Visualizzazione post con etichetta Sandrine Kiberlain. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sandrine Kiberlain. Mostra tutti i post

mercoledì 13 dicembre 2023

Un héros très discret - Jacques Audiard

Albert Dehousse è un imbroglione, che finge di essere chi non è, di aver fatto quello che non ha fatto, di conoscere chi non ha mai conosciuto, Albert è un fingitore, e anche bravo.

lascia il suo paesello, durante la guerra, era già sposato, ma lascia tutto, per sopravvivenza, per avventura, si barcamena nella tempesta della guerra, diventa un partigiano, poi un militare, è uomo di successo, molto stimato da tutti, fino a che la finzione crolla e le porte della galera si aprono per lui.

Mathieu Kassovitz è straordinariamente bravo, come il regista Jacques Audiard, d'altronde.

un gran bel film, da recuperare.

buona (galeotta) visione - Ismaele


 

 

QUI il film completo, in francese

 

 

Nella sua essenza UN HEROS TRES DISCRET è un film che celebra la fantasia affabulatoria, la creatività dei sogni ad occhi aperti e come tali anche delle menzogne ben fatte, quelle talmente vivide e capillari da prendere vita e "generare" vita. I desideri coltivati da Albert si riversano infatti nella realtà, nel futuro riuscendo egli a godere dei frutti di eroismi immaginari, ma anche nel passato, con illustri sconosciuti che finiscono per ricordarlo nei posti più disparati, inventando per lui, allargando la sua storia e il suo mito ormai indistinguibili. 

Nonostante l'apparente provocazione di una carriera fatta di inganni e scimmiottamenti ai danni di figure "intoccabili" per i valori del dopoguerra, non si avverte alcuno stridore. C'è anzi qualcosa di molto armonioso, positivo (e rassicurante?) in questa vicenda in cui le menzogne non sono figlie di avidità o di opportunismi squallidi ma della fantasia più sfrenata ed entusiasta che consente a un sognatore di prendersi una rivincita su un'eredità penalizzante anche quando ormai il tempo degli eroi sembra scaduto. Si aggiunga poi che il lavorio incessante di Albert sulle storie vere e sulle bugie anche col passare del tempo non diventa (come si potrebbe immaginare) un instabile castello di carte, ma acquista i crismi dell'esperienza approfondita di fatti bellici e umani e di come distinguere verità e falsità negli altri. Dote che paradossalmente gli garantirà ulteriore stima e ulteriori successi...

Splendidamente multiforme e palpitante la colonna sonora di Alexandre Desplat, e bella anche l'idea di Audiard di utilizzare degli stacchi visivi sulla performance dell'ensamble di musicisti a mo' di cesura tra i capitoli.

da qui

 

…Con un dettato narrativo così polifonico i risvolti metaforici ovviamente si moltiplicano: Albert Dehousse rappresenta al tempo stesso un impostore opportunista e un personaggio che esemplifica la necessità di fare fronte agli insuccessi della vita e reinventarsi continuamente, cercando spazi in cui essere utile (come dimostra la sua abilità nello smantellare una rete di miliziani tedeschi durante il comando a Baden-Baden). Su un piano più circostanziato dal punto di vista storico, la collocazione nel contesto della ricostruzione postbellica rimanda all'esigenza tutta francese di riconquistare una dignità nazionale dopo l'onta dell'Occupazione tedesca e del collaborazionismo del governo di Vichy (il maresciallo Pétain e i suoi funzionari sono naturalmente citati più volte nel film). E, a un livello ancora più generale, la capacità esibita da Albert nel calarsi con sempre maggior convinzione in finzioni credibili (dapprima si finge scrittore di talento copiando romanzi altrui, poi si improvvisa rappresentante di prodotti tessili per evitare la coscrizione e infine si spaccia per membro della Resistenza) suggerisce il lavoro dell'attore da una parte e il meccanismo illusionistico del cinema dall'altra. Tre piani di lettura che si intrecciano e intersecano vertiginosamente, rendendo la visione di "Un héros très discret" un ininterrotto esercizio di dinamismo spettatoriale tanto funambolico quanto avvincente. Un autentico delitto che non sia stato distribuito in Italia.

da qui



sabato 29 aprile 2023

November - I cinque giorni dopo il Bataclan - Cédric Jimenez

un film sul fallimento dei servizi segreti e della polizia contro un gruppo di terroristi capaci di sfuggire alle maglie dell'antiterrorismo.

Cédric Jimenez non si interessa dell'attentato del Bataclan, dei morti, del sangue, gli interessa ricostruire quello che succede dopo, le enormi difficoltà a stare dietro a quel gruppo di terroristi che sembrava invincibile, con una struttura semplice, ma impossibile da scoprire in anticipo, e neanche dopo, per un po'.

e poi appare Samia (la sempre bravissima Lyna Khoudri), che riesce, a rischio della vita, e delle incomprensioni, a dare l'aiuto decisivo per venire a capo di un puzzle impossibile da risolvere.

bravissimi, e molto umani, Sandrine Kiberlain (Héloïse), Jean Dujardin (Fred), Anaïs Demoustier (Inès).

il ritmo e la tensione non calano mai, e si rinnovano per ogni ipotesi nuova che viene presa in considerazione.

il film è del 2022, in poche sale, i 106 minuti da dedicargli sono davvero ben impiegati.

buona visione - Ismaele

 

 

 

Questo film è un film sperimentale. Perciò audace. Perché di una tragedia che per un Paese, un popolo, un sentire, è un nervo ancora, sempre e probabilmente in eterno scoperto guarda non la tragedia in sé, bensì la sua spazializzazione

da qui

 

Con November – I cinque giorno dopo il Bataclan il regista Cèdric Jimenez porta sullo schermo un ritratto doloroso di un evento che ha colpito non solo le persone, ma una nazione intera. Lo fa proponendo un thriller interessante, emotivamente ed emozionalmente, con una sceneggiatura strutturata alle spalle. Pone lo sguardo non sulla strage stessa, ma sulla ricerca degli uomini che l’hanno compiuta e sulla squadra investigativa che li ha cercati…

da qui

 

…Le psicologie dei componenti dell'unità vengono messe in rilievo con i giusti accenti e notazioni. Ciò che però diviene di particolare interesse e che fa in qualche misura prendere a questo film le distanze rispetto ad analoghe ricostruzioni di altri avvenimenti, è il rapporto con una testimone. Si tratta del personaggio interpretato da Lyna Khoudri, una giovane donna musulmana che rivela alcuni elementi a proposito degli attentatori che coloro che indagano faticano ad accettare come veritieri. Se una degli agenti dell'intelligence è disposta a darle fiducia per altri prevale il suo essere musulmana e quindi, di conseguenza, il sospetto che si stia prestando deliberatamente ad un depistaggio. Si tenta di coglierla in contraddizione e, una volta riusciti nell'impresa, la si considera  inattendibile sino a trattenerla in detenzione. 

Ecco allora che la ricostruzione di un fatto che ha tragicamente segnato la storia recente si allontana dalle scene di irruzione o di organizzazione strategica già viste altrove per porre un problema che riguarda non solo l'intelligence francese ma tutte le agenzie demandate a cercare la verità per giungere alla cattura dei colpevoli. Quando il pregiudizio prevale sulla razionalità anche le equipe professionalmente più competenti rischiano di cedere finendo con il perdere di vista i loro veri obiettivi. Divenendo così involontariamente ma anche un po' colpevolmente complici di coloro che vorrebbero e dovrebbero combattere.

da qui

 

…Il regista fa trasudare tutto questo: la responsabilità profonda che ognuno sente per il proprio ruolo di fronte alla difesa del Paese, insieme allo smarrimento e all’angoscia nell’eventualità di prendere piste false. Le riprese sono alternate tra movimenti di macchina chiari, con lo stile delle serie tv statunitensi sulle unità anticrimine, e riprese da videocamere a infrarossi poste sugli elmetti dei soldati, o dall’alto in notturna con droni. Il ritmo serrato è dunque agevolato dal punto di vista della macchina da presa, ma non vuole limitarsi a quello.

Traspare chiaramente in November il sentimento del regista che vive le emozioni dei personaggi che riprende, che empatizza con la paura, il desiderio di riuscita e, forse per alcuni aspetti, l’ammirazione per l’eroismo di chi ha scelto un mestiere che con ottime probabilità espone a una morte violenta. November pone molti interrogativi, e riesce a far osservare quei fatti partendo dalla prospettiva di chi mette la propria umanità fallibile al servizio della possibilità di salvare vite umane e arginare problemi di proporzioni mondiali. Ma riesce a farlo senza patriottismo e, piuttosto, con un ottimo andamento registico e narrativo.

da qui

 


lunedì 3 aprile 2023

Betty Fischer e altre storie - Claude Miller

una ladra di bambini, suo malgrado, (altro che Putin)è la protagonista (Sandrine Kiberlain) del film.

quando muore il figlio Betty riceve l'invadente visita della madre, un po' fuori di testa, che per sostenere la figlia ruba un bambino per sostituire il nipote morto.

piano piano diventa il figlio, la polizia indaga, sul bambino scomparso, ma non sono troppo bravi, anzi...

una storia ad orologeria che non delude, promesso, Claude Miller è una garanzia.

buona visione - Ismaele


 

 

In quest'opera di Claude Miller (apparsa nelle nostre sale con ben due anni di ritardo), si avverte la prosecuzione di un cinema che da un lato possiede la consapevolezza del percorso fin qui tracciato, mentre dall'altro si abbandona ad un andirivieni di atmosfere, colori, racconti, sempre sussurrati in margine all'evento narrativo principale. Se infatti nella prima parte si avverte il respiro intermittente e casuale di un cinema da camera (i confronti tra madre e figlia, alla quale è appena moro il figlio, rimandano al set centralizzato e opprimente di Guardato a vista), nella seconda è come se Miller liberasse improvvisamente i corpi descritti fino a quel momento per sprigionare una macchina mobilissima che si perde nelle periferie, contaminando con un movimento nervoso ed elettrizzante traiettorie di vita fino a quel momento occluse. C'è insomma il miglior cinema del regista in questo costante spiazzamento di fisicità sull'orlo di una crisi depersonalizzante (la protagonista che cerca lo spettro di suo figlio morto nel "nuovo" bambino procuratole dalla madre), anche perché lo sguardo che agisce sulla scena non ha davvero nulla di consolatorio, per il portare sul proprio corpo i segni di una lacerazione dialettica sempre trasformata in simbolo di lotta, di violenza, di scontro. Miller lavora direttamente su un spaesamento sentimentale che per l'appunto termina in un cerchio mancato (il finale borghese è puro artificio ironico, di quelli che pullulano sia pur in forme diverse, nelle opere di Chabrol), affiorante come linguaggio nascosto delle cose, quadratura impossibile da realizzare perché mancante sin dall'origine (già l'inizio dell'opera, col ritorno della madre della protagonista, segna un'irruzione destinata a creare scompensi). Questo allora il senso di strappi improvvisi (il flashback iniziale con la protagonista ferita con delle forbici dalla madre, che pare un eco sussurrato de La piccola ladra), che configurano una sorta di metastasi galoppante che uccide un mondo (quello della sicurezza familiare) per sostituirlo con un giro di vite che culmina nello sbandamento più drastico. Nell'accensione di un punto di non ritorno.

da qui

 

Film non facile, ma decisamente riuscito. Il tema centrale è, di fatto, il cosiddetto amore materno. Veniamo a conoscere tre donne, tre madri, stupendamente incarnate da Mathilde Seigner, Sandrine Kiberlain e una straordinaria quanto sciroccata Nicole Garcia. La prima ha un figlio, frutto indesirato di un periodo “movimentato” della sua vita, la seconda perde il suo, che cade incidentalmente dalla finestra di casa (la citazione da “L’argent de poche” di Truffaut è evidente, anche se lì Gregory si limitava a “fare boom”, mentre qui il bambino muore, lì inseguiva un gatto, qui tenta di acciuffare un uccellino), la terza è la madre della seconda, un caso clinico da manuale. Non mi inoltro nella trama, piena di risvolti inattesi, di figure umane e credibili. Miller suddivide il suo film in una serie di capitoli, che sono la “storia di…” uno dei personaggi, senza perdere mai il suo filo narrativo. Gli attori: Sandrine Kiberlain, magra, bionda, non bellissima, ma bravissima, si conferma come una certezza del cinema francese; Mathilde Seigner non ha bisogno di alcuna conferma, ma affronta qui un ruolo insolito per lei, quello di una ragazza ancora adolescente, libertina, ma soprattutto mamma per caso; infine, c’è la prova straordinaria di Nicole Garcia, madre fuori di testa, egocentrica e inarrestabile. Anche la colonna sonora fa la sua parte: un pianoforte, ora classico, ora jazz, sempre caloroso e sempre al momento giusto. Per quel che mi riguarda, Claude Miller è uno di quei registi che fanno sempre centro. Eccone un esempio che consiglio vivamente.

da qui

domenica 10 aprile 2022

Un altro mondo - Stéphane Brizé

Philippe Lemesle è un sicario del capitalismo, la forma di economia che neanche i diavoli potevano immaginare.

gli chiedono di fare il killer di lavoratori e chi glielo chiedo, un capo che ha ancora una faccia, si giustifica dicendo che anche lui deve obbedire, i mercati, i consigli di amministrazione, gli azionisti, i fondi.

la vita di Philippe è una merda, il divorzio è vicino, il figlio è fuori di testa, lui vive per il lavoro e nella menzogna.

quando gli chiedono cose inaccetabili fa la cosa giusta, diserta, il sistema (di merda) andrà avanti, i disertori sono sempre soli, nessun partito li accoglie, ma si possono guardare allo specchio senza sputarsi in faccia.

Sandrine Kiberlain e Vincent Lindon sono bravissimi, se fosse un film muto non importerebbe, le loro facce dicono tutto.


un altro mondo è possibile, sempre meno in forma collettiva.


non perdetevelo, il film è addirittura in una ventina di sale.


Philippe è un supereroe, come Julie e come Diana, di quelli veri, non finti come quelli dei fumetti e dei cinecomics.


buona (imperdibile) visione - Ismaele









…Lemesle, interpretato dal solito, magnifico Lindon, è un dirigente quadro che, d’improvviso, vede enormemente ridotti margini di manovra e libertà d’azione che credeva infiniti. La dissoluzione familiare, con un divorzio e un figlio che, schiacciato dalla pressione, si chiude in un mondo mentale fatto d’impossibile controllo su ogni particolare, accompagna la dismissione, in azienda, di un consistente numero di dipendenti, pena la cacciata ignominiosa dal listino di Borsa. Il piano di ristrutturazione da lui proposto è sensato (rinunciare ai bonus annuali per tentare di salvare il salvabile senza toccare i posti di lavoro) ma completamente rigettato dal “sistema”, fatto di tagliatori seriali di teste e un CEO americano che comunica decisioni via Zoom, e dagli stessi colleghi, che fanno quadrato sulla difesa del privilegio, percepito come diritto inalienabile. Lemesle/Lindon mentirà spudoratamente ai rappresentanti del consiglio di fabbrica, e da questo fondo tenterà pian piano di risalire, per mantenere, se non il lavoro, almeno un barlume di coscienza e umanità.

Il cineasta francese narra questa complessa materia con il suo stile sobrio e senza fronzoli, tutto teso al raggiungimento del risultato, probabile frutto di un lungo lavoro di documentazione sul campo: nessuno come lui (forse solo il gigante Frederick Wiseman, ma lì parliamo di riprese “dal vero”) è capace d’inquadrare dinamicamente una riunione aziendale, alternando sapientemente primi piani e macchina a mano, restituendoci una sensazione di realismo perfettamente accompagnata dalla recitazione fortemente naturalistica degli attori in campo. Non un segmento o un’inquadratura sovrabbondante, in poco meno di un’ora e mezza si arriva al punto senza tralasciare nulla, e in una Mostra con film dalle durate spesso (inutilmente) elefantiache questo non può che rappresentare un ulteriore punto a favore

da qui


 

…Non ha l'aria di un dibattito Un autre monde ma di una guerra. Piantato in una terra di nessuno senza più parole e senso dell'altro, il personaggio di Vincent Lindon incarna una crisi intima e mette in evidenza le ferite che provoca la logica del capitalismo, le cicatrici che lascia, anche sull'avversario.

Sempre in scena, sempre incollato alla scrivania, il protagonista non riesce a uscire dallo spazio confinato che ha creato il conflitto sociale. Sull'altare dell'azienda ha sacrificato tutto quello che gli era più caro e adesso non ha modo di fuggire lo scacco, deve incassare lo choc e attenersi ai suoi obiettivi. Sul corpo di Lindon, che ama abitare le storie rivelatrici di una realtà sociale, pesa un'altra volta la legge del mercato. Chiuso dentro l'ufficio e il sistema, il protagonista non riesce più a ritagliarsi margini di libertà. L'intimo è divorato tutto intero dal mercato.

Tuttavia, se le opere precedenti mostravano che non viviamo affatto in un mondo ideale, il nuovo film di Brizé dimostra che un altro mondo è possibile. Philippe Lemesle, integrato nel sistema, riafferma dentro al sistema la sua singolarità. Certo l'autore mette in difficoltà il suo protagonista, che parla poco e ascolta tanto. Possiamo sentire il problema di coscienza che lo rode e che il ruolo di leader gli impone. Perché il capitalismo spreme anche la dirigenza come limone…

da qui

 

 

sabato 29 gennaio 2022

Mademoiselle Chambon - Stéphane Brizé

una storia banale, la maestra e il muratore, padre di un suo alunno, vengono attratti dalla calamita della passione.

e le cose vanno avanti, fra silenzi, sguardi, tutto in modo misurato e però irresistibile.

ottimi attori, la maestra, il muratore e la moglie, che sa soffrire e aspettare.

un fran bel film, per gli amanti del cinema francese, e di ogni cinema.

buona (musicale e tormentata) visione - Ismaele


 

 

 Sconsiglio la visione di questo bellissimo film alle persone che lamentano l’eccessiva lentezza di un certo cinema francese. La raccomando invece vivamente a chi ama i film costruiti sulla qualità dei dialoghi, sull’intensità della recitazione e sull’introspezione dei caratteri dei personaggi. Inizialmente, Jean e Véronique esitano addirittura sul modo in cui parlarsi e comportarsi l’uno con l’altra. Piccole frasi, reciproca gentilezza nei modi, reciproco rispetto. Per arrivare al primo bacio si deve attendere una quarantina di minuti e faranno l’amore una sola volta, a film quasi terminato. Il finale, poi, porta da tutt’altra parte. Vincent Lindon, attore capace veramente di tutto, si cala in maniera sorprendente per autenticità nella parte del bravo muratore, forte, uomo semplice ma onesto e di grande umanità. Di fronte a lui l’eccellente Sandrine Kiberlain, quasi stupita dei sentimenti che sente nascere dentro di sé nei confronti di un personaggio lontano anni luce dal suo modo di vivere. Il film è privo di scene erotiche, ma si respira aria di desiderio sessuale fin dal primo incontro. Questo approccio a tentoni, il lento avvicinamento dei due protagonisti e l’esito che non va rivelato suscitano nello spettatore una crescente tensione da thriller psicologico in una vicenda ambientata nella quotidianità di persone di ogni giorno, in contesti semplici quali il lavoro e la vita familiare. Tutto avviene alla luce del sole, non ci sono incontri segreti, né scoperte traumatiche. A nudo vengono messi soltanto i sentimenti, le incertezze, la paura mista a desiderio di cambiare vita. In questo risiede la grandezza di un film delicato quanto profondo. Nell’adattare il romanzo di Eric Holder da cui è tratta la sceneggiatura, il regista Stéphane Brizé riconosce di essersi lasciato volutamente influenzare da « I ponti di Madison County » (1995) di Clint Eastwood (fonte « Allociné.com »). Ne condivide in effetti la sobria tonalità ed una conclusione che lascia con il groppo in gola. Da notare che, nella vita reale, Sandrine Kiberlain e Vincent Lindon sono stati moglie e marito...

da qui

 

Mademoiselle Chambon is an exquisite and well-acted French film directed by Stephane Brize. There isn't a wasted moment in this subtle and slowly unfolding story of an extramarital romance. Both Jean and Veronique are opened to fresh territory inside themselves that they had not explored before. And their lives are enriched by what happens between them. Vincent Lindon and Sandrine Kiberlain give stellar nuanced performances which make the most out small moments that signal the soundings of the heart.

da qui

 

Mademoiselle Chambon es una película sobre las otras gramáticas, las evanescentes, las que nacen y mueren cada día, las que están implícitas en el silencio, en las miradas, en las ventanas que se rompen, se abren y se cierran. En la manera de acomodar las masitas en un plato. En la paz cifrada en unos pies dormidos. En la pose fingida de los amantes que dicen sentir la música cuando lo único que pueden escuchar son sus propios latidos, que ya no dan más. También están los frágiles códigos de la cobardía que las mujeres leen a la perfección (no, Jean, no tenías que montar la escena del cumpleaños para “hablarle” a tu mujer), y aún más extendidos están los códigos de la resignación y los de la fantasía romántica. ¿Pero qué resignamos exactamente? ¿Qué anhelamos? ¿Podemos definirlo acaso? De nuevo la paradoja, el deseo que no puede hacerse de su objeto. Porque cuando lo consigue, ya dejó de ser deseo.

da qui