se non siete mai stati da una nonna o una zia, d'estate, lontano dalla vostra casa, lo spazio comfort zone di tutti i giorni, potrete intuire qualcosa, forse, ma non potrete capire il film.
un bambino di 10 anni si trova un altro pianeta, in Sicilia, da una nonna adottiva, nuove regole, nuovi sapori, nuove aria, nuovi amici e amiche.
il bambino si adatta lentamente, ma alla fine con convinzione, la nonna (una bravissima Aurora Quattrocchi) lo accoglie come un ospite speciale.
e alla fine quei giorni lontano da casa saranno indimenticabili (come è successo a qualcuno di noi).
un piccolo film da non perdere, nelle poche sale dove si può trovare.
buona (fantasmatica) visione - Ismaele
…Gioia Mia è un racconto di formazione sui sentimenti, e sulla
loro percezione, sui legami che si ha o che si ricorda di aver avuto, dove due
mondi si incontrano, provano a dialogare, e cercano di convivere per quieto
vivere. Margherita Spampinato ha realizzato un film a tratti tenero e a tratti
malinconico, dal ritmo spigliato con un vivace equilibrio tra due punti di
vista, riuscendo a cogliere e rappresentare la sagacia dell’anziana e la
razionalità del ragazzino. L’emotività di questa storia è merito anche ai
personaggi potenti ben scritti, mai stereotipati, e soprattutto interpretati
con personalità di toni e sguardi.
…Uno dei motori narrativi principali è la paura: quella infantile e
concreta di Nico per le leggende di spiriti che aleggiano nel vecchio palazzo,
e quella più sotterranea e adulta di Gela, che riguarda la perdita, l’amore non
vissuto, la solitudine scelta come scudo.
Il mistero, che si presenta come elemento soprannaturale, è
in realtà un pretesto narrativo per affrontare paure molto terrene: crescere,
separarsi, accettare l’invisibile che ci abita. Il gioco proibito a cui Nico
partecipa diventa un vero rito di passaggio. La leggenda degli spiriti è la
forma con cui il bambino proietta e affronta i propri fantasmi interiori. E
quando li smaschera, il passaggio all’età successiva è compiuto.
Gela, dal canto suo, è costretta a riesaminare il proprio passato.
Nico la destabilizza, ma anche la costringe a riaprire porte chiuse da anni. Il
suo racconto finale, intimo e rivelatorio, ribalta i ruoli: è lei, alla fine,
ad avere bisogno di essere ascoltata…
…La
linearità del racconto (assai divertente, per di più), che non disdegna
l’appoggiarsi ad archetipi narrativi e strutture predette, permette a
Spampinato di lavorare sull’immagine, sulla sua stratificazione, sulla rappresentazione
come sintesi tra il vero e il credibile, facendo sua di nuovo la lezione di Truffaut che
fu però anche di Vittorio De Sica e di chiunque abbia accolto la messa in scena
dell’infanzia come momento di confronto con un’epoca – quella appunto dei più
piccoli – da tempo “scomparsa”. Se c’è una nostalgia, in Gioia mia, non è per l’amore perduto o per ciò che non si è più, ma
per l’immagine perduta, quella di un cinema che non ha bisogno di alcuna
adulterazione ma vive e pulsa nel momento stesso in cui si immortala un gesto,
un’espressione del viso, un muoversi delle tende. Si respira aria di un cinema
d’antan, nell’esordio di Spampinato, che in pochi oggi sembrano avere il
coraggio di produrre e maneggiare, immaginario che forse potrà anche tenere a
distanza alcuni critici per via della sua (apparente) semplicità. È invece da opere come Gioia mia che la stanca e spesso mediocre produzione italiana
dovrebbe trovare la scintilla per rimettersi in gioco, scartando la facile
copertina dell’arthouse per tornare a toccare le cose con mano, a
materializzare il mistero, a frammentare l’amore e la memoria in un campo
controcampo.
in un film del 1962, I giorni contati, di Elio Petri, si descrivono le truffe con i finti incidenti, come in Spaccaossa.
la fotografia è di Daniele Ciprì, alla sceneggiatura hanno lavorato anche Ficarra e Picone, insieme a Vincenzo Pirrotta, nel film il Vincenzo procacciatore di vittime.
un film nel quale non c'è niente da ridere, c'è una rassegnazione al male senza limiti.
…Un macigno sempre presente sulla
coscienza dello spettatore che Pirrotta segue nella sua caduta, lineare come la
forza di gravità. Non c'è una profonda elaborazione, né una ricerca
sofisticata; c'è l'urgenza di testimoniare di una storia presentata in modo
corale, attraverso prospettive molteplici. Qui aiutano gli ottimi attori: Luigi
Lo Cascio nel ruolo di un invalido cocciuto che si rifiuta di pagare, la sempre
memorabile Aurora Quattrocchi nei panni di una madre "anima nera" di
Munziana memoria, e poi volti affidabili come Ninni Bruschetta e lo stesso
Pirrotta che si sobbarca il ruolo di protagonista.
Loro, come altri ancora, accumulano micro-storie che si sommano in un ritratto
atmosferico di una città e di un sistema sociale. Disperati che si mangiano
l'un l'altro, nella desolante scala di grigi di un direttore della fotografia
d'eccezione come Daniele Ciprì. Mentre le porte si chiudono di fronte a valigie
in procinto di cadere, l'occhio di Pirrotta rimane ben aperto sull'orrore
umano, soprattutto quello che si insinua con una certa sorpresa nel rapporto
tra Vincenzo e la madre: la conferma di quanto, per chi arriva farsi spaccare
le ossa, non ci sia mai stato scampo.
…Nei volti
delle protagoniste di Spaccaossa si dipingono tutte
le possibilità dell’essere donna in una società annientata dal maschilismo e
dalla sete di potere. C’è
Maria, la rassegnata moglie di
Francesco, a cui Simona Malato dona
tutta la compassione umana che il suo personaggio prova per quelle anime
dannate, segregate nella sua dimora fino al riscatto del premio assicurativo;
lei è la fortezza umana, ma fragile, costretta a obbedire agli ordini e a stare
al gioco. Tanto Maria, moglie del carnefice, quanto la Patrizia di Rossella Leone, la moglie della vittima
(Mimmo), restano a penzoloni nel bilancio matrimoniale e, seppur trattate in
modo differente, a entrambe non resta che assistere alla tragedia, unendosi
inesorabilmente a quel coro disperato e rimanendo, di fatto, come ai margini
della narrazione.
Altro ruolo tocca invece alla talentuosa Selene Caramazza, che si veste di
fragilità per interpretare Luisa, una ragazza tossicodipendente nei cui occhi
si scorge, a un certo punto, una palese voglia di riscatto. Legata
sentimentalmente a Vincenzo, sarà lei stessa vittima della “spaccatura”,
invischiata in una decisione lacerante e dolorosa che la lascerà annegare verso
l’irreparabile. Se Luisa è apparentemente forte e ribelle, nelle sue vene
scorre la solitudine più assoluta e ogni suo passo, ogni sua scelta, sembra
confermarle che non ha speranza di voltare pagina. È figlia dispersa, sorella
respinta, utente (del centro di disintossicazione) derisa e, come in un
triangolo perfettamente bilanciato, Luisa rappresenta nella vita di Vincenzo un
ipotetico passo avanti verso la vita, l’amore, il bene che si è in grado di
fare. Peccato però che a falciarlo sia proprio l’altro punto focale della sua
vita, quella madre anziana incarnata da Aurora
Quattrocchi che, sotto l’aura della debolezza fisica, cela
un’astuta perfidia assumendo le caratteristiche umane di una madre matrigna,
che prima accoglie in casa una povera sventurata e poi spinge il figlio
affinché la sacrifichi.
Le donne, in Spaccaossa, è come se
chiudessero un immaginario cerchio dei vinti, vomitando sulla stoffa del fato
azioni che potrebbero rivoluzionare, se non il mondo, la loro condizione. Ma
non c’è nessun lieto fine, in questa terra lontana dai riflettori in cui Dio
resta solo imbrattato di preghiere, senza elargire miracoli. A tutti spetta di
morire, realmente o in senso figurato, crocifissi a un destino che spacca
parimenti le illusioni…
…A Pirrotta se
non altro va dato il merito di non aver edulcorato il mondo che vuol
descrivere, la Sicilia di Spaccaossa è
per certi versi fin troppo realistica, non c’è spazio per la fantasia. Non
avrebbe avuto senso dipingere i protagonisti di questa tragedia come dei
personaggi usciti da qualche cartone animato sopra le righe. Spaccaossa è un
film lucido, ma che non riesce fino in fondo ad essere coerente con quello che
voleva descrivere, incespica nel momento in cui la narrazione non sa che scelte
compiere. A chi è rivolto questo lungometraggio? Al circuito popolare o a
quello d’essai? Difficile saperlo.
Purtroppo, Spaccaossa è
un esordio che non suscita scalpore in quanto tratta un argomento importante,
ma in modo superficiale e caotico. Gran peccato considerando il buon punto di
partenza. L’augurio è che questa storia possa essere nuovamente trasposta,
perché ha senza alcuna ombra di dubbio più di un elemento accattivante.
un film da cui non mi aspettavi troppo e che sorprende, grazie a una sceneggiatura non urlata, senza primedonne, al limite qualche primus inter pares.
Ficarra e Picone sono bravissimi, come Toni Servillo.
a partire dalla morte della balia di Pirandello (Aurora Quattrocchi, mamma Teresa in Nostalgia) nasce la storia, i due amici delle pompe funebri sono anche gente di teatro e a loro insaputa diventano una fonte d'ispirazione per Pirandello.
il teatro della filodrammatica di "dilettanti professionisti" recita la vita e nella finzione sta la verità, il pubblico non è passivo, partecipa, ride, si immedesima, capisce.
un film che non delude, promesso.
buona (teatrale) visione - Ismaele
…A brillare sullo schermo sono il ritmo,
l’inventiva, il piacere, la generosità dimostrata da Andò (con Ugo Chiti e
Massimo Gaudioso alla sceneggiatura) e dagli attori, numerosissimi e
straordinari fino al più piccolo ruolo. Come se questa “Stranezza” così inattesa
aspettasse in certo modo di vedere la luce da sempre. A risarcire, sull’onda di
altri film importanti ispirati al teatro (“Qui rido io” di Martone, ma anche il
trascurato “La stoffa dei sogni” di Cabiddu), un cinema che troppo spesso,
misteriosamente, sembra anzitutto ansioso di dimenticare di cosa può essere
capace.
…Toni Servillo è rimasto affascinato “dalla
possibilità di sottrarre Pirandello ai cliché della pesantezza
intellettualistica, e dunque di raccontarlo in un momento cruciale della sua
vita mentre cova questa idea così audace di teatro, che sarebbe diventata I sei
personaggi, e la trova durante un viaggio di ritorno nella sua Sicilia, dove
riprende contatto con riti, volti, paesaggio e lingua nativi. Mi piaceva
inoltre molto, attraverso questo film, di poter contribuire modestamente a far
cadere gli steccati che vogliono gli attori comici e drammatici separati.
L’alchimia tra me con Valentino e Salvo corrisponde alla curiosità che avevamo
di incontrarci e recitare insieme”. Chiamati in causa Salvo Ficarra e Valentino Picone, chiamati fin
dalla genesi del film, hanno espresso la gioia di appartenere a un testo che
“abbiamo subito capito fosse un progetto ambizioso: ci siamo sentiti
immediatamente dentro a questa storia. Scoprendo poi che ci sarebbe stato
Servillo nei panni di Pirandello non vedevamo l’ora di iniziare. È stata una grande avventura di ascolto reciproco”…
…La parola “stranezza” viene pronunciata due volte nel corso
del film. La prima dal fantasma della tata, che appare a Pirandello e gli dice
“ogni volta che ti veniva la stranezza, appoggiavi le gambe
sulle mie ginocchia…”, la seconda volta invece è lo stesso Pirandello che usa
la parola durante il colloquio con Verga (Renato Carpentieri): “Ho in mente
una stranezza che è diventata quasi
un’ossessione…”. Nel primo caso “stranezza” sembrerebbe indicare un
tormento interiore, un’afflizione nascosta, una vena di malinconia, mentre nel
secondo caso sembra alludere a un’idea creativa che non riesce a prendere
forma, che si affaccia e si sforma, che appare e si dilegua, generando
apprensione e frustrazione. Ma prima o poi la “stranezza” la sua
forma la trova, un po’ come accade alle lettere che formano la parola nei
titoli di testa: prima galleggiano casualmente e disordinatamente su sfondo
nero, poi a poco a poco si accostano l’una all’altra e danno forma al titolo
del film. Come dire: nel momento in cui prende forma, la “stranezza” diventa
qualcos’altro…
… È incredibile quanto Toni Servillo sia sempre capace di far andare
di pari passo alla quantità di progetti in cui lavora, la qualità delle sue
interpretazioni. Non sbaglia un colpo e più che mai stavolta sa donarci un
personaggio di poche parole ma dai grandi sentimenti, un’interpretazione fatta
di sguardi, di micro-espressività, di intenzioni. Ficarra e Picone trovano finalmente spazio per
liberarsi dal cliché della coppia comica
cabarettistica in cui sono intrappolati, per confermarsi grandissimi
caratteristi capaci di regalarci due personaggi vivi e tridimensionali,
profondi ma leggeri, commoventi ma simpatici, poveri ma ricchissimi, miseri ma
amabili…
… Ciò che fa scalare una marcia a La stranezzaè, ahinoi,
proprio la regia di Roberto Andò,
che davanti a tutto questo popò di arte e passione rimane decisamente fredda,
impostata, poco originale e allineata più a un compito da svolgere che a una
mano autoriale. Per carità, il mestiere certamente non manca, ma un film
come La stranezza dovrebbe rappresentare per un
regista lo slancio necessario a sperimentare su una propria visione, piuttosto
che ad assestarsi sulla semplicità del campo e controcampo. Ci sarebbe piaciuto
vedere qualche inquadratura più originale, qualche movimento di macchina in
più, qualche mezzobusto in meno, ma soprattutto una visione autoriale
riconoscibile, chiara, ragionata che avrebbe certamente elevato La stranezzaa uno dei
migliori film italiani prodotti negli ultimi anni.
Una mattina di molti anni fa (abitavo ancora a Palermo), mi
trovavo in compagnia di Leonardo Sciascia e, all’improvviso, lui mi chiese di
fermare l’auto che stavo guidando. “Scusa, aspettami un momento”, bisbigliò
ancora il grande scrittore. E si avviò verso una piccola libreria. Trascorsero
pochi minuti e lo vidi ritornare con un libro in mano che subito mi porse. Era
una biografia di Luigi Pirandello curata da un grande studioso, Gaspare
Giudice. “Questa è per te, l’avevo ordinata qualche giorno fa. È fondamentale,
ed è la più bella che ci sia in circolazione”.
Questo episodio dei miei anni giovanili è probabilmente
all’origine del mio film La stranezza. In effetti, quella biografia si rivelò
una lettura cruciale e mi consegnò una visione folgorante del labirintico
intreccio di vita e arte di cui si compone il tortuoso universo di Pirandello,
una visione verso cui ancora oggi mi sento debitore.
La Stranezza è una fantasia sull’atto creativo,
sull’ispirazione. Un viaggio sospeso tra la vita reale
del grande scrittore agrigentino e l’invenzione fantastica. Al centro c’è il
rapporto tra Pirandello e i suoi personaggi. Tra Pirandello e la Sicilia, tra
le ossessioni private di un genio e la vita di un paese siciliano negli anni
’20 del secolo scorso. Alcuni dei fatti che vi sono raccontati sono veri, come
pure alcuni dei personaggi che vi compaiono.
È vero che nel 1920 Pirandello andò in Sicilia, a Catania, per
festeggiare l’ottantesimo compleanno di Giovanni Verga, e che l’autore dei
Malavoglia non volle presenziare alla cerimonia al teatro Bellini, officiata
dal ministro della Cultura Benedetto Croce. È vero che Pirandello aveva una
moglie, Maria Antonietta Portolano, che nel 1919 fu reclusa in una clinica
specializzata nelle malattie nervose. Così come è vero che Pirandello da
bambino fu accudito da una balia che si chiamava Maria Stella, una donna dolce
e sensibile che gli raccontò fatti, favole e dicerie di quella Girgenti a cui
l’opera dello scrittore si sarebbe poi ispirata. Come è altresì vero che la
prima dei Sei Personaggi in cerca d’autore, il 9 maggio del 1921, a Roma al
Teatro Valle, fu tempestosa, per non dire disastrosa. Come si evince dalle
cronache, il pubblico fu spiazzato dalla novità rivoluzionaria espressa da quel
capolavoro, e fece pervenire all’autore il suo dissenso a suon di “Manicomio!”,
“Buffone”, e altri epiteti. Pirandello, contrariamente alle sue abitudini,
volle comunque salutare il pubblico e si offrì imperturbabile al suo giudizio.
Uscì dal teatro con la figlia Lietta affrontando a viso aperto il drappello di
facinorosi che lo attendevano
per dileggiarlo. Ma già a Milano, tappa successiva della tournée
prevista per lo spettacolo, I Sei Personaggi furono accolti con un trionfo, e
da lì, via via, la fama dell’opera si espanse inarrestabile al mondo intero…
Felice dopo quarant'anni torna a Napoli, dalla mamma Teresa e sopratutto per incontrare Oreste, un amico delinquente dell'adolescenza, ormai un boss temuto e spietato.
a parte alcune domande, come il troppo tempo senza vedere la mamma, se ci si fa prendere per mano dal regista e da Felice il film ha una sua logica.
l'incontro con la mamma Teresa (interpretata da Aurora Quattrocchi, già vista in tanti film, sempre vecchietta), ormai alla fine della vita, è tornata bambina, bisognosa di cure come i bambini, è la prima delle due ragioni del viaggio.
la seconda ragione è l'incontro con Oreste, cattivo e latitante, l'amico di quando erano ragazzi, inseparabili e senza paura, sopratutto Oreste, in un posto dove la violenza era ed è magistra vitae.
Felice ha bisogno di chiudere una ferita aperta e sanguinante da troppi anni, e sembra riuscire a trovare una pace interiore.
Felice ridiventa un napoletano, da turco-napoletano o egiziano-napoletano che era all'inizio del film, ha comprato casa, aspetta la moglie egiziana, i suoi fantasmi sono spariti, apparentemente.
non sarà perfetto, in certi momenti Felice sembra un flâneur,ma è un film che merita sicuramente - Ismaele
…Martone racconta (ancora una volta, come in tutta la sua carriera) la sua
Napoli e basterebbe solo quella a far grande il film.
Siamo nel Rione Sanità, uno dei quartieri più popolari e degradati della
città (malgrado mi hanno raccontato come, in realtà, questo rione nacque come
polo borghese e nobiliare).
E' una Napoli "vecchia", bellissima, fatta di viuzze, mercatini,
murales.
Soprattutto nei primissimi minuti del film Martone sfrutta il suo
personaggio per aggirarsi in questi vicoli e in mezzo a queste persone (curioso
come Felice, probabilmente solo per l'abbigliamento, venga preso sin da subito
come uno "di fuori", vedere ad esempio il cameriere che gli fa
domande in inglese) facendo calare lo spettatore sin da subito in un contesto
tanto affascinante quanto "nervoso" e "stretto", un
contesto in cui il personaggio di Felice ci sembra continuamente fuori posto.
In realtà Felice, e questo è un aspetto talmente importante del film da
ricavarci fuori quasi una tematica, si sente completamente a suo agio.
La sua felicità ed emozione nell'essere ripiombato (senza che fosse mai
tornato prima) nella sua città natale sono talmente forti da nascondere tutto
il resto.
E questo sarà il mood, quasi commovente, dell'intero film, ovvero quello di
un 55enne che, appena messo piede a Napoli, torna il 15 enne di allora.
E tutto per lui è bello, e tutto è "facile", e tutto può essere
risolto col sorriso.
In realtà tutto ora è diverso, Felice si ritrova invischiato in una storia
criminosa, tutti provano a dirgli di andarsene (un pò come Capuano al giovane
Sorrentino in E' stata la mano di Dio, film che più volte mi è tornato in mente
qua) ma lui non si rende assolutamente conto di quello che sta accadendo, come
se rifiutasse la vita adulta (o quantomeno rifiutasse il sè adulto di adesso a
Napoli).
Lui è ripiombato nei suoi ricordi, lui non ha vissuto quei 40 anni di Rione
Sanità.
E l'errore più grande che farà è pensare che il tempo si sia fermato, che
quello che si era un tempo si è anche adesso…
…Nostalgia è tante cose: una tragedia greca, un
western, un road-movie, forse persino una love story fra due ex amici che non
si vedono da una vita. Ma la cosa importante è ciò che NON È. Non è una puntata
apocrifa di “Gomorra”. Non è un’indagine sulla camorra di oggi o di
ieri. Non è un instant movie legato alla cronaca, anche se Rea si ispira a una storia vera.
È, semmai, un cripto-documentario
sulla Sanità, in ossequio a una vecchia idea
di Martone secondo la quale in ogni film di
finzione si nasconde un documentario (e viceversa). Ma non sulla Sanità della cronaca e della sociologia,
bensì sui misteri che questo quartiere nasconde e che sono legati a quelle
caverne pieni di teschi, alla città dei morti sulla quale sorge la città dei
vivi.
…
Napoli e l’incanto di una seduzione magnetica e pericolosa. È la madre, la
memoria, il passato incarnato, la promessa di qualcosa al tempo stesso vecchio
e nuovo. Mario Martone con Nostalgia racconta
una città, un sentimento, uno stato mentale, fa la cronaca del tempo perduto,
chissà poi se ritrovato. La dialettica tra passato e presente si risolve in un
tempo della storia che è un tempo ibrido, e non può essere altrimenti. È Napoli
che detta le coordinate, ieri e oggi mescolati nel ventre di una città che
coltiva e custodisce un rapporto con la morte e la vita aperto e spiazzante. Le
catacombe e i bassi non sono geograficamente un sopra e un sotto, ma due strati
sovrapponibili di una realtà complessa come l’esistenza.
Napoli è l’incrocio di passato e presente, bene e male,
vita e morte, camorra e riscatto. La promessa di una vita e di una scelta
diversa affidata ai ragazzi del prete rivoluzionario Francesco Di
Leva. Fa da contraltare Tommaso Ragno, capo
criminale con un senso molto drammatico delle cose; nel gioco di opposti
schizzato dal film è insieme crudo e surreale il suo male di vivere. La regia
di Mario Martone non punta all’esuberanza del
dettaglio figurativo e narrativo, la sua visceralità la racchiude nell’intimità
progressivamente svelata dei protagonisti. Cede un po’ sui flashback, che col
film legano poco, mancano di vitalità ma forse anche questo è parte del gioco.
Bravo Favino, il senso del suo passaggio sul film è quintessenza della magia e
del mistero del cinema, la fotografia, l’istantanea, la fissazione di un
movimento.
…Come la scrittura di Rea,
anche la regia di Martone si muove in modo riflessivo, lentamente, come se il
tempo e lo spazio contassero in modo relativo. Lo sguardo di Martone possiede
lo stesso stupore meravigliato del “napoletano straniero” Felice, che deve
riappropriarsi di quelle radici che l’hanno sostenuto quand’era ragazzo e se ne
andava in giro in motocicletta portandosi appresso l’amico del cuore,
quell’Oreste che nel corso degli anni è diventato per tutti “’O Malommo”, e che
gestisce il racket di droga, illeciti vari e prostituzione del quartiere. Ma
perché Felice vuole a tutti i costi incontrare di nuovo quello che un tempo era
il suo migliore amico e che ora lo accoglie facendogli bruciare la motocicletta
e vandalizzare l’appartamento ben più dignitoso che ha affittato per la madre
(nel frattempo purtroppo deceduta) con la scritta “Scompari”? Mentre il film
procede nella sua narrazione volutamente episodica e frammentata nel tempo – la
storia si sviluppa nell’arco di molti mesi, durante i quali Felice sente
quotidianamente la moglie egiziana rimasta nella loro splendida casa a Il Cairo
–, ci si inizia a rendere conto come il protagonista della vicenda non sia in
realtà quest’uomo di mezza età che neanche sa più parlare nella sua
madrelingua, e neanche il rapporto conflittuale con il suo amico di quando
erano adolescenti. No, esattamente come ne L’amore
molesto a prendere possesso di Nostalgia è Napoli, questa città costruita in
altezza, dove c’è sempre qualcuno che può guardare dall’alto, controllare, spiare,
e dove morire in modo non naturale è qualcosa da mettere in conto, che può
accadere. Ogni inquadratura del film è sentimentale, e lo
palesa al di là di ogni possibile dubbio la sequenza in cui la salita di
Capodimonte viene “vissuta” due volte da Felice, nella contemporaneità e nel
ricordo del passato: il muro è sempre lì, la città è rimasta immota, silente e
rumorosissima. Felice Lasco, con questo nome che diventa un ossimoro rispetto
al valore del personaggio nel film – tormentatissimo, e tutt’altro che allentato rispetto ai legacci che lo avvincono
alla città e alla memoria –, si
muove in una terra incognita di cui sa tutto, e di cui si vuole riappropriare.
Ma è possibile?...
…Il
rapporto tra Felice e Oreste riemerge e scompare per poi ritornare senza mai
diventare cuore e viscere di un film in continua oscillazione e privo di
baricentro. Finale telefonatissimo, quindi depotenziato del suo pathos. Lunghe
peregrinazioni di Felice-Favino dentro e oltre Napoli senza che mai il vagare
diventi alla Antonioni geografia dell’anima. Momenti no, come quando il
protagonisgta nelle catacombe si sofferma di fronte all’affresco di “una donna
di origine nordafricana”, spiega la guida, e da parte della regia repentino
cambio di inquadratura con primo piano della moglie al Cairo. Goffaggini che si
stenta ad accettare da un regista esperto. Per non dire dell’inesplicabilità di
molti fondamentali snodi. Perché Felice torna a Napoli? Perché, se non l’ha mai
fatto per 40 anni? Cosa si aspetta dall’incontro con Oreste? Se è un cupo
abbandonarsi al proprio destino allora sarebbe dovuto essere questo, da subito
e senza troppe deviazioni (tutta la parte della comunità di Don Luigi per
capirci), il centro del film, la sua ragione d’essere. Ma non è così.