ispirato a un racconto di una decina di pagine di Jack London, pubblicato alla fine del XIX secolo, in Spagna traggono una serie di 6 puntate, poco più di 5 ore, adattata ai nostri tempi..
il protagonista è Luis Tosar, sempre bravo, ma anche gli altri attori e attrici sono convincenti.
niente di memorabile, ma non male.
buona (complottistica?) visione - Ismaele
…Lo svolgimento della vicenda nonostante sia ben
strutturata, purtroppo, però, non regala sempre forti emozioni che ci si
aspetta da un thriller-crime. Non rasenta, comunque, mai la piattezza. In un
modo o nell’altro, ci fa affezionare alla storia tenendoci comunque attaccati
allo schermo se non altro per capire come va a finire; un finale però che
sembra restare aperto a una nuova stagione…
…Victor Genovés è un ricco uomo d’affari che ha appena ereditato
una fortuna, per questo motivo è allo stesso tempo molto ammirato e odiato. I
membri della sua società non sembrano approvarlo e la sua ex moglie ha con lui
un rapporto complicato. Victor perciò non sembra spaventarsi quando riceve una
lettera minatoria da parte di una setta che si firma I Favoriti di Mida. Il
gruppo minaccia di uccidere periodicamente un civile se Victor non versa una
somma di 50 milioni.
La trama si infittisce quando
Victor si rivolge alla polizia; la setta infatti sembra conoscere le sue mosse,
al punto da far sospettare una talpa tra gli amici dell’uomo. Questi elementi
creano una suspense crescente che tiene lo spettatore
incollato allo schermo. Lo sviluppo della trama è imprevedibile e mantiene alta
l’attenzione, Questo è possibile anche grazie alla buona caratterizzazione del
personaggio. Victor infatti si trova davanti a un bivio: se paga il riscatto
finanzierà una setta terroristica, se si oppone diversi civili innocenti
saranno uccisi, Questo rende Victor un personaggio tormentato, per questo
motivo lo spettatore si sente coinvolto dalle decisioni del protagonista…
un infermiere in un ospizio, con una moglie che sta per partorire, e un boss della droga, con i due eredi, in Galizia, le loro strade s'incontrano.
e piano piano si scoprono tanti dettagli, fino al tragico epilogo.
un gran bel film, con attori convincenti, cercatelo e soffritene tutti.
buona (gallega) visione - Ismaele
…Un drammatico che poi
si veste da thriller e da crime, davvero bello.
La storia è semplicissima ma molto molto originale (non mi sono informato
se è presa da un libro o altro). E' molto intelligente portare lo spettatore a
scoprire la verità piano piano, inserendo sempre qualche elemento in più.
L'incipit è davvero ottimo, con quella gabbia nel mare e la telefonata
definitiva.
E subito facciamo conoscenza con la famiglia criminale del film, il boss (personaggio
bellissimo e complesso) e i suoi due figli, due cazzoni arroganti che credono
di essere stocazzo mentre sono due e veri e propri incompetenti….
…Film
cupo e ansiogeno,dalle atmosfere torbide, costantemente attraversato da
pulsioni di morte. Luis Tosar, interprete di Mario si dona
all’obiettivo senza limiti di posa, pronto a farsi scrutare e studiare dallo
spettatore, che cerca di districarsi, nel turbinio intimo che lo anima. Mario è
da sempre particolarmente legato alla famiglia e al suo lavoro, ma
l’opportunità di riscattarsi dei torti subiti direttamente sul corpo del
proprio carnefice è un’occasione troppo ghiotta per lui, difficile conciliare
tutte le sue aspirazioni, di tranquillità familiare, di etica professionale e
di vendetta. La sceneggiatura di “Occhio per occhio” è puntuale e forse anche scontata, come se il
destino di Mario e Antonio fosse già scritto e inevitabile, senza possibilità di redenzione o di fuoriuscita.
Tuttavia gli ultimi minuti sorprendentemente micidiali e cattivi fanno la
differenza e alzano il livello globale del film.
…Paco
Plaza ha raccontato di aver ricevuto la prima sceneggiatura e di aver deciso
subito di dover raccontare questa storia: “ho pensato che il
personaggio interpretato da Luis Tosar avesse un arco insolito, essendo
affascinante e figlio di puttana allo stesso tempo”.
Xan
Cejudo, morto poco dopo le riprese del film, è un boss terribile e spietato, ma
che scivola, giorno dopo giorno, nella malattia e nell’afasia.
Attorno
a loro si muovono personaggi mal scritti, di puro servizio: tuttavia il film si
riscatta nell’epilogo, che ha la forza di chiudere con una nota non
riconciliata, mettendo in scacco il senso dell’operato di Mario e lasciando lo
spettatore a riflettere sulle conseguenze delle sue scelte.
una commedia divertente, di ladri attratti dai soldi (come i parenti, d'altronde), girato quasi tutto su una nave da crociera.
niente di memorabile, ma è un film che si vede bene, imbrogli su imbrogli, ladri simpatici, il derubato ancora di più, con una morale.
buona visione - Ismaele
…Yucatán è una commedia piacevole e divertente che ha la
particolarità di avere un palcoscenico mobile, peculiarità che rende questo
film dinamico e sempre in evoluzione. In ultima analisi possiamo dire che
questa commedia spagnola riesce ad intrattenere per due ore grazie alla qualità
degli intrighi, dei raggiri e delle spassose messe in scena, un film che
possiede anche una grande qualità artistica e tecnica, dal design ai costumi, e
che riesce a mantenere l’interesse fino alla fine.
…Yucatán es puro entretenimiento y
diversión donde desde la primera escena se nota la perfecta producción y
comprobamos que todo el dinero invertido está mas que justificado. Una primera
hora espectacular que homenajea a los grandes clásicos de Hollywood donde todo
es glamour, brillo y llena de números musicales que asombran al espectador. La
música da paso a la comedia y el romance que mezclada con una pizca de intriga
nos trae recuerdos de un cine que desgraciadamente ya prácticamente a
desaparecido.
Como gran
espectáculo que es Yucatán los actores son piezas importantes de la
trama y aquí el elenco que vemos es impecable, desde Luis Tosar a
Stephanie Cayo pasando por Rodríguez de la Serna y sobre todo Joan Pera todos
están perfectos. Todos se complementan a la perfección en esta comedia coral
donde todos en su justa medida tienen algo que aportar.
Yucatán es
pura magia, es diversión y entretenimiento en el que todo está perfectamente
integrado, pocos peros tiene el film, su larga duración, pero por lo demás uno
se da cuenta que al salir del cine sale con una sonrisa de oreja a oreja
sabiendo que se lo ha pasado pipa y eso desgraciadamente no ocurre todos los
días.
…Hay muchas sorpresas y el guion está bastante bien, y
también tiene una gran calidad artística y técnica, desde el diseño de
vestuario, el maquillaje y peluquería, el montaje, sonido y la música con
grandes canciones. En todos estos aspectos hay un gran trabajo que merecerían
el premio de algunas candidaturas en los premios Goya 2019, aunque parece
pronto para valorar las opciones de la película que teniendo en cuenta la
recepción crítica y la fecha de estreno parecen ínfimas.
A nivel interpretativo es donde hay más sombras que luces y donde la
película cojea respecto al conjunto del proyecto, aunque cuenta con dos grandes
trabajos interpretativos, los del argentino Rodrigo de la Serna y del español
Joan Pera. El primero confirma su talento en el papel del pianista Clayderman,
demostrado en " Diarios de motocicleta ( 2004 ) " y " Cien años
de perdón ( 2017 ) ", con gran ironía y capacidad para estar creíble en
las situaciones dramáticas.
En el caso de Joan Pera, uno de los grandes actores de nuestro país
conocido por su labor en el mundo del teatro, y sobre todo por ser la voz de
doblaje de Woody Allen desde mediados de los 80. En esta ocasión tiene la labor
de interpretar a Antonio, ese anciano millonario desde que le tocó la lotería y
que viaja con sus tres hijas y dos cuñados…
Maria (Valverde), una ragazzina di 14 anni, è la giovane Lolita del film, che strega, senza volerlo, Pablo (Luis Tosar).
Pablo vuole rompere le scatole, per divertimento e vendetta, alla sorella di Maria, dopo uno stupido incidente stradale, e Maria appare, e lo incanta.
e Pablo non capisce più niente, vuole stare con quella ragazzina, come se lui fosse un ragazzino innamorato perdutamente.
i due diventano sempre più vicini, non possono non pensarsi, non possono non stare insieme, con tutte le precauzioni del caso, e quando il film potrebbe diventare un film lolitesco romantico stucchevole, con una virata inattesa, il film diventa una tragedia greca classica, e il dramma è servito.
grandi interpreti per un gran film.
cercatelo e soffritene tutti - Ismaele
Manuel Martín Cuenca adaptó una novela de Lorenzo Silva en esta
película que crea con estilo y mesura vínculos intensos sobre destino y
obsesión en una relación especial de edad dispar.
El film, con interpretaciones plausibles y algunos diálogos de
mérito, podría resultar un notable estudio psicológico de personaje solitario,
frustrado, desilusionado, obsesivo, pero termina siendo efectista, no
careciendo de tópicos en la caracterización de personajes y resultando escaso
en la complejidad de sensaciones que prometía su premisa.
La trama se desentiende de caracteres clave, le falta densidad
emocional e incisión en la perturbación. A pesar de ello, no resulta un film
despreciable.
Appropriately enough, from Rioja Productions comes a movie
that’s a good example of new wine in a very old bottle. Fixation of respectable
fortyish businessman on schoolgirl after coup de foudre love-at-first-sight.
All following a minor car crash that leaves the grille of his car dented: VW
askew. Tragic consequences for all concerned. American
Beauty scenario Tosars Pablo even plays loud rock in his car,
looks a little like Spacey from certain angles. Twists : (1) he’s not married.
(2) he’s not especially sympathetic (dog-faced Tosar also looks a little like
Ross Kemp). Something of a creepy pervert when he loses his self-control. (3)
Shes more than a match for him. The Bolsheviks weakness was for a pretty face,
and Valverde shows real star quality in debut role (justifies the and
presenting credit among opening titles that’s usually a reliable kiss of death
to a young career.) Hes a bit of a blank, but she’s luminous: something of a
young Kate Winslet, with fiery Winona Ryder eyes blazing when she’s roused.
Lifts movie whenever she’s on screen, which isn’t enough. Unhurried movie, many
longing looks accompanied by melancholy piano. Uncluttered visuals in
character-study two-hander. Somewhat underpowered, though this is really
setting us up for the violent finale (his comeuppance?) all the more jarring/numbing.
In retrospect, occasionally daft convolutions of plot have in fact been part of
a noirish inevitability. Nothing amazing, but does what it does pretty well.
Penélope Cruze Luis Tosar sono gli straordinari interpreti di un cinema civile di cui si ha sempre bisogno.
l'economia dell'homo homini lupus è un moloch che distrugge tutto quello con cui ha a che fare, non è economia civile, né economia sociale.
lo sanno i poveracci espulsi dalle loro case, perché non riescono a pagare l'affitto o le rate del mutuo, e lo sfratto (in spagnolo si chiama desahucio), con tanto di polizia per eseguirlo, nonostante le manifestazioni di solidarietà.
nel film ci sono alcune storie che si incrociano, sempre in situazioni di disagio, Penélope Cruz sarà (forse) sfrattata, Luis Tosar è un avvocato che fa i salti mortali per salvare qualcuno qualche volta (è un giusto), a costo di trascurare la sua vita familiare.
non è un film perfetto, ma necessario, andate e guardatelo tutti (lo si trova in un'ottantina di sale, sicuramente grazie alla fama di Penélope Cruz).
buona (senza sfratto) visione - Ismaele
PS: recentemente sono usciti Antidisturbios, una produzione spagnola di Rodrigo Sorogoyen, e Il legionario, un film italiano di Hleb Papou, due film di poliziotti e sfratti.
È nota
ormai l’ambiguità, così come la scelta molto spesso poco funzionale delle
traduzioni italiane rispetto a titoli cinematografici esteri. In qualche caso
si tratta di una strategia perlopiù legata al marketing e alla promozione –
scioccamente – accattivante del prodotto film, che altrimenti rischierebbe di
apparire differente. In qualche altro caso invece la traduzione vorrebbe
amplificarne ed evidenziarne il contenuto, come a voler accompagnare il
pubblico ad una semplificata comprensione di ciò che vedrà in seguito. Non
tutte le traduzioni italiane hanno giovato alla fama e alla promozione di un
film, escluse rarissime eccezioni. Nel caso dell’esordio alla regia di Juan Diego Botto, Tutto in un giorno, si ha la conferma di quanto a volte – e sempre
più spesso – i titoli nostrani possano privare di contenuto e simbolismo un
film estero che a partire dal titolo vorrebbe comunicare molto direttamente con
lo spettatore. Ecco dunque la distanza tematica chiarissima e immediata tra: Tutto in un giorno e En los márgenes…
…Tutto in un giorno è un esordio interessante, considerando soprattutto il
linguaggio e discorso registico che non produce o crea distacco tra la macchina
da presa, il contesto in cui si muove e gli individui che racconta, come molto
spesso accade invece nel cinema dell’oggi e non solo, restando estremamente
vicino ai corpi e ai volti, come a voler indicare, comunicare e sottolineare
una condizione eterna di invasione e ingresso violento da parte di forze altre
– ed esterne – nella vita degli individui. Lo spettatore si ritrova infatti a
vivere questa condizione, subendola e perpetrandola al tempo stesso, perciò
consapevole di una fragilità umana capace di produrre gesti ed emozioni
contrastanti, inarrestabili e sorprendenti.
…Come è stato giustamente scritto, Tutto in un giorno ha la
forza e l’afflato sociale di un film di Ken Loach o di Mike Leigh. O, ancora
dei film Stéphane Brizé con Vincent Lindon. Tutto in un giorno è una storia
politica, ma è anche una storia umana. Perché, come si diceva, tutto è
politico. E le condizioni sociali ed economiche si rifrangono su quelle personali.
Tutto in un giorno, in fondo, è un film sulle famiglie. La famiglia di Azucena
e suo marito, che litigano perché i due hanno modi diversi di affrontare le
cose. La famiglia di Raul, che allo stesso tempo si unisce e si divide: l’uomo
sembra perdere la compagna di vita, che non sopporta il fatto di vederlo
continuamente preso dal suo lavoro; ma, allo stesso tempo, il figlio acquisito
sposa le sue cause e comincia a provare empatia per gli altri. E, finalmente,
dopo aver sempre detto che è il patrigno, lo chiama finalmente, “padre”. E poi
c’è la famiglia di quell’anziana signora, che vive nell’assenza, nel ricordo,
nell’attesa: la donna apparecchia sempre la tavola da pranzo per tre, per il
marito che è venuto a mancare e per il figlio che non vede da tempo, anche se è
da sola…
…È un film che fa riflettere, che non si cura di compiacere
lo sguardo di chi guarda né si sforza di essere consolatorio, va giù dritto a
raccontare una realtà durissima, scomoda, saltando ogni tentazione di retorica
e limitandosi a mettere in scena con sobrietà, ma anche un tocco di
grande umanità, storie di vita quotidiane. C'è di base l'intento dichiarato di
mostrare come una situazione di grande stress economico possa mettere a
repentaglio tutto: relazioni di coppia e familiari, certezze personali, persino
la voglia di andare avanti. Cruz che grida "Vergogna" a fine film si
fa portavoce di tutti coloro che, con estrema dignità, tentano di tirare avanti
ogni giorno, come posso, meglio che possono, malgrado le immense difficoltà
economiche e non solo che infestano le loro, le nostre, esistenze.
…Personaggi
che si incrociano come le vite nelle strade delle città. Botto non risolve, ma
racconta con l’occhio di un realismo filtrato dalle aspirazioni di Rafa che
diventa il baricentro del racconto, crocevia di varie esistenze e impotente
spettatore di un mondo che va in rovina, incapace, a differenza del Locke di Steven Knight, di organizzare con
completezza la sua vita. Tutto in un giorno diventa un film sulle sconfitte, sulla
dissoluzione familiare dovuta anche al sistema, oscuro e impenetrabile, senza
volto che dal potere politico a quello economico-finanziario schiaccia e
distrugge tutto e tutti quelli che non possono rispettarne le regole. Tra Kafka
e il Philippe Lioret di Tutti i nostri desideri, con il filtro politico di Loach e la bravura
imperiosa di Penélope Cruz e quella rassegnata di Luis Tosar.
…hablar del trabajo de Penélope Cruz y Luis Tosar es imperativo. La primera, de la que poco
más podemos decir que no se haya dicho ya, convierte el dolor en algo palpable,
que casi se puede tocar y respirar a través de cada mirada, cada lágrima y cada
hilo de voz. Inmensa. El segundo, un despliegue de fuerza y sensibilidad, tan
enterrado en la urgencia como en la búsqueda de algo más. Dos interpretaciones
que si bien no dan totalidad, sí contexto a una obra que bebe de manera
orgánica de lo coral pero que se fundamente en la transformación, en la
capacidad de dar forma a las motivaciones individuales de sus personajes y que
encuentra en Cruz y Tosar a sus motores…
Icíar Bollaín non fa mai film inutili, sono quasi sempre molto importanti.
Maixabel racconta una storia vera (forse ispirata allaCommissione per la verità e la riconciliazione, creata nel Sudafrica di Mandela e Tutu), Maixabel Lasa iniziò a incontrare e far incontrare parenti delle vittime del terrorismo con i sicari, una rivoluzione contro l'escalation degli omicidi sia da parte di Eta, che di Gal.
la guerra viene "smontata" quando ci si inizia a parlare e a guardarsi negli occhi.
Blanca Portillo e Luis Tosar, ma non solo, sono straordinari, con una recitazione mai sopra le righe, mai urlata, fatta anche di sguardi e silenzi.
gran film da non perdere.
buona (riconciliante) visione - Ismaele
… El
viaje de Tosar a lo largo de su conciencia (ojo a ese plano secuencia en el que
repasa mentalmente los atentados, espectacular) no está apresurado ni falto de
motivos: la película sabe
dosificarlos de una manera inteligente a lo largo del metraje para que su
decisión no nos pille por sorpresa. Blanca Portillo, superando el cliché de la
esposa modelo y la madre coraje, está soberbia igualmente. Esta es una película
de actores, y lo explotan de qué manera.
Icíar Bollaín nos dice que ya está bien de reabrir
heridas y echar sal después: todos
juntos, haciendo un esfuerzo inhumano, podemos salir adelante y cerrar esa
etapa de matanza injustificada e indiscriminada, de familias rotas, de dolor
continuo. Y lo hace sin glorificar al asesino arrepentido, sino ofreciendo
todos los puntos de vista. En la sala, los de allí hemos acabado con lágrimas.
Por algo será.
… El filme se sustenta gracias a la imprescindible
interpretación de Blanca Portillo. Tras ser cuatro veces nominada, finalmente se convierte
en ganadora del premio a Mejor Actriz Protagonista en
los Premios Goya 2022.
Siendo una actriz que no es de origen vasco, encaja perfectamente en el papel
asignado. Famosa por sus papeles en series cómicas como 7 vidas (1999); o posteriormente en las aclamadas
películas de Almodóvar Volver (2006)
o Los abrazos rotos (2009), siendo ganadora del
premio Goya a Mejor Actriz de Reparto por Volver.
Sin embargo, su longeva carrera artística
se asienta de forma más férrea en los escenarios. Ha sido, además, ganadora de
cinco Premios Max. Uno de los galardones más prestigiosos del mundo del teatro
español.
En la reciente película de
Icíar Bollaín, la actriz se eleva hasta lo más alto con su actuación. Una interpretación conmensurada y exquisita. Acompañada
además de una magnífica caracterización. El tesón y serenidad del personaje
real es trasladado a la perfección a la pantalla. Un papel nada fácil de
adoptar por la sensibilidad de la temática. Y la responsabilidad que recae en
sus hombros a la hora de interpretar a Maixabel. No obstante, a través de su
actuación se transmite un gran respeto por la persona. Así como una elegancia
sublime a la hora de llevar a cabo la actuación.
Además, esta no se presenta ostentosa,
sino que por el contrario se transmite con total naturalidad. Desde la tensión
e inquietud ante el primer encuentro con Ibon. Hasta el sosiego que finalmente
consigue obtener al finalizar el mismo. Junto a ella, también es destacable el
papel de la hija de Jauregui, interpretada por la
ganadora al premio Goya de Mejor Actriz Revelación, María Cerezuela.
Un apoyo incondicional para Maixabel, y un rostro diferente a la hora de
afrontar el dolor. Formando así un tándem magnífico y equilibrado. Sustentando
con sus interpretaciones todo el peso de la película…
..Las interpretaciones son muy creíbles.
Portillo es el corazón de la película (tierna, cercana y valiente a la vez) y
Tosar, en un papel con menos minutos de lo esperado, está magnífico en
transmitir con gestos sus pensamientos, sus emociones… la culpa, el
arrepentimiento de un asesino… siempre contenido.
El drama, de ritmo pausado pero que nunca aburre, se cuenta con
sensibilidad, numerosos primeros planos, careos… pero no profundiza demasiado.
No tiene una gran épica psicológica como estudio de personajes, y resulta
esquemático sobre mensajes bienintencionados pero es válido para reflejar el
sufrimiento derivado del hecho criminal y de la conciencia, el peso del
arrepentimiento que convierte al verdugo en víctima de sus actos.
…Maixabel es un emotivo largometraje sobre el
conflicto vasco. La última obra maestra de Icíar Bollaín,
quien con respeto y sensibilidad nos muestra una parte desconocida de ETA.
Aunque bien podría tratarse de justicia universal, es decir de cualquier
conflicto que lamentablemente existen en el mundo.
Las
magistrales interpretaciones de todos los actores rozan el alma, haciendo
difícil no sentir el verdadero arrepentimiento de algunos de los etarras, así
como la fortaleza y dignidad de las víctimas.
Una
historia de nuestro pasado reciente, con una visión positiva donde el diálogo y
la empatía son suficientes razones para ir cerrando heridas.
…La película Maixabelestá basada en hechos
reales, sigue la trayectoria de Maixabel Lasa y su intención de comprender por
qué los terroristas hacían lo que hicieron. En la película queda claro que, los
que se arrepienten, ni siquiera saben contestar a algunas cosas. En 2011 la
lucha armada de ETA cesó, pero hay incógnitas que no se han resuelto.
Con Maixabel podemos ver que
hay gente que decide cambiar el rumbo, y víctimas que quieren que los verdugos
les respondan, pero también hay otra cara, la cara de las personas que no
quieren empatizar con aquellos que se lo han arrebatado todo. Esta cara la
refleja también a la perfección María Cerezuela, interpretando a
María Jáuregui, hija de Juan María. Ella no impide a su madre tomar las
decisiones que quiera tomar, ni se lo recrimina, pero le pide que respete su
posición de no querer acercarse a los asesinos de su padre.
Maixabel es una película
que remueve muchísimos sentimientos. Está perfectamente rodada e intenta tener
un balance en esta encrucijada tan difícil para los españoles. Pero lo que más
refleja es que hay que respetar todas las posiciones.
…Hace ya una década que la banda terrorista ETA anunciaba
el ansiado «cese definitivo» de la actividad armada. Pero el cine aún tiene
mucho que decir. Maixabel pone sobre la mesa un debate aún presente y, con un discurso
claro, invita, o no, a la esperanza y a la reflexión. Cine
honesto y valiente que en este caso aborda la culpa y el perdón. Sin duda un
sólido drama en el que la directora Icíar Bollaín arriesga con una historia
nada simple, la de si estamos preparados para cerrar heridas o, quizá, haya
algunas que no podrán cerrarse jamás. Una película que muestra que las heridas
en nuestra sociedad siguen aún presentes y que, sin duda, provocará debates al
verla.
…El desgarrador llanto de una hija que se
te clava en las entrañas y ya no te suelta. La estampa serena de una esposa
abatida, rota por dentro, pero que se niega a rendirse. Las miradas huidizas de
quienes después de cercenar vidas ajenas descubren haber malgastado las propias
al sentirse engañados, utilizados. Estos elementos complejos integran el
armazón de un guion directo e incómodo. Que no se anda con rodeos, pero destila
sensibilidad. Tanta, que el espectador llega a romperse también por momentos.
El mérito está tanto en lo que aquí se cuenta como en cómo se cuenta. Bollaín
posee la habilidad de situar la cámara en el lugar preciso. Sin efectismos. Hay
profusión de primerísimos primeros planos, pero sirven a la perfección al
propósito narrativo del filme. Una película cruda, que recuerda por momentos (y
no es casual) al cine de Ken Loach, pero en la que palpita un alma rota que
implora que la abracen. Quizá la banda sonora de Alberto Iglesias sea
excesivamente complaciente en este sentido, aunque si su partitura no llenase
el silencio de ciertos planos, de secuencias concretas, quizá la cinta sería
aún más dura.
Al catártico despliegue emocional
contribuye un elenco que raya la perfección. Las interpretaciones de Blanca
Portillo y Luis Tosar son ejemplares, pero no lo son menos las de Urko Olazabal
y María Cerezuela. Los suyos son dos papeles muy complejos dentro de esta
historia y ambos logran no solo que los protagonistas no se los coman en
pantalla, sino mantener y elevar la tensión emotiva de una película que no da
tregua en lo sentimental. Digna de alabanza también es la decisión de exprimir
al máximo los recursos cinematográficos apoyando la narración en los efectos de
sonido durante una de las secuencias de mayor impacto del film.
Película que traslada un mensaje muy necesario en estos días de furia, en la
que sus personajes se expresan sin pelos en la lengua, situando a la clase
política ante un avergonzante espejo, y donde la fuerza de las imágenes
engrandece más si cabe el simbolismo de los gestos y decisiones que condujeron
al fin de la organización terrorista que acabó con la vida de 864 personas y
cambió para siempre la de millares de otras.
Luis Tosar e Gael García Bernal sono i protagonisti del film, sono in Bolivia per girare un film sulla colonizzazione degli spagnoli. al tempo di Bartolomeo de las Casas. già questo è materiale per un bel film, poi arriva la sorpresa, il film è girato a Cochabamba, nei giorni della ribellione per l'acqua, e anche la troupe partecipa alle manifestazioni. si era partiti per fare un film storico , ma l'attualità irrompe con decisione. un gran bel film, per i miei gusti, Icíar Bollaín non sbaglia un colpo. buona visione - Ismaele
Appassionante e drammatico, crudo e realistico,
coraggioso e profondo: un film che inchioda alla sedia e toglie il fiato,
incide e pervade l’animo, “tre film in uno” come ebbe a dire la regista di
questa pellicola, candidata per una lunga serie di riconoscimenti
internazionali, molti dei quali ottenuti, e meritatamente. É un continuo di
appassionanti e ardite inquadrature tra l’uon e l’altro dei tre temi, lontani
nel tempo ma vicini nell’argomento, di intrecci tra realtà e finzione che pur
rimangono distinte e inconfondibili. Il giovane ed entusiasta regista Sebastian,
sostenuto dall’amico e produttore Costa, sta girando un film su Cristoforo
Colombo e le sue scoperte e sulle denunce fatte già nel Cinquecento dai frati
domenicani Bartolomeo de las Casas e Antonio de Montesinos a proposito dello
sfruttamento disumano e crudele perpetrato a scapito degli indigeni. Luogo
delle riprese è la Bolivia che, anche se non è proprio lo stesso che Haiti, ha
però il vantaggio di permettere un budget bassissimo…
…En suma, Bollaín por un lado nos parece decir que la
narrativa colonial en la actualidad no permite que el ex-colonizador pueda
manejar una imagen del ex colonizado. Ello debido a que esta narrativa colonial
se fundamenta en un “neo-colonialismo”, que en el contexto de la Cochabamba
contemporánea encuentra serios reparos. Esto implica que el ex colonizador no
haya cambiado del todo y que ahora represente el capital extranjero global –que
es Costa y también la multinacional responsable de la privatización del agua en
la realidad. El “rebelde” ahora sí puede ganar; esa es la gran diferencia.
Bollaín también nos dice que, aunque el colonizador no ha cambiado, no puede
perder totalmente en términos simbólicos. Su imagen debe rescatarse de algún
modo…
…In his weighty portrayal of Costa, Mr. Tosar goes as far
as he can to make the character’s change of heart believable, but he can’t
accomplish the impossible. And as Anton, the cynical, hard-drinking actor
playing Columbus, Karra Elejalde lends the film a welcome note of antic
unpredictability.
Consciously or not, “Even the Rain” risks subverting its
own good will. You can’t help but wonder to what degree its makers exploited
the extras recruited to play 16th-century Indians. Inevitably “Even the Rain”
is trapped inside its own hall of mirrors.
As the film opens, a cast and crew have
arrived on location in the mountains of Bolivia, far from the Caribbean shores
first founded by Columbus. Here, as the producer Costa (Luis Tosar) boasts, the local Indians can he hired as
extras for $2 a day and count themselves lucky. They can also be used for
manual labor, and Costa is happy to use them to haul a giant crucifix into
position, saving the cost of tractor rental.
You may begin to glimpse some symbolism
coming into view. The film will exploit the Indians just as Columbus did. The
difference is that Columbus evoked Christianity as his excuse, while the modern
film thinks it is denouncing him while committing the same sins. This is more
clear to us than the characters, including Gael Garcia Bernal as Sebastian, the director, who
has vague sympathies for his low-paid workers but places his film above
everything…
Hacer cine es una guerra a la moral,
una contienda para atacar conciencias.
Hacer cine es una obligación cultural,
una responsabilidad con tus audiencias.
Hacer cine debería ser un ritual,
una lucha contra intransigencias.
Hacer cine es una ruta mortal,
su mensaje faculta todas las licencias.
Cine dentro del cine dentro del cine.
Esta película es como una muñeca rusa.
No hay noticia que no vaticine.
La verdad siempre es confusa.
El retrato de la cinematográfica labor
es realista, cruel y ajeno a profanos.
Puede generar por sus actos estupor,
pero el arte siempre manchó manos.
Luis Tosar desnuda un personaje humano,
tan complejo como insano.
El agua es vaporosa escusa a debate.
No hay nada en nuestras entrañas más esencial.
Cualquier razón puede llevar a empate.
Nada justifica ser más cruel que el animal.
passano 5 anni, dopo Cella 211, per un altro film di Daniel Monzón. protagonista, non unico, Luis Tosar, nella parte del poliziotto alla ricerca dei trafficanti di droga. ritmo serrato, come si deve, colleghi affidabili, ma non tutti e sempre, el Niño è un giovane e capace trafficante, difficile mestiere, fra il Marocco e Gibilterra. arrivare ai piani alti dei trafficanti non è facile, quelli sono inglesi, e non si possono toccare, la polizia è impotente, ma non sempre.un film d'azione fatto benissimo, mai passato al cinema da noi, ma si trova, se uno vuole. buona visione - Ismaele
…Daniel Monzón vuelve a dar
en el blanco con una producción ambiciosa que sería un delito perderse. Es
buena. Es entretenida. Y tiene un reparto de lujo encabezado por Luis Tosar y
Jesús Castro como binomio protagonista a ambos lados de la ley. Monzón
demuestra nuevamente que si aborda un tema lo hace con todas las consecuencias.
En esta ocasión brilla además la fluidez y el excelente ritmo narrativo que viene
impuesto desde el guión que firma el propio director junto a Jorge
Guerricaechevarría. No era fácil contar una historia como ésta a dos bandas,
desde los dos lados de la ley, manteniendo ese protagonismo bicéfalo de Tosar
como policía y Castro como delincuente en ascenso, ambos rodeados por un puñado
de personajes secundarios construidos con gran solidez y que tienen un
desarrollo pleno como tales en la trama. Un ejemplo de la fluidez con la que se
desarrolla la película, manteniendo siempre una intriga constante, es la manera
en la que narran la evolución de la relación sentimental del Niño y el progreso
de la operación de narcotráfico, sin que lo sentimental frente en ningún
momento la narración principal ni se convierta en lastre de la misma o desvíe la
atención del espectador. Otro ejemplo de lo bien construida narrativa y
visualmente es su forma de utilizar los cruces en las espectaculares y muy
laboriosas secuencias de acción y persecución que van puntuando la historia del
policía obsesionado y el joven traficante. Siguiendo estas claves, El
Niño se convierte en un excelente ejemplo de cine policíaco en clave
de las dos principales ramas de desarrollo del cine negro clásico…
…El
final de la película es prodigioso. Ese travelling con una vista aérea de los
contenedores, de los centenares de ellos, apilados a la espera de ser embarcados,
nos transmite un desalentador mensaje que tiene que ver con aquello de una
aguja en un pajar (no desvelo más). Este final lo pone en relación con el
principio de la película donde una grúa parece bailar entre los containers,
pero también con la escena de la mítica saga de Indiana Jones, aquella en que
los tesoros se almacenaban en un almacén inabarcable a nuestros ojos.
Tan solo dieciséis kilómetros separan un mundo civilizado
de otro que parece serlo. Pero solo lo parece porque este último es permisivo
con la plantación de droga o la salida indiscriminada de lanchas, gomas, de
pequeños botes donde las mafias de tráfico de humanos hacen su agosto. Son
terribles (no por cotidianas dejan de serlo) las imágenes de ancianas dobladas
por los enormes fardos que portan (pueden pasar por la frontera todo lo que
lleven encima), pero más dramáticas son aquellas en las que se ve a la policía
marroquí hacer la vista gorda (previo unte) con el trasiego de la droga a las
planeadoras. Terrible. Daniel Monzón ha realizado una gran película, con
personalidad. El Niño es uno de los mejores proyectos de la
nueva temporada que seguro cosechará muchos premios nacionales e
internacionales.
…Aunque, en opinión del que esto escribe, ese defecto
termina repercutiendo en lo que se podría haber esperado de una película como
la que nos ocupa, lo cierto es que por otro lado tanto el oficio que muestra su
elenco (haciendo a un lado a Jesús Castro, los Luis Tosar, Eduard Fernández,
Bárbara Lennie o Sergi López están perfectos, muy en su línea habitual), como
el de un cineasta que consigue no caer en la rutina y exponer con la suficiente
fuerza (y algunas necesarias notas cómicas) lo que se presupone debe ser una
propuesta como El niño, terminan decantando la
balanza en su favor y componiendo una de esas cintas por momentos disfrutable y
con la capacidad de no dar al espectador excesivas consignas como para que este
se adelante en las pesquisas realizadas por el personaje de Tosar.
Si bien es cierto que ante el nuevo trabajo
de Monzón podrían haberse pulido más algunos aspectos o haber evitado caer en
lo obvio y mánido en otros (como el secundario graciosete y robaescenas, la
estirada subtrama romántica, etc…), El niño termina
siendo un thriller satisfactorio de buena factura e interpretaciones adecuadas
que, si bien no permanecera en el recuerdo durante mucho tiempo, como mínimo
eleva la media dentro del género en un país demasiado acostumbrado a calcar el
modelo USA sin añadir unas constantes que aquí se perciben como un pequeño
acercamiento a lo que esperemos en el futuro pueda ser cine de género con una
entidad y señas propias.
Daniel Monzón dirige con maña
esta trama de buena acción,
aunque es mucho más huraña
su pericia en interpretación.
No se puede negar
que es cábala entretenida.
No es tan fácil narrar
con la fluidez obtenida.
La frontera hasta los sueños
es difícil de cruzar.
Las riquezas tienen dueños
que no se dejan timar.
Coger la vida con fuerza
puede ser alternativa,
pero puede que se tuerza
y te suelte a la deriva.
Los policías benignos
llevan magia en su papel,
interpretan bien los signos
y se expresan con la piel.
Otra cosa es el niñato
y el tropel que le rodea.
Ellos no salvan el trato,
no emociona a la platea.
Timorato personaje
que sirve como modelo.
Como maniquí de traje
no importa que seas hielo.
per un po' ho temuto che fosse un Inside man, di Spike Lee, in salsa spagnola. in realtà poi se ne discosta, sono bravissimi gli attori, sopratutto i protagonisti Rodrigo de la Serna e Luis Tosar. la sceneggiatura è solida, non ti annoi, e poi il gran colpo di scena. cercate il film, non ve ne pentirete, promesso - Ismaele
… Ho amato
l'ambientazione, questa banca-cattedrale, questa città sotto la pioggia.
Ho amato il personaggio del rapinatore capo, sboccato, intelligente,
cattivo ma poi nemmeno così tanto. Mi sono piaciuti molto quasi tutti i suoi
dialoghi.
Ma ho trovato davvero buona anche una sceneggiatura che non cerca mai colpi
di scena ma è solida, ben calibrata, con qualche buona trovata (il tunnel
costruito da loro che si allaga proprio quel giorno) e, in un certo senso, pure
"importante".
Sì perchè questo film, e torniamo al titolo originale, è un durissimo
attacco verso i poteri forti, dal capo di stato ai politici, dalla polizia ai
banchieri. Tanto che alla fine ci ritroviamo a parteggiare per i rapinatori che
saranno sì dei balordi ma dietro la loro presunta cattiveria e propositi di
devastante terrore (pensiamo ai giubbotti esplosivi) nascondono invece una
buona etica e dei caratteri affatto terribili…
…Cien años de perdón (ojalá que pudiéramos robar a los grandes ladrones y
obtener no ya cien años de innecesario perdón, sino de agradecimiento popular),
apoyándose en el guion de Jorge Guerricaechevarría, un señor que escribe cosas
distintas y con sello propio, Calparsoro logra una película tensa, entretenida,
rodada con personalidad y oficio, con actores competentes (espléndido e
inquietante el argentino Rodrigo de la Serna), que gira alrededor del asalto a
un banco donde guardan su rapiña los rufianes más poderosos, los padres de la
patria. Y me aclaro. No esperen la versión española de Heat, la película que más me ha enamorado en los últimos veinte
años, pero sí un producto tan visible como audible.
…Cien años de perdón ha
conseguido mezclar de manera acertada una buen thriller de atracadores con una trama de candente actualidad que la
acercará aún más al gran público, la película de Calparsoro presenta un
desarrollo argumental algo simple pero con un dinámico ritmo de principio a
fin, no es un producto redondo pero tiene muchos ingredientes para poder
ser disfrutada.
…En medio de esta historia, algunos rehenes se vuelven cómplices en
distintas medidas pero siempre dejando en claro que son víctimas de lo sucedido
pero ¿víctimas de quién?, ¿del sistema capitalista que remata hogares?, ¿del
que los deja sin trabajo?, ¿de la corrupción política?, ¿de los ladrones que
ingresaron a ese banco?, ¿son víctimas de la codicia, del odio o del egoísmo?,
¿o son justicieros? He aquí la delgada línea entre “lo bueno” y “lo malo”, la
discusión entre las purezas y lo que parecería ser una crítica generalizada a
la sociedad española.
A grandes líneas, Cien años de perdón es una película que mantiene
al espectador atento en su trama (que ofrece desde situaciones dramáticas hasta
algún que otro paso de comedia) aunque por momentos decae por no ser
visualmente atractiva. De todos modos es una historia interesante para aquellos
que gustan de realizar lecturas sobre escenarios y sus similitudes con
las realidades del mundo por fuera de la diégesis.
… Con un
excelente plano de inicio, donde se ve la ciudad bajo la lluvia (hecho que luego
cobraría gran importancia), Cien Años de Perdón es un
viaje bien estructurado, de muy buen ritmo, con un montaje que sabe resaltar
los momentos de más acción y comicidad. Transcurriendo mayoritariamente en una
sola locación, son los giros y engaños de la trama lo más preciso de este
filme, sorprendiendo con un juego de corrupción que va mucho más allá de la
burocracia del banco.
Con un muy buen final que deja un sabor dulce al salir de la sala de cine,
lo dirigido por Daniel Calparsoro (‘Combustión’,
‘Ausentes’)es cine del bueno,
ese que te deja inquieto en el asiento y que sorprende constantemente con giros
muy bien planificados y personajes carismáticos y humanos. Muy recomendable, Cien Años de Perdón es
un ejercicio de género que triunfa de principio a fin. No se la pierdan.
opera prima riuscita per Dani de la Torre. una storia dei nostri tempi, vendetta bomba ostaggi bambini terrore e titoli tossici. il bravo padre di famiglia mantiene la famiglia mandando in rovina qualcun altro, homo homini lupus, dicevano Plauto e Hobbes. Luis Tosar è bravissimo come sempre, e bravissima è anche Paula del Río, che interpreta Sara, la figlia. se non soffrite di cuore o di attacchi di panico questo film è per voi. buona visione - Ismaele ps: pare che sia in preparazione un remake con Liam Neeson
…Il film può essere improbabile quanto si vuole nello
sviluppo narrativo quanto nelle svolte, ma non è questo che conta. Non è mai
stato questo ciò che conta in un film. Ma qualcuno ancora lo crede. È il gioco
simbolico, tematico, la narrazione per immagini, l’emotività anche
intellettuale evocata dalle immagini e dal loro relazionarsi, dagli elementi
filmici primari come attori e ambienti fino allo sguardo registico che non deve
necessariamente essere quello di un poeta o di un politico morettiano. Il
cinema è un’altra cosa e gli spagnoli, con buona pace dei detrattori, fanno il
miglior cinema europeo del nuovo secolo. Sanno usare il genere, fanno commedie
che battono anche quelle d’oltreoceano e sanno raccontare il contemporaneo con
lucidità e con gusto estetico.
Desconocido
coniuga bene il genere con una certa
introspezione psicologica e il contesto posto sullo sfondo di uno scandalo
bancario che in tempi recenti abbiamo conosciuto anche nel nostro paese. De la
Torre è veramente a suo agio alla regia con un ritmo frenetico che non concede
soste, grazie anche ad un montaggio molto serrato. Di pregio anche
l'interpretazione di Tosar, alto funzionario bancario che durante il suo
frenetico tragitto, dovrà confrontarsi non solo con un misterioso avversario,
ma soprattutto con le proprie colpe e la propria coscienza sporca. Malgrado qualche
incongruenza di sceneggiatura è un film che riesce a tenere con il fiato
sospeso senza mai annoiare, cosa non da poco.
…L'opera
impone insomma una serie di riflessioni non banali per lo spettatore medio
spagnolo ed europeo, in un contesto temporale ancora gravemente afflitto da
crisi economico-finanziarie turbolente per la tenuta sociale e psicologica
delle frange più deboli della popolazione. Il tutto viene svolto in un
intreccio costante con un solido impianto drammatico, una
costante attenzione per l'evoluzione psicologica dei personaggi e una serie
avvincente di colpi di scena inaspettati che garantiscono il mantenimento di
una tensione elevata per tutta la durata dell'opera, nonostante qualche
evidente calo e confusione sparsi qua e là.
…Desconocido aggancia fin dal titolo la paura che
oggi governa l’Occidente: quella inoculata da un nemico invisibile, da un
terrorista senza volto che minaccia innocenti (i figli) per colpire colpevoli
(i padri). Al netto di un finale ampiamente telefonato e di una fisiologica
semplificazione delle molteplici questioni morali sottese a una drammaturgia
così aperta, è un prodotto solido e incalzante, che utilizza il genere per
superarlo e ampliarne le potenzialità. Desconocido rappresenta
ciò che oggi manca al cinema italiano e che, invece, altrove è fortunatamente
diffuso. E senza costi esorbitanti.
..El
Desconocido
es un estupendo thriller, que mezcla intriga, suspense y acción, en base a uno
de los macguffins más elementales de este tipo de cine, que
sabe cuáles son sus virtudes y cuáles son sus carencias. Que sabe jugar con la
espectacularidad de los planos y el intimísimo de los espacios, sin que su
ritmo decaiga en ningún momento, más allá de lo exigido por el director para
que recuperemos el aliento como espectadores y apoyado por un estupendo elenco
encabezado por Luís Tosar y con un genial Javier Gutierrez. Una estupenda carta
de presentación de Dani de la Torre y en la que hay espacio para la crítica
social. Sorprendente y estimulante, la verdad.