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martedì 19 aprile 2022

Storia di mia moglie - Ildikó Enyedi

finché Ildikó Enyedi era una grande regista ungherese era perfetta, poi quando si aprono le porte della grande produzione internazionale non tutti riescono a tenere tutto sotto controllo, magari la produzione mette bocca troppo spesso, il/la regista perde il filo, magari i fili sono troppi, chissà.

secondo me qualcosa è andato male, capita.

non che Storia di mia moglie sia un brutto film, né che gli attori (e la regista) non siano bravi, solo che mi è sembrato un film perfettino, ma senz’anima; è un film freddo, anche gli altri lo erano, è una cifra stilistica di Ildikó Enyedi, ma non sembravano finti, un’anima l’avevano, eccome.

buona (fredda) visione - Ismaele

 

qui e qui due bei film di Ildikó Enyedi

 

 

…Le colpe del film però non vanno ascritte agli attori, quanto a un approccio cinematografico polveroso, che sembra guardare a un orizzonte di valori e a una platea di spettatori scomparsi da molto tempo. Corpo e anima era un film sentimentale delicato ma capace di toccare il pubblico, al contrario The Story of My Wife risulta artificioso e distante, anche nelle sue scene più appassionate…

da qui

 

La historia de mi mujer es un interesante drama romántico de época que destaca por la maravillosa interpretación de Léa Seydoux. Una actriz capaz de atrapar ella sola al espectador (y a su marido en la ficción) con su despliegue expresivo. Sin olvidar la asombrosa fotografía y diseño de producción, dos armas que la cinta utiliza de forma un tanto desmesurada. Por un lado, resulta plenamente placentero disfrutar de la belleza compositiva de cada plano, pero al mismo tiempo su excesivo metraje (casi tres horas) y su frialdad pueden alejar al público mayoritario. Aunque su mensaje plenamente actual, sobre el desconcierto masculino ante un poder en riesgo y la imperiosa necesidad de un cambio, debe ser reivindicado.

da qui

 

El problema es que la película no está diseñada para que atendamos solo a la perspectiva del marido (tampoco ayuda su escaso carisma), para justificar que una escena u otra puede ser así objetivamente o variar según él la conciba, sino que también debe imponerse la perspectiva de la mujer.

Sin embargo, esta permanece en los límites de la objetificación a la que es sometida por el capitán, y en ningún momento su comportamiento, partiendo de esa aceptación inicial y precipitada del matrimonio, queda plenamente justificado desde su punto de vista. En otras palabras, la historia quiere jugar con los distintos tópicos del matrimonio, algo reforzado por su división en capítulos temáticos, pero no sitúa a la mujer en una posición lo suficientemente interesante u original para dar una verdadera réplica al hombre. Enyedi ofrece esta visión sesgada conscientemente. Ahora bien, y esto no parece intencionado, lo hace a costa de incurrir en una narración de lo más sosa y convencional, repleta de lugares comunes. Estos van desde la manera en que casi todo se reconduce a la obsesión por el adulterio hasta detalles como la escena en que el marido destruye el mobiliario de su apartamento. Asimismo, las conversaciones de la pareja o con personas de su entorno son de lo más básicas, casi burdas a veces, lejos de la sutileza y sofisticación que exigía este melodrama…

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Storia di mia moglie è un lavoro esteticamente pregevole, da vedere al cinema, godendo di tutte le potenzialità del grande schermo. È adatto a chi ama le storie in costume – con un’ambientazione anni Venti. È ricco di riferimenti interessanti e tenta un viaggio intrigante nella mente dei due protagonisti, soprattutto di Jacob, alla ricerca di un equilibrio difficilissimo in un amore contorto e malato. Forse, però, come il Leopold Bloom di Joyce, il film si perde un po’ nel suo peregrinare, in un dipanarsi lungo e ricorsivo, infine statico, come il suo protagonista, che sembra tornare al punto di partenza, senza una nuova consapevolezza di sé.

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domenica 18 luglio 2021

Simon mágus - Ildikó Enyedi

un film misterioso, nel quale un medium ungherese viene chiamato dalla polizia parigina per risolvere un caso di omicidio (i medium francesi non lo sanno risolvere?).

e poi succede (poco?) altro, a Parigi, città dell'amore, Simon è più che conquistato dagli occhi e dalle parole di una giovane che si mantiene facendo interviste inutili per strada (l'interprete con la parrucca ha un ruolo fondamentale).

e alla fine Simon si fa coinvolgere in una scommessa dal suo rivale Peter, questione di vita o di morte.

film inquietante e affascinante - Ismaele


ps: Simone Mago nasce qui



 

 

1998, Parigi. Simon è stato convocato come medium dalla polizia francese per risolvere un difficile caso di omicidio. Arriva da Budapest, non conosce una parola di francese, tratta per ottenere un compenso migliore e pretende il pagamento anticipato. È flemmatico, non si scompone dinanzi a nulla e una segreta inerzia sembra possederlo. Appena posato piede a Parigi il suo sguardo è attratto da una giovane studentessa, ma è anche braccato dalla curiosità morbosa dei giornalisti e dall’ansia di rivalsa di Péter, il suo mefistofelico nemico. Péter, costantemente sconfitto da Simon, ambisce ad avere la vittoria, e pertanto lo sfida a duello: si faranno entrambi seppellire sottoterra e dopo tre giorni si vedrà chi dei due è ancora vivo.

Péter Andorai presta il volto svogliato ad un Simon che pare non avere alcuno scopo nella propria vita, di cui non si capisce fin dove arrivi il potere ma si riconosce subito quale potere sia – il potere di comprendere la mente altrui. Il personaggio di Simon sprigiona, quasi senza volerlo, un carisma che esercita la propria fascinazione su chi gli sta intorno. La comunicazione verbale gli è preclusa ma gli basta lo sguardo per attrarre irresistibilmente la giovane parigina, quasi spaventata dalla consapevolezza profonda emanata dagli occhi di Simon. E la forza del suo sguardo non ha nulla della stregoneria e del sortilegio, ma è lo sguardo di chi vive con la piena cognizione che l’intero suo potere è inutile perché priva di senso è la vita. Il corpo ingombrante e indolente di Simon attraversa Parigi alla continua ricerca di un luogo, un luogo qualsiasi, in cui poter chiudere gli occhi e dormire, dimenticare l’intero mondo che gli parla; la sua barba incolta, gli occhi tristi e il cappotto nero lo rendono quasi un mistico alla ricerca di un Senso che smentisca ciò che già sa. Eppure vi è una sorta di leggerezza in questa pellicola, veicolata da un’ironia pacata, surreale, da un montaggio sincronico, da un’atmosfera misteriosa. Quello che la regista ungherese Ildikó Enyedi crea è un film sulla conoscenza, interamente retto dagli sguardi e dalle suggestioni delle immagini. E Simon mágus, lungi dall’essere quel personaggio ambiguo ed eretico tramandato dalla patristica medievale e dalla tradizione apocrifa cristiana, diviene l’incarnazione della Conoscenza e del peso che essa comporta, come fu per chi creò il personaggio del dottor Faust, immortalato poi da Marlowe e da Goethe.

La pellicola è inedita in Italia. Si può però visionare in lingua originale con sottotitoli in italiano, e ne vale decisamente la pena.

da qui

 

In Enyedi's film, Péter Andorai plays a modern Simon, or, more precisely, a millennial Simon whose adventures in 1998 Paris—Enyedi is specific about the date—bookend the past 2000 years. "Adventures" may not quite be the right word. Andorai's Simon, a psychic from Budapest, comes to Paris not for a challenge, but in answer to a police summons requesting his help in solving a crime. But such matters don't really interest Enyedi, or even Andorai, who arrives at a solution after napping by the outline of the body for the better part of an afternoon. The director seems to delight in confounding expectations. When Andorai encounters his Peter (Péter Halász), a vain, shaven-headed Bentley owner, they spend most of their time hanging out together, comparing interests, and eventually getting on each other's nerves. Andorai has a hard time returning Halász's demand that he prove his wizardly mettle, especially when a bright-eyed Parisian (Julie Delarme) polling uninterested passersby about religious practices offers a different sort of challenge. Occasionally, the film become more interesting to think about than to watch. The first time Enyedi shows Andorai strolling about Paris to the strains of Bartók, the mixture of end-of-the-millennium bustle, the sight of a powerful magician in casual dress clothes, and the grandiose music plays as clever…

da qui