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sabato 9 agosto 2025

La voglia matta – Luciano Salce

un affermato ingegnere (Antonio, interpretato da Ugo Tognazzi) impazzisce per Francesca (interpretata da Catherine Spaak), lui non è più gipvane e finisce in un gruppo di giovani che lo prendono per culo, in dramma è che se ne accorge, ma non riesce a lasciare la banda di giovani, a causa della sua voglia matta.

è un film inquietante, fa soffrire il gap generazionale e inquieta il rapporto con Francesca, che qualcuno definisce come un caso di pedofilia (a un certo punto Antonio cita i matrimoni con ragazze di 14 anni).

Ugo Tognazzi è perfetto per la sua parte, inadeguato a gestire la situazione in cui si trova, disprezza quei giovani ma non si allontana, Francesca è una calamita (ma anche una calamità), senza pietà.

insomma, un film che non fa ridere, se non con crudeltà, di commedia c'è poco, di tragedia molto di più.

non perdetelo, un film che resterà, grazie a un regista sottovalutato e a interpreti in stato di grazia.

buona (crudele) visione - Ismaele



QUI o QUI si può vedere il film online

 

 

Salce dirige un gran bel film con un ottimo Tognazzi, ingegnere quarantenne, che si invaghisce di una sedicenne Catherine Spaak. Comico ma anche amaro nel suo tono malinconico, vagamente nostalgico, col protagonista costretto a constare la sua "vecchiaia", ovvero la distanza incolmabile tra sé e il suo mondo rispetto alla giovinetta oggetto del suo desiderio e il suo circoletto di amici.

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probabilmente il miglior film di Salce assieme a Il federale dove alla commedia di costume si aggiunge anche una robusta dose di malinconia, di inquietudine per qualcosa che avrebbe potuto dare una scossa alla vita dell'ingegnere quarantenne e invece non è successo nulla. La performance di Tognazzi è veramente di alto livello, il suo cercare di adeguarsi ad un a eta' che non è la sua è da commedia nobile, come la sua inadeguatezza di cui non è conscio e il suo tira e molla con la lolita Spaak è il sale che dà vita a questo bel film. Sicuramente i compagni della lolita sono piu' insopportabili di cacche sotto le scarpe ,ma si sa quando l'ormone si scatena, si fa di tutto....Probabilmente sottovalutato...

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Colpisce, rivedendo il film oggi, come il regista abbia anticipato il vuoto esistenziale di una borghesia annoiata, sazia del proprio benessere e fondamentalmente priva di valori. Ed è la stessa figura del protagonista, protesa al disperato inseguimento della gioventù perduta a risultare di straordinaria attualità. La vicenda si svolge tutta in un giorno e in una notte in una casa sulla spiaggia nelle vicinanze di Roma, dove i giovani festeggiano l’ultimo week-end dell’estate. e dove l’ingegnere milanese li segue per mettere in atto i suoi goffi tentativi di corteggiamento. Siamo nel pieno del boom economico; è in atto la trasformazione definitiva dell’Italia da paese rurale a nazione industriale. Salce è uno dei primi autori che si sofferma ad analizzare la generazione dei giovani degli anni ’60, sottolineandone l’edonismo e l’egoismo, oltre che un rifiuto preconcetto per ogni forma di cultura (“Mussolini chi, il padre del pianista?”). Inoltre utilizza alcuni espedienti stilistici per organizzare la narrazione: il flusso interiore del protagonista viene descritto attraverso il dialogo con un alter ego che svolge la funzione di coscienza morale, per lo più inascoltata, e i flash back, in cui rappresenta i sogni del protagonista.
Ugo Tognazzi rende il suo personaggio irresistibile: l’ingegnere rampante e sicuro di sé, passa dalla prosopopea esibita nell’incipit durante la rappresentazione del Giulio Cesare al teatro romano di Ostia Antica (“la donna deve essere messa in orizzontale”), alla totale umiliazione in riva al lungomare di Sabaudia. C’è molto cinismo in questi giovani che ordiscono una serie di scherzi impietosi ai danni dell’ignaro ingegnere tutto preso dai suoi goffi tentativi di corteggiamento. L’atmosfera goliardica e festaiola lentamente s’incupisce, le luci dell’estate fanno posto alle ombre dell’autunno; un cielo grigio e le canzoni di Gino Paoli 
accompagnano l’amara malinconia che permea la narrazione filmica. Dietro la maschera comica, il protagonista fa trasparire bagliori di un vissuto caratterizzato dal rimorso e dal senso di colpa (l’assassinio di un soldato inglese nella campagna d’Africa, la separazione dalla moglie, il figlio depositato in collegio), che si riflettono nell’ insicurezza sul proprio corpo di fronte alla prestanza fisica dei giovanotti che lo circondano, su tutti il rivale in amore Piero (Gianni Garko).D’altro canto, anche Catherine Spaak, che si muove come una Lolita kubrickiana, comunica un senso di vuoto e di spaesamento collegato dalla rottura dei rapporti con le figure autorevoli e significative affettivamente (i genitori, lo spasimante ricco). Sembra di cogliere in alcuni tratti dei due protagonisti elementi autobiografici del regista, un padre immaturo e una madre giovane che abbandona…

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Per raccontare il mondo interiore di un uomo all’alba dei suoi quarant’anni, a cavallo tra l’essere un eterno Peter Pan ma anche quello che oggi sarebbe definito come boomer, Luciano Salce approccia in modo tanto naturale quanto riflessivo il tema della pedofilia. Si, perché alla fine è di questo che tratta La voglia matta. Il crescente e indomabile impulso erotico di un uomo di trentanove anni nei confronti di una quindicenne che, sia nei modi di fare che in quelli di ragionare, è poco più di una bambina. E Antonio, il protagonista della vicenda, non solo si ritrova inaspettatamente attratto da quella “bambina”, nel corso del film fa anche sua l’idea di poterla sposare per farla diventare sua moglie (a tal proposito, irresistibile la proiezione di Antonio quando immagina come potrebbe essere la sua vita se sposato con Francesca)…

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Bel lavoro di Salce. Il protagonista della sua storia potrebbe essere chiunque di noi, maturo uomo di successo nella vita professionale, ma un poveretto in quella umana e sentimentale,perde la testa per una ragazzina che finge di cedergli, ma in realtà non se lo fila proprio, anzi sfrutta il suo potere seduttivo per canzonarlo e metterlo alla berlina in diverse situazioni e quindi farlo diventare lo zimbello del gruppo di amici vacanzieri, in cui lui per caso s'imbatte. Geniale la trovata di far sentire con voce fuori campo i pensieri di un Tognazzi brillantissimo, che vanno al rovescio rispetto alle sue azioni.Ne viene fuori il ritratto di un individuo meschino, egoista, narcisista e patetico e quanti lo diventerebbero di fronte alle lusinghe di una graziosa civettuola diciasettenne. I dialoghi sono intelligenti e rivelano anche lo spirito degli adolescenti dell'epoca, dal carattere apatico, volubile e antipaticamente goliardico, passivi si lasciano vivere senza grandi slanci. Da vedere per chi non l'ha fatto.

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Salce, al massimo dell'ispirazione, realizza una bellissima commedia di costume assolutamente intelligente e spiritosa, che riesce abilmente a mescolare cattiveria e cinismo con sentimento e delicatezza. Salce mette alla berlina la borghesia, le nuove generazioni del boom economico nate sotto l'insegna del consumismo sfrenato e il rapporto tra due diverse generazioni. Tognazzi, che ormai si sta lasciando alle spalle i perlopiù mediocri ruoli comici degli esordi, ci regala qui un'interpretazione intensa e profonda. La Spaak, nel ruolo di un'adolescente immatura e superficiale, non gli è da meno.

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Grandissima pellicola di Salce, anche se definirla commedia è forse un po' riduttivo, o comunque non riesce a delineare bene lo spirito del film, velato di una forte amarezza che il regista sa dosare e alternare a scene invece comiche nel senso più puro del termine.
Tognazzi ci dona un'interpretazione incredibile nella sua apparente semplicità. Antonio Berlinghieri, uomo di mezz'età perde la testa per una sedicenne (una Catharine Spaak quanto mai meravigliosa e maliziosa); i tentativi di conquista da parte dell'ingegnere sono un buco nell'acqua, a testimonianza di come le ultime illusioni di gioventù svaniscano, e alla fine resti solo tanta amarezza e tanta nostalgia dei tempi passati..
I momenti comici di sicuro non mancano, d'altra parte con Tognazzi come protagonista le risate di certo non possono mancare, però a mio avviso questa profonda amarezza e senso nostalgia di fondo rende il film molto più profondo e intelligente, ma lascia lo spettatore con un profondo senso di tristezza, facendo malinconicamente riflettere su come la gioventù debba terminare per ognuno di noi.

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Luciano Salce, oltre che attore brillante e simpatico era anche un geniale regista.  Questo  filmetto, che sembra poca cosa, è invece una intelligente, ironica  e feroce sferzata alla "middle class" degli anni sessanta, mediocre, presuntuosa e arrogante. Ingegnere maturo, s'invaghisce per una ragazzina incontrata casualmente, da lui soccorsa perchè rimasta senza benzina in una località balneare. Per una intera giornata e una notte, vivrà una vera e propria odissea, lei lo stuzzica, poi l'allontana , poi lo illude  , in un' altalena capricciosa di atteggiamenti e comportamenti ,imprevedibili e contradditori.Non si concede mai, ma nemmeno lo rifiuta completamente e in balia di questa  insana passione, meschino e pavido,  viene messo continuamente in  ridicolo dalla maliziosa, Catherine Spaak,e dai suoi amici, giovani annoiati e cinici, che  lo fanno diventare  lo zimbello del gruppo. Lezione di vita immensa, il tempo scorre e sentirsi giovani non significa esserlo per davvero. Il richiamo dei sensi molte volte è forte, ma bisogna saperlo gestire. Certo nessuno si può erigere a maestro e quello che succede al nostro protagonista, può capitare a ciascuno di noi, tuttavia è necessario conservare un briciolo di dignità  se  si  ha un pò di amor proprio e si  vuole il rispetto degli altri.

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   La voglia matta di Salce è quella di raccontare un’epoca, una generazione, attraverso una commedia agrodolce, in cui i protagonisti sono perfetti, la musica che accompagna lo spettatore pizzica le note giuste e, mentre riecheggia “Sassi che il mare ha consumato/sono le parole d’amore per te/ogni parola che diciamo è stata detta mille volte/ogni attimo che viviamo è stato vissuto mille volte”, noi, un po’ spaesati come Antonio, completamente in balia di lei ma un po’ ammaliatori, alla fine del film non possiamo far altro che dire: “che rabbia, l’estate è finita”.

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Il vero capolavoro di Salce, un film che riesce a raccontare la crisi dei quarantenni con una leggerezza e un tono ironico davvero invidiabili eppure alla fine questo film divertente e spesso irresistibile (memorabile la "gara di fisicità" dei ragazzi dove partecipa un Antonio indomito e ovviamente patetico) mette l'amaro in bocca: la consapevolezza del tempo che passa, il "gusto" di riappropriarsi di un codice giovanile che per il protagonista (un immenso Ugo Tognazzi) è fuori tempo massimo, il disagio davanti alla spensieratezza e all'audacia di quei giovani belli e felici, diventa uno dei ritratti maschili più impetuosi del cinema italiano.
Bravi tutti i comprimari, a cui Salce "impone" la goliardia del classico teen-movie: la "distanza" tra loro e Antonio è inarrivabile proprio per questo.
Semplicemente stupenda la diciassettenne Catherine Spaak: bella da togliere il respiro a chiunque.

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In un weekend di fine estate, un industriale milanese di mezza età cerca inutilmente di mescolarsi a un gruppo di ragazzotti viziati per abbordare una sedicenne e si infila in un perverso meccanismo di coazione a ripetere. Quasi un rovesciamento del coevo Il sorpasso: un on the road dove sono i giovani a essere strafottenti e irresponsabili, mentre l’adulto è un matusa (così si diceva allora) pateticamente illuso di essere ancora come loro; e anche i soliloqui di Tognazzi, come quelli di Trintignant, rivelano la distanza fra i suoi pensieri e le sue azioni. La sequenza iniziale e una serie di fulminei flashback e flashforward illustrano la vita di lui: una mantenuta a Roma, un figlioletto depositato in collegio dalle suore, un branco di leccapiedi che ridono alle sue barzellette stupide. Viceversa i ragazzotti sono appiattiti su un presente che credono eterno: passano i giorni a non fare nulla, imbastiscono flirt per vincere la noia, tirano gli schiaffi ogni volta che aprono bocca. Due mondi che si ignorano, pur condividendo momentaneamente gli stessi spazi: alla fine nessuno è maturato, nessuno ha imparato nulla, ognuno va per la sua strada. Un film divertente e al tempo stesso amaro, come sapeva essere la commedia italiana dei suoi anni d’oro.

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"La voglia matta" diretto nel
1962 da Luciano Salce,devo dire che l'ho
trovato strepitoso.

La storia tratta che l'ingegnere milanese
Antonio Berlinghieri fa un viaggio per andare
a trovare il figlio in collegio per il fine settimana.

Però lungo il percorso incontra un gruppo
di ragazzi diretti al mare,che inizialmente
lo bersagliano con i loro scherzi per poi
fare amicizia e passare insieme la domenica.

Antonio accetta ma finisce per invaghirsi della
sedicenne Francesca.

Siamo in pieno filone "Commedia all'Italiana"
dove Luciano Salce era un maestro e
Ugo Tognazzi un eccellente protagonista,
che con una sceneggiatura ben costruita
scritta dallo stesso regista e da
Castellano e Pipolo in forma smagliante,
e prendono la storia da una novella
di Enrico La Stella chiamata:
"Una ragazza di nome Francesca".

La Francesca è la sensualissima
e intrigante Catherine Spaak,
che provoca l'ingegnere fino
a che lo fa capitolare,
ma sempre in un modo sbarazzino
e poco serio con continui scherzi.

Salce con questa Commedia vuole descrivere
la gioventù spensierata degli anni '60
e lo fa in un modo godibile e nello stesso
cattivo,ma che fa vedere le tracce sincere
dell'aria dell'Italia di quel tempo.

Ma contempo racconta la crisi di mezza età
di una persona che la gioventù la smarrita
e cerca di riacquistarla grazie a questa
sedicenne tutta pepe,che all'inizio
fa venire i problemi di coscienza
all'ingegnere,anche per la differenza
d'eta,per poi buttarsi.

E lo fa con continui flashback che ci fanno
vedere cosa gli è successo in passato,
con siparietti efficaci davvero divertenti.

Nel Cast figurano Gianni Garko,
un giovane Jimmy Fontana,
Star dell'epoca,ed in una particina
il mitico "portafortuna" Jimmi il fenomeno
e un cameo dello stesso regista.

In conclusione un grande Film
che in Italia non se fanno più,
con una creatività gigantesca,
nonostante il risicato Budget,
e la parte del leone l'ha
fa uno straordinario Ugo Tognazzi,
e che finisce in un modo malinconico,
dove l'estate chiude e gli affetti
se ne vanno con tutto il resto.

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venerdì 21 febbraio 2025

Sissignore - Ugo Tognazzi

Oscar (interpretato da Ugo Tognazzi) è uno schiavo, moderno, dell'Avvocato.

è il suo prestanome, anche la donna che sposa (Mary) è l'amante dell'Avvocato.

Oscar è umiliato ogni momento, e però è sempre riconoscente al suo padrone.

non è un film comico, è tragico.

è un film da vedere, senza dubbio.

buona (ansiogena) visione - Ismaele

 

 

…questo è un film sorprendente ambientato in una Milano che sembra quasi una riedizione fantascientifica della Swinging London,con interni arredati con gusto avveniristico,con una storia che a prima vista fa ridere ma poi mano a mano mostra la sua agghiacciante sgradevolezza.Così partiamo da una cella di prigione corredata di radio e addirittura tv,passiamo attraverso una moglie di facciata(tutta moine e sospiri,vestita di drappeggi kitsch che ha le forme di Maria Grazia Buccella)con cui naturalmente non si ha nessun contatto fisico,quelli sono tutti a favore dell'Avvocato,si prosegue per un diploma di ragioniere ottenuto a propria insaputa,un posto da amministratore delegato in fabbrica fino a diventare ingegnere navale giusto per vedere la pima nave progettata andare miseramente a fondo.E donerà all'avvocato anche un orecchio.Però diventerà padre e apprenderà la notizia mentre è rinchiuso (per pochi anni si spera)in una cella che sembra una camera d'albergo di lusso.Una sublime sintesi tra il comico dell'assurdo,l'amarezza e la consapevolezza di essere stato disgregato dal suo padrone.la felicità a denti stretti guardando il tutto da dietro le sbarre,il cosiddetto sole a scacchi,vivere la prorpia vita per interposta persona.

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Sissignore è esteticamente audace, pieno di richiami alla pop art nei colori scarlatti di Giuseppe Ruzzolini, montato con approccio sincopato come se si stesse saltando sul lounge di Berto Pisano. L’hanno scritto tre penne assurde: Tonino Guerra e il suo afflato poetico non ancora usurato dalla maniera; lo sfortunato Franco Indovina, che proprio nel ’68 si lascia esplodere ne Lo scatenato, pazza satira pubblicitaria; Luigi Malerba e il thrilling al servizio dell’avanguardia.

Tognazzi è un protagonista che anticipa e postula il Fantozzi che verrà: pur senza gli eccessi comici e la tragedia introiettata, è difficile non ravvisare un embrione di quel carattere nel servile autista che finisce per accollarsi la responsabilità dell’incidente provocato dal suo padrone. Difficile, inoltre, non trovare nello pseudonimo dell’industriale una gustosa cattiveria: come si fa a non pensare proprio a lui, ogni volta che sentiamo il nome “l’Avvocato”?...

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Commedia ambiziosa e kafkiana, in cui Tognazzi cerca la prova di maturità (come regista: come attore ovviamente l'aveva già data). Purtroppo il ritmo non è sempre adeguato al tema grottesco che il soggetto avrebbe richiesto, e le strizzatine d'occhio sull'alienazione modernista (sceneggiano due collaboratori di Antonioni) si riducono all'insistenza sul futurismo dell'arredamento pop e sulle musiche lounge (pur ottime) di Berto Pisano. Comunque da vedere, grazie anche a un Moschin grandioso come sempre.

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In mezzo a una storia di sottomissione decisamente non banale e al solito magistralmente interpretata da Ugo Tognazzi ci sono tante altre cose interessanti. Una su tutte: l'avvento del capitalismo finanziario, con l'industria che viene inaugurata non per produrre ma per essere acquistata dalla concorrenza. Molto più profondo di quanto possa sembrare a prima vista. Peccato per i ruoli femminili che non vanno oltre la macchietta.

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domenica 15 dicembre 2024

Il generale dorme in piedi - Francesco Massaro

una satira della vita militare e dei militari.

Ugo Tognazzi è il colonnello che non riesce a diventare generale, è un veterinario che diventa il medico/chirurgo nell'esercito, innamorato della moglie (Mariangela Melato) e poi vedova di un generale.

la sua opera d'arte è un libro autobiografico con il quale "ricatta" i suoi superiori, e riesce a diventare generale.

non sarà un capolavoro, ma si vede bene.

buona (antimilitarista) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo

 

 

Commedia militare in cui alcuni ottimi spunti satirici sono a tratti annacquati da un registro farsesco e da alcune dispersioni (i flashback, la sottotrama sentimentale). Tognazzi è comunque formidabile nei panni dell’ufficiale arrivista dal subconscio incontrollato, per di più assistito da un cast estremamente valido in cui emergono in particolare Scaccia (grandioso nella sua monoespressività) e Fabrizi (per una volta nei panni di un personaggio dignitoso). Tutt’altro che disprezzabile la Melato, per quanto relegata nelle scene meno interessanti. Tre stelle(tte).

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Commedia militare un po' grottesca che incrocia spesso la farsa e "promuove" il grande Tognazzi ai massimi gradi d'attore. Vicenda che tratta di guerra e di pace, prendendo in giro chi ama la guerra ma senza addentrarsi, saggiamente, in particolari o introspezioni che potrebbero appesantire lo spettacolo. Una critica attraverso l'ironia, con un impiego discreto di mezzi e di simboli, per un film piacevole da seguire e che non necessita di particolari predisposizioni per la visione.

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Umberto Leone è un colonnello ex veterinario che in guerra si è improvvisato medico per la necessità di operare i feriti. Per ricambiare la sua dedizione sul campo viene nominato direttore della Scuola Superiore di Sanità a Firenze, ma non rinuncia alla sua vera ambizione: diventare generale. Per ottenere la carica inizia a scrivere le sue memorie, raccontando episodi non proprio lusinghieri su alcuni esponenti delle alte gerarchie militari, con il proposito, in seguito, di ricattarli. Ma deve stare attento ad una sua bizzarra peculiarità: mentre dorme tende a raccontare verità scomode, e per questo è costretto a dormire in piedi...

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Commedia non disprezzabile, con un buon Tognazzi ed una base critica - sebbene non molto incisiva - all'esercito e, più in generale, al potere, disposto a qualunque compromesso o bassezza pur di autoconservarsi. La regia è un po' assonnata, la trama ogni tanto sussulta con qualche scena godibile, ma in definitiva si riassume in ben poco. Poche pretese, ma mantenute.

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sabato 30 novembre 2024

La donna scimmia – Marco Ferreri

un film bello e terribile, la donna scimmia si innamora del suo aguzzino, e poi muore.

in mezzo succedono tante cose, la donna scimmia è una fonte di reddito per Tognazzi, e la nascita del bambino (in una versione nasce morto, in un'altra nasce vivo) e la morte della donna sono un  problema.

un film che non lascia scampo, da non perdere assolutamente.

vuona (pelosa) visione - Ismaele

 


QUI si può vedere il film completo


 

anche se non amo alla follia il cinema di Ferreri non ho potuto fare a meno di innamorarmi di questo film che ,pur essendo lontano nel tempo,è di un'attualita'sconvolgente per i temi che tratta.Innanzittutto tratta la spettacolarizzazione di una qualsiasi anomalia:il protagonista trova questo singolare esemplare di donna irsutissima in un convento e per un pugno di spicciolie se la porta via al fine di organizzare uno spettacolo dal vero e fare quintalate di soldi,arrivando anche a sposarsela.Io ci ho visto una gustosa anticipazione dello squallore che regna sugli schermi odierni ormai paralizzati dall'ingolfamento di reality show.A mio parere c'è anche un attacco alla scienza medica per cui tutto diventa oggetto di studio e di scambio a scapito anche della vita del paziente.E infine il cinismo:una censura stupida e troglodita fece passare un altro finale buonista.Il finale invece con Tognazzi che reclama il corpo della moglie e il corpicino del figlio col solo fine di esporli per fare altri soldi è un finale di cinismo e cattiveria inarrivabili.Nell'Italietta del boom economico mentre Risi dava la sua versione del miracolo economico italiano Ferreri armava un obice contro tutti i benpensanti e sparava la sua personalissima visione dell'arricchimento del popolo italiano:arricchimento fatto a scapito dei piu'deboli.Il personaggio di Tognazzi pur derivando dalle migliori interpretazioni della commedia all'italiana è di meschinita'unica,la Girardot invece dimostra di essere di sensibilita'straordinaria.Un film da rivedere e rivalutare ampiamente

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A mio parere il film più "cattivo" nella storia del cinema italiano. Acuto, grottesco, cinico, il capolavoro di Marco Ferreri, ancor più della Grand Bouffe. in altri film troppo spesso Il regista si è "perso" nelle sciatterie "tecniche", fotografia e montaggio al limite dell' amatoriale (invece sempre grande attenzione per le musiche), recitazioni sciatte o fin troppo sopra le righe, sceneggiature dove il nonsense o il gusto del grottesco e dell'assurdo rimanevano giochi fini a sè stessi e spesso  i critici li hanno tacciati per  capolavori come spesso si fa con ciò che non si capisce,per  non fare la figura del "fesso stupido". La Donna Scimmia, non cade in questi errori, è un piccolo grande capolavoro, nella sceneggiatura, nella recitazione, con personaggi che anticipano i caratteri felliniani di Amarcord (il professore guardone, la vecchia governante, l'agente teatrale, la terribile scena dell'esibizione della novia), ma senza il buonismo del ricordo felliniano. Ferreri è lì a ricordarci della cattiveria umana e del suo cinismo, senza scampo e senza resurrezione. Ah, quando avremo un altro "cattivo " così nella storia del cinema?

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«II film fece abbastanza rumore all'epoca in cui uscì [...], ma non fu capito. Se qualcuno lo rivedesse oggi, lo troverebbe non solo normale, ma in più vi vedrebbe una piccola storia poetica senza alcuna traccia di scandalo».

 

 

(Ugo Tognazzi in Ecran 73, Parigi, n. 19, novembre 1973, p. 5).

 

 

 

 

 

«[...] "La donna scimmia" ha un ritmo interno asciutto e preciso, che non sbaglia né la costruzione dell'atmosfera né la descrizione dei caratteri: fra Tognazzi e Annie Girardot, peraltro, è quest'ultima che ci è piaciuta di più, in una parte terribilmente ingrata [...]. Ricorda la Giulietta Masina della Strada, con una carica di commozione ancor più accentuata dal contrasto con la cinica incoscienza del suo compagno. Il quale, appunto perché non ha la brutalità di Zampano né l'aspetto rozzo di Anthony Quinn [...], assolve bene al compito di isolare artisticamente la figura di Maria, ma tradisce un'origine macchiettistica che forse poteva essere evitata con un maggior controllo nella recitazione: il personaggio, che rischiava di diventare indimenticabile, si limita così a essere semplicemente paradossale e ad effetto. [...]».

 

 

Angelo Somi, Oggi, Milano, 30 gennaio 1964.

 

 

 

 

 

«[...] Qui Ferreri e Azcona rovesciano implicitamente in senso laico, un rapporto come quello tra Zampano e Gelsomina, descritto nel vecchio film di Fellini "La strada". Tuttavia, anch'essi non hanno ottenuto questo risultato, se non a patto d'una certa astrazione. Cosicché l'universo di Antonio e Maria appare davvero qualcosa di assai particolare, di fine a se stesso, di idealizzato sia nell'orrore, sia nella pietà. E Antonio, nonostante le intense sfumature che Tognazzi, forse alla sua prova più alta gli conferisce, non risulta sufficientemente limpido e motivato, soprattutto nel risvolto finale, ch'era quello decisivo. [...]».

 

 

Ugo Casiraghi, L'Unità, Milano 7 febbraio 1964.

 

 

 

 

 

«[...] Ferreri ha tratteggiato con molta delicatezza la figura del povero mostro, attribuendole i sentimenti d'una donna normale [...]. Anche il marito della donna scimmia, pur con qualche ambiguità di disegno, è un personaggio riuscito. L'interpretazione di Annie Girardot è eccezionale per efficacia e intelligenza della parte. Ugo Tognazzi un pò generico, riesce tuttavia a convincerci della sua complessiva umanità».

 

 

Alberto Moravia, L'Espresso, Roma, 9 febbraio 1964.

 

 

 

 

 

«[...] Forse la miglior prova della maturità raggiunta dall'attore Tognazzi nel controllo delle sue risorse espressive e in "La donna scimmia": pensiamo soprattutto agli intensi primi piani del protagonista accanto al letto della moglie morente. Ma è comprensibile che il pubblico non abbia acconsentito a un film che contraffaceva troppo i lineamenti del più originale personaggio del nuovo cinema comico. [...]».

 

 

Vittorio Spinazzola, Ferrania, Milano, n. 2, febbraio 1967, p. 27.

 

 

 

 

 

«[...] "La donna scimmia" assomiglia a "La strada" più che a qualsiasi film. [...] Tognazzi, che i più hanno trovato un pò debole in questo film, ci sembra invece esemplare nella sua ambiguità di uomo medio, né buono né cattivo, legato al carro di un sistema dal quale non può assolutamente sciogliersi; non meno convincente di una Annie Girardot patetica e coraggiosa [...]»

 

 

Tullio Kezich, La Settimana Incom Illustrata, Milano, n. 9, 1 marzo 1964, p. 70.

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giovedì 10 ottobre 2024

Stanza 17-17 palazzo delle tasse, ufficio imposte - Michele Lupo

un gruppo di evasori fiscali diventa una banda contro l'agenzia delle entrate

il direttore dell'ufficio è Ugo Tognazzi, che appare poco.

la banda, un po' come ne I soliti ignoti, cerca di riprendersi i soldi "ingiustamente" versati all'Ufficio delle Imposte.

la lotta fra gli evasori e l'amministrazione è spesso divertente,

buona (evasiva) visione - Ismaele


 

 

Michele Lupo sa sempre come si fa per mantenere alto il ritmo di un film. In questo ripropone il tema del furto tecnologico organizzato da ladri improvvisati ma ingegnosi e lo fa senza grande originalità ma con onesto divertimento. La parte sul western che sta tramontando e su Sartana che fa le cadute... su un noto materasso per una pubblicità è divertente ma anche amara. E Pisacane, vecchio ma sempre bravo, è quasi commovente.

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Purtroppo Ugo Tognazzi, nonostante l'ottima performance e il suo gustosissimo personaggio, appare davvero troppo poco (circa 20 minuti). Il film comunque è un ibrido piuttosto riuscito tra giallo e commedia, con spunti davvero divertenti ed interessanti. Il cast è ottimo: Gastone Moschin e Franco Fabrizi primeggiano, mentre inferiori al loro standard appaiono invece Leroy e Stander. Alla fine il film non è malaccio, anche tenuto conto del gustoso finale.

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…Concludo dicendo che si tratta di un film riuscito, a cui non mancano le trovate comiche ed originali.

Provvisto inoltre di una trama ben costruita che non annoia mai e di attori bravi nell'aver saputo interpretare i loro personaggi.

A parer mio merita quindi di essere rivalutato, sebbene sia cosciente del fatto che è difficile riuscirci con dei film che hanno raccolto in prevalenza giudizi negativi. Ma un'opportunità gli va senz'altro data perchè riesce ad intrattenere in maniera intelligente e soprattutto originale. Insomma è in possesso di quelle qualità che gli permettono di farsi rispettare nel genere di cui fa parte. Lo consiglio.

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Qui Lupo cerca di salire la china per passare ad un cinema di serie A deciso, ci riesce in parte, anche avvalendosi di una partecipazione straordinaria e ben caratterizzata di Tognazzi, Sceneggia lui steso in coppia con Sergio Donati, nome altilenante ma non male del nostro cinema. La traccia sarebbe forte e calzante, ma sono troppe le macchiette dove si disperde il gusto del racconto, il personaggio di Tognazzi è la chiave di volta, ma viene sfruttato fino ad un certo punto. La trovata gialla del colpo avrebbe dato più risultati se si fosse inserita e montata più intelligentemente. Un cast di rispetto e ben impiegato fa il giusto coro.

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lunedì 26 agosto 2024

Controsesso - Franco Rossi, Marco Ferreri e Renato Castellani

un film con tre episodi, con ottimi registi.

il segmento più riuscito è Il professore, di Marco Ferreri, con Ugo Tognazzi.

gli altri due sono interpretati da Nino Manfredi.

buona (a episodi) visioni - Ismaele

 

 

QUI o  QUI si può vedere il film completo

 

 

Mi interessava solo quello di Ferreri. Un po' lento e sfocato, specie nella parte centrale. Però già precorre Dillinger e tutto il suo discorso sugli interni domestici, il dominio degli oggetti, musica e immagini (le foto delle scolaresche) a riempire il vuoto. La presenza invadente della Chiesa, la famiglia atipica (qui costituita da nonna, nipote e balia), la frustrazione sessuale invece sono tipiche del primo Ferreri, quello delle grottesche commedie di costume. La parte finale dell'episodio, con la sua indeterminatezza narrativa, ha un che di bunueliano.

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Film a episodi. Il primo è il meno riuscito: non brutto e non privo di notazioni interessanti ma troppo tirato per le lunghe. Il terzo è abbastanza piacevole e divertente seppure prevedibile nei suoi sviluppi. Il migliore è il secondo diretto e scritto (coadiuvato da Azcona) da Ferreri. Merito di un grande Tognazzi ma anche di una scrittura che sa descrivere un'ossessione con abilità ed un riuscito crescendo narrativo. Globalmente non male e meno stupido di quel che sembrerebbe e si potrebbe pensare.

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Un inflessibile e incorruttibile professore (Ugo Tognazzi), insegna in una classe di quarta magistrale che sfornerà l’anno successivo le future maestre. Scapolo, si fa ancora accudire dalla nonna e dalla vecchia zia ed ha l’hobby di ascoltare in una stanzetta delle marce militari. Dopo aver corretto i compiti in classe, scopre che sette alunne, che avevano chiesto il permesso di uscire dall’aula, hanno ottenuto i compiti migliori.

Con la scusa che, alla vigilia del saggio d’esame, le alunne, uscendo, potrebbero ricavarne dei vantaggi, dando fondo alle proprie fantasie perverse, acquista “una comoda”, un mobile antico, dentro il quale colloca un vaso di ceramica e costringe le alunne che devono andare in bagno a utilizzarlo.

Quando la più sfrontata tra le alunne, gli chiede di usarlo, le altre, con le loro risate, coprono di ridicolo il professore che poi, in strada scoppia in lacrime.

Con questo episodio, venato di umorismo nero, Ferreri non delude il suo pubblico e, con pochi tocchi, disegna la figura di un professore feticista che, si eccita  all’idea che le studentesse vadano in bagno.

Con disinvoltura Tognazzi passa dal registro del professore inflessibile e autoritario a quello di un uomo che, crolla emotivamente, quando comprende che le sue perversioni sono state smascherate.

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lunedì 12 agosto 2024

Marcia nuziale – Marco Ferreri

in quattro episodi, Ugo Tognazzi protagonista, si raccontano le difficoltà del matrimonio.

naturalmente la censura ha lavorato molto, con tagli enormi.

un film con poco da ridere.

buona (matrimoniale) visione - Ismaele



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In quattro episodi viene presentata la crisi dell’istituzione matrimoniale: nel primo due coppie fanno numerose cerimonie in vista dell’accoppiamento dei rispettivi cani; nel secondo e nel terzo vengono presentate situazioni in cui la vita matrimoniale comporta la crisi del desiderio sessuale; nell’ultimo – in un futuro prossimo – i partner sono stati completamente sostituiti da manichini, per rapporti disumanizzati.

La graffiante ironia di Ferreri si addensa in questo film intorno al tema del matrimonio, che nella società italiana presenta i sintomi di una crisi senza ritorno. Fortemente censurato all’epoca della sua uscita, il film dimostra una forte carica visionaria.

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Interessante analisi dell'istituzione matrimoniale e della coppia incorniciata al suo interno, presentata in quattro momenti che vanno dalla celebrazione fino alla sua inevitabile fine.  I momenti della vita matrimoniale che propone Ferreri sembrano passi progressivi di una storia unica, che va dalla ricerca del matrimonio-maschera formale per sfogare un istinto sessuale, passando dalla crisi sessuale che risente della quotidianità, per poi presentarci l'analisi della crisi sessuale stessa che invece di curarla sembra sotterrarla definitivamente, fino a concludersi nella sostituzione della relazione umana con una bambola sempre consenziente, quasi un rimando alla nostra stessa infanzia e al gioco di ruolo infinito…

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mercoledì 7 agosto 2024

Il mantenuto - Ugo Tognazzi

una commedia, anzi una tragedia, il primo film girato da Ugo Tognazzi.

commedia degli equivoci e tragedia dell'amore che manca, e del non detto.

Ugo Tognazzi dirige se stesso, in un personaggio che non sorride mai, se non col cane Adolfo.

buona (puttanesca) visione - Ismaele


 

 

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Tognazzi esordisce alla regia con un sottoprodotto del suo genere prediletto, che si inserisce come titolo minore nel filone che lo ha reso celebre. La storia è poca cosa, una commediola basata sugli equivoci che lascia il tempo che trova; Tognazzi ci sguazza e approfitta di buone spalle che non segnano particolarmente lo schermo, ma fanno il loro legittimo dovere (a parte Mario Carotenuto, sempre una spanna sopra il caratterista semplice e purtroppo sempre impiegato una spanna sotto il protagonista). C'è anche un cameo dell'amico Vianello in apertura. Gradevole la colonna sonora jazzata; il finale vorrebbe essere 'ribelle' ed anticonformista, ma ottiene l'effetto completamente opposto, sminuendo la figura femminile con un'esplicita dichiarazione di inferiorità nel rapporto con il maschio (in un film dove non mancano le prostitute e le figure femminili di dubbia moralità, l'uomo sottomesso alla donna deve vergognarsi per la sua inaccettabile situazione). Mezzo passo falso, ma la commedia, quel poco che deve fare, lo fa; Tognazzi regista si rifarà in seguito alla grande…

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Tognazzi, per l'esordio alla regia, recupera i suoi sceneggiatori preferiti, Scarnicci e Tarabusi, a cui aggiunge un'aura coppia, a lungo collaudata in film precedenti: Castellano e Pipolo. Ma non è un esordio particolarmente apprezzato dalla critica, che in genere affida la recensione ai "vice". Circa le ragioni del passaggio dietro la macchina da presa, Tognazzi, all'epoca della lavorazione del film, ha dichiarato: «Purtroppo l'attore deve solo obbedire. Per tanti anni ho subito; è vero che tentavo di ribellarmi, di fare quello che volevo io, ma alla fine aveva sempre ragione il regista perche mi inquadrava a modo suo e poi mi tagliava al montaggio. Ora basta. Adesso mi giro come voglio io perché comando io. [...]».

 

 

(Ugo Tognazzi in La Fiera del Cinema, Roma, n. 10, ottobre 1961, p. 47).

 

 

 

 

 

«Tognazzi direttore di se stesso nel film "Il mantenuto". Vi da prova di moderazione, non accentrando ogni battuta e ogni "pointe" sul proprio personaggio, sfuggendo cioé al pericolo che minaccia in genere gli attori che per la prima volta si cimentano in funzione di regista. Gli sceneggiatori Scarnicci e Tarabusi gli hanno fornito un canovaccio esile, ma comunque meglio congegnato delle farsette solite imperniate sul popolare comico. [...] Accanto a Tognazzi, che stavolta appare controllato, come del resto già nel "Federale", l'avvenente Ilaria Occhini e la bizzarra Margaret Robsahm. [...]».

 

 

[Anonimo], Corriere della Sera, Milano, 3 gennaio 1962.

 

 

 

 

 

«L'esordio di Ugo Tognazzi nel campo della regia cinematografica non è stato clamoroso: ma neppure si è risolto in un naufragio. Si potrebbe dire che è stato dignitoso, ecco. Era ingenuo aspettarsi da un uomo con le caratteristiche, le capacità ed i limiti del comico cremonese, un capolavoro. Ma per la verità ci si poteva aspettare anche una serie di vecchie battute e di situazioni stantie. Aver evitato questo pericolo e senza dubbio un merito di Tognazzi. [...] Discreta l'interpretazione, oltre che di Tognazzi, di Ilaria Occhini. Brava come sempre Marisa Merlini».

 

 

Vice, Avanti!, Milano, 3 gennaio 1962.

 

 

 

 

 

«[...] Un film comico come tanti altri, con un Tognazzi [...] più umano rispetto a precedenti caratterizzazioni. Ma il film vuole essere qualcosa di più: una satira di certi ambienti che potremmo definire "pasoliniani", con un fondo di amara misoginia. Purtroppo la satira si ferma alla scenetta del sogno [...]. Il risultato è un film pulito e ovvio nel primo tempo (con qualche rara battuta indovinata), disordinato e raffazzonato al momento di tirare i fili della vicenda, di concludere. [...] Prevedibile come interprete, Tognazzi e come regista alquanto privo di personalità. Ilaria Occhini è bella, ma il regista ha preferito mettere se stesso in primo piano. Che errore!».

 

 

V.D.C. [Valentino De Carlo], La Notte, Milano, 3/4 gennaio 1962.

 

 

 

 

 

«[...] Tognazzi [...] non è mai riuscito a superare la battuta, lo sketch da avanspettacolo: è anche se talora la sua ironia appare in qualche modo graffiante, essa non è mai andata in profondità; raramente si e trasformata in satira di costume. [...] Invece "Il mantenuto", sia pure in modo monco e stentato, sia pure disperdendosi ancora nel facile trucchetto strapparisata, qualcosa dice. E soprattutto ha il coraggio di concludere in modo serio e amaro, senza nulla concedere ai compromessi abituali. [...] Tognazzi [...] non perdona nessuno [...], non "carica" il suo film di messaggi o di intenzioni: si limita, una volta tanto, a dire fino in fondo la verità, a darci un'immagine precisa delia realtà. Che il suo film zoppichi a lungo prima di trovare il "passo" adatto, non toglie nulla al merito di aver avuto questo coraggio».

 

 

F.V. [Franco Valobra], Cinema Domani, Milano, n. 1, gennaio-febbraio 1962, pp. 73-74.

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