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domenica 2 febbraio 2025

Io sono ancora qui - Walter Salles

una famiglia brasiliana molto felice e unita, che abita a pochi metri dalla spiaggia di Copacabana, padre (Rubens Paiva), madre (Eunice), cinque figli e tantissimi amici, fino a quando i militari golpisti iniziano a far sparire le persone, migliaia e migliaia.

Rubens viene preso dai militari, e mai più tornerà a casa.

la moglie e figli aspettano, inutilmente, e rischiano anche loro di essere inghiottiti nel buco nero delle prigioni segrete, subendo tutte le torture possibili. 

Eunice (interpretata da una bravissima Fernanda Torres, candidata per l'Oscar) tiene insieme la famiglia, anche sorridendo.

il film è ispirato da un libro di Marcelo Rubens Paiva, quel bambino amico del regista, che a 20 anni, per una caduta assassina divenne tetraplegico.

il film è molto interessante e non lascia indifferenti.

è in più di cento sale, il cinema vi aspetta, nessuno se ne pentirà.

buona (resistente) visione - Ismaele

 

ps: qualche anno fa Fernando Trueba ha girato un bel 

film, tratto da un libro del figlio di Héctor Abad Gómez, ammazzato dai militari, in Colombia.

 

 

 

Salles si serve della sua brava inteprete principale e di tutta la squadra attoriale per evitare a tutti i costi il melodramma: donna Eunice non cede, non crolla, non urla, piuttosto sorride. Ne esce un film teso e composto, che mira alla testa più che alla pancia.

Ricordare questa vicenda e mettere pubblicamente al bando certe pratiche è necessario perché non continuinino a esistere. Ma Ainda estou aqui (Sono ancora qui) non è solo una storia di denuncia o di memoria: è anche un racconto di trasformazione. Giovane e agiata nella Rio della bossa nova e dell'architettura modernista, nella prima parte del film Eunice è una donna che ha tutto: soldi, amore, futuro.
La tragedia che la colpisce ribalta ogni cosa e la costringe a reinventarsi, con una nuova consapevolezza. È qui, in questo terzo atto raccontato più rapidamente e senza sottolineature, il messaggio politico del film, e la ragione per cui prosegue oltre quella che potrebbe apparire la conclusione ideale. Non è solo completezza biografica. Anche se accompagnare il personaggio in età avanzata offre al regista la possibilità di affidare il ruolo a Fernanda Montenegro, ultranovantenne, protagonista di 
Central do Brasil e dell'inizio del viaggio cinematografico di Salles.

da qui

 

Io sono ancora qui riflette proprio sulla permanenza dell’assenza, del dolore, ma anche sull’ostinazione con cui chi rimane, in questo caso una madre con cinque figli, vuole rimanere in vita e progredire nonostante tutto. Il ritratto di Eunice Paiva è di grande dignità e grazia, soprattutto Salles lo costruisce in modo tale da inglobare all’interno dello stesso involucro l’universalità del trauma nazionale, insieme alla specificità del dramma privato con una comunicazione continua tra l’uno e l’altro.

Io sono ancora qui è un racconto delicato e coraggioso, che per tematiche e geografia ricorda quello splendido Argentina 1985 che passò in Concorso a Venezia 79. Qui il tono è maggiormente declinato verso il dramma familiare, senza l’ironia che contraddistingue il film di Santiago Mitre, tuttavia presenta la stessa dignità nei personaggi, la stessa tenacia e voglia di trovare giustizia, non solo per sé ama per tutta la collettività.

da qui

 

Dire che Fernanda Torres si è calata nel ruolo di Eunice Paiva, che ha trascorso buona parte della sua vita cercando di chiedere conto della scomparsa del marito, sarebbe un eufemismo. Questo film è una vetrina per lei tanto quanto un dramma basato su una storia vera, anche se rispetta sia l’enormità che il peso emotivo dell’esperienza della vera Eunice. Ma è il tipo di ruolo che permette a una persona del suo calibro di fare la differenza, e dà a Torres la possibilità di onorare una figura pubblica che è stata anche una combattente della resistenza (la scomparsa di Rubens ha fatto notizia a livello internazionale); che è stata una madre che si è presa cura dei suoi figli e ha fatto del suo meglio per proteggerli dalla perdita personale e dalla tempesta più grande; che viene messa alla prova quando anche lei e sua figlia Eliana (Luiza Kosovski) vengono prelevate per un interrogatorio, ed Eunice viene trattenuta per quasi una settimana; che sacrifica tutto in nome della famiglia e della scoperta di ciò che è successo dopo il saluto del marito.

E più tardi, nel primo dei due flashforward, Torres mostra cosa succede quando la chiusura cercata per decenni arriva finalmente, inevitabilmente. Ciò che è notevole è il fatto che non esagera mai, né si lascia andare a facili istrionismi e strappi di vesti, anche quando il film stesso diventa molto pesante nella seconda metà. Si tratta di un’interpretazione straordinariamente ricca di sfumature, e non è importante se questo assicurerà a Torres una nomination all’Oscar come miglior attrice protagonista o meno. Certo, assicurerà un maggior numero di occhi su quello che avrebbe potuto essere un film che, pur avendo avuto un enorme successo in Brasile, sarebbe potuto svanire nel rumore bianco di fondo che caratterizza la mania della corsa all’oro di questi primi mesi invernali. Ma Io sono ancora qui è una testimonianza di Torres a prescindere. In patria ha già conquistato l’attenzione dei connazionali grazie all’incredibile lavoro che svolge in questa commovente, emozionante ode alla vita durante la dittatura. Ora merita il plauso di tutto il mondo.

da qui

 


domenica 20 giugno 2021

La nostra storia (El olvido que seremos)– Fernando Trueba

tratto da un gran romanzo dHéctor Abad Faciolince, il film racconta la storia del padre, interpretato da un grande Javier Camara.

musica di Zbigniew Preisner (musicista delle colonne sonore di Krzysztof Kieślowski )

è la stessa Colombia di Gabriel Garcia Marquez, da troppi anni nelle mani prima dei ricchi e poi dei criminali.

la (nostra) storia è quella di un un uomo buono che cerca sempre di comportarsi nel modo giusto, secondo coscienza, e questo si paga carissimo, quasi dappertutto.

se qualcuno mi chiede se è un film agiografico rispondo di sì, senza dubbio, ma questo niente toglie alla bellezza del film.

buona visione - Ismaele


 

 


 

 

 

El título de la novela y película viene de un soneto de Borges que, en su reconocimiento de la provisionalidad que invade todo, otorga cierto bálsamo. Lo reproducimos completo porque la referencia a él hace que Abad Faciolince otorga a su texto un valor universal e intemporal: “Ya somos el olvido que seremos. / El polvo elemental que nos ignora / y que fue el rojo Adán y que es ahora / todos los hombres, y que no veremos. // Ya somos en la tumba las dos fechas / del principio y del término, la caja, / la obscena corrupción y la mortaja, / los ritos de la muerte y las endechas. // No soy el insensato que se aferra / al mágico sonido de su nombre; / pienso con esperanza en aquel hombre // que no sabrá que fui sobre la tierra. / Bajo el indiferente azul del cielo / esta meditación es un consuelo”…

da qui

 

El olvido que seremos asombra por su atrevida dirección y la actuación de Javier Cámara, es una película con una estructura muy sólida y una temática de gran interés y entretenimiento. El discurso final de Héctor Abad Gómez marcará al espectador, que al salir de la sala reflexionará sobre los actos de bondad que ha realizado a lo largo de su vida.

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Opera di fattura classica, solida e onesta, La nostra storia è tuttavia la dimostrazione che la virtù, come sosteneva Kirk Douglas, "non è fotogenica". Non sempre almeno. La regia come l'interpretazione di Javier Cámara, attore almodovariano per eccellenza, dimorano ridondanti, traducendo con sentenze traboccanti ed espressività affettata la dignità di un eroe umile.

Fernando Trueba ha senza dubbio il merito di porsi la questione della bontà che qualche volta può irritare i 'cattivi' e paralizzare i 'buoni', come accade a Héctor Abad Jr. Una pista interessante esplorata a metà che dona al film i momenti più veri. Del resto non è facile mettere in scena un sentimento così assoluto, restituirlo attraverso le immagini e le parole, darle una fisionomia con la performance.

Abad era un uomo buono nella Colombia ultra violenta degli anni Ottanta, un umanista in una megalopoli disumanizzata. Il suo destino come il film che lo svolge ruota intorno a un verso attribuito a Borges ("noi siamo già l'oblio che saremo..."), la 'sentenza' lirica di una morte annunciata. Quella di un uomo militante che nulla ha piegato, né le minacce dei guerriglieri della FARC, né l'esilio nelle Filippine, né i narcotrafficanti. Niente lo ha distolto dal suo dovere di professore, di medico, di padre.

Titolare della cattedra di salute pubblica dell'università di Antioquia e predicatore della prevenzione, amava la filosofia dell'illuminismo, la musica classica e le rose, di cui coltivava appassionato la bellezza. Al cinema gli eroi sono ovunque e quasi sempre super. Fuori dal campo fantastico del blockbuster, sembra invece preferire i personaggi ambigui, tormentati e complessi.

Fernando Trueba illustra la vita di un uomo onesto, rompendo lo schema trito di un Paese raccontato attraverso il prisma dei narcotrafficanti o degli squadroni della morte. Ma non trova la misura giusta per dire il mistero di un pensatore libero che guardava e riguardava "Morte a Venezia", elevando la vita all'altezza di un piano di Visconti.

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La Nostra Storia però rimane comunque un film gradevole nel complesso, in virtù di un buon cast, di una seconda parte molto più ispirata, ma soprattutto di Javier Càmara che si conferma attore non solo carismatico ma anche in grado di mettere in mostra una notevole espressività, di lavorare con maestria sotto le righe.

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…‘El olvido que seremos’ es un poético título que la película hereda de la novela en la que se basa. Trata sobre un hombre bondadoso, entregado a su familia, a sus alumnos y a los ciudadanos que le rodean. Ese retrato se hace de un modo fino, pulcro y puntualmente panfletario. Y digo esto en el buen sentido pues la película transmite unas sensaciones increíbles, nos abraza con candidez, nos da comedia y drama del mismo modo que películas como ‘La vida es bella’ o ‘Patch Adams’.

Cuando lo violento e ilógico se enfrenta a la razón y el afecto. El contraste entre cualquier conflicto armado frente a momentos costumbristas y felices siempre funciona si se encuentra el equilibrio. Esta película biográfica que nos muestra una dichosa infancia en color y una convulsa adultez en blanco y negro se entrega al espectador con un abanico de sentimientos bien contemporizados, en una de las mejores películas de Fernando Trueba. La Colombia de los sicarios y los grupos paramilitares aparece en ‘El olvido que seremos’ como un lugar con muchas oportunidades de mejora, sin hacer de este un relato negro, sino luminoso y esperanzador.

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La nostra storia è un film semplice, sincero e come unica pretesa quella di raccontare la storia di un uomo diviso tra la sua famiglia e il suo lavoro. Regia e sceneggiatura sono volutamente invisibili per lasciare spazio ai personaggi della storia e al contesto politico e culturale in cui si trovano. Il film riesce a restituire benissimo l’atmosfera della famiglia di Héctor e dei suoi rapporti interni, emerge l’amore di una moglie che si è fatta da parte per permettere al marito di seguire il suo obiettivo, emerge il fortissimo legame tra i sei figli e la loro evoluzione durante gli anni, ma ciò su cui si concentra maggiormente è il particolare rapporto padre-figlio (gli unici uomini della famiglia) e la figura privata e pubblica di Héctor Abad Gómez.

L’intento dell’opera di Fernando Trueba è proprio quello di mostrare la vita di un uomo come tanti, che non si è accontentato di un lavoro fisso e l’amore di una famiglia calorosa, ma che ha sacrificato i suoi affetti e la sua felicità per cambiare gli equilibri, per rompere uno status quo pieno di violenza, sofferenza e omertà assoluta da parte di chi dovrebbe essere in prima linea per il bene della Colombia.

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