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mercoledì 17 dicembre 2025

Gioia mia - Margherita Spampinato

se non siete mai stati da una nonna o una zia, d'estate, lontano dalla vostra casa, lo spazio comfort zone di tutti i giorni, potrete intuire qualcosa, forse, ma non potrete capire il film.

un bambino di 10 anni si trova un altro pianeta, in Sicilia, da una nonna adottiva, nuove regole, nuovi sapori, nuove aria, nuovi amici e amiche.

il bambino si adatta lentamente, ma alla fine con convinzione, la nonna (una bravissima Aurora Quattrocchi) lo accoglie come un ospite speciale.

e alla fine quei giorni lontano da casa saranno indimenticabili (come è successo a qualcuno di noi).

un piccolo film da non perdere, nelle poche sale dove si può trovare.

buona (fantasmatica) visione - Ismaele

 



Gioia Mia è un racconto di formazione sui sentimenti, e sulla loro percezione, sui legami che si ha o che si ricorda di aver avuto, dove due mondi si incontrano, provano a dialogare, e cercano di convivere per quieto vivere. Margherita Spampinato ha realizzato un film a tratti tenero e a tratti malinconico, dal ritmo spigliato con un vivace equilibrio tra due punti di vista, riuscendo a cogliere e rappresentare la sagacia dell’anziana e la razionalità del ragazzino. L’emotività di questa storia è merito anche ai personaggi potenti ben scritti, mai stereotipati, e soprattutto interpretati con personalità di toni e sguardi.

da qui

 

…Uno dei motori narrativi principali è la paura: quella infantile e concreta di Nico per le leggende di spiriti che aleggiano nel vecchio palazzo, e quella più sotterranea e adulta di Gela, che riguarda la perdita, l’amore non vissuto, la solitudine scelta come scudo.

Il mistero, che si presenta come elemento soprannaturale, è in realtà un pretesto narrativo per affrontare paure molto terrene: crescere, separarsi, accettare l’invisibile che ci abita. Il gioco proibito a cui Nico partecipa diventa un vero rito di passaggio. La leggenda degli spiriti è la forma con cui il bambino proietta e affronta i propri fantasmi interiori. E quando li smaschera, il passaggio all’età successiva è compiuto.

Gela, dal canto suo, è costretta a riesaminare il proprio passato. Nico la destabilizza, ma anche la costringe a riaprire porte chiuse da anni. Il suo racconto finale, intimo e rivelatorio, ribalta i ruoli: è lei, alla fine, ad avere bisogno di essere ascoltata…

da qui

 

La linearità del racconto (assai divertente, per di più), che non disdegna l’appoggiarsi ad archetipi narrativi e strutture predette, permette a Spampinato di lavorare sull’immagine, sulla sua stratificazione, sulla rappresentazione come sintesi tra il vero e il credibile, facendo sua di nuovo la lezione di Truffaut che fu però anche di Vittorio De Sica e di chiunque abbia accolto la messa in scena dell’infanzia come momento di confronto con un’epoca – quella appunto dei più piccoli – da tempo “scomparsa”. Se c’è una nostalgia, in Gioia mia, non è per l’amore perduto o per ciò che non si è più, ma per l’immagine perduta, quella di un cinema che non ha bisogno di alcuna adulterazione ma vive e pulsa nel momento stesso in cui si immortala un gesto, un’espressione del viso, un muoversi delle tende. Si respira aria di un cinema d’antan, nell’esordio di Spampinato, che in pochi oggi sembrano avere il coraggio di produrre e maneggiare, immaginario che forse potrà anche tenere a distanza alcuni critici per via della sua (apparente) semplicità. È invece da opere come Gioia mia che la stanca e spesso mediocre produzione italiana dovrebbe trovare la scintilla per rimettersi in gioco, scartando la facile copertina dell’arthouse per tornare a toccare le cose con mano, a materializzare il mistero, a frammentare l’amore e la memoria in un campo controcampo.

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sabato 3 agosto 2024

Spaccaossa - Vincenzo Pirrotta

in un film del 1962, I giorni contati, di Elio Petri, si descrivono le truffe con i finti incidenti, come in Spaccaossa.

la fotografia è di Daniele Ciprì, alla sceneggiatura hanno lavorato anche Ficarra e Picone, insieme a Vincenzo Pirrotta, nel film il Vincenzo procacciatore di vittime.

un film nel quale non c'è niente da ridere, c'è una rassegnazione al male senza limiti.

un film che colpisce.

buona (assicurativa) visione - Ismaele



QUI il film completo, su Raiplay


Un macigno sempre presente sulla coscienza dello spettatore che Pirrotta segue nella sua caduta, lineare come la forza di gravità. Non c'è una profonda elaborazione, né una ricerca sofisticata; c'è l'urgenza di testimoniare di una storia presentata in modo corale, attraverso prospettive molteplici. Qui aiutano gli ottimi attori: Luigi Lo Cascio nel ruolo di un invalido cocciuto che si rifiuta di pagare, la sempre memorabile Aurora Quattrocchi nei panni di una madre "anima nera" di Munziana memoria, e poi volti affidabili come Ninni Bruschetta e lo stesso Pirrotta che si sobbarca il ruolo di protagonista.
Loro, come altri ancora, accumulano micro-storie che si sommano in un ritratto atmosferico di una città e di un sistema sociale. Disperati che si mangiano l'un l'altro, nella desolante scala di grigi di un direttore della fotografia d'eccezione come Daniele Ciprì. Mentre le porte si chiudono di fronte a valigie in procinto di cadere, l'occhio di Pirrotta rimane ben aperto sull'orrore umano, soprattutto quello che si insinua con una certa sorpresa nel rapporto tra Vincenzo e la madre: la conferma di quanto, per chi arriva farsi spaccare le ossa, non ci sia mai stato scampo.

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Nei volti delle protagoniste di Spaccaossa si dipingono tutte le possibilità dell’essere donna in una società annientata dal maschilismo e dalla sete di potere. C’è Maria, la rassegnata moglie di
Francesco, a cui Simona Malato dona tutta la compassione umana che il suo personaggio prova per quelle anime dannate, segregate nella sua dimora fino al riscatto del premio assicurativo; lei è la fortezza umana, ma fragile, costretta a obbedire agli ordini e a stare al gioco. Tanto Maria, moglie del carnefice, quanto la Patrizia di Rossella Leone, la moglie della vittima (Mimmo), restano a penzoloni nel bilancio matrimoniale e, seppur trattate in modo differente, a entrambe non resta che assistere alla tragedia, unendosi inesorabilmente a quel coro disperato e rimanendo, di fatto, come ai margini della narrazione.

Altro ruolo tocca invece alla talentuosa Selene Caramazza, che si veste di fragilità per interpretare Luisa, una ragazza tossicodipendente nei cui occhi si scorge, a un certo punto, una palese voglia di riscatto. Legata sentimentalmente a Vincenzo, sarà lei stessa vittima della “spaccatura”, invischiata in una decisione lacerante e dolorosa che la lascerà annegare verso l’irreparabile. Se Luisa è apparentemente forte e ribelle, nelle sue vene scorre la solitudine più assoluta e ogni suo passo, ogni sua scelta, sembra confermarle che non ha speranza di voltare pagina. È figlia dispersa, sorella respinta, utente (del centro di disintossicazione) derisa e, come in un triangolo perfettamente bilanciato, Luisa rappresenta nella vita di Vincenzo un ipotetico passo avanti verso la vita, l’amore, il bene che si è in grado di fare. Peccato però che a falciarlo sia proprio l’altro punto focale della sua vita, quella madre anziana incarnata da Aurora Quattrocchi che, sotto l’aura della debolezza fisica, cela un’astuta perfidia assumendo le caratteristiche umane di una madre matrigna, che prima accoglie in casa una povera sventurata e poi spinge il figlio affinché la sacrifichi.

Le donne, in Spaccaossa, è come se chiudessero un immaginario cerchio dei vinti, vomitando sulla stoffa del fato azioni che potrebbero rivoluzionare, se non il mondo, la loro condizione. Ma non c’è nessun lieto fine, in questa terra lontana dai riflettori in cui Dio resta solo imbrattato di preghiere, senza elargire miracoli. A tutti spetta di morire, realmente o in senso figurato, crocifissi a un destino che spacca parimenti le illusioni…

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…A Pirrotta se non altro va dato il merito di non aver edulcorato il mondo che vuol descrivere, la Sicilia di Spaccaossa è per certi versi fin troppo realistica, non c’è spazio per la fantasia. Non avrebbe avuto senso dipingere i protagonisti di questa tragedia come dei personaggi usciti da qualche cartone animato sopra le righe.
Spaccaossa è un film lucido, ma che non riesce fino in fondo ad essere coerente con quello che voleva descrivere, incespica nel momento in cui la narrazione non sa che scelte compiere. A chi è rivolto questo lungometraggio? Al circuito popolare o a quello d’essai? Difficile saperlo.

Purtroppo, Spaccaossa è un esordio che non suscita scalpore in quanto tratta un argomento importante, ma in modo superficiale e caotico. Gran peccato considerando il buon punto di partenza. L’augurio è che questa storia possa essere nuovamente trasposta, perché ha senza alcuna ombra di dubbio più di un elemento accattivante.

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giovedì 3 novembre 2022

La stranezza - Roberto Andò

un film da cui non mi aspettavi troppo e che sorprende, grazie a una sceneggiatura non urlata, senza primedonne, al limite qualche primus inter pares.

Ficarra e Picone sono bravissimi, come Toni Servillo.

a partire dalla morte della balia di Pirandello (Aurora Quattrocchi,  mamma Teresa in Nostalgia) nasce la storia, i due amici delle pompe funebri sono anche gente di teatro e a loro insaputa diventano una fonte d'ispirazione per Pirandello.

il teatro della filodrammatica di "dilettanti professionisti" recita la vita e nella finzione sta la verità, il pubblico non è passivo, partecipa, ride, si immedesima, capisce.

un film che non delude, promesso.

buona (teatrale) visione - Ismaele


  

A brillare sullo schermo sono il ritmo, l’inventiva, il piacere, la generosità dimostrata da Andò (con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso alla sceneggiatura) e dagli attori, numerosissimi e straordinari fino al più piccolo ruolo. Come se questa “Stranezza” così inattesa aspettasse in certo modo di vedere la luce da sempre. A risarcire, sull’onda di altri film importanti ispirati al teatro (“Qui rido io” di Martone, ma anche il trascurato “La stoffa dei sogni” di Cabiddu), un cinema che troppo spesso, misteriosamente, sembra anzitutto ansioso di dimenticare di cosa può essere capace.

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Toni Servillo è rimasto affascinato “dalla possibilità di sottrarre Pirandello ai cliché della pesantezza intellettualistica, e dunque di raccontarlo in un momento cruciale della sua vita mentre cova questa idea così audace di teatro, che sarebbe diventata I sei personaggi, e la trova durante un viaggio di ritorno nella sua Sicilia, dove riprende contatto con riti, volti, paesaggio e lingua nativi. Mi piaceva inoltre molto, attraverso questo film, di poter contribuire modestamente a far cadere gli steccati che vogliono gli attori comici e drammatici separati. L’alchimia tra me con Valentino e Salvo corrisponde alla curiosità che avevamo di incontrarci e recitare insieme”. Chiamati in causa Salvo Ficarra e Valentino Picone, chiamati fin dalla genesi del film, hanno espresso la gioia di appartenere a un testo che “abbiamo subito capito fosse un progetto ambizioso: ci siamo sentiti immediatamente dentro a questa storia. Scoprendo poi che ci sarebbe stato Servillo nei panni di Pirandello non vedevamo l’ora di iniziare. È stata una grande avventura di ascolto reciproco”…

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La parola “stranezza” viene pronunciata due volte nel corso del film. La prima dal fantasma della tata, che appare a Pirandello e gli dice “ogni volta che ti veniva la stranezza, appoggiavi le gambe sulle mie ginocchia…”, la seconda volta invece è lo stesso Pirandello che usa la parola durante il colloquio con Verga (Renato Carpentieri): “Ho in mente una stranezza che è diventata quasi un’ossessione…”. Nel primo caso “stranezza” sembrerebbe indicare un tormento interiore, un’afflizione nascosta, una vena di malinconia, mentre nel secondo caso sembra alludere a un’idea creativa che non riesce a prendere forma, che si affaccia e si sforma, che appare e si dilegua, generando apprensione e frustrazione. Ma prima o poi la “stranezza” la sua forma la trova, un po’ come accade alle lettere che formano la parola nei titoli di testa: prima galleggiano casualmente e disordinatamente su sfondo nero, poi a poco a poco si accostano l’una all’altra e danno forma al titolo del film. Come dire: nel momento in cui prende forma, la “stranezza” diventa qualcos’altro…

hda qui

 

È incredibile quanto Toni Servillo sia sempre capace di far andare di pari passo alla quantità di progetti in cui lavora, la qualità delle sue interpretazioni. Non sbaglia un colpo e più che mai stavolta sa donarci un personaggio di poche parole ma dai grandi sentimenti, un’interpretazione fatta di sguardi, di micro-espressività, di intenzioni. Ficarra Picone trovano finalmente spazio per liberarsi dal cliché della coppia comica cabarettistica in cui sono intrappolati, per confermarsi grandissimi caratteristi capaci di regalarci due personaggi vivi e tridimensionali, profondi ma leggeri, commoventi ma simpatici, poveri ma ricchissimi, miseri ma amabili…

… Ciò che fa scalare una marcia a La stranezza è, ahinoi, proprio la regia di Roberto Andò, che davanti a tutto questo popò di arte e passione rimane decisamente fredda, impostata, poco originale e allineata più a un compito da svolgere che a una mano autoriale. Per carità, il mestiere certamente non manca, ma un film come La stranezza dovrebbe rappresentare per un regista lo slancio necessario a sperimentare su una propria visione, piuttosto che ad assestarsi sulla semplicità del campo e controcampo. Ci sarebbe piaciuto vedere qualche inquadratura più originale, qualche movimento di macchina in più, qualche mezzobusto in meno, ma soprattutto una visione autoriale riconoscibile, chiara, ragionata che avrebbe certamente elevato La stranezza a uno dei migliori film italiani prodotti negli ultimi anni. 

da qui

 

scrive il regista:

Una mattina di molti anni fa (abitavo ancora a Palermo), mi trovavo in compagnia di Leonardo Sciascia e, all’improvviso, lui mi chiese di fermare l’auto che stavo guidando. “Scusa, aspettami un momento”, bisbigliò ancora il grande scrittore. E si avviò verso una piccola libreria. Trascorsero pochi minuti e lo vidi ritornare con un libro in mano che subito mi porse. Era una biografia di Luigi Pirandello curata da un grande studioso, Gaspare Giudice. “Questa è per te, l’avevo ordinata qualche giorno fa. È fondamentale, ed è la più bella che ci sia in circolazione”.

Questo episodio dei miei anni giovanili è probabilmente all’origine del mio film La stranezza. In effetti, quella biografia si rivelò una lettura cruciale e mi consegnò una visione folgorante del labirintico intreccio di vita e arte di cui si compone il tortuoso universo di Pirandello, una visione verso cui ancora oggi mi sento debitore.

La Stranezza è una fantasia sull’atto creativo, sull’ispirazione. Un viaggio sospeso tra la vita reale del grande scrittore agrigentino e l’invenzione fantastica. Al centro c’è il rapporto tra Pirandello e i suoi personaggi. Tra Pirandello e la Sicilia, tra le ossessioni private di un genio e la vita di un paese siciliano negli anni ’20 del secolo scorso. Alcuni dei fatti che vi sono raccontati sono veri, come pure alcuni dei personaggi che vi compaiono.

È vero che nel 1920 Pirandello andò in Sicilia, a Catania, per festeggiare l’ottantesimo compleanno di Giovanni Verga, e che l’autore dei Malavoglia non volle presenziare alla cerimonia al teatro Bellini, officiata dal ministro della Cultura Benedetto Croce. È vero che Pirandello aveva una moglie, Maria Antonietta Portolano, che nel 1919 fu reclusa in una clinica specializzata nelle malattie nervose. Così come è vero che Pirandello da bambino fu accudito da una balia che si chiamava Maria Stella, una donna dolce e sensibile che gli raccontò fatti, favole e dicerie di quella Girgenti a cui l’opera dello scrittore si sarebbe poi ispirata. Come è altresì vero che la prima dei Sei Personaggi in cerca d’autore, il 9 maggio del 1921, a Roma al Teatro Valle, fu tempestosa, per non dire disastrosa. Come si evince dalle cronache, il pubblico fu spiazzato dalla novità rivoluzionaria espressa da quel capolavoro, e fece pervenire all’autore il suo dissenso a suon di “Manicomio!”, “Buffone”, e altri epiteti. Pirandello, contrariamente alle sue abitudini, volle comunque salutare il pubblico e si offrì imperturbabile al suo giudizio. Uscì dal teatro con la figlia Lietta affrontando a viso aperto il drappello di facinorosi che lo attendevano

per dileggiarlo. Ma già a Milano, tappa successiva della tournée prevista per lo spettacolo, I Sei Personaggi furono accolti con un trionfo, e da lì, via via, la fama dell’opera si espanse inarrestabile al mondo intero…

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mercoledì 8 giugno 2022

Nostalgia – Mario Martone

Felice dopo quarant'anni torna a Napoli, dalla mamma Teresa e sopratutto per incontrare Oreste, un amico delinquente dell'adolescenza, ormai un boss temuto e spietato.

a parte alcune domande, come il troppo tempo senza vedere la mamma, se ci si fa prendere per mano dal regista e da Felice il film ha una sua logica.

l'incontro con la mamma Teresa (interpretata da Aurora Quattrocchi, già vista in tanti film, sempre vecchietta), ormai alla fine della vita, è tornata bambina, bisognosa di cure come i bambini, è la prima delle due ragioni del viaggio.

la seconda ragione è l'incontro con Oreste, cattivo e latitante, l'amico di quando erano ragazzi, inseparabili e senza paura, sopratutto Oreste, in un posto dove la violenza era ed è magistra vitae.

Felice ha bisogno di chiudere una ferita aperta e sanguinante da troppi anni, e sembra riuscire a trovare una pace interiore. 

Felice ridiventa un napoletano, da turco-napoletano o egiziano-napoletano che era all'inizio del film, ha comprato casa, aspetta la moglie egiziana, i suoi fantasmi sono spariti, apparentemente.

non sarà perfetto, in certi momenti Felice sembra un flâneur, ma è un film che merita sicuramente - Ismaele


 

 

 

Martone racconta (ancora una volta, come in tutta la sua carriera) la sua Napoli e basterebbe solo quella a far grande il film.

Siamo nel Rione Sanità, uno dei quartieri più popolari e degradati della città (malgrado mi hanno raccontato come, in realtà, questo rione nacque come polo borghese e nobiliare).

E' una Napoli "vecchia", bellissima, fatta di viuzze, mercatini, murales.

Soprattutto nei primissimi minuti del film Martone sfrutta il suo personaggio per aggirarsi in questi vicoli e in mezzo a queste persone (curioso come Felice, probabilmente solo per l'abbigliamento, venga preso sin da subito come uno "di fuori", vedere ad esempio il cameriere che gli fa domande in inglese) facendo calare lo spettatore sin da subito in un contesto tanto affascinante quanto "nervoso" e "stretto", un contesto in cui il personaggio di Felice ci sembra continuamente fuori posto.

In realtà Felice, e questo è un aspetto talmente importante del film da ricavarci fuori quasi una tematica, si sente completamente a suo agio.

La sua felicità ed emozione nell'essere ripiombato (senza che fosse mai tornato prima) nella sua città natale sono talmente forti da nascondere tutto il resto.

E questo sarà il mood, quasi commovente, dell'intero film, ovvero quello di un 55enne che, appena messo piede a Napoli, torna il 15 enne di allora.

E tutto per lui è bello, e tutto è "facile", e tutto può essere risolto col sorriso.

In realtà tutto ora è diverso, Felice si ritrova invischiato in una storia criminosa, tutti provano a dirgli di andarsene (un pò come Capuano al giovane Sorrentino in E' stata la mano di Dio, film che più volte mi è tornato in mente qua) ma lui non si rende assolutamente conto di quello che sta accadendo, come se rifiutasse la vita adulta (o quantomeno rifiutasse il sè adulto di adesso a Napoli).

Lui è ripiombato nei suoi ricordi, lui non ha vissuto quei 40 anni di Rione Sanità.

E l'errore più grande che farà è pensare che il tempo si sia fermato, che quello che si era un tempo si è anche adesso…

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…Nostalgia è tante cose: una tragedia greca, un western, un road-movie, forse persino una love story fra due ex amici che non si vedono da una vita. Ma la cosa importante è ciò che NON È. Non è una puntata apocrifa di “Gomorra”. Non è un’indagine sulla camorra di oggi o di ieri. Non è un instant movie legato alla cronaca, anche se Rea si ispira a una storia vera.

È, semmai, un cripto-documentario sulla Sanità, in ossequio a una vecchia idea di Martone secondo la quale in ogni film di finzione si nasconde un documentario (e viceversa). Ma non sulla Sanità della cronaca e della sociologia, bensì sui misteri che questo quartiere nasconde e che sono legati a quelle caverne pieni di teschi, alla città dei morti sulla quale sorge la città dei vivi.

da qui

 

Napoli e l’incanto di una seduzione magnetica e pericolosa. È la madre, la memoria, il passato incarnato, la promessa di qualcosa al tempo stesso vecchio e nuovo. Mario Martone con Nostalgia racconta una città, un sentimento, uno stato mentale, fa la cronaca del tempo perduto, chissà poi se ritrovato. La dialettica tra passato e presente si risolve in un tempo della storia che è un tempo ibrido, e non può essere altrimenti. È Napoli che detta le coordinate, ieri e oggi mescolati nel ventre di una città che coltiva e custodisce un rapporto con la morte e la vita aperto e spiazzante. Le catacombe e i bassi non sono geograficamente un sopra e un sotto, ma due strati sovrapponibili di una realtà complessa come l’esistenza.

Napoli è l’incrocio di passato e presente, bene e male, vita e morte, camorra e riscatto. La promessa di una vita e di una scelta diversa affidata ai ragazzi del prete rivoluzionario Francesco Di Leva. Fa da contraltare Tommaso Ragno, capo criminale con un senso molto drammatico delle cose; nel gioco di opposti schizzato dal film è insieme crudo e surreale il suo male di vivere. La regia di Mario Martone non punta all’esuberanza del dettaglio figurativo e narrativo, la sua visceralità la racchiude nell’intimità progressivamente svelata dei protagonisti. Cede un po’ sui flashback, che col film legano poco, mancano di vitalità ma forse anche questo è parte del gioco. Bravo Favino, il senso del suo passaggio sul film è quintessenza della magia e del mistero del cinema, la fotografia, l’istantanea, la fissazione di un movimento.

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Come la scrittura di Rea, anche la regia di Martone si muove in modo riflessivo, lentamente, come se il tempo e lo spazio contassero in modo relativo. Lo sguardo di Martone possiede lo stesso stupore meravigliato del “napoletano straniero” Felice, che deve riappropriarsi di quelle radici che l’hanno sostenuto quand’era ragazzo e se ne andava in giro in motocicletta portandosi appresso l’amico del cuore, quell’Oreste che nel corso degli anni è diventato per tutti “’O Malommo”, e che gestisce il racket di droga, illeciti vari e prostituzione del quartiere. Ma perché Felice vuole a tutti i costi incontrare di nuovo quello che un tempo era il suo migliore amico e che ora lo accoglie facendogli bruciare la motocicletta e vandalizzare l’appartamento ben più dignitoso che ha affittato per la madre (nel frattempo purtroppo deceduta) con la scritta “Scompari”? Mentre il film procede nella sua narrazione volutamente episodica e frammentata nel tempo – la storia si sviluppa nell’arco di molti mesi, durante i quali Felice sente quotidianamente la moglie egiziana rimasta nella loro splendida casa a Il Cairo –, ci si inizia a rendere conto come il protagonista della vicenda non sia in realtà quest’uomo di mezza età che neanche sa più parlare nella sua madrelingua, e neanche il rapporto conflittuale con il suo amico di quando erano adolescenti. No, esattamente come ne L’amore molesto a prendere possesso di Nostalgia è Napoli, questa città costruita in altezza, dove c’è sempre qualcuno che può guardare dall’alto, controllare, spiare, e dove morire in modo non naturale è qualcosa da mettere in conto, che può accadere. Ogni inquadratura del film è sentimentale, e lo palesa al di là di ogni possibile dubbio la sequenza in cui la salita di Capodimonte viene “vissuta” due volte da Felice, nella contemporaneità e nel ricordo del passato: il muro è sempre lì, la città è rimasta immota, silente e rumorosissima. Felice Lasco, con questo nome che diventa un ossimoro rispetto al valore del personaggio nel film – tormentatissimo, e tutt’altro che allentato rispetto ai legacci che lo avvincono alla città e alla memoria –, si muove in una terra incognita di cui sa tutto, e di cui si vuole riappropriare. Ma è possibile?...

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…Il rapporto tra Felice e Oreste riemerge e scompare per poi ritornare senza mai diventare cuore e viscere di un film in continua oscillazione e privo di baricentro. Finale telefonatissimo, quindi depotenziato del suo pathos. Lunghe peregrinazioni di Felice-Favino dentro e oltre Napoli senza che mai il vagare diventi alla Antonioni geografia dell’anima. Momenti no, come quando il protagonisgta nelle catacombe si sofferma di fronte all’affresco di “una donna di origine nordafricana”, spiega la guida, e da parte della regia repentino cambio di inquadratura con primo piano della moglie al Cairo. Goffaggini che si stenta ad accettare da un regista esperto. Per non dire dell’inesplicabilità di molti fondamentali snodi. Perché Felice torna a Napoli? Perché, se non l’ha mai fatto per 40 anni? Cosa si aspetta dall’incontro con Oreste? Se è un cupo abbandonarsi al proprio destino allora sarebbe dovuto essere questo, da subito e senza troppe deviazioni  (tutta la parte della comunità di Don Luigi per capirci), il centro del film, la sua ragione d’essere. Ma non è così.

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