Uno dei pochi film ad episodi dell'epoca non datati.
In
un aula di tribunale, si intrecciano varie storie...
Uno
dei pochi film comici ad episodi del periodo non datati e ancora oggi
divertenti. Tra i tanti attori famosi dell'epoca che vi partecipano, i migliori
e i più divertenti sono Franchi e Ingrassia, ma anche Chiari strappa molte
risate. Fulci dirige con una certa diligenza.
Fulci è regista che ha sempre un suo perché. Anche in una
commedia come questa, non delle migliori, riesce a farsi guardare, proprio per
l'originalità di alcune trovate: Franco e Ciccio con tripla identità ad
esempio, o lo spassoso episodio con Walter Chiari. Curioso notare, in una
scena, come il regista anche nelle sue commedie faccia riferimento a elementi
che richiamano alla morte.
Un film ingiustamente bersagliato; invece è buono, pur con delle
pecche.
Si fanno capire chiaramente molti dei tantissimi mali della Chiesa
cattolica, che a distanza di circa 40 anni dia fatti narrati (il probabile
assassinio di papa Luciani è del ’78) non sono stati emendati più di
tanto.
Il film mostra che la Chiesa persegue spesso azioni che vanno contro
il messaggio di Cristo, piuttosto che il contrario; e il papa che voleva
riportarla a favore degli oppressi deve essere ucciso, perché è un nemico. Si
vede bene il colpevole volto conservatore della chiesa: amica dei potenti
oppressori per convenienza, e nemica dei poveri che subiscono ingiustizia, al
di là delle parate. Di questa realtà non c’è quasi nulla nel cinema, e in
generale sui mass media, che sulla Chiesa sono inondati di produzione di grande
disonestà intellettuale da parte della Chiesa stessa, la quale, del resto, ha
sempre favorito l’ignoranza e combattuto la conoscenza competente; se non
l’avesse fatto, le proprie malefatte sarebbero state messe in luce, a vantaggio
della verità e a svantaggio della Chiesa stessa. La lotta contro il socialismo
era un tema caldissimo allora, e il film lo fa capire.
Esteticamente poi non è un film squallido come di dice: la colonna
sonora è buona, la recitazione pure, la fotografia anche. Splendide sono le
scene in Vaticano, specie quelle dei cardinali mentre pregano: è verosimile
l’aria mefitica che aleggia tra i porporati, che con i loro giochi di potere
hanno tradito, come sempre, la semplice e innocente letizia che dovrebbe
contraddistinguere i servi poveri di Dio…
Ispirato alla morte sospetta di Papa Luciani, si concentra
soprattutto sulle figure dei due protagonisti: Stamp, che da sacerdote moderato
si trasforma in papa marxista, e Bentivoglio, prima giovane insegnante
rivoluzionario e poi fautore del clericalismo intransigente all'insegna del
principio "extra ecclesiam nulla salus". Opera discontinua e nel
complesso superficiale, alterna teologia in pillole, momenti visionari (gli
incubi di Bentivoglio, la sua esperienza mistica) e para-thriller (l'attentato
al Papa e l'eliminazione dei sicari).
Morte in Vaticano è un film
sbagliato fin dal titolo. Se questo avesse voluto preannunciare una vicenda
scandalosa, avrebbe dovuto caso mai essere "Omicidio in Vaticano"
(cosa che peraltro è avvenuta), poiché di morti in Vaticano ve ne sono state
sempre, senza destare mai alcuno scalpore: la quasi totalità dei papi è
deceduta tra le mura leonine. Per il resto denuncia una (questa sì) scandalosa
ignoranza sulle regole e le gerarchie vaticane e si pone come un film di
fantascienza: il papa Giovanni Clemente I (il cui cambiamento di dottrina è
quanto mai repentino) di questo film surclassa il povero Albino Luciani e più
che un papa progressista si presenta come un kamikaze della "teologia
della liberazione".
(stranamente? censurato questo film di Carlos Saura, la Chiesa, lo Stato, la Famiglia, le Forze Armate fanno una grande pessima figura, anche la censura l'aveva capito.
Rafael Azcona scrive i suoi film, a volte ti confondi fra Saura, Berlanga e Ferreri, ma Rafael Azcona non sbaglia mai.
José Luis López Vázquez è l'attore di Carlos Saura, interpreta un handicappato, dopo un tragico incidente, ed è un'interpretazione straordinaria.
viene trattato come un oggetto di studio, ha dei segreti che devono riaffiorare, per il bene della Famiglia, e non solo.
da non perdere, naturalmente.
buona (misteriosa e inquietante) visione - Ismaele
…El guión del director y su colaborador habitual Rafael Azcona, socio también de otros artistas inconmensurables como Marco Ferreri y Luis García Berlanga, gira alrededor de Antonio Cano (un glorioso José Luis López Vázquez), cabeza de una cementera que se reconvirtió en una constructora de éxito cuando se hizo del control de la compañía familiar apalabrándose al jerarca anterior, nada menos que su padre Don Pedro (Francisco Pierrá), quien ahora está desesperado por conseguir tanto la combinación de la caja fuerte de la mansión del clan como el nombre del banco suizo y el número de cuenta en el que está depositado todo el dinero de la firma, obsesión que se explica por la desconfianza extrema de Antonio y un accidente automovilístico que lo dejó amnésico luego de un fuerte golpe en la cabeza, episodio que asimismo involucró a la amante del hombre, Nicole (Esperanza Roy), la cual sufrió un corte en su pierna derecha. El grueso del relato está consagrado a los intentos de Don Pedro y el resto de la parentela del desmemoriado, especialmente su esposa Luchy (Luchy Soto) y sus hijos adolescentes Julia (Julia Peña) y Tony (Alberto Alonso), en pos de sacarle los preciados datos cuanto antes para no perder el control de la empresa a manos de una impersonal junta directiva de burgueses, así se la pasan montando secuencias teatrales de distintos sucesos -reales o hipotéticos- de la vida de Cano con la esperanza de que lo ayuden a recordar: una reprimenda boba paterna/ materna cuando niño, el miedo a los cerdos porque lo encerraron en una pocilga como castigo, la hilarante interrupción de su Primera Comunión por la proclamación el 14 de abril de 1931 de la Segunda República Española, la muerte de su madre -personificada por una actriz cualquiera (Charo Soriano)- durante una Navidad en la Guerra Civil, las críticas furiosas contra el vago, desobediente y respondón de Tony, el reencuentro con esa amante que lo acompañaba en el coche de turno y ahora le reprocha lo poco que se interesó la parentela de él en su salud, y una partida de caza ultra simulada con unos amigos en la que sustituyen a la perdiz por una paloma atada…
Spanish metaphor and psychological drama with touches of Bunuelian absurdity and surrealism. After an accident leaves a millionaire businessman with amnesia and partial paralysis, his family try to stage complicated scenes to shock his memory and recover his fortune. Harsh childhood punishments, a naked breast, his first communion mixed metaphorically with the Spanish revolution, momentous board meetings, harsh treatments from his household, and even a seductive nurse he had an affair with are all fair game towards their ultimate goal. The man finds himself re-experiencing various parts of his life and re-creating reality, with his mind suddenly digressing into fantasies and hallucinations involving a violent ride in a wheelchair, menacing medieval knights, and an army of kids fighting in a bloody battle. Slightly vague in its message, but in the end, everyone in Spain is in a state of paralysis and trying to remember or recreate their memories.
Sorti en 1970, Le Jardin des délices fut censuré et donc soustrait à toute diffusion pendant plusieurs mois. «Moquerie manifeste envers l'action de notre Armée lors de la dernière guerre espagnole et mépris envers les principes du Mouvement national ; présentation irrévérencieuse des pratiques, croyances et cérémonies religieuses avec une intention maligne qui confine au blasphème » : les motifs sont sévères, mais diablement justes. Oui, Carlos Saura n'est pas tendre avec l'armée nationale espagnole. Oui, Carlos Saura se moque de la « liturgie franquiste » et, s'il n'est pas question ici de blasphème mais d'expression artistique, cela sert admirablement son récit. Il va donc s'intéresser à la mémoire et aux mécanismes permettant l'activation ou l'occultation de moments vécus. Nous allons assister à un certain nombre de jeux et de saynètes qui se déploient sur un mode utilitariste : alors que dans son film précédent, La Madriguera, cela répondait à un besoin de communication, à un désir de communion, ici tout doit amener au re-souvenir, au rappel. Le but est de retrouver la combinaison du coffre-fort, de mettre les mains sur le magot. Pour cela, l'entourage (car peut-on justement parler d'une famille ?) d'Antonio ne lésine pas sur les moyens : costumes, maquillages, décors, animaux, vieilles connaissances, anciennes maîtresses, professeurs, infirmières... Il faut rejouer le passé. Le recomposer…
Geraldine Chaplin (sdoppiata, una femme fatale hippie e una modesta infermiera) e José Luis López Vázquez (bravissimo in un ruolo dove c'è poco da ridere) sono un'accoppiata strepitosa.
lui, Julián, un radiologo affermato e maturo, si innamora della moglie (Elena) di un suo vecchio amico, ed esce abbastanza fuori di testa, ma non si può fare, allora lui ripiega sulla sua assistente (Ana) e la rende simile a Elena.
il sogno e il maschilismo sono due protagonisti del film, girato ai tempi del franchismo.
un piccolo grande film, a buon diritto sulla scia del grande cinema d'autore europeo degli anni '70 (Antonioni e Bergman, per fare dei nomi).
Julián trabaja como radiólogo en Cuenca. Su enfermera Ana
le ama en secreto, pero él no se da cuenta. La llegada un amigo de la infancia,
Pablo, especulador inmobiliario casado con Elena, una extranjera, despierta la
pasión de Julián por ella. Pero como no es correspondio, debe conformarse con
su enfermera, a la que trata de moldear a imagen del objeto de sus deseos.
Film simbólico y opresivo de Carlos Saura, rápidamente emparentado con el cine de Luis Buñuel, al que se rinde explícito homenaje con la idea de la
hermosa joven tocando el tambor en la Semana Santa de Calanda. La película fue
seleccionada para competir en Cannes, pero curiosamente fue boicoteada por el
propio cineasta, que se unió así a las protestas de mayo del 68. La
interpretación de Geraldine
Chaplin le mereció un telegrama de
su padre Charles Chaplin donde le decía "por fin encarnas un personaje
verdadero, humano, que ama y sufre... ¡Bravo!".
…Peppermint Frappé (1967), de Carlos
Saura, no sólo es quizás la mejor versión de Vértigo de la
historia del séptimo arte sino una de las propuestas fundacionales de la
carrera del querido director y guionista ya que fue por un lado su segunda
película con Elías Querejeta, legendario productor español de aquel lúgubre
derrotero histórico que ayudó a Saura en la tarea de pulir un lenguaje
expresivo intrincado y semi abstracto que permitiese evadir la censura
cinematográfica y atacar con furia al franquismo y la sociedad represiva,
hipócrita, boba e hiper conservadora que generó y aún hoy goza de impunidad, y
por el otro lado su primera colaboración con la inmaculada Geraldine Chaplin, a
la par su pareja entre fines de la década del 60 y los últimos coletazos de los
años 70 y su principal musa durante aquel mismo “período de oro” que abarca las
postrimerías de la dictadura de Francisco Franco y la llamada Transición
Democrática Española que arranca con el fallecimiento del tirano en 1975,
conjunto de films de la talla de Stress es Tres-tres (1968), La
Madriguera (1969), El Jardín de las Delicias (1970), Ana
y los Lobos (1973), Cría Cuervos (1976), Elisa,
Vida Mía (1977), Los Ojos Vendados (1978) y Mamá
Cumple 100 Años (1979). Craneada justo después de sus dos análisis
descarnados sobre las violentas frustraciones masculinas de la España
franquista, Los Golfos (1960) y La Caza (1966),
la primera acerca de la juventud marginal y la segunda sobre la burguesía
privilegiada, y de una faena algo olvidable y por demás comercial
intitulada Llanto por un Bandido (1964), esa gesta de
aventuras sobre el bandolero del Siglo XIX José María Hinojosa Cobacho alias
“El Tempranillo” que se suele recordar por una participación actoral de Buñuel,
amigo y mentor de Saura, Peppermint Frappé es en sí la
primera exploración del realizador en torno al universo femenino aunque siempre
manteniendo una mirada viril de rasgos ultra patológicos que indaga en aquella
duplicidad lujuriosa del film del británico, léase el amor imposible que nos hace
sufrir pero se impone como faro y ese otro con el cual nos tenemos que
conformar a diario, panorama aquí leído en términos de las masacres evitables
de influjo social de Los Golfos y La Caza.
…Aux côtés de José Luis Lopez Vazquez, qui
remplit son rôle ingrat de pervers vieillissant avec une intensité sourde des
plus inquiétantes, Geraldine Chaplin fait des étincelles dans son double
emploi. A moins qu’il ne s’agisse d’un personnage représenté sous des
apparences encore plus nombreuses, né de l’imagination biaisée d’un homme perdu
dans sa solitude et de sa triste vie qu’il ne veut ou ne peut partager avec
personne. Si elle ne se lance pas dans des moments d’une euphorie enivrante,
ponctués à deux reprises par une danse débridée, Chaplin énonce avec peu de
moyens expressifs le spectre intégral des émotions féminines. Presque sans
faire exprès, elle réussit à voler la vedette à son pendant masculin aux traits
psychologiques peut-être un peu trop opaques. Elle personnifie à elle seule le
yin et le yang, la femme rêvée et la femme possédée, de la quête impossible de
Julian. Sa victoire finale toute relative ne laisse certes pas encore présager
un point de vue affirmatif de la cause féministe. Elle apporte par contre une
profondeur vaguement machiavélique à cette histoire, qui aurait couru sinon le
risque de n’être que le reflet de vieux fantasmes nombrilistes de la gente
masculine…
…La beauté de « Peppermint Frappé », et
peut-être devrait-on dire son sortilège, réside dans cette ambigüité permanente
des images, de la description à l’onirisme, du perçu au fantasme, sans qu’on
sache au juste qui, de la réalité sociale (le portrait de la bourgeoisie
espagnole et des derniers « feux » franquistes), de la satire, de la
fable et du surnaturel, l’emporte finalement. Les symboles pourront paraître un
peu soulignés et grossiers (les refoulés enterrés et la maison-grenier comme
toutes les images de l’inconscient) mais ils sont joués avec beaucoup d’humour
et de liberté, en formant les indices d’un rébus ludique et d’une farce, davantage
que les preuves d’un discours solennel.
On sait que Saura n’a pas
mâché ses mots (du moins léché ses images), vis-à-vis du franquisme, et qu’il
s’est fait un maître de la métaphore, tentant de contourner une censure encore
très virulente, pour la représentation du pouvoir, du sexe, et de la religion.
« La Chasse » (1966), son troisième et précédent long-métrage, tout
comme son film le plus connu, le remarquable « Cria Cuervos » (1976),
comptent parmi les exemples les plus cinglants, dénonçant avec vigueur à la
fois les crimes du régime franquiste, sa morale répressive, et le machisme
patriarcal de sa « bonne » société. Pourtant, il serait réducteur
d’aborder « Peppermint Frappé » sous le seul angle politique. Ce qui
donne encore aux films de Saura une actualité (et d’une certaine manière une
modernité assez indémodable), est de ne jamais se réduire jamais à
l’illustration d’une contestation ; celle d’un ordre au conservatisme
étouffant, avec sa conséquence, les névroses de la classe bourgeoise.
Les films gardent, quelles
que soient leurs charges, toute l’ambiguïté formelle et discursive de fables,
qui traduisent par delà leurs contextes, quelque chose d’une animalité humaine
plus fondamentale, et inassignable. Les films – comme une entomologie
imaginaire, pulsionnelle et fantaisiste, mais sans la distance d’un regard
analytique, strictement contempteur – sont pris dans les mailles et le relief
de cette vie intérieure propre aux personnages. En ce sens, Julián, le héros du
film, est une icône burlesque, antipathique, mais presque attendrissant dans
ses défaillances : il est à la fois un Méphistophélès, satyre et pygmalion avec
sa Galatée de magazine, préparant son peppermint comme une drogue du violeur ;
et une caricature pathétique du pauvre diable, un portrait goguenard de l’envie
et du refoulement bourgeois, qui plaide pour une rigoureuse hygiène à coups
d’appareil de musculation et de douches écossaises, afin de mieux se détourner
d’envies inavouables. Une représentation fantasque, sous un air de trivialité
très lambda, de l’hypocrisie sociale et de la tyrannie répressive, élevés en un
art sournois et malicieux… peppermint frappé à l’appui.
The radiologist Julian (José Luis López Vázquez) visits
his childhood friend Pablo (Alfredo Mayo) having not seen him for a long
time. Julian is struck by Pablo’s new bride, the vivacious and carefree
Elena (Geraldine Chaplin). Elena looks remarkably similar to a girl
Julian remembered seeing years before, beating a drum in a Holy Week
parade. Elena claims it wasn’t she, but it’s too late… Julian is wildly
obsessed with her. Unable to draw her away from Pablo, he focuses his
attentions on his shy, frumpy nurse Ana (also Chaplin), trying to mold her into
Elena’s image.
I didn’t intend to watch two movies with Vázquez
back-to-back… in fact, I didn’t even know beforehand that he was in either of
them. He turns in another excellent performance here. The film is
dedicated to Buñuel (and now that’s two reviews in a row where I invoke the
name of Buñuel) and Julian is very much like a character from one of that
director’s films. You could imagine Fernando Rey in the role… although
that’s no knock on Vázquez. Julian has a sexually obsessive tendency to
compartmentalize women’s body parts — in the opening credits, we see him
cutting up female images from magazines — as he focuses on a leg, a hand, an
eyelash. As a radiologist, he sees people as pieces that fit
together. His treatment of Ana is blatantly,
shamelessly manipulative (shades of Vertigo) and he
trembles with frustrated desire in the face of Elena. Chaplin — whom
Saura would have a long relationship with, both professional and personal
— is superb as well, handling a dual role as well as anyone else I can
think of.
Saura’s visuals are stunning, warm lighting and bright,
vibrant colors all over the place… like the ubiquitous titular beverage that
Julian prefers, a shocking green. Intriguing flashbacks to Julian’s
childhood are done in a pleasantly grainy black and white. There are some
delicious 360-degree camera movements. The set design is extraordinary as
well, like the ultra-modern art deco room Julian keeps in the midst of the
shambling ruins of his childhood abode. The music is quite good, although
there is a repeated pop song (by Los Canarios) that isn’t nearly as good nor as
catchy as the unforgettable “Porque Te Vas” from Cria Cuervos.
There are probably depths here that I didn’t catch on to
during this first viewing, but you can certainly read it as an allegory for
Franco-era Spain, with men ruthlessly steamrolling others for personal
gain. But it also works wonderfully as an intriguing psychosexual
character study/thriller. I kind of wish it went a little further in
exploring and expanding Julian’s obssession, the film feels like it could use
more development… especially in the Julian/Ana dynamic. But the developments
we get are very intriguing, and tinged with black comedy. I heartily
recommend it, one of the best I’ve seen by Saura.
…Lo que hay en la miel es un excelente trabajo de guión
de Rafael Azcona, muy en la línea de sus trabajos con Berlanga de la época, con
un maravilloso personaje, el de Amelia de la Torre, que sólo podía crear el
Azcona de finales de los setenta, también en línea con "La grande
bouffé" y excesos similares. A ese guión excelente sin embargo le acompaña
una dirección rutinaria de Masó, que sin embargo está muy por encima de los
trabajos de dirección que otros más reconocidos hacían en la época (véase la
decepcionante "Cinco Tenedores" de FF Gómez). Sin embargo, la presencia de Jane Birkin ayuda a
contrarrestar esa rutinaria dirección, derrochando sensualidad y espontaneidad
a partes iguales, mientras vemos como su irrupción altera para siempre el mundo
de Don Agustín, el dócil personaje de López Vázquez…
…"La miel" es una inteligente comedia pues no
adapta el camino genérico fácil que pudiera haber dado su argumento: un seglar
(López Vázquez) expulsado del monasterio por líos de faldas es trastornado y
seducido por una apuesta prostituta (Birkin), madre de un alumno (Sanz) del
seglar, profesor de instituto. Solo la presencia de Birkin daba pie al típico
carrusel pseudoerótico para/por/con el típico reprimido español. Sin embargo,
no va por ahí "La miel" y se adentra en un tono leve, pero
suficientemente profundo, en la comedia agridulce, no muy lejana a lo negro,
dónde Masó vuelve a fracasar porque no quiere intentar triunfar siquiera, pues
aún cuando el personaje de López Vázquez es comprensiblemente patético, no
llega a ser brutal, lo que hubera metido la inyección definitiva de cianuro a
la película…
La historia es pésima, mal contada, mal estructurada, tópica,
burda y casposa. Pero está Jane Birkin!! una autentica diosa, quizá venida a
menos... pero Jane Birkin al fin y al cabo y un extraordinario Lopez Vazquez,
que yo no se si era tan buen actor como para interpretar que se le caía la baba
por la Birkin o es que literalmente se le cayó, sin menospreciar a tan
magnifico actor y conociendo su afición a las mujeres guapas, creo que le costo
poco hacer el papel...En fin, el interés del film se limita a los fans de la
cantante de Je tàime moi non plus. a una mas que correcta interpretación de
Lopez Vazquez y a ver a Jorge Sanz en su segunda película como niño mal criado
de madre casquivana.
film a episodi del 1963, dove Franco e Ciccio fanno la loro (buona) parte,
e Walter Chiari pure.
nell'ultimo episodio si cita Entr'acte, di
René Clair.
il giudice è
interpretato da José Luis López Vázquez (ha fatto l’attore in soli 261
film, dice Imdb, lo avrete già visto di sicuro, anche con Marco Ferreri
messicano)
non perdetevelo, se avete voglia di ridere, naturalmente - Ismaele
…Gli imbroglioni è un lavoro giovanile di Fulci,
molto divertente, dotato della classica struttura a episodi, nascosta da varie
cause decise dal pretore di un tribunale romano. I due amici sono in fuga dalla
Sicilia in cerca di fortuna, ma si cacciano in una serie di guai e sono
artefici di piccoli imbrogli che li portano ad accumulare diverse condanne e
parecchi anni di galera. Sono i protagonisti assoluti di tre episodi e tutti li
ricordiamo per caratteristiche espressioni: “Innocenti siamo!”, “C’è un
equivoco giudiziario!”, “Abbonati siamo!”, per finire con l’esilarante
“Ricorreremo ad Assisi!”. Altri interpreti di episodi divertenti sono Raimondo
Vianello, procuratore calcistico bolognese innamorato delle donne, e Walter
Chiari, fidanzato vessato dalla suocera ma innamorato della sua donna. Castellano
e Pipolo scrivono solo l’episodio che vede protagonista Walter Chiari, mentre
Vighi e Guerra si dedicano alle peripezie di Franco e Ciccio che conoscono dai
tempi di Gerarchi di muore (1961) di Giorgio Simonelli. La pellicola
è girata in quattro settimane, come abitudine di Lucio Fulci e caratteristica
delle pellicole interpretate dalla coppia comica siciliana. Ma non è tirato
via, non presenta buchi di sceneggiatura né problemi di regia. Il 25 settembre
1963 debutta all’Astor di Torino, nel corso della stagione incassa 523.455.000
lire ed esce in Spagna con il titolo de Los Mangantes. Franco e Ciccio sono gli imbroglioni
principali, Walter Chiari e Raimondo Vianello rivestono ruoli importanti, ma si
ricordano con piacere molti comprimari. Tra questi il marito geloso Aroldo
Tieri, la moglie disponibile e disinibita Dominique Boschero, la suora
ricamatrice Antonella Lualdi (episodio più debole tra i sei che compongono il
film), un avvocato invadente come Pino Scaccia, una bella e docile fidanzata
come Luciana Gilli, una suocera terribile come Xenia Valderi, un politico
spernacchiato come Alberto D’Orsi, un vigile urbano imbranato come Nino
Terzo, per finire con le rapide apparizioni di bellezze acerbe come
Stefania Sandrelli e Margaret Lee. Memorabile la scena del funerale
nell’episodio interpretato da Walter Chiari, quando tutti ascoltano la partita
della nazionale alla radio, al goal dell’Italia la carrozza parte al galoppo e
i partecipanti al corteo funebre la inseguono di gran carriera. Divertente anche
Franco Franchi truccato da mummia nel corso di un’improbabile truffa
archeologica a un turista tedesco che crede alle mummie in una tomba etrusca.
Il film anticipa molti temi della commedia sexy, appena accennati e
giustificati da indovinate parti oniriche. Margaret Lee è una sexy infermiera,
Stefania Sandrelli una paziente che indossa un seducente due pezzi sul lettino
del medico Walter Chiari. >Giorgio Gaber canta La ballata
degli imbroglioni mentre scorrono i titoli di testa, ma durante il
film ascoltiamo con piacere anche il tema di Roma nun fa’ la stupidastasera e
Go-Kart Twist cantata da un giovanissimo Gianni Morandi.
E' una versione aggiornata di un giorno in pretura
diretta con professionalità da Lucio Fulci quando collaborava con Franchi ed
Ingrassia. I due comici fanno la parte del leone se non altro per il numero di
spezzoni in cui sono impegnati. Il migliore però è l'ultimo con Walter Chiari
se non altro per la scena cult della radiocronaca di Italia Inghilterra nel bel
mezzo di un funerale. Non male comunque nemmeno lo spezzone con protagonisti
Aroldo Tieri e Raimondo Vianello. L'unico episodio da dimenticare è decisamente
quello delle suore.
Comedia coral, farsa episódica de
ambiente judicial con José Luis López Vázquez como
juez de un tribunal ante el que desfilan personajes pintorescos que crean
historias sobre pícaros, batalla de sexos, obsesiones sexuales del ciudadano
medio…
Es una producción hispano-italiana con
una irritante participación de la pareja cómica Franchi e Ingrassia en
regulares apariciones, y una serie de historias sin chispa ni conexión entre
episodios, casi todos protagonizados por intérpretes italianos.
A la película le falta soltura narrativa
y gracia, con algún momento puntual ingenioso dentro de la atonía general, en
especial el protagonizado por Walter Chiari en la mezcla negra entre fútbol y
muerte. Más allá de ese momento, la película es bastante mediocre.