sabato 21 marzo 2026

D’istruzione pubblica - Federico Greco e Mirko Melchiorre

Il film racconta una storia, quella della scuola italiana degli ultimi 30 anni, almeno.

Molti modi erano possibili, gli autori hanno scelto di fare un film, nel quale viene osservata una scuola elementare di Torino, bambine e bambini (seguendo la lezione di Laurent Cantet nel suo grande film La classe), insegnanti e il preside, un preside d’altri tempi, e vengono inseriti interventi e commenti di molte persone, studiosi e insegnanti (Miguel Benasayag, per esempio) e documenti storici sulla scuola a partire dagli anni sessanta (con filmati dell’AAMOD).

È chiaro che in un film non ci può stare tutto. per affrontare i mille aspetti della storia della scuola italiana ci vorrebbe una serie, magari con diverse stagioni.

Si chiede Federico Greco (presente alla proiezione) come abbiamo potuto subire il lavaggio dei cervelli che ha fatto scientificamente il neoliberismo vincente (lo stiamo continuando a subire, senza sosta), cita Gramsci (pure lo cita Benasayag, entrambi esercitano il pessimismo della ragione, ma anche l'ottimismo della volontà).

e poi Federico Greco loda, senza se e senza ma, il film che ha vinto il premio Oscar 2026, "Una battaglia dopo l’altra" di P. T. Anderson (ascolta le opinioni di Federico Greco sul film con Benicio del Toro qui.


cercate D’istruzione pubblica, un film che merita.

purtroppo non si può vedere al cinema nelle solite programmazioni, bisogna intercettarlo, su openddb.it (qui) appaiono luoghi e date delle prossime proiezioni.
buona (scolastica) visione - Ismaele

ps: si è iniziato a trasformare i partiti di sinistra in partiti di destra, con la piena accettazione e sostegno dei loro dirigenti (qualcuno dice che il sistema politico Usa è come un’aquila con due ali, entrambe destre, così è oggi il sistema politico italiano), ingannando, ma non troppo, gli elettori, sempre meno, che pensano, illusi, di votare per un partito di sinistra.

Un capitolo a parte sono i sindacati (non di base), che si dicono maggiormente rappresentativi, la Cgil e la  Cisl, per esempio.

Da molti anni fingono di difendere i lavoratori, in realtà difendono i datori di lavoro (o padroni), sono la cinghia di trasmissione della dittatura neoliberista, hanno convinto i lavoratori che non c’è nessuna alternativa (Margaret Thatcher docet).

Dice Stendhal: Il pastore cerca sempre di convincere il gregge che gli interessi del bestiame e i suoi sono gli stessi. I sindacati, da un bel po’, convincono che gli interessi dei datori di lavoro sono gli stessi dei lavoratori.

E poi, come fanno i sindacati a difendere i lavoratori se distruggono il sistema di welfare costruito faticosamente dagli anni sessanta agli anni ottanta (i 30 anni gloriosi per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, e di tutti).

I sindacati maggiormente rappresentativi, e comunque quelli che firmano i contratti collettivi di lavoro, spingono in tutti i modi, vergognosamente, anche con il silenzio assenso, per la previdenza integrativa (leggi qui) e la copertura assicurativa integrativa delle spese sanitarie del personale della Scuola (leggi qui)

 

Il nemico - Bertold Brecht

Al momento di marciare
molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.

La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.

E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.

da qui

 

 

Da anni Lorenzo Varaldo è dirigente scolastico dell’Istituto Sibilla Aleramo di Torino, che comprende elementari e medie. Ma lui preferisce essere chiamato “preside”, o meglio: “direttore didattico”. In questa scelta, apparentemente banale, c’è invece un’idea precisa ed estremamente consapevole di mondo e di lotta. La lotta per impedire la distruzione dell’istruzione pubblica, la sua aziendalizzazione, che Lorenzo vede attuarsi da ormai quarant’anni.

Una distruzione che viene da molto lontano, come spiegano docenti, filosofi ed esperti italiani e internazionali: dagli Stati Uniti di fine Ottocento, passando per l’Unione europea degli anni ’90 e infine dalle riforme della scuola a partire da quella dell’autonomia di Bassanini e Berlinguer.

da qui

 

Il film si svolge su tre piani, intrecciati fra loro: 1)la vicenda di un anno scolastico nelle aule dell’Istituto Comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino, il cui preside Lorenzo Varaldo è stato promotore del Manifesto dei 500; 2) le sequenze animate a cura di  Costantino Rover; 3) le brevi interviste a studiosi fra cui il belga Nico Hirtt, fondatore di APED (Appello per una scuola democratica), Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista argentino,  Lucio Russo, l’autorevole fisico e storico della scienza da poco scomparso. 

Il montaggio delle sequenze dei tre piani del film fornisce al pubblico sia l’immagine concreta dello scontro fra una scuola resistente e le ricette tecnopedagogiche dominanti che  una sintetica storia del processo egemonico a cui è imputata la distruzione della scuola democratica: il nuovo paradigma ha origine negli anni Ottanta su spinta del mondo industriale anglosassone,  e a inizio millennio, quando viene adottato su larga scala dall’’OCSE e dall’ Unione Europea come dispositivo educativo “raccomandato” a tutti i paesi membri. In Italia, la responsabilità maggiore nel dar credito e consenso a questa operazione è della sinistra liberal di specie blairiana che, liquidata la tradizione anticapitalista, dalla fine degli anni Novanta in poi (con Luigi Berlinguer e con l’autonomia scolastica) si è fatta portavoce della “modernizzazione”.  Le “riforme” e le parole d’ordine della destra negli anni berlusconiani hanno semplicemente proseguito e volgarizzato l’aziendalismo soggiacente alle linee precedenti (le “tre i”, Impresa, Internet, Inglese su cui, secondo Berlusconi, doveva basarsi la “patente” che la scuola avrebbe fornito agli studenti). 

Questa convergenza “bipartisan” è sintetizzata e semplificata nel film dagli inserti animati in cui le figurine di Berlinguer e Renzi, e quelle di Moratti, Gelmini e Berlusconi cavalcano con ilarità sardonica i missili nucleari diretti sul pianeta-scuola. Ci si può chiedere se l’immaginario da videogame anni Ottanta che questi inserti evocano sia sempre funzionale alla schiettezza dello smascheramento ideologico o se, viceversa, possa suscitare delle perplessità: specie quando, per irridere la boria dei pedagogisti e il loro strapotere rispetto alla scuola delle discipline, si riduce a una caricatura l’ Emilio di Rousseau. I mediocri pedagogisti o i tristi manager della politica attuale ben si prestano infatti ad essere ridotti a un meme, un grande filosofo del passato, per quanto abitato da un’idea educativa “romantica” e idealistica, certo no. 

Comunque, l’impianto provocatorio e didascalico di D’Istruzione Pubblica – come attestano le sale piene delle prime presentazioni e il dibattito acceso che sta suscitando – è uno strumento in grado di gettare un sasso nello stagno degli stereotipi e dei luoghi comuni e di riaprire una vera discussione politica sulla scuola aziendalizzata: oggi infatti le roboanti fanfaronate repressive di Valditara e dei suoi fratelli ben convivono con la retorica tecnocratica dell’orientamento  e delle competenze e con quella inclusiva della personalizzazione e della “centralità del discente”. Sostituita l’emergenza pandemica con  quella bellica, appare chiaro come il neoliberismo, dominante per un trentennio, abbia privato la scuola, l’università e la cultura degli anticorpi politico-culturali capaci di reagire al ritorno dell’autoritarismo e del fascismo…

da qui

 

Splendido documentario. Veritiero. Controcorrente. Originale. Storicamente attendibile su temi fondamentali della vita di una nazione, come l’istruzione, dove mostra cose vere e fondamentali, sul suo peggioramento terribilmente nocivo.

Lo fa con il coraggio e la competenza di chi sa che alcune classi dirigenti attuali, quelle vincenti da noi da 40/50 anni, quelle neoliberiste, stanno facendo di tutto per distruggere la scuola pubblica: in modo da avere un elettorato più ignorante, e quindi più manipolabile.

Il livello degli interventi è molto alto: con il merito di prenderli non solo da vari professori universitari (come è lecito attendersi; ma non è facile trovarli indipendenti e onesti intellettualmente come qui); ma anche dai docenti della scuola italiana. Nessuno come questi ultimi, specie se di avanzata esperienza, ha il polso di certi cambiamenti.

Comunque il film di Greco e Melchiorre ha il merito di ricondurre i problemi esposti al grosso della loro genesi: l’interesse dei ricchissimi padroni delle multinazionali. Impressionante il riferimento alla riduzione della scuola alla terminologia e alla mentalità economica privata: dove il profitto e la competizione sono centrali. Ma ovviamente sono veleno, per la seria crescita individuale dei nostri minori. Del resto, tutto ciò rientra nell’inclusione fanatica di tutto l’immaginario all’interno della mentalità capitalistica…

da qui

 

Con un montaggio serrato e fluido, nonostante la grande quantità di concetti e affermazioni, e l'inserimento di alcune animazioni lo-fi a contrasto con le interviste, in stile Guerre stellari, come la titolazione, gli autori sintetizzano un processo, apparentemente irreversibile, di "disarticolazione della scuola della Costituzione" (Marina Boscaino). Iniziato con la riforma Berlinguer, emanazione della "legge Bassanini" sull'autonomia della Pubblica Amministrazione, che ha di fatto costretto ogni istituto ad autoregolarsi, soprattutto economicamente, e proseguito con tagli di varia entità al Ministero dell'Istruzione, operati dai responsabili a venire.

La finalità del film è riportare l'attenzione dell'opinione pubblica, e quindi anche favorirne la mobilitazione, sul tema centrale dell'istruzione. Una realtà che coinvolge un milione di lavoratori e sette milioni di studenti. Ibrido di film d'inchiesta e osservazione sul campo, che non rinuncia a parentesi creative, D'istruzione pubblica, come i precedenti del duo registro, è il classico caso di "film-innesco" o da cineforum, nel senso di naturalmente destinato ad essere sviscerato e interpretato nei suoi passaggi da un pubblico che ha a cuore il progresso civile del Paese…

da qui

 

 

  


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