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venerdì 27 marzo 2026

I favoriti di Mida - Miguel Barros, Mateo Gil

ispirato a un racconto di una decina di pagine di Jack London, pubblicato alla fine del XIX secolo, in Spagna traggono una serie di 6 puntate, poco più di 5 ore, adattata ai nostri tempi..

il protagonista è Luis Tosar, sempre bravo, ma anche gli altri attori e attrici sono convincenti.

niente di memorabile, ma non male.

buona (complottistica?) visione - Ismaele


 

Lo svolgimento della vicenda nonostante sia ben strutturata, purtroppo, però, non regala sempre forti emozioni che ci si aspetta da un thriller-crime. Non rasenta, comunque, mai la piattezza. In un modo o nell’altro, ci fa affezionare alla storia tenendoci comunque attaccati allo schermo se non altro per capire come va a finire; un finale però che sembra restare aperto a una nuova stagione…

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…Victor Genovés è un ricco uomo d’affari che ha appena ereditato una fortuna, per questo motivo è allo stesso tempo molto ammirato e odiato. I membri della sua società non sembrano approvarlo e la sua ex moglie ha con lui un rapporto complicato. Victor perciò non sembra spaventarsi quando riceve una lettera minatoria da parte di una setta che si firma I Favoriti di Mida. Il gruppo minaccia di uccidere periodicamente un civile se Victor non versa una somma di 50 milioni.

La trama si infittisce quando Victor si rivolge alla polizia; la setta infatti sembra conoscere le sue mosse, al punto da far sospettare una talpa tra gli amici dell’uomo. Questi elementi creano una suspense crescente che tiene lo spettatore incollato allo schermo. Lo sviluppo della trama è imprevedibile e mantiene alta l’attenzione, Questo è possibile anche grazie alla buona caratterizzazione del personaggio. Victor infatti si trova davanti a un bivio: se paga il riscatto finanzierà una setta terroristica, se si oppone diversi civili innocenti saranno uccisi, Questo rende Victor un personaggio tormentato, per questo motivo lo spettatore si sente coinvolto dalle decisioni del protagonista…

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martedì 6 maggio 2025

Quien a hierro mata (Occhio per occhio) – Paco Plaza

un infermiere in un ospizio, con una moglie che sta per partorire, e un boss della droga, con i due eredi, in Galizia, le loro strade s'incontrano.

e piano piano si scoprono tanti dettagli, fino al tragico epilogo.

un gran bel film, con attori convincenti, cercatelo e soffritene tutti.

buona (gallega) visione - Ismaele

 

 

 

Un drammatico che poi si veste da thriller e da crime, davvero bello.

La storia è semplicissima ma molto molto originale (non mi sono informato se è presa da un libro o altro). E' molto intelligente portare lo spettatore a scoprire la verità piano piano, inserendo sempre qualche elemento in più.

L'incipit è davvero ottimo, con quella gabbia nel mare e la telefonata definitiva.

E subito facciamo conoscenza con la famiglia criminale del film, il boss (personaggio bellissimo e complesso) e i suoi due figli, due cazzoni arroganti che credono di essere stocazzo mentre sono due e veri e propri incompetenti….

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Film cupo e ansiogeno,dalle atmosfere torbide, costantemente attraversato da pulsioni di morte. Luis Tosar, interprete di Mario si dona all’obiettivo senza limiti di posa, pronto a farsi scrutare e studiare dallo spettatore, che cerca di districarsi, nel turbinio intimo che lo anima. Mario è da sempre particolarmente legato alla famiglia e al suo lavoro, ma l’opportunità di riscattarsi dei torti subiti direttamente sul corpo del proprio carnefice è un’occasione troppo ghiotta per lui, difficile conciliare tutte le sue aspirazioni, di tranquillità familiare, di etica professionale e di vendetta. La sceneggiatura di “Occhio per occhio” è puntuale e forse anche scontata, come se il destino di Mario e Antonio fosse già scritto e inevitabile, senza possibilità di redenzione o di fuoriuscita. Tuttavia gli ultimi minuti sorprendentemente micidiali e cattivi fanno la differenza e alzano il livello globale del film.

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…Paco Plaza ha raccontato di aver ricevuto la prima sceneggiatura e di aver deciso subito di dover raccontare questa storia: “ho pensato che il personaggio interpretato da Luis Tosar avesse un arco insolito, essendo affascinante e figlio di puttana allo stesso tempo”.

Xan Cejudo, morto poco dopo le riprese del film, è un boss terribile e spietato, ma che scivola, giorno dopo giorno, nella malattia e nell’afasia.

Attorno a loro si muovono personaggi mal scritti, di puro servizio: tuttavia il film si riscatta nell’epilogo, che ha la forza di chiudere con una nota non riconciliata, mettendo in scacco il senso dell’operato di Mario e lasciando lo spettatore a riflettere sulle conseguenze delle sue scelte.

Insolito e disturbante.

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venerdì 17 novembre 2023

Yucatán - Daniel Monzón

una commedia divertente, di ladri attratti dai soldi (come i parenti, d'altronde), girato quasi tutto su una nave da crociera.

niente di memorabile, ma è un film che si vede bene, imbrogli su imbrogli, ladri simpatici, il derubato ancora di più, con una morale.

buona visione - Ismaele


 

 

Yucatán è una commedia piacevole e divertente che ha la particolarità di avere un palcoscenico mobile, peculiarità che rende questo film dinamico e sempre in evoluzione. In ultima analisi possiamo dire che questa commedia spagnola riesce ad intrattenere per due ore grazie alla qualità degli intrighi, dei raggiri e delle spassose messe in scena, un film che possiede anche una grande qualità artistica e tecnica, dal design ai costumi, e che riesce a mantenere l’interesse fino alla fine.

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…Yucatán es puro entretenimiento y diversión donde desde la primera escena se nota la perfecta producción y comprobamos que todo el dinero invertido está mas que justificado. Una primera hora espectacular que homenajea a los grandes clásicos de Hollywood donde todo es glamour, brillo y llena de números musicales que asombran al espectador. La música da paso a la comedia y el romance que mezclada con una pizca de intriga nos trae recuerdos de un cine que desgraciadamente ya prácticamente a desaparecido.

Como gran espectáculo que es Yucatán los actores son piezas importantes de la trama y aquí el elenco que vemos es impecable, desde Luis Tosar a Stephanie Cayo pasando por Rodríguez de la Serna y sobre todo Joan Pera todos están perfectos. Todos se complementan a la perfección en esta comedia coral donde todos en su justa medida tienen algo que aportar.

Yucatán es pura magia, es diversión y entretenimiento en el que todo está perfectamente integrado, pocos peros tiene el film, su larga duración, pero por lo demás uno se da cuenta que al salir del cine sale con una sonrisa de oreja a oreja sabiendo que se lo ha pasado pipa y eso desgraciadamente no ocurre todos los días.

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Hay muchas sorpresas y el guion está bastante bien, y también tiene una gran calidad artística y técnica, desde el diseño de vestuario, el maquillaje y peluquería, el montaje, sonido y la música con grandes canciones. En todos estos aspectos hay un gran trabajo que merecerían el premio de algunas candidaturas en los premios Goya 2019, aunque parece pronto para valorar las opciones de la película que teniendo en cuenta la recepción crítica y la fecha de estreno parecen ínfimas.

A nivel interpretativo es donde hay más sombras que luces y donde la película cojea respecto al conjunto del proyecto, aunque cuenta con dos grandes trabajos interpretativos, los del argentino Rodrigo de la Serna y del español Joan Pera. El primero confirma su talento en el papel del pianista Clayderman, demostrado en " Diarios de motocicleta ( 2004 ) " y " Cien años de perdón ( 2017 ) ", con gran ironía y capacidad para estar creíble en las situaciones dramáticas. 

En el caso de Joan Pera, uno de los grandes actores de nuestro país conocido por su labor en el mundo del teatro, y sobre todo por ser la voz de doblaje de Woody Allen desde mediados de los 80. En esta ocasión tiene la labor de interpretar a Antonio, ese anciano millonario desde que le tocó la lotería y que viaja con sus tres hijas y dos cuñados…

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giovedì 27 aprile 2023

La flaqueza del bolchevique - Manuel Martín Cuenca

Maria (Valverde), una ragazzina di 14 anni, è la giovane Lolita del film, che strega, senza volerlo, Pablo (Luis Tosar).

Pablo vuole rompere le scatole, per divertimento e vendetta, alla sorella di Maria, dopo uno stupido incidente stradale, e Maria appare, e lo incanta.

e Pablo non capisce più niente, vuole stare con quella ragazzina, come se lui fosse un ragazzino innamorato perdutamente.

i due diventano sempre più vicini, non possono non pensarsi, non possono non stare insieme, con tutte le precauzioni del caso, e quando il film potrebbe diventare un film lolitesco romantico stucchevole, con una virata inattesa, il film diventa una tragedia greca classica, e il dramma è servito.

grandi interpreti per un gran film.

cercatelo e soffritene tutti - Ismaele

  



 

 

Manuel Martín Cuenca adaptó una novela de Lorenzo Silva en esta película que crea con estilo y mesura vínculos intensos sobre destino y obsesión en una relación especial de edad dispar.

El film, con interpretaciones plausibles y algunos diálogos de mérito, podría resultar un notable estudio psicológico de personaje solitario, frustrado, desilusionado, obsesivo, pero termina siendo efectista, no careciendo de tópicos en la caracterización de personajes y resultando escaso en la complejidad de sensaciones que prometía su premisa.

La trama se desentiende de caracteres clave, le falta densidad emocional e incisión en la perturbación. A pesar de ello, no resulta un film despreciable.

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Appropriately enough, from Rioja Productions comes a movie that’s a good example of new wine in a very old bottle. Fixation of respectable fortyish businessman on schoolgirl after coup de foudre love-at-first-sight. All following a minor car crash that leaves the grille of his car dented: VW askew. Tragic consequences for all concerned. American Beauty scenario Tosars Pablo even plays loud rock in his car, looks a little like Spacey from certain angles. Twists : (1) he’s not married. (2) he’s not especially sympathetic (dog-faced Tosar also looks a little like Ross Kemp). Something of a creepy pervert when he loses his self-control. (3) Shes more than a match for him. The Bolsheviks weakness was for a pretty face, and Valverde shows real star quality in debut role (justifies the and presenting credit among opening titles that’s usually a reliable kiss of death to a young career.) Hes a bit of a blank, but she’s luminous: something of a young Kate Winslet, with fiery Winona Ryder eyes blazing when she’s roused. Lifts movie whenever she’s on screen, which isn’t enough. Unhurried movie, many longing looks accompanied by melancholy piano. Uncluttered visuals in character-study two-hander. Somewhat underpowered, though this is really setting us up for the violent finale (his comeuppance?) all the more jarring/numbing. In retrospect, occasionally daft convolutions of plot have in fact been part of a noirish inevitability. Nothing amazing, but does what it does pretty well.

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domenica 5 marzo 2023

Tutto in un giorno (En los márgenes) - Juan Diego Botto

Penélope Cruz Luis Tosar sono gli straordinari interpreti di un cinema civile di cui si ha sempre bisogno.

l'economia dell'homo homini lupus è un moloch che distrugge tutto quello con cui ha a che fare, non è economia civile, né economia sociale.

lo sanno i poveracci espulsi dalle loro case, perché non riescono a pagare l'affitto o le rate del mutuo, e lo sfratto (in spagnolo si chiama desahucio), con tanto di polizia per eseguirlo, nonostante le manifestazioni di solidarietà.

nel film ci sono alcune storie che si incrociano, sempre in situazioni di disagio, Penélope Cruz sarà (forse) sfrattata, Luis Tosar è un avvocato che fa i salti mortali per salvare qualcuno qualche volta (è un giusto), a costo di trascurare la sua vita familiare.

non è un film perfetto, ma necessario, andate e guardatelo tutti (lo si trova in un'ottantina di sale, sicuramente grazie alla fama di Penélope Cruz).

buona (senza sfratto) visione - Ismaele


PS: recentemente sono usciti Antidisturbios, una produzione spagnola di Rodrigo Sorogoyen, e Il legionario, un film italiano di Hleb Papou, due film di poliziotti e sfratti.


 

È nota ormai l’ambiguità, così come la scelta molto spesso poco funzionale delle traduzioni italiane rispetto a titoli cinematografici esteri. In qualche caso si tratta di una strategia perlopiù legata al marketing e alla promozione – scioccamente – accattivante del prodotto film, che altrimenti rischierebbe di apparire differente. In qualche altro caso invece la traduzione vorrebbe amplificarne ed evidenziarne il contenuto, come a voler accompagnare il pubblico ad una semplificata comprensione di ciò che vedrà in seguito. Non tutte le traduzioni italiane hanno giovato alla fama e alla promozione di un film, escluse rarissime eccezioni. Nel caso dell’esordio alla regia di Juan Diego BottoTutto in un giorno, si ha la conferma di quanto a volte – e sempre più spesso – i titoli nostrani possano privare di contenuto e simbolismo un film estero che a partire dal titolo vorrebbe comunicare molto direttamente con lo spettatore. Ecco dunque la distanza tematica chiarissima e immediata tra: Tutto in un giorno e En los márgenes

Tutto in un giorno è un esordio interessante, considerando soprattutto il linguaggio e discorso registico che non produce o crea distacco tra la macchina da presa, il contesto in cui si muove e gli individui che racconta, come molto spesso accade invece nel cinema dell’oggi e non solo, restando estremamente vicino ai corpi e ai volti, come a voler indicare, comunicare e sottolineare una condizione eterna di invasione e ingresso violento da parte di forze altre – ed esterne – nella vita degli individui. Lo spettatore si ritrova infatti a vivere questa condizione, subendola e perpetrandola al tempo stesso, perciò consapevole di una fragilità umana capace di produrre gesti ed emozioni contrastanti, inarrestabili e sorprendenti.

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Come è stato giustamente scritto, Tutto in un giorno ha la forza e l’afflato sociale di un film di Ken Loach o di Mike Leigh. O, ancora dei film Stéphane Brizé con Vincent Lindon. Tutto in un giorno è una storia politica, ma è anche una storia umana. Perché, come si diceva, tutto è politico. E le condizioni sociali ed economiche si rifrangono su quelle personali. Tutto in un giorno, in fondo, è un film sulle famiglie. La famiglia di Azucena e suo marito, che litigano perché i due hanno modi diversi di affrontare le cose. La famiglia di Raul, che allo stesso tempo si unisce e si divide: l’uomo sembra perdere la compagna di vita, che non sopporta il fatto di vederlo continuamente preso dal suo lavoro; ma, allo stesso tempo, il figlio acquisito sposa le sue cause e comincia a provare empatia per gli altri. E, finalmente, dopo aver sempre detto che è il patrigno, lo chiama finalmente, “padre”. E poi c’è la famiglia di quell’anziana signora, che vive nell’assenza, nel ricordo, nell’attesa: la donna apparecchia sempre la tavola da pranzo per tre, per il marito che è venuto a mancare e per il figlio che non vede da tempo, anche se è da sola…

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È un film che fa riflettere, che non si cura di compiacere lo sguardo di chi guarda né si sforza di essere consolatorio, va giù dritto a raccontare una realtà durissima, scomoda, saltando ogni tentazione di retorica e limitandosi a mettere in scena con  sobrietà, ma anche un tocco di grande umanità, storie di vita quotidiane. C'è di base l'intento dichiarato di mostrare come una situazione di grande stress economico possa mettere a repentaglio tutto: relazioni di coppia e familiari, certezze personali, persino la voglia di andare avanti. Cruz che grida "Vergogna" a fine film si fa portavoce di tutti coloro che, con estrema dignità, tentano di tirare avanti ogni giorno, come posso, meglio che possono, malgrado le immense difficoltà economiche e non solo che infestano le loro, le nostre, esistenze.

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Personaggi che si incrociano come le vite nelle strade delle città. Botto non risolve, ma racconta con l’occhio di un realismo filtrato dalle aspirazioni di Rafa che diventa il baricentro del racconto, crocevia di varie esistenze e impotente spettatore di un mondo che va in rovina, incapace, a differenza del Locke di Steven Knight, di organizzare con completezza la sua vita. Tutto in un giorno diventa un film sulle sconfitte, sulla dissoluzione familiare dovuta anche al sistema, oscuro e impenetrabile, senza volto che dal potere politico a quello economico-finanziario schiaccia e distrugge tutto e tutti quelli che non possono rispettarne le regole. Tra Kafka e il Philippe Lioret di Tutti i nostri desideri, con il filtro politico di Loach e la bravura imperiosa di Penélope Cruz e quella rassegnata di Luis Tosar.

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hablar del trabajo de Penélope Cruz y Luis Tosar es imperativo. La primera, de la que poco más podemos decir que no se haya dicho ya, convierte el dolor en algo palpable, que casi se puede tocar y respirar a través de cada mirada, cada lágrima y cada hilo de voz. Inmensa. El segundo, un despliegue de fuerza y sensibilidad, tan enterrado en la urgencia como en la búsqueda de algo más. Dos interpretaciones que si bien no dan totalidad, sí contexto a una obra que bebe de manera orgánica de lo coral pero que se fundamente en la transformación, en la capacidad de dar forma a las motivaciones individuales de sus personajes y que encuentra en Cruz y Tosar a sus motores…

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martedì 29 novembre 2022

Maixabel – Icíar Bollaín

Icíar Bollaín non fa mai film inutili, sono quasi sempre molto importanti.

Maixabel racconta una storia vera (forse ispirata alla Commissione per la verità e la riconciliazione, creata nel Sudafrica di Mandela e Tutu), Maixabel Lasa iniziò a incontrare e far incontrare parenti delle vittime del terrorismo con i sicari, una rivoluzione contro l'escalation degli omicidi sia da parte di Eta, che di Gal.

la guerra viene "smontata" quando ci si inizia a parlare e a guardarsi negli occhi.

Blanca Portillo e Luis Tosar, ma non solo, sono straordinari, con una recitazione mai sopra le righe, mai urlata, fatta anche di sguardi e silenzi.

gran film da non perdere.

buona (riconciliante) visione - Ismaele



 

 

El viaje de Tosar a lo largo de su conciencia (ojo a ese plano secuencia en el que repasa mentalmente los atentados, espectacular) no está apresurado ni falto de motivos: la película sabe dosificarlos de una manera inteligente a lo largo del metraje para que su decisión no nos pille por sorpresa. Blanca Portillo, superando el cliché de la esposa modelo y la madre coraje, está soberbia igualmente. Esta es una película de actores, y lo explotan de qué manera.

Icíar Bollaín nos dice que ya está bien de reabrir heridas y echar sal después: todos juntos, haciendo un esfuerzo inhumano, podemos salir adelante y cerrar esa etapa de matanza injustificada e indiscriminada, de familias rotas, de dolor continuo. Y lo hace sin glorificar al asesino arrepentido, sino ofreciendo todos los puntos de vista. En la sala, los de allí hemos acabado con lágrimas. Por algo será.

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El filme se sustenta gracias a la imprescindible interpretación de Blanca Portillo. Tras ser cuatro veces nominada, finalmente se convierte en ganadora del premio a Mejor Actriz Protagonista en los Premios Goya 2022. Siendo una actriz que no es de origen vasco, encaja perfectamente en el papel asignado. Famosa por sus papeles en series cómicas como 7 vidas (1999); o posteriormente en las aclamadas películas de Almodóvar Volver (2006) o Los abrazos rotos (2009), siendo ganadora del premio Goya a Mejor Actriz de Reparto por Volver.

Sin embargo, su longeva carrera artística se asienta de forma más férrea en los escenarios. Ha sido, además, ganadora de cinco Premios Max. Uno de los galardones más prestigiosos del mundo del teatro español.

En la reciente película de Icíar Bollaín, la actriz se eleva hasta lo más alto con su actuación. Una interpretación conmensurada y exquisita. Acompañada además de una magnífica caracterización. El tesón y serenidad del personaje real es trasladado a la perfección a la pantalla. Un papel nada fácil de adoptar por la sensibilidad de la temática. Y la responsabilidad que recae en sus hombros a la hora de interpretar a Maixabel. No obstante, a través de su actuación se transmite un gran respeto por la persona. Así como una elegancia sublime a la hora de llevar a cabo la actuación.

Además, esta no se presenta ostentosa, sino que por el contrario se transmite con total naturalidad. Desde la tensión e inquietud ante el primer encuentro con Ibon. Hasta el sosiego que finalmente consigue obtener al finalizar el mismo. Junto a ella, también es destacable el papel de la hija de Jauregui, interpretada por la ganadora al premio Goya de Mejor Actriz Revelación, María Cerezuela. Un apoyo incondicional para Maixabel, y un rostro diferente a la hora de afrontar el dolor. Formando así un tándem magnífico y equilibrado. Sustentando con sus interpretaciones todo el peso de la película…

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..Las interpretaciones son muy creíbles.
Portillo es el corazón de la película (tierna, cercana y valiente a la vez) y Tosar, en un papel con menos minutos de lo esperado, está magnífico en transmitir con gestos sus pensamientos, sus emociones… la culpa, el arrepentimiento de un asesino… siempre contenido.

El drama, de ritmo pausado pero que nunca aburre, se cuenta con sensibilidad, numerosos primeros planos, careos… pero no profundiza demasiado.
No tiene una gran épica psicológica como estudio de personajes, y resulta esquemático sobre mensajes bienintencionados pero es válido para reflejar el sufrimiento derivado del hecho criminal y de la conciencia, el peso del arrepentimiento que convierte al verdugo en víctima de sus actos.

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Maixabel es un emotivo largometraje sobre el conflicto vasco. La última obra maestra de Icíar Bollaín, quien con respeto y sensibilidad nos muestra una parte desconocida de ETA. Aunque bien podría tratarse de justicia universal, es decir de cualquier conflicto que lamentablemente existen en el mundo.

Las magistrales interpretaciones de todos los actores rozan el alma, haciendo difícil no sentir el verdadero arrepentimiento de algunos de los etarras, así como la fortaleza y dignidad de las víctimas.

Una historia de nuestro pasado reciente, con una visión positiva donde el diálogo y la empatía son suficientes razones para ir cerrando heridas.

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…La película Maixabel está basada en hechos reales, sigue la trayectoria de Maixabel Lasa y su intención de comprender por qué los terroristas hacían lo que hicieron. En la película queda claro que, los que se arrepienten, ni siquiera saben contestar a algunas cosas. En 2011 la lucha armada de ETA cesó, pero hay incógnitas que no se han resuelto.

Con Maixabel podemos ver que hay gente que decide cambiar el rumbo, y víctimas que quieren que los verdugos les respondan, pero también hay otra cara, la cara de las personas que no quieren empatizar con aquellos que se lo han arrebatado todo. Esta cara la refleja también a la perfección María Cerezuela, interpretando a María Jáuregui, hija de Juan María. Ella no impide a su madre tomar las decisiones que quiera tomar, ni se lo recrimina, pero le pide que respete su posición de no querer acercarse a los asesinos de su padre.

Maixabel es una película que remueve muchísimos sentimientos. Está perfectamente rodada e intenta tener un balance en esta encrucijada tan difícil para los españoles. Pero lo que más refleja es que hay que respetar todas las posiciones.

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Hace ya una década que la banda terrorista ETA anunciaba el ansiado «cese definitivo» de la actividad armada. Pero el cine aún tiene mucho que decir. Maixabel pone sobre la mesa un debate aún presente y, con un discurso claro, invita, o no, a la esperanza y a la reflexión. Cine honesto y valiente que en este caso aborda la culpa y el perdón. Sin duda un sólido drama en el que la directora Icíar Bollaín arriesga con una historia nada simple, la de si estamos preparados para cerrar heridas o, quizá, haya algunas que no podrán cerrarse jamás. Una película que muestra que las heridas en nuestra sociedad siguen aún presentes y que, sin duda, provocará debates al verla.

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…El desgarrador llanto de una hija que se te clava en las entrañas y ya no te suelta. La estampa serena de una esposa abatida, rota por dentro, pero que se niega a rendirse. Las miradas huidizas de quienes después de cercenar vidas ajenas descubren haber malgastado las propias al sentirse engañados, utilizados. Estos elementos complejos integran el armazón de un guion directo e incómodo. Que no se anda con rodeos, pero destila sensibilidad. Tanta, que el espectador llega a romperse también por momentos. El mérito está tanto en lo que aquí se cuenta como en cómo se cuenta. Bollaín posee la habilidad de situar la cámara en el lugar preciso. Sin efectismos. Hay profusión de primerísimos primeros planos, pero sirven a la perfección al propósito narrativo del filme. Una película cruda, que recuerda por momentos (y no es casual) al cine de Ken Loach, pero en la que palpita un alma rota que implora que la abracen. Quizá la banda sonora de Alberto Iglesias sea excesivamente complaciente en este sentido, aunque si su partitura no llenase el silencio de ciertos planos, de secuencias concretas, quizá la cinta sería aún más dura.

Al catártico despliegue emocional contribuye un elenco que raya la perfección. Las interpretaciones de Blanca Portillo y Luis Tosar son ejemplares, pero no lo son menos las de Urko Olazabal y María Cerezuela. Los suyos son dos papeles muy complejos dentro de esta historia y ambos logran no solo que los protagonistas no se los coman en pantalla, sino mantener y elevar la tensión emotiva de una película que no da tregua en lo sentimental. Digna de alabanza también es la decisión de exprimir al máximo los recursos cinematográficos apoyando la narración en los efectos de sonido durante una de las secuencias de mayor impacto del film. Película que traslada un mensaje muy necesario en estos días de furia, en la que sus personajes se expresan sin pelos en la lengua, situando a la clase política ante un avergonzante espejo, y donde la fuerza de las imágenes engrandece más si cabe el simbolismo de los gestos y decisiones que condujeron al fin de la organización terrorista que acabó con la vida de 864 personas y cambió para siempre la de millares de otras.

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venerdì 25 gennaio 2019

También la lluvia - Icíar Bollaín

Luis Tosar e Gael García Bernal sono i protagonisti del film, sono in Bolivia per girare un film sulla colonizzazione degli spagnoli. al tempo di Bartolomeo de las Casas.
già questo è materiale per un bel film, poi arriva la sorpresa, il film è girato a Cochabamba, nei giorni  della ribellione per l'acqua, e anche la troupe partecipa alle manifestazioni.
si era partiti per fare un film storico , ma l'attualità irrompe con decisione.
un gran bel film, per i miei gusti, Icíar Bollaín non sbaglia un colpo.
buona visione - Ismaele






Appassionante e drammatico, crudo e realistico, coraggioso e profondo: un film che inchioda alla sedia e toglie il fiato, incide e pervade l’animo, “tre film in uno” come ebbe a dire la regista di questa pellicola, candidata per una lunga serie di riconoscimenti internazionali, molti dei quali ottenuti, e meritatamente. É un continuo di appassionanti e ardite inquadrature tra l’uon e l’altro dei tre temi, lontani nel tempo ma vicini nell’argomento, di intrecci tra realtà e finzione che pur rimangono distinte e inconfondibili.
Il giovane ed entusiasta regista Sebastian, sostenuto dall’amico e produttore Costa, sta girando un film su Cristoforo Colombo e le sue scoperte e sulle denunce fatte già nel Cinquecento dai frati domenicani Bartolomeo de las Casas e Antonio de Montesinos a proposito dello sfruttamento disumano e crudele perpetrato a scapito degli indigeni. Luogo delle riprese è la Bolivia che, anche se non è proprio lo stesso che Haiti, ha però il vantaggio di permettere un budget bassissimo…
En suma, Bollaín por un lado nos parece decir que la narrativa colonial en la actualidad no permite que el ex-colonizador pueda manejar una imagen del ex colonizado. Ello debido a que esta narrativa colonial se fundamenta en un “neo-colonialismo”, que en el contexto de la Cochabamba contemporánea encuentra serios reparos. Esto implica que el ex colonizador no haya cambiado del todo y que ahora represente el capital extranjero global –que es Costa y también la multinacional responsable de la privatización del agua en la realidad. El “rebelde” ahora sí puede ganar; esa es la gran diferencia. Bollaín también nos dice que, aunque el colonizador no ha cambiado, no puede perder totalmente en términos simbólicos. Su imagen debe rescatarse de algún modo…

In his weighty portrayal of Costa, Mr. Tosar goes as far as he can to make the character’s change of heart believable, but he can’t accomplish the impossible. And as Anton, the cynical, hard-drinking actor playing Columbus, Karra Elejalde lends the film a welcome note of antic unpredictability.
Consciously or not, “Even the Rain” risks subverting its own good will. You can’t help but wonder to what degree its makers exploited the extras recruited to play 16th-century Indians. Inevitably “Even the Rain” is trapped inside its own hall of mirrors.

As the film opens, a cast and crew have arrived on location in the mountains of Bolivia, far from the Caribbean shores first founded by Columbus. Here, as the producer Costa (Luis Tosar) boasts, the local Indians can he hired as extras for $2 a day and count themselves lucky. They can also be used for manual labor, and Costa is happy to use them to haul a giant crucifix into position, saving the cost of tractor rental.
You may begin to glimpse some symbolism coming into view. The film will exploit the Indians just as Columbus did. The difference is that Columbus evoked Christianity as his excuse, while the modern film thinks it is denouncing him while committing the same sins. This is more clear to us than the characters, including Gael Garcia Bernal as Sebastian, the director, who has vague sympathies for his low-paid workers but places his film above everything…
También la lluvia
( También la lluvia )
Hacer cine es una guerra a la moral,
una contienda para atacar conciencias.
Hacer cine es una obligación cultural,
una responsabilidad con tus audiencias.
Hacer cine debería ser un ritual,
una lucha contra intransigencias.
Hacer cine es una ruta mortal,
su mensaje faculta todas las licencias.
Cine dentro del cine dentro del cine.
Esta película es como una muñeca rusa.
No hay noticia que no vaticine.
La verdad siempre es confusa.
El retrato de la cinematográfica labor
es realista, cruel y ajeno a profanos.
Puede generar por sus actos estupor,
pero el arte siempre manchó manos.
Luis Tosar desnuda un personaje humano,
tan complejo como insano.
El agua es vaporosa escusa a debate.
No hay nada en nuestras entrañas más esencial.
Cualquier razón puede llevar a empate.
Nada justifica ser más cruel que el animal.

mercoledì 12 settembre 2018

El Niño - Daniel Monzón

passano 5 anni, dopo Cella 211, per un altro film di Daniel Monzón.
protagonista, non unico, Luis Tosar, nella parte del poliziotto alla ricerca dei trafficanti di droga.
ritmo serrato, come si deve, colleghi affidabili, ma non tutti e sempre, el Niño è un giovane e capace trafficante, difficile mestiere, fra il Marocco e Gibilterra.
arrivare ai piani alti dei trafficanti non è facile, quelli sono inglesi, e non si possono toccare, la polizia è impotente, ma non sempre.un film d'azione fatto benissimo, mai passato al cinema da noi, ma si trova, se uno vuole.
buona visione - Ismaele





Daniel Monzón vuelve a dar en el blanco con una producción ambiciosa que sería un delito perderse. Es buena. Es entretenida. Y tiene un reparto de lujo encabezado por Luis Tosar y Jesús Castro como binomio protagonista a ambos lados de la ley. Monzón demuestra nuevamente que si aborda un tema lo hace con todas las consecuencias. En esta ocasión brilla además la fluidez y el excelente ritmo narrativo que viene impuesto desde el guión que firma el propio director junto a Jorge Guerricaechevarría. No era fácil contar una historia como ésta a dos bandas, desde los dos lados de la ley, manteniendo ese protagonismo bicéfalo de Tosar como policía y Castro como delincuente en ascenso, ambos rodeados por un puñado de personajes secundarios construidos con gran solidez y que tienen un desarrollo pleno como tales en la trama. Un ejemplo de la fluidez con la que se desarrolla la película, manteniendo siempre una intriga constante, es la manera en la que narran la evolución de la relación sentimental del Niño y el progreso de la operación de narcotráfico, sin que lo sentimental frente en ningún momento la narración principal ni se convierta en lastre de la misma o desvíe la atención del espectador. Otro ejemplo de lo bien construida narrativa y visualmente es su forma de utilizar los cruces en las espectaculares y muy laboriosas secuencias de acción y persecución que van puntuando la historia del policía obsesionado y el joven traficante. Siguiendo estas claves, El Niño se convierte en un excelente ejemplo de cine policíaco en clave de las dos principales ramas de desarrollo del cine negro clásico…

El final de la película es prodigioso. Ese travelling con una vista aérea de los contenedores, de los centenares de ellos, apilados a la espera de ser embarcados, nos transmite un desalentador mensaje que tiene que ver con aquello de una aguja en un pajar (no desvelo más). Este final lo pone en relación con el principio de la película donde una grúa parece bailar entre los containers, pero también con la escena de la mítica saga de Indiana Jones, aquella en que los tesoros se almacenaban en un almacén inabarcable a nuestros ojos.
Tan solo dieciséis kilómetros separan un mundo civilizado de otro que parece serlo. Pero solo lo parece porque este último es permisivo con la plantación de droga o la salida indiscriminada de lanchas, gomas, de pequeños botes donde las mafias de tráfico de humanos hacen su agosto. Son terribles (no por cotidianas dejan de serlo) las imágenes de ancianas dobladas por los enormes fardos que portan (pueden pasar por la frontera todo lo que lleven encima), pero más dramáticas son aquellas en las que se ve a la policía marroquí hacer la vista gorda (previo unte) con el trasiego de la droga a las planeadoras. Terrible. Daniel Monzón ha realizado una gran película, con personalidad. El Niño es uno de los mejores proyectos de la nueva temporada que seguro cosechará muchos premios nacionales e internacionales.

Aunque, en opinión del que esto escribe, ese defecto termina repercutiendo en lo que se podría haber esperado de una película como la que nos ocupa, lo cierto es que por otro lado tanto el oficio que muestra su elenco (haciendo a un lado a Jesús Castro, los Luis Tosar, Eduard Fernández, Bárbara Lennie o Sergi López están perfectos, muy en su línea habitual), como el de un cineasta que consigue no caer en la rutina y exponer con la suficiente fuerza (y algunas necesarias notas cómicas) lo que se presupone debe ser una propuesta como El niño, terminan decantando la balanza en su favor y componiendo una de esas cintas por momentos disfrutable y con la capacidad de no dar al espectador excesivas consignas como para que este se adelante en las pesquisas realizadas por el personaje de Tosar.
Si bien es cierto que ante el nuevo trabajo de Monzón podrían haberse pulido más algunos aspectos o haber evitado caer en lo obvio y mánido en otros (como el secundario graciosete y robaescenas, la estirada subtrama romántica, etc…), El niño termina siendo un thriller satisfactorio de buena factura e interpretaciones adecuadas que, si bien no permanecera en el recuerdo durante mucho tiempo, como mínimo eleva la media dentro del género en un país demasiado acostumbrado a calcar el modelo USA sin añadir unas constantes que aquí se perciben como un pequeño acercamiento a lo que esperemos en el futuro pueda ser cine de género con una entidad y señas propias.

El niño
Daniel Monzón dirige con maña
esta trama de buena acción,
aunque es mucho más huraña
su pericia en interpretación.
No se puede negar
que es cábala entretenida.
No es tan fácil narrar
con la fluidez obtenida.
La frontera hasta los sueños
es difícil de cruzar.
Las riquezas tienen dueños
que no se dejan timar.
Coger la vida con fuerza
puede ser alternativa,
pero puede que se tuerza
y te suelte a la deriva.
Los policías benignos
llevan magia en su papel,
interpretan bien los signos
y se expresan con la piel.
Otra cosa es el niñato
y el tropel que le rodea.
Ellos no salvan el trato,
no emociona a la platea.
Timorato personaje
que sirve como modelo.
Como maniquí de traje
no importa que seas hielo.

giovedì 16 agosto 2018

Cien Años De Perdón - Daniel Calparsoro

per un po' ho temuto che fosse un Inside man, di Spike Lee, in salsa spagnola.
in realtà poi se ne discosta, sono bravissimi gli attori, sopratutto i protagonisti Rodrigo de la Serna e Luis Tosar.
la sceneggiatura è solida, non ti annoi, e poi il gran colpo di scena.
cercate il film, non ve ne pentirete, promesso - Ismaele



Ho amato l'ambientazione, questa banca-cattedrale, questa città sotto la pioggia.
Ho amato il personaggio del rapinatore capo, sboccato, intelligente, cattivo ma poi nemmeno così tanto. Mi sono piaciuti molto quasi tutti i suoi dialoghi.
Ma ho trovato davvero buona anche una sceneggiatura che non cerca mai colpi di scena ma è solida, ben calibrata, con qualche buona trovata (il tunnel costruito da loro che si allaga proprio quel giorno) e, in un certo senso, pure "importante".
Sì perchè questo film, e torniamo al titolo originale, è un durissimo attacco verso i poteri forti, dal capo di stato ai politici, dalla polizia ai banchieri. Tanto che alla fine ci ritroviamo a parteggiare per i rapinatori che saranno sì dei balordi ma dietro la loro presunta cattiveria e propositi di devastante terrore (pensiamo ai giubbotti esplosivi) nascondono invece una buona etica e dei caratteri affatto terribili…

Cien años de perdón (ojalá que pudiéramos robar a los grandes ladrones y obtener no ya cien años de innecesario perdón, sino de agradecimiento popular), apoyándose en el guion de Jorge Guerricaechevarría, un señor que escribe cosas distintas y con sello propio, Calparsoro logra una película tensa, entretenida, rodada con personalidad y oficio, con actores competentes (espléndido e inquietante el argentino Rodrigo de la Serna), que gira alrededor del asalto a un banco donde guardan su rapiña los rufianes más poderosos, los padres de la patria. Y me aclaro. No esperen la versión española de Heat, la película que más me ha enamorado en los últimos veinte años, pero sí un producto tan visible como audible.

Cien años de perdón  ha conseguido mezclar de manera acertada una buen thriller de atracadores con una trama de candente actualidad que la acercará aún más al gran público, la película de Calparsoro presenta un desarrollo argumental algo simple pero con un dinámico ritmo de principio a fin, no es un producto redondo pero  tiene muchos ingredientes para poder ser disfrutada.

…En medio de esta historia, algunos rehenes se vuelven cómplices en distintas medidas pero siempre dejando en claro que son víctimas de lo sucedido pero ¿víctimas de quién?, ¿del sistema capitalista que remata hogares?, ¿del que los deja sin trabajo?, ¿de la corrupción política?, ¿de los ladrones que ingresaron a ese banco?, ¿son víctimas de la codicia, del odio o del egoísmo?, ¿o son justicieros? He aquí la delgada línea entre “lo bueno” y “lo malo”, la discusión entre las purezas y lo que parecería ser una crítica generalizada a la sociedad española.
A grandes líneas, Cien años de perdón es una película que mantiene al espectador atento en su trama (que ofrece desde situaciones dramáticas hasta algún que otro paso de comedia) aunque por momentos decae por no ser visualmente atractiva. De todos modos es una historia interesante para aquellos que gustan de realizar  lecturas sobre escenarios y sus similitudes con las realidades del mundo por fuera de la diégesis.

… Con un excelente plano de inicio, donde se ve la ciudad bajo la lluvia (hecho que luego cobraría gran importancia), Cien Años de Perdón es un viaje bien estructurado, de muy buen ritmo, con un montaje que sabe resaltar los momentos de más acción y comicidad. Transcurriendo mayoritariamente en una sola locación, son los giros y engaños de la trama lo más preciso de este filme, sorprendiendo con un juego de corrupción que va mucho más allá de la burocracia del banco.
Con un muy buen final que deja un sabor dulce al salir de la sala de cine, lo dirigido por Daniel Calparsoro (‘Combustión’, ‘Ausentes’) es cine del bueno, ese que te deja inquieto en el asiento y que sorprende constantemente con giros muy bien planificados y personajes carismáticos y humanos. Muy recomendable, Cien Años de Perdón es un ejercicio de género que triunfa de principio a fin. No se la pierdan.

lunedì 16 ottobre 2017

Desconocido - Resa dei conti (El desconocido) - Dani de la Torre

opera prima riuscita per Dani de la Torre.
una storia dei nostri tempi, vendetta bomba ostaggi bambini terrore e titoli tossici.
il bravo padre di famiglia mantiene la famiglia mandando in rovina qualcun altro, homo homini lupus, dicevano Plauto e Hobbes.
Luis Tosar è bravissimo come sempre, e bravissima è anche Paula del Río, che interpreta Sara, la figlia.
se non soffrite di cuore o di attacchi di panico questo film è per voi.
buona visione - Ismaele

ps: pare che sia in preparazione un remake con Liam Neeson





…Il film può essere improbabile quanto si vuole nello sviluppo narrativo quanto nelle svolte, ma non è questo che conta. Non è mai stato questo ciò che conta in un film. Ma qualcuno ancora lo crede. È il gioco simbolico, tematico, la narrazione per immagini, l’emotività anche intellettuale evocata dalle immagini e dal loro relazionarsi, dagli elementi filmici primari come attori e ambienti fino allo sguardo registico che non deve necessariamente essere quello di un poeta o di un politico morettiano. Il cinema è un’altra cosa e gli spagnoli, con buona pace dei detrattori, fanno il miglior cinema europeo del nuovo secolo. Sanno usare il genere, fanno commedie che battono anche quelle d’oltreoceano e sanno raccontare il contemporaneo con lucidità e con gusto estetico.

Desconocido coniuga bene il genere con una certa introspezione psicologica e il contesto posto sullo sfondo di uno scandalo bancario che in tempi recenti abbiamo conosciuto anche nel nostro paese. De la Torre è veramente a suo agio alla regia con un ritmo frenetico che non concede soste, grazie anche ad un montaggio molto serrato. Di pregio anche l'interpretazione di Tosar, alto funzionario bancario che durante il suo frenetico tragitto, dovrà confrontarsi non solo con un misterioso avversario, ma soprattutto con le proprie colpe e la propria coscienza sporca. Malgrado qualche incongruenza di sceneggiatura è un film che riesce a tenere con il fiato sospeso senza mai annoiare, cosa non da poco.

…L'opera impone insomma una serie di riflessioni non banali per lo spettatore medio spagnolo ed europeo, in un contesto temporale ancora gravemente afflitto da crisi economico-finanziarie turbolente per la tenuta sociale e psicologica delle frange più deboli della popolazione. Il tutto viene svolto in un intreccio costante con un solido impianto drammatico, una costante attenzione per l'evoluzione psicologica dei personaggi e una serie avvincente di colpi di scena inaspettati che garantiscono il mantenimento di una tensione elevata per tutta la durata dell'opera, nonostante qualche evidente calo e confusione sparsi qua e là.

Desconocido aggancia fin dal titolo la paura che oggi governa l’Occidente: quella inoculata da un nemico invisibile, da un terrorista senza volto che minaccia innocenti (i figli) per colpire colpevoli (i padri). Al netto di un finale ampiamente telefonato e di una fisiologica semplificazione delle molteplici questioni morali sottese a una drammaturgia così aperta, è un prodotto solido e incalzante, che utilizza il genere per superarlo e ampliarne le potenzialità. Desconocido rappresenta ciò che oggi manca al cinema italiano e che, invece, altrove è fortunatamente diffuso. E senza costi esorbitanti.

..El Desconocido es un estupendo thriller, que mezcla intriga, suspense y acción, en base a uno de los macguffins más elementales de este tipo de cine, que sabe cuáles son sus virtudes y cuáles son sus carencias. Que sabe jugar con la espectacularidad de los planos y el intimísimo de los espacios, sin que su ritmo decaiga en ningún momento, más allá de lo exigido por el director para que recuperemos el aliento como espectadores y apoyado por un estupendo elenco encabezado por Luís Tosar y con un genial Javier Gutierrez. Una estupenda carta de presentación de Dani de la Torre y en la que hay espacio para la crítica social. Sorprendente y estimulante, la verdad.