lunedì 23 maggio 2022

Generazione low cost (Rien a foutre) - Julie Lecoustre e Emmanuel Marre

Cassandre (una bravissima Adèle Exarchopoulos) fa un lavoro di merda, in un non luogo (di lavoro), sorvolando il mondo senza vedere nulla, dormendo in residence (quasi) a ore.

Una ragazza sbattuta da un aereo all'altro, per cercare di "fregare" i clienti, come in tanti lavori "moderni", nei quali il misero stipendio può crescere un po' solo vendendo qualcosa a qualcuno.

Si tratta di lavori nei quali l'umanità e la compassione umana sono banditi e puniti, percentuali, numeri, velocità e ancora velocità sono gli dei ai quali i lavoratori e i consumatori devono essere sacrificati.

La prima metà del film racconta non la dignità, ma l'umiliazione del lavoro e dei lavoratori.

Poi il film rallenta, Cassandre viene messa in mobilità, e torna a casa, una casa vera, dal padre e dalle sorella, in Belgio, ed è costretta a vivere con l'assenza e il ricordo della madre, col dolore e la solitudine interiore.

Nel futuro, se esisterà ancora un futuro, Rien a foutre potrà essere un valido e inquietante esempio dell'involuzione della specie umana, e del conflitto di classe, sempre più simile a un rapporto fra padrone onnipotente e schiavo impotente, nel quale gli schiavi-lavoratori non si sentono più classe.

buona (low cost) visione - Ismaele 

 

 

In un registro che è per scelta piatto e ripetitivo, dal taglio quasi documentaristico, Adèle Exarchopoulos nel ruolo della protagonista è un’iniezione di star power, una presenza magnetica che aiuta a non perdersi nel senso di straniamento evocato dalla storia. La sua Cassandre è una ragazza ormeggiata in un porto lontano, il cui senso di provvisorietà si calcifica in uno scorrere insostenibile. Un ritratto generazionale che si applica agli scenari contemporanei della gig economy ma che in realtà la precede, visto che il mito degli spostamenti low-cost in giro per l’Europa catturava le menti dei più giovani già un paio di decenni fa.

Non a caso c’è una stanchezza residuale al centro di Zero fucks given, i cui personaggi non possono andare oltre il fatalismo del presente (“non so nemmeno se sarò viva domani” risponde Cassandre a chi cerca di sensibilizzarla alla causa dell’impegno operaio). Anche l’immagine del futuro è filtrata attraverso il feed di un social network, dal quale si forma il sogno di passare a una linea aerea come Emirates per le belle divise ma al tempo stesso si cerca di schivare le promozioni per evitarne le responsabilità.

I due registi integrano alla perfezione questi due elementi con uno stile che oscilla tra la cronaca indaffarata della macchina a mano incollata ai personaggi e gli inserti privati, che mimano la forma espressiva di Instagram come fossero Polaroid di un tempo lontano, re-immaginate per l’era digitale.

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Generazione Low Cost si inserisce perfettamente nel filone del cinema sociale francese, che solo negli ultimi mesi ha portato nelle nostre sale opere notevoli come Full Time – Al cento per cento e Un altro mondo, capaci di tratteggiare la progressiva erosione dei diritti e della dignità all’interno del mondo del lavoro. In questo senso, Cassandre sembra uscita da un film dei fratelli Dardenne o di Ken Loach. La macchina da presa di Julie Lecoustre ed Emmanuel Marre si incolla a lei, seguendola con uno stile lucido e realista fra sistemi di valutazione degni di una distopia fantascientifica, umiliazioni sul lavoro, promozioni imposte e colloqui in cui viene invitata a sfilare davanti alla webcam. Il desolante ritratto di una generazione per cui il futuro non esiste («Non so nemmeno se sarò viva domani», dice Cassandre), per cui l’unica prospettiva è un lavoro mediocre e mortificante con cui tirare avanti.

Un’esistenza sintetizzata dai social della stessa Cassandre: Instagram come memoria storica del tempo trascorso in un’azienda e il nickname carpediem come unico possibile approccio ai legami sentimentali, con uno spirito ben più rassegnato di quello del Professor Keating e della sua Setta dei poeti estinti. Proprio quando crediamo di averlo inquadrato, Generazione Low Cost cambia pelle sotto ai nostri occhi, trasformando il ritorno in famiglia di Cassandre in un viaggio fra traumi irrisolti e lutti insuperabili.

Dall’universale al particolare, la vita senza fissa dimora e senza affetti stabili della protagonista diventa così anche e soprattutto reazione al dolore, disperata fuga da un tormento in grado di trovarla in ogni angolo del mondo. L’ormai iconico broncio di Adèle Exarchopoulos assume così sfumature di profondo turbamento, e la stessa fotografia vira su toni più caldi, per stringerla in un abbraccio e per fornirle quella sensazione di protezione che crede di non poter più trovare…

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…È interessante, Generazione low cost è un prodotto evidentemente assemblato con un linguaggio chiaro, e per nulla didascalico, che utilizza una spontaneità che pare sempre al limite della disorganizzazione fuori controllo mentre, al contrario, nel suo stesso stile narrativo spiega ciò che vuole dire. Nella prima parte della storia tutto è quasi caotico: Cassandre è inseguita dallo spettatore nelle sue giornate da hostess vissute come l’alunna ribelle di un liceo. Ma la realtà che viene mostrata è presa da un piccolo mondo in disparte, molto comune nella sua apparente originalità, dove giovani donne animate dal desiderio di evasione, mascherato da amore per i viaggi, gettano le basi per diventare adulte ciniche e disilluse.

La bravura di Julie Lecoustre e Emmanuel Marre sta nel non scivolare mai ad assecondare tali sentimenti, ma nello scorrere oltre e mostrare di più con una punta di sarcasmo. Continuando a seguire i passi e la faccia imbronciata della protagonista, s’innamorano del modo in cui lei stessa, l’attrice Adèle Exarchopoulos, racconta del proprio accennato distacco sulle cose accompagnato da picchi emotivi, che vive ridacchiando sotto i baffi, ma cercando il supporto affettivo della sua famiglia (Mara Taquin e Alexandre Perrier) per ricomporre se stessa, o iniziare ad imparare a farlo.

I registi mantengono, dunque, quello stesso sguardo un po’ adolescenziale che spera in un domani gettandosi in avanti non preoccupandosi troppo dell’equipaggiamento che si ha con sé. Ma lo fanno con un grande uso della cinepresa: sfruttandone la capacità di frugare nei volti, nelle storie, trasformandosi da oggetto indagatore a strumento narrativo.

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La protagonista di Lecoustre e Marre si fa mimesi di una generazione di viaggiatori che non riesce ad avere una destinazione e il film rappresenta un riuscito spaccato sulla precarietà e il disorientamento. Non esistono più punti di partenza e d’arrivo. Per questo la coppia di registi sceglie una messa in scena che fa largo uso della macchina a mano e segue da vicinissimo la propria hostess, come a voler documentare la vuotezza di questa vita. La stessa Cassandre risponde più volte quando le chiedono di protestare che non sa nemmeno se domani sarà viva. Si gode il momento, non ha nessun obbiettivo a cui arrivare. Il viaggio è diventato l’attraversamento stesso rinchiuso all’interno delle fotocamere dei nostri smartphone, proprio come nello smartphone di Cassandre che sul finale testimonia il suo nuovo passo in avanti. Ma il sospetto che rimane è che quella sia un’ulteriore maschera, indossata per fuggire nuovamente al dolore che non ha mai smesso di cercarla. Le fontane, le luci e la musica pop illuminano il suo volto. La intrattengono nuovamente, ma allo stesso tempo rimane come al solito quella donna sorridente in disparte e sotto i riflettori. Proprio come in New York Movie di Hopper davanti ai nostri occhi si apre l’illusione di un mondo colorato, mentre sulle ombre del nostro volto rimangono solitudine e desolazione.

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