni e ne dimostra i grandissimi pregi, ma anche la fatica o il rifiuto di sollevare il suo sguardo oltre ciò che appare. Ci sono dei modi possibili di andare oltre, di mirare più in alto, di volare più alto? Ci sono, si tratta solo di cercarli.

La fotografia pur densa e amara del mondo così com’esso oggi è, non può più bastare, e si tratta insomma di cercare i modi di guardare dietro, oltre, sopra. Il cinema e le altre arti non riescono più a farlo, sono rarissimi gli autori che vi si cimentano e che hanno la forza di dirci qualcosa di nuovo, che ci dia qualche appiglio per uscire dalla melma di questo presente; ma se non fanno questo, che fanno?

da qui

 

…Se c'è una forza nel cinema, è quello della persistenza delle immagini nella nostra memoria. Di Adèle e di Emma, Kechiche ci racconta la tranche de vie che li legherà per sempre nella pellicola del regista, così come Emma ha immortalato sulle sue tele la giovinezza di Adèle. Nel cinema contemporaneo è ormai raro che ci si ritrovi a chiedersi cosa succederà ai protagonisti, in questo caso ad Adèle, dopo che avrà voltato l'angolo di quella stradina; un po' come quando Antoine Doinel, alla fine de "I 400 colpi", ci guardava negli occhi, invocando anche il nostro intervento, allora vorremmo raggiungere Adèle, abbracciarla, e poterle dire che per andare avanti bisogna lasciarsi qualcosa alle spalle.

da qui

 

…Kechiche, come se seguisse la lezione di Bourdieu, non ci fa vedere le differenze di classe come se rimanessero sullo sfondo mentre l’individuo persiste nella sua unicità e nel suo amore fuori dal tempo. Le differenze di classe si insinuano nel profondo dei nostri atteggiamenti, sono iscritte nei nostri corpi, nei nostri desideri. Adèle è esclusa dalle discussioni colte dall’ambiente artistico di Emma, mentre il suo desiderio sarà solo quello – modesto agli occhi di Emma – di diventare una maestra d’asilo. I mondi pian piano si separano perché l’amore è anche fatto di queste cose, della contingenza crudele delle differenze sociali. E del fatto che l’ideale sociale a cui la nostra classe ci dice di dover appartenere a volte semplicemente non si accorda col nostro desiderio inconscio.

La grande lezione di Adèle però rimane la fedeltà al proprio amore, struggente e bellissima che va oltre a tutte queste separazioni. Perché la fedeltà all’amore non è la fedeltà alla fusione dell’Uno, ma la fedeltà alla differenza apertasi per la prima volta, dopo la quale il mondo non sarà mai più come prima. Imparare a vivere dopo quella ferita, vuol dire semplicemente imparare a vivere. Senza mai smettere di crederci. Seguendo sempre il proprio desiderio. I will follow, come canta Adèle ballando malinconica sulle note di Lykke Li.

da qui

 

…Kéchiche – lo aveva dimostrato nei suoi film precedenti – ha il dono raro di catturare la vita, di catturarne il respiro, il ritmo interno, l’essenza quasi biologica, corporea, fisica, più che psicologica. Sono in molti ormai a usare ossessivamente la macchina a mano, ma come lo fa lui ci riescono in pochi, lui i suoi personaggi non solo li pedina con la cinepresa, ma li sfiora, li tocca, li avvolge, li penetra. La carnalità, prime che nei letti abbondantemente sfatti di Emma e Adèle, sta nella relazione che si stabilisce tra la cinepresa di Kéchiche e i corpi che ritrae. Vero, come dicono molti suoi critici, che non ha il dono dell’ellissi, che non sa tagliare, che è prolisso, che non tralascia nessun dettaglio, che i suoi film sono sempre troppo lunghi. Ma ci sta, è il prezzo da pagare se vuoi stare e vuoi situarti all’esatto livello di ciò che mostri e racconti, e poi ogni autore ha la sua impronta, Kéchiche è questo, e visto che ne escono quasi sempre cose mirabili non mi pare il caso di lamentarsi…

da qui