il film di sicuro non è memorabile, in un paio d'ore era difficile affrontare una parte se non minima della vita e opere di Franco Battiato.
trovo due cose positive, che si parli ancora di Franco Battiato e l'interpretazione di Dario Aita.
non si parla di "Frammenti di un insegnamento sconosciuto", di Piotr Ouspensky, il libro sugli insegnamenti di Georges Gurdjieff, che gli ha cambiato la vita, parole di Battiato (qui un'interessante intervista con Corrado Augias, purtroppo un video di pessima qualità).
se leggerete il libro saprete che il "centro di gravità permanente" è una citazione da quel libro, sono parole di Gurdjieff e non la ridicola buffoneria raccontata nel film.
dopo tre giorni al cinema il film è passato in tv, e poi su Raiplay, si può vedere qui.
sempre su Raiplay si possono vedere interessanti trasmissioni su e di Franco Battiato:
https://www.raiplay.it/programmi/temporaryroad-unavitadifrancobattiato
https://www.raiplay.it/collezioni/omaggioafrancobattiato
https://www.raiplay.it/programmi/battiatoinconcertotelematico
https://www.raiplay.it/programmi/bittekeinereclame
buona (difettosa) visione - Ismaele
...La carriera di Battiato viene così
ridotta a una successione di svolte "chiave", spiegate e giustificate
a posteriori, come se ogni mutazione - dall'avanguardia elettronica al pop
colto, dalla ricerca spirituale alla dimensione più intimista degli ultimi anni
- fosse il risultato di un percorso razionale e coerente. I concetti sono
reiterati, con dialoghi esplicativi e situazioni pensate per
"spiegare" Battiato allo spettatore invece di lasciarlo nel suo
mistero. Il pensiero filosofico e spirituale che attraversa la sua opera viene
ridotto a slogan, a intuizioni appena accennate, private di quella
stratificazione che rendeva i suoi testi e le sue scelte artistiche tanto
affascinanti quanto spiazzanti.
Anche sul piano della messa in scena e dell'interpretazione, il film procede
con cautela eccessiva, come se temesse costantemente di tradire l'immagine
pubblica del suo protagonista. Battiato diventa così una figura quasi
edificante, un personaggio "esemplare", privato delle zone d'ombra,
delle asperità, delle ironie e delle provocazioni che ne hanno fatto un unicum
nel panorama culturale italiano. La complessità viene sacrificata in nome di
una reverenza che finisce per essere controproducente.
Dario Aita, l'attore protagonista, si prodiga in uno sforzo attoriale notevole,
che limita al minimo la mimesi, mentre i comprimari sono relegati dalla
sceneggiatura a ruoli spesso caricaturali: la scenata di gelosia di Giuni Russo
o la reductio ad unum della figura di Giusto Pio sono a misura di format
seriale o televisivo, così come le riprese integrali delle canzoni più
importanti, gettone inevitabile per garantire al pubblico una stella polare che
l'aiuti durante il "lungo viaggio".
Alla fine, Il lungo viaggio sembra più interessato a
costruire un monumento che a interrogarsi davvero su cosa abbia significato
Franco Battiato per la musica e per il pensiero contemporaneo. E la sensazione
che Battiato resti, ancora una volta, altrove, inafferrabile.
…De Maria pone al centro del discorso l’interscambio di
Battiato con l’umanità che lo ha circondato, discorso che vale per l’amore
quanto per le amicizie e ancor più per le collaborazioni musicali: la presenza
in scena dei personaggi di Juri Camisasca, Giusto Piu o Giuni Russo non si fa
mai esornativa, ma serve a sottolineare l’importanza che in Battiato rivestiva
l’incontro con l’altro per
edificare il proprio impianto dapprima filosofico, e dunque sonoro. Semmai è un
peccato che la dialettica umana finisca per soffocare qualunque tentativo di
comprendere e mettere in scena il côté artistico di Battiato: si racconta la
sua voglia di misurarsi con il grande pubblico senza mandare all’aria la
composizione colta, ma non si cerca mai davvero di stratificare il discorso,
che resta inevitabilmente in superficie finendo per risultare piatto. È questo
il peccato maggiore di Franco Battiato – Il lungo
viaggio, ma forse sarebbe stato sciocco pretendere troppo di
più da un prodotto Rai. Il fatto è che Battiato, artista tra i più rilevanti
della scena musicale europea del secondo Novecento, avrebbe meritato un lavoro
cinematografico puro, libero dai legacci delle commissioni “parentali” e in
grado di rivendicare l’urgenza artistica del Genio, e non la sua prammatica di
vita. Chissà, magari qualcuno prima o poi tenterà la sorte.
…Il modo in cui il film racconta la vita di Battiato
è proprio la pecca principale. Le fasi della sua vita vengono selezionate in
modo chirurgico, con il chiaro obiettivo di mostrare lati diversi del
cantautore attraverso i costumi che indossa. In ogni fase della sua carriera
infatti viene rappresentato con un outfit in particolare, che rimane lo stesso
per varie scene di fila. La costruzione della sceneggiatura quindi si vede a
occhio nudo, letteralmente, poiché ogni volta che il protagonista cambia costume
cambia con esso la sua personalità. I salti temporali vengono solo
fatti intuire e il cambiamento che Franco attraversa a livello personale (e di
conseguenza musicale) è direttamente ignorato. Si tratta di
trasformazioni a 360 gradi che avvengono da una scena all’altra, creando un
effetto straniante e soprattutto perdendo l’occasione di indagare la coscienza
di un artista del genere. Inoltre nessuno si oppone davvero a Franco, il suo
viaggio è lineare, privo di ostacoli e fallisce nel coinvolgere il pubblico…
…La carriera di Battiato viene così
ridotta a una successione di svolte "chiave", spiegate e giustificate
a posteriori, come se ogni mutazione - dall'avanguardia elettronica al pop
colto, dalla ricerca spirituale alla dimensione più intimista degli ultimi anni
- fosse il risultato di un percorso razionale e coerente. I concetti sono
reiterati, con dialoghi esplicativi e situazioni pensate per
"spiegare" Battiato allo spettatore invece di lasciarlo nel suo
mistero. Il pensiero filosofico e spirituale che attraversa la sua opera viene
ridotto a slogan, a intuizioni appena accennate, private di quella
stratificazione che rendeva i suoi testi e le sue scelte artistiche tanto
affascinanti quanto spiazzanti.
Anche sul piano della messa in scena e dell'interpretazione, il film procede
con cautela eccessiva, come se temesse costantemente di tradire l'immagine
pubblica del suo protagonista. Battiato diventa così una figura quasi
edificante, un personaggio "esemplare", privato delle zone d'ombra,
delle asperità, delle ironie e delle provocazioni che ne hanno fatto un unicum
nel panorama culturale italiano. La complessità viene sacrificata in nome di
una reverenza che finisce per essere controproducente.
Dario Aita, l'attore protagonista, si prodiga in uno sforzo attoriale notevole,
che limita al minimo la mimesi, mentre i comprimari sono relegati dalla
sceneggiatura a ruoli spesso caricaturali: la scenata di gelosia di Giuni Russo
o la reductio ad unum della figura di Giusto Pio sono a misura di format
seriale o televisivo, così come le riprese integrali delle canzoni più
importanti, gettone inevitabile per garantire al pubblico una stella polare che
l'aiuti durante il "lungo viaggio".
Alla fine, Il lungo viaggio sembra più interessato a
costruire un monumento che a interrogarsi davvero su cosa abbia significato
Franco Battiato per la musica e per il pensiero contemporaneo. E la sensazione
che Battiato resti, ancora una volta, altrove, inafferrabile.
…De Maria pone al centro del discorso l’interscambio di
Battiato con l’umanità che lo ha circondato, discorso che vale per l’amore
quanto per le amicizie e ancor più per le collaborazioni musicali: la presenza
in scena dei personaggi di Juri Camisasca, Giusto Piu o Giuni Russo non si fa
mai esornativa, ma serve a sottolineare l’importanza che in Battiato rivestiva
l’incontro con l’altro per
edificare il proprio impianto dapprima filosofico, e dunque sonoro. Semmai è un
peccato che la dialettica umana finisca per soffocare qualunque tentativo di
comprendere e mettere in scena il côté artistico di Battiato: si racconta la
sua voglia di misurarsi con il grande pubblico senza mandare all’aria la
composizione colta, ma non si cerca mai davvero di stratificare il discorso,
che resta inevitabilmente in superficie finendo per risultare piatto. È questo
il peccato maggiore di Franco Battiato – Il lungo
viaggio, ma forse sarebbe stato sciocco pretendere troppo di
più da un prodotto Rai. Il fatto è che Battiato, artista tra i più rilevanti
della scena musicale europea del secondo Novecento, avrebbe meritato un lavoro
cinematografico puro, libero dai legacci delle commissioni “parentali” e in
grado di rivendicare l’urgenza artistica del Genio, e non la sua prammatica di
vita. Chissà, magari qualcuno prima o poi tenterà la sorte.
…Il modo in cui il film racconta la vita di Battiato
è proprio la pecca principale. Le fasi della sua vita vengono selezionate in
modo chirurgico, con il chiaro obiettivo di mostrare lati diversi del
cantautore attraverso i costumi che indossa. In ogni fase della sua carriera
infatti viene rappresentato con un outfit in particolare, che rimane lo stesso
per varie scene di fila. La costruzione della sceneggiatura quindi si vede a
occhio nudo, letteralmente, poiché ogni volta che il protagonista cambia
costume cambia con esso la sua personalità. I salti temporali vengono solo fatti intuire e il cambiamento che
Franco attraversa a livello personale (e di conseguenza musicale) è
direttamente ignorato. Si tratta di trasformazioni a 360 gradi
che avvengono da una scena all’altra, creando un effetto straniante e
soprattutto perdendo l’occasione di indagare la coscienza di un artista del
genere. Inoltre nessuno si oppone davvero a Franco, il suo viaggio è lineare,
privo di ostacoli e fallisce nel coinvolgere il pubblico…
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