lunedì 30 marzo 2026

Un poeta - Simón Mesa Soto

Oscar vive con la madre, era sposato, ha una figlia (Daniela) che di vergogna del padre, Oscar ama la poesia, è (stato?) poeta, ha scritto due libri di poesia, tanti anni prima, è stato alcolista, è disoccupato, non ha speranze nella vita.

dietro le insistenze della sorella accetta un lavoro come insegnante, e nella scuola conosce Yurladi, una ragazza che lui crede un talento, una poetessa in divenire.

succedono tante cose nel film, con una sceneggiatura a orologeria.

motore del film è Oscar (un eccezionale Ubeimar Rios), che in pochi giorni affronta vicende avventurose, tragiche e comiche, ma anche la poesia è una protagonista, come raramente avviene al cinema.

un film da non perdere, solo in una ventina di sale, che evidentemente sono poco poetiche.

buona (Oscar) visione - Ismaele


ps1: ho avuto la fortuna di vedere il film alla presenza di Ubeimar Rios, che dopo il film ha raccontato del film e ha risposto alle domande del pubblico, nella vita è un professore di filosofia, amante della poesia, che ha citato il poeta da lui più amato, Raúl Gómez Jattin (qui alcune sue poesie)

ps2: il film è ambientato a Medellin, e non si parla di cartelli della droga, mi ha ricordato un altro film, di Barbet Schroeder, ambientato nella stessa città

ps3: Un poeta mi ha ricordato Detachment, di Tony Kaye, con Adrien Brody protagonista, supplente in una classe difficile, che vuole proteggere una studentessa vittima di bullismo.


 

..È un film fresco, dinamico, dotato di un’impressionante urgenza espressiva. Girato in 16 mm, con la macchina da presa sempre a ridosso dei personaggi, come se ne volesse succhiare la linfa, più che osservarli, in un’estetica di sporca immediatezza che ricorda la ruvidità dei volti spiattellati contro l’obiettivo di Cassavetes, immersa però in un impasto in cui si mescolano sciagure e derive esistenziali grottesche, causate dalle conseguenze di azioni intensamente drammatiche. Quella che organizza il regista, Simón Mesa Soto, è una miscela profondamente umana, forse anch’essa, intesa come prodotto, totalmente fuori tempo come il suo protagonista, perché immagine di un cinema che fu, scabro, irregolare, sgranato ma incontestabilmente vero, che si avverte sulla pelle marchiata dalle sue scorie. Non c’è niente di poetico nella contemporaneità, ma anche senza poesia la vita è una lunga e complicatissima conquista della propria umanità.

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Oscar Restrepo abita il mondo come certi uomini che hanno scambiato il fallimento per un destino e il risentimento per una forma d’identità. Un poeta, secondo lungometraggio di Simón Mesa Soto, prende questa figura consumata, alcolica, autoreferenziale, e la segue nel punto esatto in cui la vocazione artistica smette di essere promessa e si trasforma in rovina privata, posa, autoassoluzione. Della poesia Oscar conserva meno la febbre che il relitto, meno l’urgenza che il mito personale, e proprio per questo il film trova nella sua miseria morale una materia sorprendentemente fertile: il ritratto non di un autore tormentato nel senso romantico e consacrato del termine, ma di un uomo che continua a pensarsi al centro di tutto quando il mondo, intorno a lui, ha già cominciato a sottrarsi, a degradarsi, a fare a meno di lui. La sua è una marginalità che non ha nulla di eroico, e proprio per questo ferisce di più: una condizione impastata di rancore, di nostalgia di sé, di un’incapacità di accettare che il talento, da solo, non basti a salvare nessuno dalla propria inettitudine affettiva e morale. Il passato pesa, nel suo caso, come una moneta falsa che il personaggio continua a spendere sperando ancora che qualcuno la riconosca come autentica. Due raccolte poetiche premiate all’inizio della carriera gli bastano per sentirsi eternamente creditore di un destino che, ai suoi occhi, avrebbe dovuto consacrarlo una volta per tutte; da allora, invece, si trascina tra impieghi precari, alcool, umiliazioni sociali, una sorella che cerca di rimetterlo in piedi, una figlia che gli sfugge, e soprattutto un’immagine di sé rimasta congelata in un passato che continua a usare come alibi. In questo senso, Un poeta è anche un film sulla menzogna intima del talento, sul modo in cui un dono o una promessa iniziale possono trasformarsi, col passare del tempo, in un capitale simbolico speso male, in una piccola rendita narcisistica con cui giustificare la propria paralisi. Oscar non vive soltanto nel ricordo di ciò che è stato: abita l’idea di ciò che avrebbe dovuto essere, ed è questa distanza, più ancora della povertà materiale o dell’alcolismo, a renderlo patetico e insieme dolorosamente riconoscibile…

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Un poeta è un film che non giudica, dove non ci sono punti fissi, coordinate da seguire per lo spettatore. E questo si traduce anche visivamente nello stile di regia, girando in pellicola 16mm con una mdp sempre instabile e precaria. Sembra di tornare a quella tendenza di piani sequenza e macchina a mano diffusa in molto cinema d’autore degli anni Novanta, dai Dardenne ai film Dogma. Simón Mesa Soto è riluttante ai campi controcampi, risolvendo i momenti di dialogo con panoramiche a schiaffo dei due personaggi ripresi di lato. Numerose sono le elissi narrative, per esempio di quando Oscar si fa prestare i soldi dalla figlia. Esemplare anche il momento in cui il protagonista porta l’allieva al festival di poesia, che non è narrativamente annunciato ma viene fatto intuire mostrando Yurlady in casa con un abito elegante, che contrasta con il tenore sociale basso della sua famiglia, per prepararsi a quella serata mondana. Si ha come la sensazione di una mdp che insegue, e rincorre affannosamente come un cronista, eventi che stiano avvenendo spontaneamente, non una messa in scena cinematografica. Un occhio impietoso che non si tira indietro rispetto alle visioni sgradevoli, nel mostrare le condizioni di vita umili della casa di Yurlady, una famiglia numerosa che vive promiscuamente in condizioni precarie e non proprio igieniche. Così è la scena di Oscar che dorme, a torso nudo, nel letto matrimoniale con la madre, oppure quella in cui il protagonista e il presidente dell’associazione di poeti si guardano i rispettivi peni all’orinatoio. Simón Mesa Soto non assolve né condanna il poeta, ma ne fa emergere la fragilità e la precarietà all’interno di un mondo ipocrita e ostile, lasciando lo spettatore senza alcun appiglio.

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Un poeta si rivela molto presto una commedia molto sofisticata nel riportare tutto ciò che sembrerebbe aereo, sospeso e intellettuale sulla terra. Anzitutto, dal punto di vista estetico, visto che il film è girato in pellicola eccetto alcuni passaggi diegetici. La musica che parte ogni volta che lo schermo diventa rosso a segnalare l’inizio di un nuovo capitolo della storia, è sempre tronca, precipita sulle immagini (in un meccanismo simile ai famigerati video social verticali). Sono diversi gli elementi che concorrono a creare la sensazione di un capitombolo. Così il film, in certi momenti molto divertenti, si avvicina perfino alla comicità slapstick che sono sostenuti da Ubeimar Rios nel ruolo da protagonista con una prova eccellente, con un’espressività limitata al minimo, ma che riesce a comunicare tantissimo, anche oltre questo accostamento tra malessere e ridicolo che sembra un esempio di umorismo pirandelliano…

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Sublimare se stesso nell'altruismo verso una giovane poetessa è il suo atto ultimo e radicale, e anche quello finirà per metterlo nei guai. Dietro un velo di assurdo quasi fantozziano (che soprattutto nella seconda parte tende a esagerare, vanificando un po' il solido lavoro di costruzione iniziale) Soto architetta una parabola di moralità perduta in un contesto in cui chi è povero sente di dover competere con altri poveri. Anche l'ideale artistico della poesia come ultimo baluardo di purezza viene messo alla berlina, in una satira sociale che lo rende ennesimo espediente per mettere un piede nella porta.
In questo senso è interessante che il film veda la luce nello stesso anno di La mattina scrivo di 
Valérie Donzelli - emisferi di provenienza diversi, toni del racconto che non potrebbero essere più opposti, ma due storie radicate entrambe nel parossismo dell'impossibilità del lavoro culturale al giorno d'oggi. Come lo yin e lo yang, i rispettivi protagonisti scelgono l'integralismo del rifiuto di fronte a un sistema che non li vede e non li prevede; uno si radica nella dignità sommessa ed estrema, mentre l'altro (il povero Oscar) ha da tempo accettato l'umiliazione eppure rimane in cerca della scintilla che lo porti al riscatto.

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La riconciliazione possibile — tra Oscar e Yurlady, tra Oscar e la figlia, tra lo spettatore e il film — si compie dunque al di là dei confini tracciati dalla contingenza della diegesi. Essa non si iscrive nell’ordine delle azioni, ma nei gesti di poetizzazione del film, nella voce individuale che si ostina a presentarsi come voce collettiva. È, piuttosto, un gesto di restituzione. Di fronte alla disillusione che colpisce Yurlady nel confrontarsi con le esigenze necessarie a essere poeta, resta almeno che l’intervallo tra il singolare e il comune — quello stesso che, aperto dalle poesie scritte entro le mura di casa sua, ha reso possibile l’incontro inatteso con Oscar — possa essere restituito.

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