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lunedì 21 marzo 2022

Licorice pizza – Paul Thomas Anderson

Credo che Paul Thomas Anderson sia un po’ come Wes Anderson, mutatis mutandis, fanno film che nessun altro può fare come loro, hanno occhi e mani che solo loro posseggono, impossibile riprodurlo, se non in peggio.

E secondo me gli attori fanno la fila per recitare in un loro film, lo farebbero anche gratis. Credo.

E Sean Penn e Tom Waits fanno la loro bella figura, è un po’ che non li vedevamo.

Licorice pizza ci mostra un momento storico, un ‘atmosfera e un luogo dove tutto poteva essere possibile

E che bella la storia di Alana e Gary (e quando poi scopri che il babbo di Gary, il giovane Cooper Hoffman, è Philip Seymuor Hoffman, si assomigliano molto, un po’ ti commuovi,).

Alana e Gary si rincorrono tutto il tempo, e aspettavamo quell’abbraccio, finalmente.

E però nel sole dell’avvenire sono nascosti delle minacce. Vi ricordate di Harvey Milk (interpretato da Sean Penn), candidato consigliere comunale? Joel Wachs (interpretato da Benny Safdie) è un candidato consigliere comunale, come Milk, e come Milk ha un ufficio elettorale, come Milk è gay, quel ragazzo con la maglietta col numero 12 chi è? Non sappiamo che cosa succederà a Joel Wachs.

Licorice pizza è un film a cui non si può non volere bene.

Buona visione - Ismaele

 



 

… Licorice Pizza è un film degli anni Settanta, tutt’altro che posticcio, che rifiuta sia lo scoramento esistenziale, sia il rimpianto nostalgico, perché è stato girato cinquant’anni dopo nella cosciente elaborazione di un tempo ormai trascorso e irrecuperabile, con due protagonisti imperfetti anche come antieroi ma che sprizzano vitalità, gioia nell’affacciarsi alla vita anche negli inevitabili imprevisti (e nel film ce ne sono tanti), incapaci di amarsi davvero per goffaggine, paura e inesperienza ma irresistibili nella loro ricerca di uno sviluppo appagante rispetto alla loro quotidianità…

… Se si gratta sotto la superficie, Licorice Pizza è sì un film d’amore, ma d’amore verso il cinema. Non c’è una sola sequenza che non rimandi a qualcos’altro, come se PTA, oltre a riferirsi ai luoghi in cui è cresciuto, avesse messo in scena la sua personale enciclopedia d’amante del cinema con cui si è formato. Sì sì, il solito cazzo di postmoderno, ovvio. Certo, anche il gusto della citazione, tutto vero e tutto come sempre, almeno dagli anni Settanta (di nuovo, madonnasanta), cioè da quando i registi mostrarono di essersi finalmente accorti dell’esistenza di un cinema prima della loro venuta, come invece non avevano fatto i loro più anziani colleghi della Hollywood dei tempi d’oro, che ben difficilmente si preoccupavano di cosa succedesse al di fuori delle mura degli Studios. Quindi niente di nuovo. Bene, però qua si tratta di una storia d’amore adolescenziale che ne nasconde, in filigrana, un’altra molto più intensa e destinata a caratterizzare un’intera carriera. Per non tediarvi con le inquadrature e le scelte di regia che riflettono l’evidente volontà di metaforizzare l’atto stesso del fare-cinema (che i più avveduti, altrove, non certo qua, chiamano marche d’enunciazione ― ma non ditelo in giro, ché se no vi prendono per il culo), provate un attimo a individuare tutte le derivazioni che si riflettono in ogni singolo episodio. Io ve ne dico solo alcune, voi completate il resto, perché il bello è anche questo, misurare il proprio amore per il cinema, e se il verbo misurare vi fa venire in mente quando saggiavate i vostri progressi di crescita con gli amici sulle panchine dei giardinetti, non vi preoccupate, perché alla fine chi ama il cinema è un adolescente mai veramente cresciuto. Come non pensare, infatti, a Breezy di Clint Eastwood quando Alana ha un abbozzo di liaison con uno Sean Penn che nel film di nome fa Jack Holden ed è tutto agghindato come il vecchio divo William? Come non notare, subito dopo, l’evidenza della goffa impresa motoristica dello stesso Sean Penn, i cui echi conducono direttamente alla mitologia di scene come Gioventù bruciata e alla sua elaborazione nostalgica in American Graffiti? E poi, ancora, l’ufficio elettorale come in Taxi Driver e il matto che ci gira intorno che fa un po’ Travis Bickle e un po’ Nashville, senza contare che ogni volta che Gary e Alana corrono, e corrono per tutto il film, giusto per prendere la vita in pieno volto carichi di un ottimismo ingenuo e folle, ricordano la stessa poesia podistica dei personaggi della Nouvelle vague, pensate solo a Jules e Jim e al record del giro lanciato di tutto il Louvre in Bande à part (fissato in 9 minuti e 43 secondi, come tutti sanno).

Sto esagerando? Per niente. Se ancora non mi credete e vi siete rifiutati di trovare tutte le altre citazioni che non vi ho detto, fate attenzione al luogo in cui i due ragazzi si abbracciano nel finale e poi ditemi se non ho ragione. Ma non che voglia averla per forza, perché si dà ai fessi, solo che è così, c’è poco da fare. Intanto guardatelo, perché sarà una delle visioni più piacevoli dell’anno. Di ogni anno, almeno dagli anni Settanta.

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…PTA scarabocchia tre parole sulla carta, boy meets girl, e un film emerge, un'idea si trasforma in movimento, un amore vive negli smarrimenti, un universo è ancorato e incarnato. L'autore sa come incendiare il suo racconto, come renderlo vivo con lo sguardo, la musica e il gioco virtuoso di cambio e freno. Informato dal lirismo della sua prima ballata, Licorice Pizza procede alla sua velocità di crociera, a volte languida, a volte impetuosa, una narrazione in modalità flipper tra materassi ad acqua e campagne elettorali, tra crisi energetiche e nevrosi disinvolte.

Mettendo in scena un'epoca che ha conosciuto con gli occhi dell'infanzia, l'autore punta sovente sull'aneddoto, l'epica ridicola degli adulti (il salto in moto di Penn soppiantato dallo sguardo inquieto di Hoffman), per ricentrarsi meglio sul suo proposito: un'erranza frammentata, un tutto e un niente allo stesso tempo, un vizio di forma infantile. Di fatto Pynchon non è mai troppo lontano da una storia che suona "Let me roll it". E Licorice Pizza non smette di 'girare', di finire e di ricominciare, scandito da tiremmolla e slittamenti, incroci e deviazioni, epifanie e sottrazioni, ellissi e linee spezzate. Un valzer narrativo che evolve i sentimenti di due 'debuttanti' alla ricerca di guai su una playlist radiosa (Doors, McCartney, Bowie, Sonny & Cher...).

Lui ha solo quindici anni ma il senso degli affari e l'audacia di uscire dai ranghi (letteralmente), lei ne ha venticinque e l'aria di chi non aspetta più grandi cose ma accetta imperturbabile di imbarcarsi in qualsiasi avventura. Fonte di fascinazione costante, la circolazione del loro sentimento è la sola cosa che conta. La corsa è il motivo del film. C'è qualcosa di orecchiabile in questa esaltazione permanente in cui il movimento dell'uno verso l'altra diventa semplicemente un modo di vivere, un procedere dinamico e random.

La narrazione in Licorice Pizza è evasiva, libera da ogni convenzione, da ogni forma di sottomissione. La più insolita e inattesa delle commedie romantiche si costruisce attraverso l'inaspettato, le relazioni, gli incontri, come la vita, non tutto avviene in modo logico. L'entusiasmo della giovinezza flirta con una forma di surrealismo, rimanda la fine del mondo e scarta l'impasse che incalza un Paese ancora spensierato ma a corto di benzina. In panne da qualche parte tra sogno americano e guerra in Vietnam. Ma Gary e Alana vincono l'inerzia e la differenza di età, che finiamo per dimenticare, scendendo per la china della 'collina'. Per loro PTA ricostruisce un mood, l'aria di un tempo che permetteva tutto a chi osava…

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…Ciò che realmente coinvolge in "Licorice Pizza", fin dal primo minuto, sono i due straordinari protagonisti di questa pellicola a metà tra teen drama, racconto di formazione, storia d'amore e dramedy. Magistralmente interpretati da due esordienti, Cooper Hoffman e Alana Haim, in scena insieme, sembrano letteralmente impegnati in una sfida di recitazione ad altissimi livelli. Entrambi rendono il film un avvicendarsi e intrecciarsi di puro cinema. "Licorice Pizza" è la potenza delle scene, la delicatezza della fotografia, la sicurezza nella regia e la tensione che anticipa il colpo di scena. Essendo la pellicola un film di personaggi sui personaggi, anche i colpi di scena sono spesso interiori, latenti, ma fondamentali.

Con alcuni spunti divertenti, al film di Paul Thomas Anderson non manca nulla e nella sua moltitudine di temi, primo fra tutti c'è sicuramente quello più universale sul trovare il proprio posto nel mondo. Una ricerca di sé lontano da quei cliché, stereotipi e luoghi comuni che per anni condizionano la vita delle persone e che, tra personalità e crescita, bisogna imparare a lasciar andare. "Licorice Pizza" è un film autentico, genuino, spontaneo e vero, è un film con due protagonisti che si impara ad amare fin da subito e a comprendere davvero scena dopo scena…

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…Paul Thomas Anderson in Licorice Pizza costruisce un nuovo microcosmo passionale, più tipico e calato nel reale (interessante, a tal proposito, la scelta del titolo del film, il quale si riferisce a una catena di negozi di musica losangelini degli anni ’70), ma non per questo meno singolare o unico. Licorice Pizza, come da manuale se guardiamo alle tipicità della poetica visiva di Paul Thomas Anderson, prende le mosse da un mood preciso – i 70s californiani, in questo caso – e lo concretizza in un immaginario costituito da personalità peculiari, estremamente tratteggiate e verosimili, personaggi che diventano sempre più reali dinanzi allo sguardo spettatoriale mano a mano che le loro individualità emergono a dovere…

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domenica 5 dicembre 2021

OPINIONI DI UN CRITICO - Giulio Sangiorgio

 

Il fatto è che se si vuole pensare il cinema come un’arte di oggi è necessario provare a guardarlo al presente, metterlo nel contesto di quello che fuori dal cinema accade, tentare di capire come si situa tra le immagini intorno, come a esse risponde. Non dimenticare gli strumenti teorici e critici del Novecento, ma verificare la loro tenuta, oggi, adesso, tra le story di Instagram, lo storytelling globale della prima persona singolare, la tecnica democraticamente a portata di tutti, etc etc. Il mondo, signori. Perché, altrimenti, quel che resta è la tomba di un’arte, un pensiero antico che si confronta con l’oggi e lo schifa, mentre il cinema invece resta, sotto ogni immagine, come un unico esperanto. Non è necessario essere integrati, certo, ma è sterile essere apocalittici. Bisogna aggiornarsi. Criticare The French Dispatch perché «opera narcisista» significa etichettare come negativo un carattere preciso del contemporaneo: perché il punto del film è esattamente quel narcisismo, quella meraviglia formale in cui sono rinchiusi i suoi personaggi, quel surplus di immagine (è questo il narcisismo: un io sommerso dalle immagini) in cui lo spettatore arranca, quella messa in scena continua che ci ammorba, e in cui ci si perde. Ricorda qualcosa? Wes Anderson, alla sua maniera, riesce a fare forma cinematografica di un carattere del suo tempo, riesce a farcelo esperire, intensificato, trasformato, in quelle inquadrature in posa perfette, tra quelle frasi-aforisma, nella fatica con cui cerchiamo di seguire l’eccesso stordente di immagini, parole, testi, narratori, io troppo ingombranti. Come si può indicare come difetto quello che è l’esatto punto di un’opera? Come si può dire «spostati, fammi vedere il film» a un autore il cui cruccio non è di certo la storia che racconta, ma il come le immagini e gli storyteller la mettono in forma, la ottundono, la distraggono, la sovrastano? Bisogna provare a essere umili, dare agio, a un’opera, tentare di pensare che non si è superiori a un autore, fare passi indietro, mettere in crisi la propria misura, fare autocritica, come primo atto di critica: se mi infastidisce una cosa, perché mi infastidisce? Cosa stanno facendo su di me, quelle scelte? Come è possibile che io provi quello che sto provando? Cosa vogliono, da me, quelle immagini? Che la questione non sia quello che è raccontato, ma quello che un’opera produce sul corpo, sul sapere, sulla cultura che portiamo dentro una sala è un dato a cui l’arte contemporanea è giunta da tempo, ma il cinema e chi lo tratta no, per nulla, pieno Ottocento. Non è questione solo di vieti automatismi («questo regista non vuole bene ai suoi personaggi»: ma chi lo dice, che non si possa fare arte col sadismo? «Quest’opera non è coinvolgente»: e chi l’ha detto che per essere riuscita, un’opera, non possa essere fredda e anempatica?), è questione di usare la propria misura come misura delle cose. Esattamente quello che fa l’opinionismo, che del pensiero critico è l’annullamento. Questo non significa che tutto sia accettabile, no: dopo questi passi indietro, dopo la prova d’umiltà, bisogna ambire, e ambire a una grande responsabilità: quella di provare a guardare le cose prendendo le parti (addirittura) della storia del cinema e della sua progressione, dello stato delle cose sull’immaginario contemporaneo, dell’economia delle immagini di ieri, di oggi, e di domani. E per fare questo, per capire le cose che spostano i confini precedenti, le cose che colgono il presente, quelle che propongono un futuro, bisogna conoscere. Studiare. Essere aggiornati. Elastici e informati. Non solo sul cinema. È questo, oggi, che dovrebbe fare la critica. Il resto è quello che possiamo leggere ovunque, non certo una professione: opinionismo, con in calce una firma.

https://filmtv.press/

lunedì 15 novembre 2021

The French Dispatch – Wes Anderson

Wes Anderson (come Woody Allen, d'altronde) ha un destino:  incassare più nel resto del mondo (in Europa, sopratutto) che negli Usa.

non si smentisce in un film che, le altre cose, è un omaggio alla rivista New Yorker (almeno quella della sua gioventù) e al cinema europeo (francese sopratutto), oltre che un ricordo di alcuni scrittori del giornale, James Baldwin il più famoso da noi (visto che Raoul Peck ha girato un bel film su di lui).

gli attori sono di serie A, e si vede, si consegnano nelle mani di Wes Anderson, lui sa cosa farne.

il film è uno spettacolo di fuochi d'artificio, senza effetti speciali, non ce n'e bisogno, è un film speciale per conto suo (come tutti quelli di Wes).

è anche un film un po' triste, visto che si parla dei bei tempi andati, quando ciascuno degli articoli del New Yorker avevano la cura, la profondità, la curiosità, e anche la perfezione, di un bel libro.

naturalmente coloro i quali non sopportano i film di Wes Anderson stano a casa, non sapranno quello che si perdono, per tutti gli altri fate la fila al cinema, non sarete delusi.

buona (wesandersoniana) visione - Ismaele



 

 

 

 

…Con una struttura di storie a incastro che rimanda alle favole di Le Mille e una notte, The French Dispatch (a partire dal titolo) è una perspicua dichiarazione d’amore nei confronti del cinema francese. Un biglietto di ringraziamento a registi come Julien Duvivier, Marcel Pagnol, Jean Grémillon, Jacques Tati, Jean-Pierre Melville, Truffaut, Louis Malle, Godard e soprattutto Jean Renoir. Ma il film anche un accorato omaggio alla alle pagine della rivista The New Yorker (che Wes Anderson divorava sin dalle superiori). Anzi la pellicola tenta l’impresa quasi impossibile di trasportare sullo schermo lo spirito salace e indipendente del magazine americano insieme alla verve di Harold Ross, co-fondatore del periodico, e William Shawn, il suo successore. Ça va sans dire, assemblare il numero di una rivista in una pellicola è ostico perché una sceneggiatura non è un menabò e le immagini non sono parole scritte a macchina. Ma il cinema è, spesso e volentieri, una sfida, il tentativo di rappresentare l’impossibile…

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…Con un cast corale davvero sensazionale, Wes Anderson ricerca l’umanità in un film che ripercorre, in parte, la storia del giornalismo. È perciò un atto d’amore, come lo stesso Anderson lo ha definito, nei confronti di quei giornalisti che hanno lasciato al mondo cronache e reportage che, seppur incentrati su eventi o persone terribili, hanno cercato di concludere ogni pezzo nella maniera più dolce possibile. The French Dispatch è storia del giornalismo ma è anche un tributo al cinema francese e in generale quello europeo; nell’opera si ravvisano sequenze già viste, omaggi spesso velati, ed episodi che strizzano l’occhio al Novecento (l’epoca in cui Anderson sembra essersi fermato).

Ed è proprio nella contemplazione del XX° secolo che il regista costruisce non enormi affreschi, ma piccole tavole dagli innumerevoli dettagli, che rasentano i colori accesi dei pittori fiamminghi e i piccoli frati di Norberto, incastonati sempre in mezzo agli ulivi e alle mura di una qualche città medievale. Anderson punta anche al semplice schizzo e al fumetto, mentre in altre scene preferisce intervallare un bianco e nero che davvero imita i grandi film francesi della Nouvelle Vague; spesso va ancora più indietro, soffermandosi al Neorealismo o andando a ricercare l’espressionismo del cinema tedesco degli anni Venti…

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…The French Dispatch seems formulated in a lab for my narrative preferences. It’s not just that Ennui-sur-Blasé stands in for some imagined version of Paris, the kind that Francophile Americans imagine still exists in some corner of that storied town, a little seedy but also incredibly cute. It’s that the whole film is a tribute to the kind of literary magazine that so many writers of my vintage dream of working for, specifically the New Yorker, whose famed editors and writers, like Mavis Gallant, Harold Ross, and James Baldwin, furnish the models for a number of the film’s characters…

da qui

 


domenica 6 maggio 2018

L'Isola dei Cani – Wes Anderson

Wes Anderson continua a macinare film indimenticabili, come solo lui sa fare, film inattuali, perfetti per ogni tempo.
in questo maggio in cui si celebrano i 50 anni del '68 francese, L'Isola dei Cani è un film perfetto per ricordare quello spirito, anche se parla del Giappone, di cani ed è un film d'animazione.
eppure è un film politico, c'è il conflitto e la liberazione, e una storia bellissima.
ringrazierai Wes Anderson, dopo aver visto il film, altrimenti non sai cosa ti perdi - Ismaele




Qui una bella intervista a Wes Anderson



…Un film che riflette, con tutta l'ironia del caso, su tematiche come la discriminazione, il complotto contro la massa, la comunicazione mediatica come strumento di condizionamento delle menti.
Un'altro lavoro riuscito, e l'ulteriore conferma della originalità e della potenza espressiva di un grande autore, che sa di poter contare su una squadra di autori e collaboratori, ovvero anche di attori, di primissima qualità, con i quali ha saputo creare un gruppo in grado di dar vita solo ed unicamente a cose belle ed intelligenti. Onore al merito!

…Diviso in quattro atti, L’isola dei cani segue l’avventura del ragazzino Atari, catapultatosi sull’isola-prigione per rintracciare il suo adorato cane Spot. E di un branco di cani, uniti da un patto di reciproco aiuto per sopravvvere in quel fetido postaccio, che di Atari diventano gli alleati. Loro leader è Chief, randagio duro e tosto che non ha mai conosciuto l’affetto di un buon padrone, anzi master. Ci metterà del suo anche un gruppo anarchico che si ribella al perfido Kobayashi agitando la causa della liberazione canina. Succederanno molte cose, ma quel che conta è il viaggio visivo, al limite del lisergico, in cui ci fionda Wes Anderson. Lo adoreranno tutti questo film, a parte qualche critico malmostoso. E godiamoci la profusione di bello che un signore toccato dalla grazia ci sa dare anche questa volta. Cercate di vederlo in orginale, ocn le voci di Bryan Cranston, Bill Murray, Tilda Swinton, Scarlet Johansson, Geta Gerwig e Frabces McDormand. I fedelissimi Roman Coppola e Jason Schwartzman alla sceneggiatura. Musiche stavolta sopportabili di Alexandre Desplat. Nei credits finali si ringrazia, tra i molti, anche Bud Cort. Che sia l’attore dei remoti Anche gli uccelli uccidono di Robert Altman e Harold e Maude di Hal Ashby? Presentato in prima mondiale alla scorsa Belrinale, a Isle of Dogs avrebbero dovuto dare l’Orso d’oro, andato invece sciaguratamente all’orrendo Touch Me Not. Wes Anderson si è dovuto accontentare dell’Orso d’argento per la migliore regia, e la cosa grida ancora vendetta.

…Gli omaggi di Anderson e dei suoi co-sceneggiatori al Giappone sono, come si diceva, pressoché infiniti: da Atari a Kurosawa, dal sushi a Miyazaki, dal manga al sumo, tanto che dalla sceneggiatura in giù il regista ha voluto dotarsi di una sequela di esperti per legittimarsi in termini di correttezza etnico-politica. 
E l’eccesso di correttezza è forse il limite maggiore di questo film: correttezza politica, correttezza ecologica, correttezza etnica, correttezza di genere (la donna “romantica”, ma poi anche la donna politicamente attiva). Persino Kobayashi, alla fine, si redime. 
Per finire però ci sarebbe da aprire tutto un discorso su quanto una pellicola che nasce come un film distopico-fantasy presenti non abbia finito - nell’arco degli ultimi due anni e mezzo, da quando cioè è stata progettata - per assumere tratti di paradossale realismo: democrazia solo formale e populismo, migrazioni ed espulsioni. Ognuno può decidere liberamente fino a dove estendere i propri campi associativi.

…nonostante tocchi tematiche intime, sociali e famigliari decisamente profonde, la storia non abbandona mai il taglio favolistico. Prosegue diritta, senza troppi giri di parole né sorprese, ma risultando sempre gradevolissima. Oddio, forse la rappresentazione della cultura giapponese nel complesso è un po’ stereotipata, ma tutto sommato non è certo l’unica semplificazione di un film scritto e diretto da un americano che non fa nulla per nascondere la propria provenienza, e che in passato ha già adoperato stereotipi, anche occidentali, per esigenze di racconto o estetiche.
Di tutt’altro avviso sono l’impianto visivo e la messa in scena, che si fanno carico di tutta la complessità che la trama sceglie di dribblare.
L’isola dei cani non spreca un millimetro di spazio, riempiendo ogni singola inquadratura con dozzine di dettagli fantastici, colori e geometrie perfette. Tutto quanto scorre in continuazione, perlopiù sul piano orizzontale o su quello verticale. O su entrambi, contemporaneamente. Persino quando il livello che ospita la narrazione sembra statico, nove volte su dieci basta spostare lo sguardo su un altro punto dello schermo per scoprire che c’è della roba che sta andando per conto suo, o per notare e apprezzare questo o quell’altro effetto di parallasse.
Insomma, la forma del film è anche la sua sostanza…

giovedì 24 aprile 2014

(The) Grand Budapest Hotel - Wes Anderson

in una storia del cinema Wes Anderson dovrebbe avere un capitolo tutto per lui (come tanti, probabilmente).
fa film così a parte che solo gli altri suoi film (di Wes Anderson) possono assomigliargli.
e tanti attori, che spesso sono protagonisti con altri registi, qui fanno la fila per una parte anche piccola (George Clooney qui appare per due o tre secondi, più che un cameo è davvero un'apparizione).
nel film tutto è perfettino e folle, con una sceneggiatura pazza, tutto è gioco, slapstick, sincronismi, inverosomiglianza.
e però alla fine è una gioia per gli occhi, meno per la memoria, la storia sembra quasi un esercizio di stile.
bravissimi gli attori, il ragazzino Zero (Tony Revolori) e Gustave (Ralph Fiennes) sono i più bravi fra i bravi - Ismaele





…Come il Chaplin de Il grande dittatore e il già citato Lubitsch di Vogliamo vivere Anderson vuole farci sorridere delle innumerevoli avventure a cui sottopone i suoi protagonisti. Questo però non cancella, anzi accentua, la riflessione su quelle frontiere che troppo a lungo in Europa hanno costituito punti di non ritorno per decine di migliaia di persone arrestate e fatte sparire e oggi si ripresentano con altre modalità meno tragicamente evidenti ma sempre fondamentalmente ostili. 
Questo film però vuole essere anche, fin dal suo tanto astratto quanto acutamente lieve inizio, una riflessione sull'arte del narrare. Un'arte che può permettersi di parlare della realtà profittando di quanto di meno realistico si possa escogitare. Le stanze del Grand Budapest Hotel sono innumerevoli quanti i personaggi che le abitano o vi entrano anche solo per un'inquadratura. L'instancabile e vivace fantasia di Anderson possiede la chiave di ognuna di esse.


Calligrafico. Un film di cui non sentivo il bisogno. Molto belle le scene, ma non mi basta. Del resto è quel che mi succede un po' con tutti i film di Anderson e con quelli di Burton. Non penetro nel loro mondo, ma resto freddo ed estraneo. Peccato perché alla fine mi attrae, e mi piacerebbe che mi piacesse...

Film incantevole, dunque. Un vero paradiso per cinefili che strizza l'occhio al cinema europeo degli anni '30 (da Ernst Lubitsch a Frank Capra) senza però mai scadere nella violenza e nella volgarità. Dedicato alla memoria di Stefan Zweig (scrittore austriaco perseguitato dai nazisti e morto suicida in Sudamerica) è una vera e propria gioia per gli occhi, da vedere e rivedere.

…L’impatto è spettacolare, ma con il passare del tempo il film perde consistenza accontentandosi di un accumulo visivo che stupisce ma non scalda il cuore. Le caratterizzazioni sono strepitose ma senza respiro, destinate a lasciare il passo all’ebbrezza del regista bambino, divertito dalle infinite varianti di un meccanismo narrativo che torna prepotente in gioco nell’ultima sequenza quando il dettaglio sul libro che si chiude interrompendo la visione, ci ricorda l’importanza del lettore/spettatore, utilizzatore finale ed anello indispensabile al senso stesso dell'opera d'arte.

…il film all'inizio prometteva altro, prometteva di sorprendermi a ogni inquadratura, prometteva di raccontarmi una storia incredibile, mi prometteva l'emozione, il coinvolgimento.
E invece ahimè, poi si stabilizza tutto, poi la storia altro che incredibile, diventa persino più che verosimile, e il coinvolgimento non c'è, o non quello della promessa.
E anche il finale arriva rapidissimo, due inquadrature e tirate su  il sipario.
Eppure avrei voluto essere immerso nella storia di un albergo così incredibile, eppure in quella struttura rosa in cima alla montagna pensavo di trovar dentro qualcosa di indimenticabile.

…Si rimane sempre stupiti con un film di Anderson. Forse questo suo modo soprannaturale di raccontare storie che non troveremmo da nessuna parte. Il suo modo di strutturare ogni passaggio e curarlo fin nel minimo dettaglio, ottenendo un disegno perfetto, eppure mai freddo. Ne viene fuori un affresco leggero e surreale. Un carosello di infinite sfumature, che rende usuale ogni cosa, anche quando non lo è.

…Quizá sea “El gran hotel Budapest” la película en la que Anderson más deja fluir la ternura de sus personajes, todos ellos tan imposibles como reconocibles en su humanidad. Ralph Fiennes está simplemente colosal dibujando uno de los mayores iconos de la contención y la elegancia del cine reciente, al frente de un reparto tremebundo en el que podemos destacar, por la dificultad que requiere siquiera el hacerse notar ante tanto monstruo, el trabajo del joven Revolori. Todos corren, saltan, se desean, se persiguen y se observan en un marco excepcional, en un ambiente belicoso e inquietante pero tan dulce en su pureza que resulta imposible no dejarse llevar. Reservad vuestra habitación.

…"El gran hotel Budapest" tiene unos problemas narrativos enormes, pero Anderson los compensa con una parte visual personalísima y genial, y con toneladas y toneladas de encanto e imaginación. Habiendo visto las últimas tres películas de Anderson, yo diría que esas son las constantes del cine de Anderson. Si sus guiones estuvieran un poco mejor estructurados, manteniendo la forma tan personal con que cuenta las historias, sus películas serían obras maestras.
Lo peor de "El gran hotel Budapest" es su comienzo, ya que tarda una barbaridad en arrancar. Por algún motivo que se me escapa, Anderson utiliza la narración enmarcada: te mete una historia dentro de otra historia. En esta película primero te muestra la escultura de un escritor en la actualidad, luego ese escritor en los 80, interpretado por Tom Wilkinson, que va a recordar un viaje en los 60 al hotel del título; entonces Jude Law hace del autor en esa época, y después de demasiado tiempo, se pone a hablar con el dueño del hotel, que le va a contar la historia.

…Un film trépident, dont le rythme ne faiblit jamais, mais dont encore une fois l'émotion est la grande absente, l'humour semblant mettre une telle distance entre spectateur et personnage, que l'empathie ne fonctionne que moyennement. Reste un vrai spectacle, qui vous en mettra plein les yeux... et vous donnera l'envie de revenir visiter ce lieu si particulier. On en redemande.
da qui

mercoledì 19 dicembre 2012

Moonrise Kingdom - Una fuga d’amore - Wes Anderson

Wes Anderson è uno a parte, quasi direi che fa sempre lo stesso film, con variazioni, slapstick, follie, a volte mi sembra che stia per scivolare verso la boiata pazzesca (anche "Ubriaco d'amore", di un altro Anderson, mi ha fatto lo stesso effetto), poi naturalmente Anderson (entrambi) riprendono le fila e la sinfonia è compiuta e ha un senso e anche è bella, ma qualche attimo di spavento te lo prendi - Ismaele




…Moonrise kingdom è una via di mezzo tra una fiaba per ragazzi e un cartone animato vintage. È un mondo guardato dagli occhi di Suzy e Sam, anzi - per essere più precisi - attraverso il binocolo di Suzy e gli occhiali con la montatura scura di Sam. Un mondo amplificato, ipercolorato, surreale, magico, trasgressivamente innocente, pieno di scoperte e di avventure, in cui gli adulti appaiono buffi e insensati, a volte lontani e cinici, insomma il mondo in cui tutti noi bambini abbiamo vissuto, ma che forse abbiamo dimenticato, e che Anderson è bravissimo nell'aiutarci a ricordare…

Il film cattura lo sguardo dello spettatore fin dalle primissime meravigliose immagini, con il suo tripudio di colori anni '70 e i suoi carrelli. Poi è colpo di fulmine anche con i personaggi, tutti adorabilmente outsider: dai due piccoli protagonisti, un'imbronciata baby Lana del Rey e un orfanello nerd sapientello, il capo-scout imbranato, il marito stralunato e depresso, il polizietto un po' scemo…

...Ho terminato la visione - tra l'altro, priva del ritmo e del mordente che dovrebbe conquistare il pubblico in un film d'avventura e ricerca, pur se interiore - assolutamente determinato a dedicare al buon Wes tutte le bottigliate che meriterebbe, quasi soddisfatto all'idea di scrivere un post che potesse sfogare tutta la delusione rispetto alla meraviglia provata in passato per i già citati Tenenbaum o Steve Zissou - per non parlare dello spreco di Bill Murray in una parte che non gli si addice neppure da lontano -.
Poi ho fatto un respiro profondo e ho pensato ai due protagonisti, al loro rapporto con il mondo esterno, sentendomi come uno degli scout pronti a vessare il povero Sam con il loro fare da bulli, ed ho avuto come un'illuminazione: non avrei trattato la pellicola di Anderson come i suoi due piccoli eroi non avrebbero voluto essere trattati a loro volta…

…Moonrise Kingdom, a dispetto del titolo ancor più altisonante delle sue grancasse, degli oboi e dei fiati arrangiati da un Purcell e sapientemente orchestrati da Alexandre Desplat, resta il tentativo volgarissimo e altrettanto volgarmente pacchiano di ricostruire un'epoca (per fortuna) tramontata e che nessuno, tranne i diretti interessati, vorrebbe per davvero né con nessun mezzo restaurare. E lo si fa nel modo più becero e laccato che un regista pur tecnicamente capace come Anderson riesce a concepire: immergendo il suo film in un ricettario take away ebbro di salse amarognole e carni bovine troppo cotte in alcuni tratti, crude in altri e lasciate marcire alle estremità; frullando ammennicoli d'antan con un pizzico di cattivo gusto e una sfarinata di kitsch per poverelli; mescolando in una teglia di prevedibilità e servendo infine in un tripudio rococò di piattini, tazzine e forchette intagliate, tra una saliera del Cellini e le chincaglierie arcimboldesche di una camera delle meraviglie asburgica. La pietanza sedurrà pure gli occhi, ma l'intingolo è talmente rozzo da appiccicarsi alla lingua e compromettere con inesorabile sventura i piaceri di una buona cucina. Si ingoia per educazione per la prima mezzora, quindi si corre al gabinetto... pardon, alla toilette, a rigettare quanto ormai lo stomaco (e il buonsenso) non riescono più a trattenere.