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lunedì 16 ottobre 2023

L'ultima luna di settembre - Amarsaikhan Baljinnyam

una storia senza tempo, di bambini soli, senza genitori, affidati ai nonni, e della crescita di un'amicizia che finisce, in un mondo nel quale le sirene della modernità incantano ormai quasi tutti.

Tulga e Tuntuulei sono i protagonisti, un gigante e un bambino cresciuto solo, in un mondo che non riesce a contenere e soddisfare i bisogni di un bambino come tutti.

non c'è bisogno di troppe parole, spesso ingannevoli e offensive, per conoscersi e volersi bene.

Tuntuulei conosce tutto ciò che serve, conosce le persone (infatti non si fida) e ama quello che amano i bambini come lui, i cavalli e le gare di lotta per bambini.un film d'altri tempi, che cercheremo di meritarci.

"naturalmente" il film è in poche sale, nessuno urla, non ci sono morti ammazzati, e neanche sesso.

buona (senza telefonino) visione - Ismaele


 

 

 

Il cinema dei buoni e sinceri sentimenti esiste e se esiste si trova da quelle parti nascoste agli occhi del mondo dove non arriva il segnale della tecnologia telefonica e dove ancora si falcia a mano senza l’aiuto di attrezzature meccaniche. L’ultima luna di settembre di Amarsalkhan Baljinnyam, qui all’esordio nella regia dopo i suoi trascorsi d’attore e produttore, è ambientato nella provincia più rurale della Mongolia e narra del ritorno a casa di Tulga, un giovane che aveva provato a trasferirsi dalla campagna alla città per trovare lavoro. Il suo improvviso rientro è dovuto alla malattia del patrigno. Lo assiste fino alla fine e poi si dedica a rimettere in ordine i campi. Nel frattempo dopo un primo scontro che prelude ad un profondo rapporto, stringe amicizia con Tuntuuelei un ragazzino che sa il fatto suo, che governa un gregge e gli risolve molti problemi. Lui sta con i nonni e sente forte il bisogno di un padre e se Tuntuuelei ha eletto Tulga a suo genitore elettivo,  questi non può assolvere al compito.
Un racconto semplice e naturale che arriva da un oriente che nonostante tutto continua ad essere sconosciuto, da una regione tra le geograficamente più vaste e in modo direttamente proporzionale, altrettanto misteriose…

da qui

 

…Amarsalkhan Baljinnyam firma un film ben fatto. Pienamente immerso nella vastità delle colline mongole, ne conserva intatto il fascino e il respiro, sfruttandone la cassa di risonanza per trattare il rapporto genitore-figlio all’insegna della mancanza. Il protagonista ha perso il padre, il piccolo co-protagonista mai l’ha avuto, e il primo potrebbe essere così padre per il secondo, ma ecco che il discorso s’intreccia a quello della maturità e dell’infanzia: Tulga è pronto a diventare grande? Tuntuulei sarà invece capace di accettare il suo essere bambino? I ruoli risultano mescolati come se le rispettive assenze non permettessero loro di avere un modello a cui poter rapportare per trovare la loro collocazione nella vita.

Il film è però capace di momenti di leggerezza. A parte le parentesi di spensieratezza tra i due protagonisti – quello della pesca, per fotografia, eccelle per delicatezza come le riunioni attorno al fuoco, per soundtrack, spiccano per calore -, sono le figure di contorno che popolano le yurte a far sorridere: i due ubriachi, il nonno che si fa girare le sigarette dal nipote, il direttore della fienagione etc etc… attorno ai due protagonisti si crea un universo colorato nel quale il rapporto tra i due non viene mai sporcato dal melodramma o dallo scontato, le reazioni non vengono filtrate né approssimate, ma l’abbraccio finale – che sia di addio o di riunione – è quanto più di vero ci possa essere. Perché d’altronde non è sempre vero che gli uomini non piangono

da qui



giovedì 1 settembre 2022

Veins of the World - Byambasuren Davaa

l'avidità e la rapina del capitalismo distrugge gli esseri umani e il mondo, in maniera insanabile, anche le praterie della Mongolia. 

gli indigeni avranno un posto di lavoro, per qualche anno, a condizioni indesiderabili, semischiavistiche.

c'è una via di fuga, i talent alla tv, solo la fuga è possibile, uno su mille ce la farà.

Byambasuren Davaa rende benissimo la tragedia di un popolo, la morte di una cultura, il dramma dell'economia assassina.

e tutti siamo coinvolti.

buona (drammatica) visione - Ismaele



QUI il film completo, con sottotitoli in inglese

 

 

 

 

Una delle componenti del film è la bellezza dei luoghi, ma fanno da contraltare le ferite inferte a questi territori dalle cave, che scendono e scavano le stratificazioni della terra lasciando voragini. In una di queste è caduta l’auto di Erdene che in quella occasione ha perso la vita. È questo episodio che ostruisce le vene della vita anche per Amra, che infligge a sé stesso delle punizioni che sente necessarie per espiare la colpa di avere causato, sia pure indirettamente, la morte del padre. Veins of the world diventa così un racconto su un senso di colpa infantile – ancora un bambino protagonista in questa 30esima edizione del Festival – e su una colpa più generale che riguarda l’intera Mongolia. Si alternano nel racconto questi due sentimenti, che sembrano trovare quella unicità nella complessa psicologia del piccolo Amra forse destinato ad una vita differente, ma adesso consapevole del suo ruolo maschile accanto alla madre e alla sorella nella famiglia privata del padre. Il suo percorso di lavoratore di nascosto della madre, saltando la scuola, diventa così anche un rituale di iniziazione alla vita, alla stanchezza, a sfidare i pericoli, per dare sicurezza economica alla famiglia.
Byambasuren Davaa interviene su questi temi rapportando la modernità dello spettacolo televisivo alla vita nomade e pastorale e, per altro verso, rapportando la devastazione ambientale che la Mongolia sopporta con la necessità di preservare una cultura antica, che fonda proprio sulla conservazione dell’habitat la sua perpetuazione. Il film corre dunque su due livelli differenti, la vicenda privata con i turbamenti e i sensi di colpa di Amra, e, su un altro piano, ma legato all’altro, le vicende di un intero popolo, il bisogno di conservazione dei valori, ma soprattutto l’esigenza della tutela e conservazione del territorio. Due piani di racconto che si legano attraverso il personaggio di Erdene, a capo della contestazione contro gli sventramenti delle compagnie minerarie. Il testimone passa al figlio e soprattutto alla moglie che continuerà con le armi che possiede a combattere la difficile battaglia.

Veins of the world dimostra, ancora una volta, le potenzialità di un cinema che pur nelle apparenti lontananze culturali e geografiche su cui lavora rispetto a quello più mainstream, sa mostrare la forza di una necessità del racconto, l’esigenza di manifestare la propria condizione, senza infingimenti e senza remore. Byambasuren Davaa firma un film con una carica emotiva molto forte, che riflette una conoscenza attenta della psicologia infantile. Amra con la sua natura remissiva obbedisce ciecamente alle direttive del padre, ma la morte del genitore trasforma anche la sua indole, il suo atteggiarsi nei confronti della vita, con l’acquisizione di un coraggio che sa di necessità e di sopravvivenza e una sorda ostilità nei confronti del mondo. Sentimenti che sapranno sciogliersi nell’abbraccio con la madre e nel confessare i suoi sensi di colpa. Sensi di colpa che invece non appartengono agli emissari di un capitalismo iniquo e distruttivo, di cui l’incolpevole Amra e la sua famiglia sono tra le vittime predestinate, insieme al resto di una Mongolia che sofferente assiste a questa sua ennesima depredazione.

da qui

 

El dilema entre la modernidad —de las esperanzas de una vida mejor integrada en la sociedad contemporánea— y la tradición ocupa parte de los anhelos del pequeño Amra, que se expresa con su intención de participar en el concurso de talentos cantando una canción que habla de los peligros de la avaricia por extraer el corazón de oro de la Tierra. La muerte de su padre en un accidente de coche al regresar de la audición del programa le genera un profundo sentido de culpa. La encrucijada central de la cinta se manifiesta cuando, por un lado, se ve obligado a continuar el legado paterno de la lucha por mantener su cultura y, por otro, pretende obtener el sustento de su madre y su hermana, de quienes se siente ahora responsable… 

da qui 

  


domenica 16 luglio 2017

State of dogs - Peter Brosens, Dorjkhandyn Turmunkh

quando Peter Brosens ancora non faceva i film con Jessica Woodworth.
la storia è quella di un cane che segue le vicissitudini della famiglia, che da pastori della steppa diventeranno, forse, baraccati della capitale.
e Basaar, uno della famiglia, viene, forse, abbandonato, o si perde, e diventa un cane randagio, uno dei tanti, troppi, e l'unica sua speranza è la reincarnazione.
film unico, che merita davvero - Ismaele



Baasar è un cane randagio. Mentre sta vagando tra le strade della capitale Ulan Bator, viene ucciso da cacciatori il cui compito è ridurre il numero, altissimo, di cani senza padrone presenti in città. L’anima del cane si deve quindi reincarnare e, come si narra in una leggenda mongola, potrà avvenire sotto forma di essere umano, dopo aver passato una vita a vagare libero. Ma Baasar non vuole rinascere come uomo. L’anima di Baasar inizia quindi a ripercorrere tutta la sua esistenza: prima cane da pastore che viveva nella steppa con una famiglia nomade, poi abbandonato dai proprio padroni, infine l’incontro con una donna che aspetta un bambino.
Diretto dal mongolo Dorjkhandyn Turmunkh e dal belga Peter Brosens, quest’ultimo autore anche dello splendido Khadak (2006), State of Dogs è un film straordinario, sicuramente il migliore della Mongolia post comunista e forse dell’intera storia cinematografica di quel paese. Si tratta di una pellicola difficile da definire e inserire in un genere preciso. Elementi di finzione si integrano con stralci documentari, quasi etnografici, e altri fiabeschi, fantastici e impressionisti, come impressionista è l’immagine di Ulan Bator e della Mongolia che gli autori danno. Alle vicende del cane Baasar che non vuole diventare uomo, si affiancano leggende mongole, miti di fondazioni, cerimonie e canti popolari. Il risultato è un film profondo, riflessivo e altamente spirituale, dal sapore quasi mistico, lento, ma mai noioso, che affascina sin dal primo istante.
La reincarnazione di Baasar si fa metafora della condizione umana, in cui tutto scorre e tutto è movimento. Come fa ben notare Carson Lund su Cinelogue, il movimento è il tema centrale della pellicola, il nodo focale: il fluire della vita e il rapporto vita-morte sono mostrati visivamente attraverso movimenti reali e concettuali. Si va dall’errare del cane randagio al vagare della sua anima, dal transito di treni e auto in paesaggi sconfinati sino al passaggio dai costumi tipici a quelli della modernità. Il tutto si conclude con la scena che vede protagonista una contorsionista, che si esibisce sulle note di Charo Calvo, e che dà bene l’idea quasi di un’astrazione della vita.
Il misticismo di State of Dogs è autentico e non infastidisce certo lo spettatore che si ritrova trasportato in una realtà lontana. Presentato alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia e al Festival di Toronto, ha vinto 18 premi in giro per il mondo, tra cui il Grand Prix al Visions du Réel Film Festival di Nyon, Svizzera, tra le principali manifestazioni documentaristiche internazionali. Sono premi davvero meritati.
da qui

sabato 14 novembre 2015

Khadak - Peter Brosens, Jessica Woodworth

la storia di Bagi, della sua gente, dell'abbandono forzato della steppa e degli animali, in cambio di un cubo di cemento di città, una storia di sciamani, e visioni, una storia comune a tutti i popoli minoritari del mondo, ma non meno grandi, lotta per la sopravvivenza, il destino è l'estinzione o l'omologazione, un film che non si può raccontare, guardalo, dentro c'è un mondo - Ismaele



QUI il film completo sottotitolato in inglese



…The movie moves at a deliberately slow pace that may put off some viewers. I have always felt that slow movies work much better in the theater where there is nothing to distract you during the time you have dedicated to concentrating on the movie. Watching this movie at home, I must admit that the fast-forward button was awfully tempting at times. I would not say any shot lasts too long—every scene is beautiful and a joy to watch—but a lot of shots are long.
Speaking of fast-forward, the ability to scan forward or backward is disabled on the featurette. It's also not possible to skip chapters on the half-hour program. This is a big inconvenience that greatly reduces the supplement's repeat viewing potential…

… This spiritual adventure story was shot in Mongolia and directed by Peter Brosens and Jessica Woodworth. The film ambitiously melds a political critique of modernism with a deep respect for nomadic tradition and the value of shamanism, a spiritual perspective that embraces mysticism and a reverence for nature and animals. Brosens and Woodworth have made an unusual work that challenges us to choose the mysteries of the spirit world over the reason of commercial ventures that mine and destroy the riches of the earth.