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venerdì 13 marzo 2026

The good boy – Jan Komasa

sembra che la sceneggiatura del film sia stata "passata" da Jerzy Skolimowski a Jan Komasa, ottima scelta, direi.

Tommy è un giovane pezzo di merda, violento, drogato e tutto quello che si può pensare.

una notte viene preso in auto da un gentile signore e portato come prigioniero in una bella casa della campagna inglese.

e lì viene disintossicato e rieducato, con mezzi non canonici, dal gentile e abbastanza paziente signore, la moglie e il figlio cercano di farlo diventare un ragazzo "normale", il bambino lo tratta come un fratello più grande.

la fine è sorprendente, Tommy fugge ma forse è guarito, vedere per credere, e poi...

un film che merita, con una sceneggiatura davvero avvincente.

buona (rieducativa) visione - Ismaele


 

Good boy allarga i suoi orizzonti, non è più solamente un film sulla cosiddetta Cura Ludovico, ma cerca di riflettere sulle ragioni per cui la società di oggi è costretta a rifugiarsi nella violenza. Quali sono i motivi per cui i due protagonisti esercitano la stessa violenza, seppur in due modalità differenti?

Soltanto ponendosi questa domanda si possono capire le deviazioni mentali dei due protagonisti, solo offrendo un ritratto di una società in cui dilaga la solitudine possiamo comprendere perché la violenza, fisica e psicologica, è sempre più impunita.

In questa raffinata rilettura contemporanea l’opera si muove con grande scioltezza, l’intreccio thriller è forse la cosa che funziona di meno. Spesso la parte introspettiva lascia spazio all’azione che, di fronte al risultato finale, sembra essere troppo costruita e artificiale. Se è vero che l’aspetto action serviva a dare un guizzo al film, va constatato che nella parte finale l’azione esplode in qualche trovata superficiale e sbrigativa…

da qui

 

Good Boy interroga lo spettatore su un dilemma morale: è peggiore la prigionia imposta o quella che ci costruiamo da soli? Essere liberi può significare smarrirsi, diventare schiavi dei propri vizi e impulsi; essere limitati può voler dire, in un certo senso, essere salvati.

Komasa mette in scena questo dualismo con un equilibrio raro, muovendosi tra il dramma psicologico e la commedia nera. Il contrasto tra il mondo esterno – rumoroso, caotico – e la casa immobile, quasi sospesa nel tempo, diventa la metafora di una società che cerca la redenzione nel controllo…

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Nessun monito e nessuna denuncia, nonostante sia apertamente citata un’ opera di Ken Loach, e non a caso Kes, il poetico e laconico resoconto del rapporto d’amicizia esclusivo tra un adolescente solitario ed emarginato e un piccolo falco. Quello che si insinua e poi incaglia nella mente di Tommy, e nel suo sguardo sempre più allucinato,  è il tarlo di un modello pervertito di cura, una sorta di privatistica giustizia riparativa che si sostituisce alle mancanze della società – lo Stato, la scuola, la famiglia d’appartenenza formalmente riconosciuta – e vorrebbe fondare una diversa, distopica etica delle relazioni. Con tanto di un sintomatico ritorno a casa che sembra essere stato scritto da un redivivo Harold Pinter nella chiave di un’audace parabola tra sadomasochismo e voglia di tenerezza.

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Dopo il folgorante inizio il film si adagia su una serie di ripetizioni, per poi accelerare troppo nella parte finale, dove si perdono nel nulla motivazioni e interi personaggi. Si configura, oltre al già più volte citato Arancia meccanica, una commistione con il nuovo cinema britannico della diseducazione altoborghese alla Saltburn, e con la fantascienza letteraria di cui il protagonista diventa dopo un po’ avido lettore. Oltre a Ray Bradbury, è una citazione da Aldous Huxley a venire sottolineata e a dare il senso: “Meglio un beato torpore o affrontare la sobria realtà?”. E se la realtà è forzatamente sobria, non è forse meglio viverla sotto uno scudo protettivo, qualsiasi esso sia? Sta qui il vero valore dell’opera, nelle domande non banali che suscita, nell’interrogare lo spettatore su quali siano i propri codici morali, nel presentare la restaurazione violenta come seducente per poi demolirla pezzo per pezzo, fino ad arrivare ad un’ultima giravolta finale. Good Boy vive e prospera nel relativismo contemporaneo, dove l’unico “pensiero forte” sembra provenire da una destra estrema e acefala, moralista e immorale, che ha abbandonato da tempo il senso della proporzione. Un artista ultraquarantenne polacco guarda la Gran Bretagna, vede l’avanzamento di Nigel Farage all’orizzonte, e ci racconta una fiaba nerissima dove se la fine sia lieta o meno è ad esclusivo appannaggio di chi guarda…

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Succede che Tommy (Anson Boon), diciannovenne i cui appetiti si dividono tra sesso e droghe, tra giochi pericolosi che sono reati e vili aggressioni a chi non può difendersi, senza soluzione di continuità tra vita sociale e social network, dopo l’ennesima notte di nulla si ritrova con una catena attaccata al collo nel seminterrato di una casa dei ricchi Chris e Kathryn (Stephen Graham e Andrea Riseborough), che vivono con il loro figlio Jonathan (Kit Rakusen) nelle campagne inglesi isolate dal mondo e dal vizio. È stato Chris a rapire il ragazzo; per rieducarlo, per condurlo sulla retta via, con la complicità di moglie e figlio. Da qui la narrazione può svilupparsi, da una parte, secondo le linee psicologiche di un kammerspiel invelenito, abbrutito, dopato, manipolato dalle sirene del thriller e, dall’altra, lungo una progressiva socializzazione dello spazio – fisico, famigliare, emotivo – che si traduce in ambiguo impossessamento di quello spazio da parte di Tommy. Il ragazzo, dapprima costretto tra le pareti anguste della cantina, grazie ai suoi progressi, pian piano si guadagna la fiducia e l’affetto della famiglia fino a conquistare le altre stanze della grande casa, persino l’esterno, persino un pranzo all’aria aperta (sebbene sempre incatenato, controllato), una paradossale armonia.

Gioca sempre più con il dolce Jonathan, guarda film con la famiglia, viene iniziato alla letteratura da Kathryn. E così scorrono le immagini di Kes di Ken Loach, le pagine di Ray Bradbury e di Harper Lee… Curioso, poi, o forse neanche tanto, che gli interni del film siano quelli del Grande Fratello polacco, come a far incontrare Foucalt e il trash, la prigione e l’ottundimento, dentro una guerra assurda dei segni. Kubrick è un’ombra che non ingombra, Haneke e Lanthimos sono altrove. Ed è la libertà, per Komasa, nella zona grigia della moralità, a restare la domanda senza risposta, oltre la colpa, oltre la coercizione, oltre la redenzione, oltre il desiderio di esistere, di sentirsi amati, riconosciuti. Ecco allora la frattura, la deviazione, ecco di nuovo gli occhi: per cosa piange davvero Tommy quando intravede la speranza di fuggire mentre Chris e Kathryn ballano in giardino come due fidanzatini sulle note di Smoke Gets In Your Eyes? È questo l’ignoto che fa più paura qui.

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giovedì 4 dicembre 2025

Adolescence - Philip Barantini

il regista, Philip Barantini, è lo stesso di Boiling point, e si vede.

la storia di Adolescence si svolge in quattro atti, quattro visioni, coinvolgimenti, approcci allo stesso fatto, un omicidio terribile commesso da un ragazzino, Jamie, di 13 anni.

nessuno capisce perchè è successo, né la scuola, né la polizia, nè la psicologa, neanche i genitori, solo Jamie potrebbe spiegarlo, ma gli mancano le parole, quello che è successo è troppo reale rispetto a quello che immaginava.

i ragazzini e le ragazzine sono un mondo a parte, sconosciuto agli adulti, le incomprensioni e ignoranze fra adulti e ragazzini/e fanno sembrare i loro mondi antropologicamente diversi, inconciliabili.

un film da non perdere, vedrete.

buona (sofferta) visione - Ismaele

 

 

 

Seppur il piano sequenza sia il segno autoriale del regista - ne è un esempio il film Boiling Point (2021), girato interamente in un’unica ripresa - in Adolescence, il piano sequenza raggiunge la sua acme espressiva. Il suo uso si allontana dall’essere semplice manifesto di virtuosismo tecnico, di maestria registica, è un legame viscerale che si intreccia alle pieghe emotive dei personaggi, alla tensione della storia, e si annoda – stretto – alla percezione di chi guarda. 

La polizia a cui è assegnata l’indagine, l’ispettore capo e il sergente capo, gli insegnati, gli studenti, la famiglia, la psicologa, le guardie carcerarie, Jamie Miller e noi, con loro, siamo incatenati da un filo che non guida, ma trattiene, e affonda nel subconscio collettivo, trascinati in una storia senza stacchi, senza montaggio: una storia vera.

E il “vero” riporta agli anni '20, in Russia. Da un lato Dziga Vertov che, con il suo “cine-occhio”, voleva catturare la vita colta sul fatto, ma non si accontentava di registrarla. La smontava, la scomponeva, la rimontava: la riscriveva al montaggio per rivelarne il senso più profondo, quello invisibile agli occhi. Il montaggio era il suo modo per gridare la verità attraverso l’illusione. Eppure, quella verità era pur sempre una costruzione. Una selezione. Una presa di posizione. 

Dall’altro lato, Alexander Dovzhenko, più vicino a Barantini, che nella sua ricerca della verità rifiuta il montaggio come strumento che frammenta e manipola la realtà. Cattura la verità nella sua interezza, senza distorsioni, per immergere lo spettatore nelle emozioni pure e incontaminate che essa suscita…

…E mentre Jamie si muove nel silenzio della sua rabbia, immerso nell’abisso del mondo digitale, gli adulti – l’ispettore Luke Bascombe (Ashley Walters), il sergente Misha Frank (Faye Marsay), la psicologa Briony Ariston (Erin Doherty), i docenti, la sua stessa famiglia – restano fermi, aggrappati a un tempo che non esiste più. Proiettati nel passato, in coordinate culturali che hanno perso ogni validità, vengono travolti da una realtà che non riescono più a decifrare.

 

Tutti noi adulti restiamo indietro, colpevoli non solo di ignorare, ma di non saper leggere. Incapaci di cogliere i segnali del disagio, il nuovo linguaggio del dolore, l’urgenza muta che cresce tra i banchi di scuola e dietro gli schermi, dove i bambini vedono violenza, respirano solitudine e si raccontano solo attraverso simboli, like, status. Crescere in questo tempo significa smettere troppo presto di essere piccoli, perché il mondo non aspetta, non protegge, non ascolta.

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Prendete il terzo episodio, il più struggente, il più chiarificatore, il più insostenibile. Quello in cui si fronteggiano Jamie, il ragazzo accusato dell’omicidio (Owen Cooper, scelto tra 400 partecipanti al provino, esordiente, impressionante, bravissimo, clap clap clap) e la psicologa che tenta di capire il perché di tutte le cose. Un lungo dialogo intorno a un tavolino (lei per quasi tutta la durata seduta, lui che si alza seguendo il flusso sinusoidale del suo sconnesso discorso), con le videocamere che si muovono senza sosta, andando spesso ben oltre il bisogno di sottolineatura. Come se fosse una marcatura continua e non una messa in evidenza. E allora, viene da sé, non è una sottolineatura, è un’intenzione ben definita: prendere lo spettatore televisivo e immergerlo nella materia trattata, fare in modo che ne sia pervaso dovunque, senza possibilità di distrazione, sballottandolo avanti e indietro, intorno e in tondo, giocando sul ritmo e sul flusso, più che evidenziando i singoli aspetti drammatici. Che pur ci sono, ma che entrano in una relazione più ampia all’interno di una tensione data dall’ipertrofia dell’azione, non dall’accentuazione dei particolari…

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In molti hanno criticato la scelta degli autori di non rappresentare il cosiddetto lato della vittima (che si chiama Katie e non viene mai mostrata, così come la sua famiglia), ma la mancanza di Adolescence è più ampia: è l’incapacità di chi scrive di svestirsi di uno sguardo giudicante nei confronti di tutti i personaggi che il titolo nomina direttamente.

Che siano vittime, carnefici o comparse. 

La foga nella ricerca di una verità (chi è stato? perché?) si risolve nella rappresentazione approssimativa di una categoria umana di impossible kids troppo compatta, priva di ambiguità, di contraddizioni e di tutti quei retroscena personali che dovrebbero infondere nei personaggi il soffio vitale. 

Tutto quello che gli adolescenti (maschi) sembrano saper fare nella serie è trasgredire su vari livelli: uccidendo, scappando dalla polizia, mentendo con grande cognizione di causa, taggando le fiancate dei furgoni, sfottendo i professori, ridendo in faccia ai poliziotti che, di fronte alla classe, annunciano l’omicidio di Katie.

Tutto quello che le adolescenti (femmine) sembrano saper fare nella serie è prima subire la mascolinità aggressiva dei compagni e poi reagire con rabbia, cattiveria o rassegnazione. 

Il risultato è una messinscena di brutture presentate come normalità, smorzate da fugaci momenti di apertura, di fragilità e di tenerezza che risultano essere fin troppo suggeriti e didascalici per essere credibili.

Emblematica in tal senso è la scena in cui il figlio adolescente di Bascombe spiega al padre - per spiegare allo spettatore - il significato segreto delle emoji nei commenti di Instagram, comportandosi di fatto come il boomer che non è. 

Intendiamoci: Adolescence è una serie che si fa guardare. 

Barantini sceglie di girare le quattro puntate interamente in piano sequenza, con la macchina da presa che segue i personaggi fra i corridoi della centrale di polizia, della scuola e di casa, concedendosi anche di prendere il volo in dronate pirotecniche che servono assist facili ai video di making of.  

Gli attori, grandi e piccini, regalano splendide performance: Stephen Graham si conferma un mostro di bravura, al pari di un giovanissimo Owen Cooper, di cui credo si sentirà molto parlare.

Resta però il fatto che la sceneggiatura e la regia di Adolescence ingabbiano i personaggi con una messinscena che si distingue più per quel che ignora, che per quel che mostra.

Nasce così un’opera che tratta lo spettatore con i guanti, che sceglie troppe angolazioni per potersi permettere di entrare davvero nel vivo, che suona forte l’allarme senza prendersi la responsabilità di dar voce ai veri protagonisti della tragedia. E di ascoltarli…

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La natura inevitabilmente true crime della serie, da questo punto di vista, non rinuncia nel lasciare un grande spazio a un’indagine che a modo suo possiede anche un’anima sentimentale, come nell’esplorazione del rapporto tra il detective Bascombe e suo figlio, o nel soffermarsi esplicitamente sui disagi, sui sensi di colpa e sul futuro della famiglia Miller. In tal senso, Adolescence gioca con la messa in scena evitando le trappole tipiche del genere di riferimento. Lo fa perseguendo strade inaspettate, come il vagare errante delle forze dell’ordine nel secondo episodio, incapaci di comprendere fino in fondo i drammi giovanili, e anche nel suo proiettarsi verso una conclusione che non ambisce ad alcun climax edificante, se non la speranza di una ricomposizione famigliare che comprenda il dolore e la sofferenza…

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Adolescence è un capolavoro di scrittura, regia e recitazione, capace di restituire dignità alla narrazione seriale sfruttando una costruzione in quattro episodi autonomi, tutti diversi ma estremamente coerenti, per porre domande aperte sull’inconoscibilità dell’essere umano. I teenagaer, sospesi tra la vulnerabilità dei bambini e il bisogno di conferme degli adulti, rappresentano una cartina da tornasole efficacissima per raccontare il senso di confusione dell’umanità in un mondo privo riferimenti etici, nel quale i social network offrono solo conferme apparenti o rifugi estremamente soffocanti. La serie di Jack Thorne e Stephen Graham evita tuttavia soluzioni sbrigative e tesi preconfezionate, scegliendo una cifra autorale in cui il ricorso al piano sequenza evoca magnificamente la solitudine dei personaggi, l’assenza di un controcampo nelle relazioni, il filo sottile che lega l’esperienza individuale col resto della comunità, l’incapacità d’imboccare la strada giusta dentro un labirinto di scelte. Una visione straziante, indimenticabile e doverosa, per comprendere meglio dove ci troviamo. 

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mercoledì 15 marzo 2023

Boiling point – Philip Barantini

un piano sequenza vertiginoso ti fa essere dentro il film, volare e vedere tutto (o quasi).

Andy (un bravissimo Stephen Graham), lo chef, è il dio che deve gestire la cucina, e non solo, solo che quella sera ci sono, contemporaneamente, troppi problemi da risolvere.

e il boiling point è il punto di rottura, del massimo della capacità di sopportazione di un essere umano, che non è onnipotente.

tutto avviene di corsa, a 100 all'ora, senza cinture di sicurezza, una corsa contro il tempo e gli ostacoli che appaiono uno dopo l'altro, come in un videogioco con i minuti e i secondi che scorrono, senza pietà.

gentile lettore, pensa e guarda con un occhio compassionevole e gentile chi ti fa da mangiare, in una macchina impazzita, che neanche t'immagini.

un film da non perdere, se vi volete bene.

buona (spericolata) vsione - Ismaele


 

se alla sceneggiatura si perdonano gli eccessi vista la necessità di movimento costante che deriva dalla scelta di girare in un unico movimento di macchina senza stacchi, il vero collante emotivo è la straordinaria performance di Stephen Graham nel ruolo del protagonista, preparata per giunta dalla partecipazione al corto dello stesso regista di cui il film è un'espansione. Graham si è costruito una variegata carriera da caratterista ai massimi livelli, tra Europa e America, di cui la scena iconica del litigio con Al Pacino in The Irishman è forse il meritato culmine. Eppure possiede un talento multiforme che non viene premiato abbastanza spesso con ruoli da protagonista, specialmente al di fuori del cinema britannico (il suo lavoro nella miniserie di Shane Meadows The virtues meriterebbe fama ben più ampia).

La sua capacità di farsi presenza mastodontica e insieme di contorcersi in un groviglio di tormento è perfetta per il personaggio di uno chef che è guida e ispirazione di un'intera squadra ma che nel frattempo sta progressivamente perdendo i pezzi al livello più intimo di sé. Boiling point ci mette la sua sofferenza davanti agli occhi e ci impedisce di distogliere lo sguardo, pregando che questa cucina, stasera, chiuda al più presto.

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non c'è tempo e spazio per dare troppa complessità ai personaggi ma bastano poche pennellate per darci empatia, come la cameriera di colore umiliata, il giovane pasticcere con tagli nel braccio, la souf chef che da sola deve sopportare tutta la pressione della cucina, la proprietaria svampita e malata di social che, in realtà, ha dentro un'anima molto fragile e sincera (quando viene umiliata va a piangere, altri sarebbero esplosi e avrebbero licenziato il personale).

Vero è che si prova a infilare dentro un pò di tutto, la visita sanitaria, l'altro chef a cena, il critico, l'influencer ridicolo, la ragazza con allergia, il cliente insopportabile e maleducato, il lavapiatti drogato, la ragazza non inglese in prova, lo chef triste e alcoolizzato, la manager inadeguata, tanto che il rischio che il film abbia troppa carne al fuoco (scusate la battuta) è dietro l'angolo. 
Eppure ogni vicenda e personaggio vengono sempre e solo sfiorati da questo fiume in piena che è la ripresa unica, cosicche non c'è mai la sensazione di accumulo od overload…

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…incasellare il film di Barantini in una qualsiasi tradizione potrebbe risultare limitante. Perché proprio a partire da questo piano sequenza che raccoglie e riordina spunti narrativi irrelati, schegge di conversazione, tensioni sotterranee, Boiling Point si rivela clamoroso esempio di cinema senza cinema, un racconto che pare esistere al di là dello sguardo dello spettatore, radicale nella sua ostinazione a sostenersi su un realismo fondato su banali fatti di cucina estratti dall’entropia e resi cinema da una scrittura che tratta ogni preparazione, ogni svolta del servizio con il ritmo serrato del thriller.

 

Non è forse un vero teorico del piano-sequenza Barantini, ma è abile a muoversi in uno spazio visivo concettualmente vivacissimo, teso tra i discorsi di Bazin, la grande sintagmatica di Christian Metz ed una macchina da presa “gamificata”, quasi un cursore che seleziona i vari focus della narrazione da proporre allo spettatore. C’è anche il tempo per un’improvvisa riflessione sull’etica dello sguardo centrata,  sempre più urgente in un contesto storico ripensato dal capitalismo della sorveglianza. Boiling Point, invece, fa un passo indietro ed esclude lo spettatore da una scena drammatica che si svolge tutta dietro una porta chiusa, in un exploit che forse sarebbe piaciuta a Rivette. A Boiling Point, tuttavia, malgrado certe illuminazioni, manca, purtroppo, la forza per compiere l’affondo finale.

Il film si ferma in effetti giusto un attimo prima di diventare un vertiginoso esperimento cinematografico sul nulla (che in realtà è un “tutto” bastante a sé stesso). Negli ultimi minuti, il sistema quasi va in carenza d’ossigeno e si lancia alla ricerca di una svolta narrativa su cui dare sostanza al racconto. La trova spogliando il protagonista di tutte le sue sovrastrutture, raccontandone tutte le debolezze senza remore e facendo deflagrare tutte le tensioni accumulate fino a quel momento contemporaneamente. Ma forse l’unico a uscire davvero vincitore dall’escalation è l’Andy di Stephen Gaghan, straordinariamente umano, fragilissimo. Per il resto, il racconto finisce per arrancare, inscritto in spazi riconoscibili, evidenti, non più solo suggeriti, evocati.

La macchina orchestrata fino a quel momento da Barantini si inceppa, dunque, scaricando il suo potenziale in uno schematismo affettuoso ma convenzionale. C’è però il tempo per un ultimo colpo di reni. Perché quell’epilogo, ancora in piano sequenza, improvviso, in apocope, sembra ricongiungersi alle riflessioni sul long shot di Pasolini, che vedeva vita, morte e cinema in costante relazione. Quasi come se una materia tematica così ampia volesse ribellarsi a qualsiasi principio ordinatore, come fatto fino a quel momento, in fondo.

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Dentro la cornice stilistica, che per me è il punto della questione e la potenza del film, ecco la storia di Andy (magistrale prova di Graham), lo chef che affronta problemi sempre più insormontabili: appena arriva subisce il declassamento di un ispettore, ed è solo l’inizio della serata; discute temi scabrosi con la moglie al telefono; beve un misterioso liquido da una bottiglia; litiga coi colleghi in cucina e con la proprietaria; riceve la visita di un importante chef con una famosa critica culinaria, che lo ricatta per un grosso debito e avanza una proposta indecente. Intanto il thriller miete anche una vittima, ovvero una ragazza che accusa un forte malore durante il pasto. La storia di Andy non si sviluppa ma si incarta, tutto intorno implode lui compreso, ripiega su se stesso in un percorso di degradazione inesorabile, sino al finale in cui raggiunge il punto di ebollizione. Seppure non vi siano omicidi o squartamenti, seppure non si sparino colpi di pistola, Boiling Point è un crescendo di tensione incalzante, spietata, che ti afferra come una tenaglia trascinandoti sul suo terreno in perenne terremoto. È un thriller in cucina: per chiunque abbia lavorato anche solo un’ora in un locale, praticamente imperdibile. Ma anche per gli altri.

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dietro le stelle Michelin, l’immacolata divisa da chef e gli impeccabili impiattamenti dal tocco artistico, covano nevrosi che non tarderanno a trasformare la commedia di costume in dramma su quella piaga che è il burning out, o esaurimento nervoso da lavoro che dir si voglia. Nel corso di tutto il film, Andy, in misura ancora maggiore rispetto agli altri personaggi, è per l’appunto il contenuto in ebollizione di una pentola sempre sul punto di esplodere, e la proverbiale goccia che fa traboccare… la pentola non tarderà ad arrivare. E la sua condizione di stakhanovista stressato, schiacciato dalle aspettative altrui e da responsabilità fuori dalla sua portata potrebbe tranquillamente essere traslata anche ad altri mestieri. Come che sia, terminata la visione di Boiling Point sarà molto piu’ facile metterci nei panni di chi sta ai fornelli o dietro al bancone – e, di conseguenza, ci penseremo due volte prima di lamentarci indispettiti o attribuire mezza stella su Trip Advisor quando un antipasto arriva al tavolo con qualche minuto di ritardo, una bistecca è troppo cotta o un cameriere sbaglia a farci lo scontrino.

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Boiling Point non nasconde nulla, dimostra ciò che, neanche troppo lontano dalla realtà, si cela dietro a un semplice servizio al tavolo, che in realtà è tutt’altro che semplice. All’interno del ristorante, viene mostrato ancora una volta l’importanza della frase “Il cliente ha sempre ragione”, ma seguendo la macchina da presa, che scivola tra le ante della cucina, ci rendiamo conto che c’è molto più di un semplice “avere ragione”. La chiave di lettura di Boiling Point non è solamente un film drammatico, ma lascia intravvedere una nota legata alla compassione, all’altruismo e al sostegno sociale. 

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