venerdì 13 marzo 2026

The good boy – Jan Komasa

sembra che la sceneggiatura del film sia stata "passata" da Jerzy Skolimowski a Jan Komasa, ottima scelta, direi.

Tommy  un giovane pezzo di merda, violento, drogato e tutto quello che si può pensare.

una notte viene preso in auto da un gentile signore e portato come prigioniero in una bella casa della campagna inglese.

e lì viene disintossicato e rieducato, con mezzi non canonici, dal gentile e abbastanza paziente signore, la moglie e il figlio cercano di farlo diventare un ragazzo "normale", il bambino lo tratta come un fratello più grande.

la fine è sorprendente, Tommy fugge ma forse è guarito, vedere per credere, e poi...

un film che merita, con una sceneggiatura davvero avvincente.

buona (rieducativa) visione - Ismaele


 

Good boy allarga i suoi orizzonti, non è più solamente un film sulla cosiddetta Cura Ludovico, ma cerca di riflettere sulle ragioni per cui la società di oggi è costretta a rifugiarsi nella violenza. Quali sono i motivi per cui i due protagonisti esercitano la stessa violenza, seppur in due modalità differenti?

Soltanto ponendosi questa domanda si possono capire le deviazioni mentali dei due protagonisti, solo offrendo un ritratto di una società in cui dilaga la solitudine possiamo comprendere perché la violenza, fisica e psicologica, è sempre più impunita.

In questa raffinata rilettura contemporanea l’opera si muove con grande scioltezza, l’intreccio thriller è forse la cosa che funziona di meno. Spesso la parte introspettiva lascia spazio all’azione che, di fronte al risultato finale, sembra essere troppo costruita e artificiale. Se è vero che l’aspetto action serviva a dare un guizzo al film, va constatato che nella parte finale l’azione esplode in qualche trovata superficiale e sbrigativa…

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Good Boy interroga lo spettatore su un dilemma morale: è peggiore la prigionia imposta o quella che ci costruiamo da soli? Essere liberi può significare smarrirsi, diventare schiavi dei propri vizi e impulsi; essere limitati può voler dire, in un certo senso, essere salvati.

Komasa mette in scena questo dualismo con un equilibrio raro, muovendosi tra il dramma psicologico e la commedia nera. Il contrasto tra il mondo esterno – rumoroso, caotico – e la casa immobile, quasi sospesa nel tempo, diventa la metafora di una società che cerca la redenzione nel controllo…

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Nessun monito e nessuna denuncia, nonostante sia apertamente citata un’ opera di Ken Loach, e non a caso Kes, il poetico e laconico resoconto del rapporto d’amicizia esclusivo tra un adolescente solitario ed emarginato e un piccolo falco. Quello che si insinua e poi incaglia nella mente di Tommy, e nel suo sguardo sempre più allucinato,  è il tarlo di un modello pervertito di cura, una sorta di privatistica giustizia riparativa che si sostituisce alle mancanze della società – lo Stato, la scuola, la famiglia d’appartenenza formalmente riconosciuta – e vorrebbe fondare una diversa, distopica etica delle relazioni. Con tanto di un sintomatico ritorno a casa che sembra essere stato scritto da un redivivo Harold Pinter nella chiave di un’audace parabola tra sadomasochismo e voglia di tenerezza.

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Dopo il folgorante inizio il film si adagia su una serie di ripetizioni, per poi accelerare troppo nella parte finale, dove si perdono nel nulla motivazioni e interi personaggi. Si configura, oltre al già più volte citato Arancia meccanica, una commistione con il nuovo cinema britannico della diseducazione altoborghese alla Saltburn, e con la fantascienza letteraria di cui il protagonista diventa dopo un po’ avido lettore. Oltre a Ray Bradbury, è una citazione da Aldous Huxley a venire sottolineata e a dare il senso: “Meglio un beato torpore o affrontare la sobria realtà?”. E se la realtà è forzatamente sobria, non è forse meglio viverla sotto uno scudo protettivo, qualsiasi esso sia? Sta qui il vero valore dell’opera, nelle domande non banali che suscita, nell’interrogare lo spettatore su quali siano i propri codici morali, nel presentare la restaurazione violenta come seducente per poi demolirla pezzo per pezzo, fino ad arrivare ad un’ultima giravolta finale. Good Boy vive e prospera nel relativismo contemporaneo, dove l’unico “pensiero forte” sembra provenire da una destra estrema e acefala, moralista e immorale, che ha abbandonato da tempo il senso della proporzione. Un artista ultraquarantenne polacco guarda la Gran Bretagna, vede l’avanzamento di Nigel Farage all’orizzonte, e ci racconta una fiaba nerissima dove se la fine sia lieta o meno è ad esclusivo appannaggio di chi guarda…

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Succede che Tommy (Anson Boon), diciannovenne i cui appetiti si dividono tra sesso e droghe, tra giochi pericolosi che sono reati e vili aggressioni a chi non può difendersi, senza soluzione di continuità tra vita sociale e social network, dopo l’ennesima notte di nulla si ritrova con una catena attaccata al collo nel seminterrato di una casa dei ricchi Chris e Kathryn (Stephen Graham e Andrea Riseborough), che vivono con il loro figlio Jonathan (Kit Rakusen) nelle campagne inglesi isolate dal mondo e dal vizio. È stato Chris a rapire il ragazzo; per rieducarlo, per condurlo sulla retta via, con la complicità di moglie e figlio. Da qui la narrazione può svilupparsi, da una parte, secondo le linee psicologiche di un kammerspiel invelenito, abbrutito, dopato, manipolato dalle sirene del thriller e, dall’altra, lungo una progressiva socializzazione dello spazio – fisico, famigliare, emotivo – che si traduce in ambiguo impossessamento di quello spazio da parte di Tommy. Il ragazzo, dapprima costretto tra le pareti anguste della cantina, grazie ai suoi progressi, pian piano si guadagna la fiducia e l’affetto della famiglia fino a conquistare le altre stanze della grande casa, persino l’esterno, persino un pranzo all’aria aperta (sebbene sempre incatenato, controllato), una paradossale armonia.

Gioca sempre più con il dolce Jonathan, guarda film con la famiglia, viene iniziato alla letteratura da Kathryn. E così scorrono le immagini di Kes di Ken Loach, le pagine di Ray Bradbury e di Harper Lee… Curioso, poi, o forse neanche tanto, che gli interni del film siano quelli del Grande Fratello polacco, come a far incontrare Foucalt e il trash, la prigione e l’ottundimento, dentro una guerra assurda dei segni. Kubrick è un’ombra che non ingombra, Haneke e Lanthimos sono altrove. Ed è la libertà, per Komasa, nella zona grigia della moralità, a restare la domanda senza risposta, oltre la colpa, oltre la coercizione, oltre la redenzione, oltre il desiderio di esistere, di sentirsi amati, riconosciuti. Ecco allora la frattura, la deviazione, ecco di nuovo gli occhi: per cosa piange davvero Tommy quando intravede la speranza di fuggire mentre Chris e Kathryn ballano in giardino come due fidanzatini sulle note di Smoke Gets In Your Eyes? È questo l’ignoto che fa più paura qui.

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