domenica 1 marzo 2026

Il suono di una caduta - Mascha Schilinski

protagonista, suo malgrado, è uno spazio di campagna dove nel tempo le donne lavorano come come gli uomini e sono trattate come cose.

una bambina, Alma, è una voce narrante che piano piano capisce come funziona la vita, la guerra, la libertà, l'essere donna.

nel film si accumulano fatti, drammi, dolori che a volte non è facile seguire, ma la regista ha deciso così, non sempre si segue bene, ma l'affresco è di sicuro potente.

è un film dove infelicità, crudeltà, tristezza, cattiveria sono al massimo.

buona (drammatica) visione - Ismaele

 

 

La tedesca Schilinski mostra una grande abilità registica e di messinscena, ma straborda nell'utilizzo di tutte le tecniche espressive possibili, come se volesse dimostrare a tutti i costi di saper padroneggiare il mezzo (cosa che fa, con grande virtuosismo). Questa tentazione è tipica dei registi al loro esordio, nel timore di non avere un'altra occasione di dimostrare le proprie capacità professionali, ma essendo questa un'opera seconda risulta meno comprensibile, e toglie rigore alla narrazione.
Ed è un peccato, perché il tema della ripetitività della condizione femminile attraverso le epoche è di primaria importanza e di grande attualità: ma qui c'è il rischio che venga utilizzato in modo strumentale privilegiando invece l'aspetto estetico, spesso anche grottesco e raccapricciante…

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Il tratto più affascinante del film, che forse coincide con il suo difetto maggiore, è proprio la sua scelta di non definire mai completamente ciò che mette in scena, dato che Schilinski evita di esporre un elenco di significati univoci, preferendo evocarli solamente attraverso le immagini (che peccano, quindi, di un eccessivo manierismo qua e là); tuttavia, è proprio grazie a questo modus operandi che le emozioni vengono lasciate sedimentare. Come in una vera ghost story, ancora, ciò che conta non è l’apparizione, ma la risonanza di ciò che percepiamo. I fantasmi di Il suono di una caduta non cercano vendetta né redenzione: chiedono solo di essere osservati, riconosciuti e compresi. E in questo si compie il gesto più politico e più poetico del film: restituire voce e corpo a presenze che la Storia tende a dissolvere, trasformando la memoria in un atto visivo e sensitivo.

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Il tema che attraversa queste immagini è la morte o, più precisamente, la sua soglia percettiva. La domanda posta dalla piccola Alma, «Cosa succede quando si muore?», non trova risposta, ma si espande, si ramifica per riemergere decenni dopo nella voce incerta di Angelika (Lena Urzendowsky): «Come si fa a capire quando si è vivi o morti?». È in questa indeterminazione che il film trova la propria verità. La morte non è rappresentata come evento conclusivo, ma come condizione latente all’immaginario, una possibilità sempre già inscritta nella vita stessa.

Tuttavia è proprio qui che emerge l’ambivalenza fondamentale dell’opera. Le immagini di Schilinski possiedono una qualità propria, a tratti narcotica. Esse non rimandano oltre sé stesse, ma si offrono come superfici ipnotiche. Il rischio è quello di un’estetizzazione integrale dell’esperienza, in cui la morte diventa un mero leitmotiv contemplato senza necessità diegetica. Le riprese cessano di essere strumenti e si trasformano in feticci, non mostrando altro se non la loro struggente epifania…

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Non solo le giovani narratrici, ma tutte le donne del film hanno in comune la consapevolezza della loro tragica esistenza e per questo le sovrasta una magica attrazione per l’autodistruzione e un fascino malato per il suicidio, mescolato all’amore per le sensazioni immediate che è propria dell’età infantile. Nel film si parla molto dell’esperienza sensoriale: di tatto, di vista e di gusto. Vengono imitate le pose dei morti, qualcuno ne prende non solo il posto ma anche il nome. Così è per la piccola Alma, nata dopo un’altra Alma, quest’ultima morta precocemente come tanti bambini della numerosa famiglia…

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