Visualizzazione post con etichetta Paul Thomas Anderson. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Paul Thomas Anderson. Mostra tutti i post

sabato 15 novembre 2025

Il filo nascosto (Phantom Thread) – Paul Thomas Anderson

un sarto un po' maniaco del lavoro (e della sua vita) incontra una cameriera in un bar e se ne innamora, a modo suo, gli ricorda la mamma.

la porta con sè, diventerà una sua modella, anche se lei non piace alla sorella di lui.

una storia d'amore (chissà), di perfezione (certamente), di potere,  nell'Inghilterra grigia negli anni '50.

regia perfetta, attori perfetti, una piccola storia, però indimenticabile.

buona (sartoriale) visione - Ismaele 

  

QUI si può vedere il film completo

 

  

…C'è l'uomo, un dittatore inflessibile, un genio autistico che assorbe e annichilisce le sue “compagne”. Un uomo che è un bambino innamorato sempre e solo di sua madre, un bimbo che gioca con gli abiti perché non sa vivere. C'è la donna, una ragazza acqua e sapone con l'ossessione di conquistare quello stilista affascinante e irraggiungibile. Due figure incomplete, devianti, che in qualche modo devono trovare una quadratura del cerchio. C'è tutto il peggio – e la verità – delle figure maschili e femminile in questa storia, e c'è anche la soluzione alle loro mancanze, al claudicare delle loro personalità. Una soluzione meschina, di morbosa interdipendenza e accettazione dell'inganno altrui, pur di trovare una forma di quiescenza.

Non è necessario soffermarsi sulla bravura di un Daniel Day-Lewis magrissimo, tanto carismatico quanto fragile. Da sottolineare invece le prove eccellenti di Lesley Manville e Vicky Krieps, che con i loro personaggi vanno a comporre un triangolo di discordie e riappacificazioni che a lungo andare perde ogni logica concatenazione di causa ed effetto. Il veleno del vivere pare prendere il sopravvento, ma i risvolti restano sorprendenti – e normali – fino alla fine…

da qui

 

Il film è un continuo oscillare tra la presa di potere da parte di Woodcock, il quale, dopo un iniziale attaccamento ad Alma, se ne discosta bruscamente, infastidito da ogni piccolo gesto della donna, e il suo cederlo di nuovo alla compagna, desideroso delle sue cure e attenzioni, una volta regredito a bambino indifeso. Da parte sua, la donna non ha intenzione di farsi da parte, prendendo in mano le redini affinché l’uomo sia indotto a sentire la necessità della sua vicinanza e dando vita, così, a un perverso scambio di ruoli tra vittima e carnefice, fino ad arrivare a un epilogo quasi beffardo, che lascia lo spettatore completamente spiazzato. Paul Thomas Anderson si conferma come uno dei più grandi registi americani contemporanei. Il filo nascosto, come i precedenti film di Anderson, è girato con pellicola 35mm e il regista ha curato personalmente la fotografia assieme ad altri collaboratori, portando il film a non avere, di fatto, un direttore della fotografia accreditato. La sceneggiatura, scritta dallo stesso Anderson, è essenziale, scarna nei dialoghi; piuttosto, ciò che esalta la bellezza di ogni inquadratura sono proprio i lunghi silenzi che permettono allo spettatore di seguire ogni movimento di macchina e di cogliere ogni piccolo dettaglio.

da qui

 

Woodcock, grazie al genio della recitazione di Daniel Day-Lewis, fatta di smorfie, piccoli gesti e battute velenose, rappresenta l'eleganza formale, la perfezione che inebetisce con le sue regole. Alma è invece il cuore mobile che reagisce e incrina la gabbia fino a evadere, creando un nuovo equilibrio. La giovane donna si sostituisce alla sorella, cancella il fantasma della madre e ne ricopre il ruolo: resta musa, modella, collaboratrice e, pertanto, vessata e snobbata, per poi prendere con decisione il controllo e prendersi cura di un Reynolds improvvisamente debole, inerme, ammalato. "Lasciami guidare", gli dice a un certo punto, ma lui, che accetta, non sa che potrà tornare a condurre solo quando lei lo desidererà. Anderson tesse il montaggio lungo le traiettorie degli sguardi, operando un ribaltamento di prospettiva nel momento in cui è Alma a guardare Reynolds, mentre lui, smarrendo il filo della sua storia, accetta di divenire oggetto del di lei racconto. "Il filo nascosto" mette in scena l'amore come patologia, come folie à deux. E Alma rappresenta l'anomalia, l'elemento eccentrico che sposta il gioco verso regole ancora da scrivere. La sua sola presenza costringe Reynolds a mutare abitudini e ad azioni inusitate, come la straordinaria sequenza in cui la raggiunge nella notte di capodanno. È il suo sguardo a enunciare una strada nuova per ricodificare la sintassi cinematografica del sentimento amoroso, una strada perversa che può mutare a ogni incrocio, abdicando all'imprevedibilità dell'emozione

da qui

 

…Anderson usa nuovamente e per l’ultima volta un immenso Daniel Day-Lewis, bravissimo a mostrare quel che non è del suo Woodcock. Immerso in una magione di sole donne, controlla e si lascia controllare da esse, sia sul piano terreno che frutto del subconscio. La sua nuova musa e moglie è l’anello di congiunzione tra l’odio e l’amore, la necessità di far regredire lo stesso Woodcock ad un infante per mostrare la sua infinita debolezza che rende al tempo stesso vicino all’assolutezza vitale e creativa.
La sorella cura gli affari come la sua immagine, un legame ideologicamente incestuoso necessario per l’equilibrio di Woodcock a cui si aggiunge il rapporto con la madre defunta a cui un giovane Woodcock aveva cucito il suo primo vestito proprio per lei, nel giorno delle sue nozze, un filo nascosto che tiene questo rapporto di ricordo e devozione sempre acceso.
Nel dramma familiare, costituito dalla semplice indagine tra uomo e donna, Paul Thomas Anderson si muove tra le migliori citazioni a Psycho o Rebecca, firmati Hitchcock, perché Il Filo Nascosto è un’indagine fuori e dentro il nome della leggenda, tra debolezze e punti di estrema forza creativa, mosse sempre da zone buie che P.T. Anderson indaga senza indugio e con una risolutezza sia narrativa che estetica (come fotografa benissimo ogni dettaglio e lo stato di grazie di Day-Lewis non fa altro che arricchire all’inverosimile il prodotto finale) da piangere diamanti.

Paul Thomas Anderson con quest’opera ci ricorda che il cinema ancor prima di scrittura è immagine, che deve essere curata, confezionata e cucita al minimo dettaglio.

da qui

 

…Paul Thomas Anderson innesta in Phantom Thread un trattato sui rapporti di potere, sulla fragilità umana e sulla forza sconquassante dei sentimenti. Il suo è un film che dichiara l’impossibilità di controllare l’amore e che al contempo, al contrario, urla a gran voce la necessità di farlo quando questo viene represso, dissimulato, rinchiuso in uno scrigno che ogni tanto ha bisogno di essere riaperto, spolverato, coccolato. In una struttura narrativa che racchiude in sostanza i rapporti umani di Joseph Losey nelle eleganze claustrofobiche di Alfred Hitchcock, Il servo incontra Rebecca sulla scala curva de Il sospetto, mentre la centralità della lussuosa casa/laboratorio dalle pareti color crema apre a una costante ambiguità dei rapporti di coppia e della coscienza. Ma, al di là delle sue strizzate d’occhio cinematografiche (non solo) al maestro del brivido britannico e all’atmosfera suggerita dalle musiche incalzanti composte e orchestrate ancora una volta dal fido Radiohead Jonny Greenwood, Phantom Thread, ennesimo film straordinario di uno dei cineasti più indispensabili della contemporaneità, non è un thriller, non è un giallo, non è un melodramma, e non è nemmeno una commedia, per quanto non manchino momenti di arguta e irresistibile comicità. Phantom Thread è tutto questo ed è molto di più: è cinema personalissimo e inclassificabile, espressivo e sublime, magnetico e avvolgente, acuto e stratificato, elegante e seducente, carico di possibili livelli di lettura nella sua ben precisa scelta di evitare tesi e messaggi ben precisi. È un film carico di suggestioni, carico di ambiguità, carico di inquietudine, carico di poetica, carico di momenti di cinema purissimo. Basterebbe la prima volta in cui Woodcock si sente male, resa miracolosa da Daniel Day-Lewis, dal suo sguardo realmente sofferente, dalle sue quasi impercettibili smorfie, dai suoi tremolii nella voce. Oppure si potrebbe citare il sostanziale dialogo muto fra Woodcock e Alma, ormai marito e moglie, quando lo stilista la va a prendere a una festa di capodanno alla quale sa benissimo anche lei che non sarebbe dovuta andare. Non serve parlare, basta guardarsi, basta ascoltare i rispettivi silenzi, basta respirare insieme, ancora una volta, smettendo di respingersi, smettendo di sfuggirsi. A costo di (dovere/volere) aprire ancora una volta la bocca, di mandare giù il boccone che ormai si sa benissimo essere avvelenato, e di lasciarsi andare ancora una volta. Aspettando impaziente la prossima, a sorpresa, o forse no. Buon appetito Reynolds Woodcock, buon appetito amore mio!

da qui

 

PTA è così libero, così consapevole di sé e audace, da permettersi di sfidare le regole del cosiddetto buon cinema. Parte lasciandoci intravedere un film sull’ossessione, la ricerca della bellezza assoluta, l’ansia della perfezione, per poi, attraverso twist narrativi improvvisi, farci entrare in altre zone e in altre storie. Anderson se ne frega anche di realizzare un film esteriormente formalista, superficialmente elegante. Il filo nascosto non è sulla moda, come forse qualcuno si aspetta (le signore del fashion resteranno deluse), non è schiavo di quelle orrende cose che si chiamano chic e glamour (giustamente Reynolds Woodcock, il protagonista, si scaglia contro l’uso e abuso della parola chic), non soggiace all’estetica fashion. Stavolta la moda, peraltro perfettamente rievocata nei suoi riti e nelle sue maniere e feticismi, è solo il dispositivo per penetrare la labirintica personalità di Reynolds Woodcock e mostrarne le ossessioni, le compulsioni, i demoni. E la sua paura del mondo contaminato dal reale, imperfetto, che sta oltre la maison. Lo stesso sguardo di PTA sulla moda non è mai estatico e adorante, nemmeno critico se è per questo, tutt’al più affascinato dalla ferrea disciplina professionale di cui è intrisa, dall’etica parossistica del lavoro che vi abita…

da qui



lunedì 29 settembre 2025

Una battaglia dopo l’altra - Paul Thomas Anderson

tratto da un romanzo di Thomas Pynchon (Vineland), il film  di PTAnderson racconta una storia avvincente, con attori e attrici bravissimi (e Willa, la figlia di Di Caprio nel film, che bellissima sorpresa!).

un gruppo in clandestinità combatte il Potere, con azioni eclatanti, come la liberazione dei migranti imprigionati (che coincidenza, come oggi!).

il film comincia a 100 all'ora, poi rallenta, il gruppo viene decimato e cerca di proteggersi per anni dai soldati statiunitensi guidati dal maniaco Sean Penn.

una cosa importante che sembra folle, ma non troppo, è la società segreta razzista e suprematista, una specie di mafia/massoneria, sembra laterale rispetto alla storia, ma tutto torna.

le società segrete e misteriose (sono loro il Potere vero), appaiono in un libro di Paul Auster (La musica del caso, bellissimo, come tutti i suoi libri, ne è stato tratto anche un film) e in Eyes wide shut, di Stanley Kubrick.

in Una battaglia dopo l’altra ci sono tanti colpi di scena che riempiono gli occhi e le menti, che quando si esce si resta soddisfatti, senza alcun dubbio.

uno dei film più belli dell'anno, da non perdere, Paul Thomas Anderson fa pochi film, ma ottimi.

buona (resistente) visione - Ismaele

 

 

 

 

...Una battaglia dopo l’altra spaventa e diverte, galvanizza e disarma. Ha fatto impazzire Spielberg, che l’ha visto tre volte e l’ha paragonato al Dottor Stranamore: “Arrivi a un punto dove vuoi ridere, perché se non ti metti a ridere inizi ad urlare”, ha detto. “È tutto troppo reale”. Troppo vicino, troppo adesso. È un nuovo classico: un film d’Autore che diventa un blockbuster ineluttabile. È il lavoro di un Cineasta al massimo della forma, capace di raccogliere il delirio dell’attualità e di farne – lo dico? Sì, lo dico – un capolavoro contemporaneo.

Politicamente affilato senza mai essere moralista, Anderson costruisce un racconto ricco di azione, che una volta ingranata la marcia non si ferma più, e che sa alternare l’epica incendiaria a momenti di comicità folgorante. È un film che ha la forza delle proprie convinzioni: ride, sì, ma ride con i denti stretti, perché dietro la risata c’è la vertigine dell’analisi spietata sugli Stati Uniti che non sono mai stati tanto sull’orlo del collasso. Eppure PTA non cede mai alla tentazione del pamphlet: i suoi personaggi restano al centro, con le loro fragilità, i loro fallimenti, le loro ombre. La rivoluzione resta sempre e comunque un fatto umano, prima che politico.

E proprio per questo Una battaglia dopo l’altra è forse il film più radicale della sua filmografia: se Il petroliere era una tragedia americana, se The Master era un duello filosofico, se Licorice Pizza era una lettera d’amore adolescenziale, qui c’è tutto, insieme: manifesto, farsa, melodramma, satira, epopea familiare, tragedia contemporanea. È l’atto con cui Anderson accetta il caos del presente e lo trasforma in Cinema purissimo. Esattamente quel tipo di ossessione che sogniamo di poter chiamare “film dell’anno”. O forse del decennio.

da qui

 

l’esordiente al cinema Chase Infiniti, che è la vera protagonista di Una battaglia dopo l’altra. Supportata da un personaggio magnificamente sviluppato, l’attrice lo mette in scena con un virtuosismo trattenuto degno di colleghe molto più esperte. Infiniti tratteggia una Willa confusa, curiosa, spaventata ma mai passiva di fronte agli eventi drammatici che le se presentano di fronte. Il senso di pragmatica seppur dolorosa accettazione con cui pian piano deve fare i conti col proprio passato, viene raccontato espresso una prova ammirevole. Negli occhi dell’attrice passa tutto il mondo interiore del personaggio, che noi spettatori non dobbiamo neppure comprendere con chiarezza perché quegli stessi occhi vogliono nasconderlo, proteggerlo dal pericolo, mentre invece lo suggeriscono con una tale forza espressiva da renderlo emozionante. In un lungometraggio decentrato, fragoroso e ondivago come Una battaglia dopo l’altraChase Infiniti e la sua Willa rappresentano invece un punto di riferimento indiscutibile…

da qui

 

Eccezionale il cast, con un Leonardo Di Caprio che finalmente riesce a lavorare con PTA dopo il rifiuto, di cui ora si dice pentito, di "Boogie nights", con una caratterizzazione esilarante ma al tempo stesso di forte risalto espressivo del suo bombarolo anarchico dipendente dagli stupefacenti, ma pronto a riesumare la propria dignità di padre e di essere umano in nome degli ideali per cui ha lottato una vita intera. Nel ricco cast di supporto si distinguono il citato Sean Penn, un Benicio Del Toro improbabile ma commovente, una Teyana Taylor di oscuro sex appeal e una Chase Infiniti che dà alla figlia Willa vibrazioni ribelli adolescenziali che arricchiscono ulteriormente la tastiera emotiva di questo grande Romanzo Americano. Le musiche di Jonny Greenwood sono ormai un marchio di fabbrica del cinema di PTA, ma servono benissimo molte sequenze soprattutto di inseguimento, per il resto non serve fare la lista dei contributi tecnici, ma la cosa migliore è abbandonarsi ancora una volta alla magia del cinema di questo grande affabulatore, che ormai fa un film ogni 4/5 anni, e si spera che stavolta gli incassi siano elevati e che magari arrivino i tanto sospirati premi Oscar.

da qui

 

Paul Thomas Anderson realizza l’action politico che voleva fare da anni e che riesce a portare a termine mettendo insieme Pynchon e un budget, secondo le fonti Warner, di 130 milioni di dollari. Intende cogliere lo spirito dei tempi raccontando, con sfumature grottesche, le rivoluzioni (o le imminenti guerre civili?) di oggi. Punta l’intera posta sulla struggente utopia autoriale intrapresa da Welles, Coppola, Cimino, ovvero il kolossal hollywoodiano filo-marxista, fino a incunearsi coraggiosamente nelle afose terre di confine di Sam Peckinpah e negli inseguimenti deliranti di William Friedkin. Sorprendente. E poi c’è il film “privato” di Anderson, quello che alla fine si scioglie nella sua tematica prediletta che è la Famiglia. Con la Willa di Chase Infiniti che diventa il tipico personaggio “figlio” andersoniano, costretto a sopravvivere alle “colpe” di padri e madri e a costruire da solo il suo Tempo, il suo Destino. Mentre la linea temporale di Di Caprio è claudicante, sempre in ritardo, al perenne inseguimento delle donne che ama (la compagna, la figlia). E quella di Sean Penn è frammentata, tragica, contro-Natura, scissa tra il desiderio e la sua soppressione, tra l’istinto biologico della paternità e quello artificiale, massonico, dell’America reazionaria. Un film di traiettorie pazze e indecifrabili questo di PTA. Linee dritte, parallele, spezzate. Traiettorie sentimentali, politiche e familiari incompiute, che si incrociano, si inseguono, si guardano a distanza da uno specchietto retrovisore, come nella straordinaria sequenza ipnotica dell’inseguimento in macchina in mezzo al deserto. L’unico ricongiungimento possibile è quello dell’abbraccio, ovviamente. Il “riconoscimento” tra padri e figli. Si torna sempre lì. È quello il Tempo Assoluto per Paul Thomas Anderson. Fino alla prossima battaglia, da far combattere ai figli… magari ascoltando American Girl di Tom Petty and the Heartbreakers.

E così, mentre siamo qui a domandarci cosa ci sta succedendo intorno e come salvare o amare quello che abbiamo, Anderson ci regala il suo “classico” meticcio, già memorabile, finalmente consegnato al suo e al nostro Tempo. Ma, chissà, forse Una battaglia dopo l’altra è semplicemente una magnifica, fottuta allucinazione collettiva… sulle rivoluzioni che abbiamo o non abbiamo immaginato di fare. Sul mondo in cui stiamo vivendo.

da qui

 

…Una battaglia dopo l’altra quindi, attorno all’ora e mezza comincia a rallentare, anzi quasi si ferma verso un’ultima mezz’ora che prima attraversa una parentesi di confine (lasciamo stare il vacuo inserimento del personaggio di Benicio Del Toro) e poi si disloca in un lungo inseguimento/duello tra larghe cunette di infinite autostrade nel deserto tra una mezza dozzina di auto e di personaggi. Un’ultima parte classicamente risolutiva e rassicurante che deve tutto al debito che ogni cineasta statunitense ha con il western di Ford qui in versione Strada a doppia corsia di Monte Hellman. Insomma, Una battaglia dopo l’altra è molto meccanismo e ipotetica emozione, con rappresentazione del potere e contropotere che bussano alle porta della farsa. Ispirato alla lontana a Vineland, quarto romanzo di Thomas Pynchon. Se nessuno ci viene a cercare scriviamo che l’unico momento in cui DiCaprio recita da Dio è negli ultimi cinque minuti di film quando chiacchiera calmo con Willa e cerca di farsi un selfie con il flash.

da qui



venerdì 14 febbraio 2025

The Brutalist - Brady Corbet

la storia di László Toth è quella di tutti gli immigrati poveri negli Stati Uniti d'America (dove tutti sono migranti di prima, di seconda, di n-generazione, gli indigeni sono stati, quasi tutti, sterminati).

i (merdosi) riccastri degli Usa sono corrotti, antisemiti (solo con gli ebrei poveri), a volte sono come Henry Ford, massone di Rito Scozzese al massimo grado e sostenitore dei nazisti e di Hitler.

László (interpretato da Adrien Brody) arriva a Ellis Island e sarà ospitato dal cugino (interpretato da Alessandro Nivola, nipote di Costantino Nivola, muratore e architetto, fra le tante arti che ha esercitato, e Ruth Guggenheim, arrivati a New York dall'Italia nel 1939, per sfuggire alle leggi razziali), poi starà in un dormitorio e infine incrocia, in qualità di architetto, il riccastro Van Buren (interpretato da Guy Pearce), un tipo alla Trump, tutto si può vendere e comprare, e quello che non gli danno se lo prende con la forza. 

il sogno americano è un incubo per quasi tutti, per quelli che non comandano niente.

e poi succedono mille avvenimenti, e riesce ad arrivare, dopo anni, la moglie Erzsébet (interpretata da Felicity Jones).

intanto per una volta, nelle multisale, non ci sono dieci minuti di pausa con le immagini di bibite e popcorn gravemente dannosi per la salute, ma per un quarto d'ora d'intervallo, imposto dal regista, sullo schermo c'è l'immagine fissa della foto del giorno di matrimonio di László e Erzsébet, a Budapest, davanti alla sinagoga.

il film dura tre ore e mezzo, e ogni minuto è necessario, ed è cinema di altissimo livello (forse l'epilogo alla Biennale di Venezia è di troppo, questione di gusti).

ci sono tante idee, citazioni, suggestioni, da Paul Thomas Anderson a Orson Welles (per esempio la processione sul crinale della collina sembra, almeno per me, un omaggio a Welles, da Othello).

insomma, uno dei più bei film dell'anno, da non perdere, se vi volete bene.

buona (prolungata) visione - Ismaele



 

…Il progetto consentirà  a Toth di ricongiungersi finalmente con la moglie Erzsebet (Felicity Jones, nel miglior ruolo della sua carriera), inizialmente rimasta in Ungheria e costretta in sedia a rotelle a causa degli stenti patiti durante la guerra, e con la figlia autistica Zsofia (Raffey Cassidy, sempre più brava e inquietante), ma lo renderà anche completamente succube dei soldi e soprattutto dei capricci di Van Buren, le cui divergenze artistiche sulla costruzione dell'opera mineranno irreversibilmente il fisico e la psiche dell'architetto, spingendolo sull'orlo della pazzia e rendendolo sempre più schiavo dell'oppio e della droga. Il rapporto malato tra i due uomini ha ricordato a molti critici, con ragione, il cinema bigger than life di P.T. Anderson, sia ne Il Petroliere che soprattutto in The Master, prendendolo come pietra di paragone per mostrarci un'America violenta, prevaricatrice, razzista, che sfrutta gli stranieri e gli immigrati per tornaconto personale e li getta via come scarpe vecchie una volta che non gli servono più.

The Brutalist per almeno 3/4 della sua durata è un film strepitoso, ambizioso, perfino eccessivo, e proprio per questo ancora più coraggioso e meritorio. Solo nell'ultima parte si sfalda un po', prendendo (forse volutamente) una piega eccessivamente cupa e arrivando in qualche caso al limite del buon gusto (come nella scena in assoluto più drammatica e sopra le righe, quella girata nelle cave di marmo di Carrara - che non intendo svelarvi - in cui la relazione tossica tra i due protagonisti arriverà al punto di non ritorno) ma che non intacca minimamente l'epicità della storia nè la morale di fondo: di come, cioè, la ricerca di una nuova Patria possa spesso avvenire a scapito dell'esclusione e della sofferenza altrui. Perchè il fine giustifica i mezzi, nella società ultracapitalista. E perchè, come spiega il protagonista a un passo dalla morte, "nella vita conta la méta, non il viaggio".

da qui

 

In sintesi, "The Brutalist" è il più classico dei "vorrei ma non posso". Malgrado elementi di pregio e sequenze notevoli (le cave di Carrara su tutte), mantiene poco rispetto alle sue smisurate ambizioni. Se l'architettura è, come sosteneva Le Corbusier, "capacità di stabilire attraverso materie inanimate dei rapporti in movimento", Corbet qui fa esattamente il contrario, utilizza i rapporti in movimento tra immagini e suoni ma non riesce mai veramente ad animare i suoi personaggi e la sua storia, troppo impegnato ad aprire parentesi mai chiuse. A visione finita, la lotta immane di Toth per erigere un edificio che non si sa bene se sia una biblioteca, una chiesa o un centro congressi, ricorda anche troppo il rapporto di Corbet con il suo film, una figura immensa che sembra ancora in gran parte prigioniera del marmo. Chissà che la citazione di Goethe che apre il film, "nessuno è più schiavo di chi si crede libero", non si possa leggere anche come una sottile autocritica.

da qui

 

…The Brutalist vuole ribaltare il mito del sogno americano: non c’è spazio per i momenti di gioia, niente scorre liscio, si entra continuamente in conflitto con la società e il sistema capitalistico per mantenere la propria identità, un puzzle che lentamente cade a pezzi e i tentativi per ricostruirlo non possono avere effetti.

Corbet maneggia la sceneggiatura per creare un’opera ineccepibile dal punto di vista audiovisivo, costruendo una messinscena che nei 215 minuti non risulta essere mai pesante, lasciando lo spettatore di fronte a un lungometraggio, sì, lento, ma martellante…

da qui

 

Corbet realizza un’opera torrenziale, un affresco, una parabola sui tormenti di un artista, divisa in ouverture, epilogo e intermission. Questo perché Corbet si prende il suo tempo per creare un dramma epico con protagonista uno straordinario Adrian Brody. The Brutalist è un film audace, ambizioso, un film che usa le forme, i colori e il suono per sottolineare l’oppressione a cui è sottoposto Lázsló e i muri in cui si imbatte. László è un uomo a pezzi, troppo generoso per riuscire a sopravvivere in una società capitalista, quella stessa società che, attraverso le mire megalomani ed espansionistiche di van Buren, finisce per risucchiarlo…

da qui

 

…The Brutalist è un'opera straordinariamente ambiziosa che sfida lo spettatore con la sua densità tematica e la sua durata considerevole. 

Corbet costruisce un film che è al tempo stesso un dramma storico, un ritratto psicologico e una riflessione sul ruolo dell'arte nella società  che rendono questa pellicola un'esperienza cinematografica intensa e indimenticabile.

E’ durata circa dieci anni la gestazione di questo film, vuoi per i soliti problemi di finanziamento (enormi per un film indipendente) vuoi per la pandemia, sta di fatto che The Brutalist possiede le stigmate di quei film che passano alla storia, quelle opere monumentali che sono un palcoscenico maestoso su un racconto carico di emozione e di drammaticità; l’opera di Corbet, che ricordiamolo è il più europeo dei registi americani, possiede la grandezza del Cinema che sa trasportare, il cinema eroico, quello che ti tiene incollato sulla sedia e con gli occhi sullo schermo; non a caso il regista decide di utilizzare il sistema Vista Vision a 70 mm il cui ultimo utilizzo era stato negli anni 50, proprio per rendere il più reale e coinvolgente possibile l’esperienza visiva, alla quale concorre una fotografia ed un bianco e nero elegantissimi e glaciali nella loro bellezza  ed una colonna sonora di Daniel Blumberg sempre ben coerente con lo sviluppo narrativo.

Il cast è eccellente ma le prove di Adrien Brody e Guy Pearce , entrambi candidati all’Oscar, sono al limite della perfezione nella loro perfetta adesione ai rispettivi personaggi.

Ribadiamolo, non è un film per tutti: la sua narrazione frammentata, i suoi toni cupi e la sua lunghezza potrebbero scoraggiare alcuni spettatori. Tuttavia, per chi cerca un cinema che stimoli la riflessione e offra un'esperienza estetica e intellettuale di alto livello, The Brutalist rappresenta un capolavoro contemporaneo che lascia il segno, uno di quei film che entreranno di diritto tra quelli che fra 50 anni verranno ricordati; basterebbe un film come questo, ogni 2-3 anni ,a far sì che il Cinema abbia una ragione di esistere.

da qui



lunedì 21 marzo 2022

Licorice pizza – Paul Thomas Anderson

Credo che Paul Thomas Anderson sia un po’ come Wes Anderson, mutatis mutandis, fanno film che nessun altro può fare come loro, hanno occhi e mani che solo loro posseggono, impossibile riprodurlo, se non in peggio.

E secondo me gli attori fanno la fila per recitare in un loro film, lo farebbero anche gratis. Credo.

E Sean Penn e Tom Waits fanno la loro bella figura, è un po’ che non li vedevamo.

Licorice pizza ci mostra un momento storico, un ‘atmosfera e un luogo dove tutto poteva essere possibile

E che bella la storia di Alana e Gary (e quando poi scopri che il babbo di Gary, il giovane Cooper Hoffman, è Philip Seymuor Hoffman, si assomigliano molto, un po’ ti commuovi,).

Alana e Gary si rincorrono tutto il tempo, e aspettavamo quell’abbraccio, finalmente.

E però nel sole dell’avvenire sono nascosti delle minacce. Vi ricordate di Harvey Milk (interpretato da Sean Penn), candidato consigliere comunale? Joel Wachs (interpretato da Benny Safdie) è un candidato consigliere comunale, come Milk, e come Milk ha un ufficio elettorale, come Milk è gay, quel ragazzo con la maglietta col numero 12 chi è? Non sappiamo che cosa succederà a Joel Wachs.

Licorice pizza è un film a cui non si può non volere bene.

Buona visione - Ismaele

 



 

Licorice Pizza è un film degli anni Settanta, tutt’altro che posticcio, che rifiuta sia lo scoramento esistenziale, sia il rimpianto nostalgico, perché è stato girato cinquant’anni dopo nella cosciente elaborazione di un tempo ormai trascorso e irrecuperabile, con due protagonisti imperfetti anche come antieroi ma che sprizzano vitalità, gioia nell’affacciarsi alla vita anche negli inevitabili imprevisti (e nel film ce ne sono tanti), incapaci di amarsi davvero per goffaggine, paura e inesperienza ma irresistibili nella loro ricerca di uno sviluppo appagante rispetto alla loro quotidianità…

Se si gratta sotto la superficie, Licorice Pizza è sì un film d’amore, ma d’amore verso il cinema. Non c’è una sola sequenza che non rimandi a qualcos’altro, come se PTA, oltre a riferirsi ai luoghi in cui è cresciuto, avesse messo in scena la sua personale enciclopedia d’amante del cinema con cui si è formato. Sì sì, il solito cazzo di postmoderno, ovvio. Certo, anche il gusto della citazione, tutto vero e tutto come sempre, almeno dagli anni Settanta (di nuovo, madonnasanta), cioè da quando i registi mostrarono di essersi finalmente accorti dell’esistenza di un cinema prima della loro venuta, come invece non avevano fatto i loro più anziani colleghi della Hollywood dei tempi d’oro, che ben difficilmente si preoccupavano di cosa succedesse al di fuori delle mura degli Studios. Quindi niente di nuovo. Bene, però qua si tratta di una storia d’amore adolescenziale che ne nasconde, in filigrana, un’altra molto più intensa e destinata a caratterizzare un’intera carriera. Per non tediarvi con le inquadrature e le scelte di regia che riflettono l’evidente volontà di metaforizzare l’atto stesso del fare-cinema (che i più avveduti, altrove, non certo qua, chiamano marche d’enunciazione ― ma non ditelo in giro, ché se no vi prendono per il culo), provate un attimo a individuare tutte le derivazioni che si riflettono in ogni singolo episodio. Io ve ne dico solo alcune, voi completate il resto, perché il bello è anche questo, misurare il proprio amore per il cinema, e se il verbo misurare vi fa venire in mente quando saggiavate i vostri progressi di crescita con gli amici sulle panchine dei giardinetti, non vi preoccupate, perché alla fine chi ama il cinema è un adolescente mai veramente cresciuto. Come non pensare, infatti, a Breezy di Clint Eastwood quando Alana ha un abbozzo di liaison con uno Sean Penn che nel film di nome fa Jack Holden ed è tutto agghindato come il vecchio divo William? Come non notare, subito dopo, l’evidenza della goffa impresa motoristica dello stesso Sean Penn, i cui echi conducono direttamente alla mitologia di scene come Gioventù bruciata e alla sua elaborazione nostalgica in American Graffiti? E poi, ancora, l’ufficio elettorale come in Taxi Driver e il matto che ci gira intorno che fa un po’ Travis Bickle e un po’ Nashville, senza contare che ogni volta che Gary e Alana corrono, e corrono per tutto il film, giusto per prendere la vita in pieno volto carichi di un ottimismo ingenuo e folle, ricordano la stessa poesia podistica dei personaggi della Nouvelle vague, pensate solo a Jules e Jim e al record del giro lanciato di tutto il Louvre in Bande à part (fissato in 9 minuti e 43 secondi, come tutti sanno).

Sto esagerando? Per niente. Se ancora non mi credete e vi siete rifiutati di trovare tutte le altre citazioni che non vi ho detto, fate attenzione al luogo in cui i due ragazzi si abbracciano nel finale e poi ditemi se non ho ragione. Ma non che voglia averla per forza, perché si dà ai fessi, solo che è così, c’è poco da fare. Intanto guardatelo, perché sarà una delle visioni più piacevoli dell’anno. Di ogni anno, almeno dagli anni Settanta.

da qui

 

PTA scarabocchia tre parole sulla carta, boy meets girl, e un film emerge, un'idea si trasforma in movimento, un amore vive negli smarrimenti, un universo è ancorato e incarnato. L'autore sa come incendiare il suo racconto, come renderlo vivo con lo sguardo, la musica e il gioco virtuoso di cambio e freno. Informato dal lirismo della sua prima ballata, Licorice Pizza procede alla sua velocità di crociera, a volte languida, a volte impetuosa, una narrazione in modalità flipper tra materassi ad acqua e campagne elettorali, tra crisi energetiche e nevrosi disinvolte.

Mettendo in scena un'epoca che ha conosciuto con gli occhi dell'infanzia, l'autore punta sovente sull'aneddoto, l'epica ridicola degli adulti (il salto in moto di Penn soppiantato dallo sguardo inquieto di Hoffman), per ricentrarsi meglio sul suo proposito: un'erranza frammentata, un tutto e un niente allo stesso tempo, un vizio di forma infantile. Di fatto Pynchon non è mai troppo lontano da una storia che suona "Let me roll it". E Licorice Pizza non smette di 'girare', di finire e di ricominciare, scandito da tiremmolla e slittamenti, incroci e deviazioni, epifanie e sottrazioni, ellissi e linee spezzate. Un valzer narrativo che evolve i sentimenti di due 'debuttanti' alla ricerca di guai su una playlist radiosa (Doors, McCartney, Bowie, Sonny & Cher...).

Lui ha solo quindici anni ma il senso degli affari e l'audacia di uscire dai ranghi (letteralmente), lei ne ha venticinque e l'aria di chi non aspetta più grandi cose ma accetta imperturbabile di imbarcarsi in qualsiasi avventura. Fonte di fascinazione costante, la circolazione del loro sentimento è la sola cosa che conta. La corsa è il motivo del film. C'è qualcosa di orecchiabile in questa esaltazione permanente in cui il movimento dell'uno verso l'altra diventa semplicemente un modo di vivere, un procedere dinamico e random.

La narrazione in Licorice Pizza è evasiva, libera da ogni convenzione, da ogni forma di sottomissione. La più insolita e inattesa delle commedie romantiche si costruisce attraverso l'inaspettato, le relazioni, gli incontri, come la vita, non tutto avviene in modo logico. L'entusiasmo della giovinezza flirta con una forma di surrealismo, rimanda la fine del mondo e scarta l'impasse che incalza un Paese ancora spensierato ma a corto di benzina. In panne da qualche parte tra sogno americano e guerra in Vietnam. Ma Gary e Alana vincono l'inerzia e la differenza di età, che finiamo per dimenticare, scendendo per la china della 'collina'. Per loro PTA ricostruisce un mood, l'aria di un tempo che permetteva tutto a chi osava…

da qui

 

…Ciò che realmente coinvolge in "Licorice Pizza", fin dal primo minuto, sono i due straordinari protagonisti di questa pellicola a metà tra teen drama, racconto di formazione, storia d'amore e dramedy. Magistralmente interpretati da due esordienti, Cooper Hoffman e Alana Haim, in scena insieme, sembrano letteralmente impegnati in una sfida di recitazione ad altissimi livelli. Entrambi rendono il film un avvicendarsi e intrecciarsi di puro cinema. "Licorice Pizza" è la potenza delle scene, la delicatezza della fotografia, la sicurezza nella regia e la tensione che anticipa il colpo di scena. Essendo la pellicola un film di personaggi sui personaggi, anche i colpi di scena sono spesso interiori, latenti, ma fondamentali.

Con alcuni spunti divertenti, al film di Paul Thomas Anderson non manca nulla e nella sua moltitudine di temi, primo fra tutti c'è sicuramente quello più universale sul trovare il proprio posto nel mondo. Una ricerca di sé lontano da quei cliché, stereotipi e luoghi comuni che per anni condizionano la vita delle persone e che, tra personalità e crescita, bisogna imparare a lasciar andare. "Licorice Pizza" è un film autentico, genuino, spontaneo e vero, è un film con due protagonisti che si impara ad amare fin da subito e a comprendere davvero scena dopo scena…

da qui

 

Paul Thomas Anderson in Licorice Pizza costruisce un nuovo microcosmo passionale, più tipico e calato nel reale (interessante, a tal proposito, la scelta del titolo del film, il quale si riferisce a una catena di negozi di musica losangelini degli anni ’70), ma non per questo meno singolare o unico. Licorice Pizza, come da manuale se guardiamo alle tipicità della poetica visiva di Paul Thomas Anderson, prende le mosse da un mood preciso – i 70s californiani, in questo caso – e lo concretizza in un immaginario costituito da personalità peculiari, estremamente tratteggiate e verosimili, personaggi che diventano sempre più reali dinanzi allo sguardo spettatoriale mano a mano che le loro individualità emergono a dovere…

da qui

 

 


lunedì 3 settembre 2018

Don’t worry, He Won't Get Far on Foot – Gus Van Sant




Robin Williams avrebbe voluto interpretare John Callahan, venti anni fa, poi non se n'è fatto niente, peccato, sarebbe stato l'attore perfetto.
nel film di Gus Van Sant il protagonista, eccezionale, è Joaquin Phoenix, insieme ad altri grandi attori, come Jonah Hill, il guru che lo aiuta a disintossicarsi, triste e disponibile, con una sua ricetta per lasciare l'alcool, e anche Jack Black, nella seconda parte è veramente bravo e toccante.
fare arrabbiare chi non apprezzava le sue vignette era la specialità di Callahan, e c'era chi gliele pubblicava, meno male.
il film non è mai patetico, e neanche strappalacrime, è la storia della rinascita, accettazione, perdono, di sé e degli altri, di un uomo alcolista, verso la lucidità.
non è un capolavoro, ma quegli attori lì valgono il prezzo del biglietto, è sicuro - Ismaele

ps: già nel 2012 Joaquin Phoenix era nelle mani di un santone, in The Master, di Paul Thomas Anderson (il santone era Philip Seymour Hoffman)






“Vi dirò tre cose su mia madre: era rossa, irlandese e faceva l’insegnante. E poi mi ha abbandonato”. Callahan si presenta così alla sua platea, cercando di ridere su un’infanzia che lo ha distrutto. Come cantava David Bowie in Changes: “Non so ancora che cosa stessi aspettando, ma il tempo mi ha cambiato”. E così succede al protagonista, prima in balia degli eventi, poi padrone della sua esistenza. Voltarsi indietro non serve, bisogna andare avanti, aggrapparsi al proprio talento. Callahan sa disegnare, ha un umorismo travolgente, così i suoi bozzetti iniziano a parlare da soli, a farlo divertire anche nei momenti più bui.

Don’t Worry è un processo di liberazione dal collo della bottiglia, dal trauma di essere stato adottato, dalla paura di non essere accettati. A fare da spalla a Phoenix c’è l’istrionico Jonah Hill, qui un ricchissimo “santone” malato di Aids. Lui gestisce un piccolo gruppo di recupero, cerca di salvare se stesso e gli altri, anche se sa di essere condannato. Come un capitano non abbandona mai il suo equipaggio, soprattutto quando la nave sta affondando. E nella tempesta il disperato riesce a ritrovare la propria umanità…

…l'elemento stilistico principale è l'uso di un montaggio (curato dallo stesso regista) spezzettato, frattale, che gioca su flashback e flashforward, in una rappresentazione che porta in immagine lo stile vignettistico di Callahan che faceva della disabilità e della sua presa in giro caustica l'elemeto principale dei suoi lavori. Questa messa in serie composta da stop and go, con inneschi tragicomici e di vignette che si animano, danno anche il senso della visione alcolica di Callahan e del lungo percorso per uscire dalla dipendenza.

Joaquin Phoenix trasforma corpo e voce in uno strumento attoriale che diviene il mezzo materico attraverso cui l'immagine filmica prende continuamente corpo, in una prestazione che danza da eccessi interpretativi a sottrazioni nella recitazione con grande maestria, tenendo incollato il pubblico e facendolo continuamente partecipe della sua vita. Lo spettatore così parteggia e accompagna Callahan per tutta la durata filmica, beandosi dei successi, emozionandosi dei drammi personali, arrabbiandosi per le sue (ri)cadute, ma perdonandolo sempre, sorridendo amaramente alle caustiche battute (auto)ironiche. Se alla fine Callahan si perdona, possiamo anche noi (auto)assolverci un po' tutti.

…Il viaggio di Callahan dalla disperazione più profonda al successo come fumettista satirico segue le solite tappe, sedute di fisioterapia e riunioni degli alcolisti anonimi comprese, ma Joaquin Phoenix e il regista Gus Van Sant si superano grazie all’umorismo selvaggio e al dolore livido che colorano il film. Quello di Phoenix è uno di quei ruoli a cui aspirano tutte le star in cerca di un Oscar. Per fortuna, ad arrivare primo nella corsa è stato un vero attore. E Van Sant, di nuovo al lavoro con la star dopo il 1995, si rialza con grazia dopo una tripletta di recenti passi falsi. Don’t Worry è più vicino a Will Hunting – Genio Ribelle che, per dire, alla sperimentazione di Elephant. L’attenzione ai dettagli che ha sempre definito i suoi personaggi, poi, non è mai stata così a fuoco…


venerdì 6 marzo 2015

Vizio di forma (Inherent vice) – Paul Thomas Anderson

Joaquin Phoenix è sempre grandissimo, e già lui sa solo vale il prezzo del biglietto.
e poi c'è tanto altro, una storia confusa, ma forse non vuole essere tanto chiara, c'è un inizio, l'immagine del mare fra le case, una fine, la stessa immagine del mare fra le case, e in mezzo succedono un sacco di cose, non necessariamente, chiare e conseguenti, a volte non sai cosa succede e cosa è immaginato.
e però, se ti lasci prendere dal flusso delle immagini e delle parole, ci sono delle grandi soddisfazioni, dialoghi che ti colpiscono, attori bravissimi, musiche che sono perfette per il film.
citazioni su citazioni, senza che disturbino mai, a volte ti sembra di vedere "Il grande Lebowski", a volte alita un soffio de "I Blues Brothers", a volte c'è la follia di "Austin Powers", a volte molte altre cose, ma tutto si tiene bene.
un film che non si può spiegare troppo,  bisogna essere disponibili al divertimento, al nonsense, a volte al deja vu, insomma un film da vedere senza aspettarsi niente degli altri di Paul Thomas Anderson, una cosa nuova, non necessariamente un capolavoro, un gran bel film da vedere - Ismaele




qui, diversamente che in Il petroliere e in The Master, non c’è una traccia narrativa forte, siamo piuttosto nell’affresco multifocale genere Magnolia dove però le traiettorie si intersecano e avvinghiano casualmente e confusamente senza mai dar vita a una storia di una qualche compattezza. Si procede per accumulo di dettagli o singoli blocchi di racconto, spesso dedicati a un singolo personaggio, innescando un nugolo di trame e sottotrame e deviazioni e ritorni e stentati raccordi, in un dedalo in cui si finisce, noi spettatori, col restare prigionieri. Per un po’ ci si illude di poter maneggiare il plot, poi si getta la spugna, si rinuncia all’impossibile impresa e ci si abbandona esausti al flusso, perdendo di vista l’insieme, e senza capirci niente. Un’opacità narrativa, una contorsione drammaturgica, che sarà pure alquanto iper- e post-moderna e decostruzionista, ma a me continua a sembrare un limite, un difetto intrinseco, un inherent vice che finisce con il corrodere, se non proprio mandare in malora, l’intera struttura…

dialoghi che strappano ben più di una risata, fotografia interessante, costumi perfetti (per il personaggio di Doc Sportello pare che si siano ispirati a Neil Young) e colonna sonora da urlo. Quando parte Harvest stavo quasi per applaudire, poi mi tenni.
E, a pensarci bene, mi rendo conto che il film mi è piaciuto molto più di quanto non mi fosse sembrato appena uscita dalla sala.
A volte succede.
Altre volte succede il contrario.

…Narrativamente, a tratti si perde il filo: e in effetti a una prima visione molte cose possono sfuggire, anche perché il protagonista stesso è perennemente confuso e annebbiato, come in un trip in cui la realtà e i ricordi del passato tendono a sovrapporsi. Il sottile velo di umorismo, onnipresente e a volte sfociante nel grottesco, può ricordare "Il grande Lebowski" (un film a sua volta dichiaratamente ispirato a Chandler, e anch'esso con un protagonista "fattone"), ma nel finale Anderson conferma di essere ben più ambizioso dei fratelli Coen, e non è detto che in questo caso sia un bene. Gran cast: ci sono anche Owen Wilson, Benicio Del Toro, Reese Witherspoon, Martin Short, Jena Malone ed Eric Roberts

giovedì 17 gennaio 2013

The Master - Paul Thomas Anderson

mi tornata in mente una frase di Moravia, "Quando non si è sinceri bisogna fingere, a forza di fingere si finisce per credere; questo è il principio di ogni fede".
è un film complesso, da molti punti di vista, in sintesi mi sembra che è l'incontro e la fascinazione reciproca di due uomini, e anche "Il petroliere", in fondo, era giocato su un incontro, finito un po' drasticamente, di due uomini.
le immagini sono bellissime e i due protagonisti eccezionali, Joaquin Phoenix di più.
magari non si capisce tutto bene, essere statiunitensi aiuterebbe, è comunque un film da non perdere - Ismaele


… Tanto era stretto il legame con la materia tangibile, la terra, il petrolio, il possesso fisico delle cose nel precedente film, quanto in "The Master" è tutto così immateriale, perchè qui al centro di tutto è l'animo umano così sfuggente, sfaccettato ed indefinito. Nessun accenno al denaro come strumento di acquisizione del potere, il denaro non viene utilizzato mai come sistema di misura di un obiettivo raggiunto o da raggiungere. La materialità del denaro avrebbe stonato con il contesto di questo film, perché il potere di assoggettamento dell'animo umano viene perseguito attraverso altri mezzi di persuasione, la parola in primis. Infatti ciò che Freddie e Lancaster disseppelliscono dalla cassa sepolta nel deserto non è né oro né denaro, ma gli scritti di Lancaster, i suoi libri, le sue parole. Materia e Spirito, "Il Petroliere" e "The Master" sono probabilmente facce della stessa medaglia, con cui quest'ultima pellicola forma un ideale dittico.
"The Masterè un film molto complesso e stratificato, pone interrogativi e riflessioni, ma non offre ricette e risposte sicure, proprio per la mutevolezza dell'animo umano. Risulta a tratti sfuggente, pieno di digressioni, ma lontanissimo dall'essere banale, perchè Anderson non è un autore banale o superficiale, semmai molto ambizioso. Un film che ti lascia un certo senso di incompiuto, ma anche la capacità di rimanerti dentro e invogliarti a vederlo una seconda volta per colmare lacune o magari scoprirne di nuove…

Enigmatic, but far from boring. Phoenix projects a fearsome anxiety as his eyes scan a room; there are flashbacks/fantasies involving a pre-war girlfriend who continued to occupy space in his mind years after she married and had children. There's no sense drinking gives him any pleasure; it medicates something we can only imagine. Hoffman, as Lancaster Dodd, suggests the charisma that a character like Hubbard must have had, and although Scientology has reportedly staged a campaign against "The Master," the film is vague about the Cause. 
Why are these two opposites so strongly attracted? You could guess homoeroticism, but there too the movie is vague. Is it that each senses an intriguing challenge to his idea of himself? Always somewhere in the frame is Dodd's wife, Peggy, sweet-faced, calm, never missing a thing, always calmly there when she's needed…

… En definitiva, y sin lugar a dudas, se trata de una obra maestra que sigue a su predecesora en cuanto a búsqueda de la perfección, dando el tono adecuado a un film en el que la sociedad ha evolucionado, y seguramente es más estúpida que a inicios del siglo XX. Sólo hace falta darse cuenta de la ironía que rezuman las escenas sobreiluminadas, y los colores pastel que enmascaran la realidad de Lancaster Dodd: mientras se fotografía pomposo con toda su familia, muchos son ya los que le esperan en otra sala para hacerle varias preguntas sobre la incoherencia de sus textos y afirmaciones. Simplemente, sublime.

The Master spiazza, non è quello che ti aspetti, non è un film – come invece si era detto e scritto da più parti -  sulla nascita tra anni Quaranta e Cinquanta di una setta apparentabile a (o echeggiante) Scientology. Sì, c’è un guru fondatore di un qualcosa che somiglia a un gruppo di devoti e fedeli alla linea, Reginald Dodd detto The Master, ma questo strano lavoro di Anderson – forse il più differente, inclassificabile, fuori genere e fuori canone di tutti i suoi – è altro, è su altro. È sulla relazione tra due uomini, un Master in posizione dominante e un ribelle, un outsider, che il Maestro vuole ridurre a discepolo o succube. O comunque far entrare nel cerchio del suo potere. Ma la manipolazione non è così chiara, netta e unidirezionale. Questo intricato rapporto contiene altro, ogni livello ne apre subito un altro ancora, e così via. Forse è un storia di amicizia, di affetto, chissà, anche di amore…

…Quell’ingranaggio perfetto che costituiva il nucleo del Petroliere viene sostituito da questo “gigante cinematografico” che tutto è fuorché perfetto. Ma non bisogna considerare ciò come un fattore negativo. Anzi. Erano forse perfetti Welles o Stroheim – ovvero, quei registi velocemente emarginati da una Hollywood che, invece, richiedeva meccanismi “ad orologeria”? Certamente no. Essi inseguivano piuttosto delle idee di cinema, infischiandosene delle conseguenze. Così, oggi, Paul Thomas Anderson.
Sì, perché The Master è un film che ferisce, che fa male. Un film «fatto di scene pesanti come la pietra, dove ogni momento è un blocco di marmo perfettamente tagliato, separato da un cut, ma unico e maniacale nella materia con gli altri.» [Positif] Un film che ci schiaccia poco a poco sotto la mole dei 70 mm. Un film scomposto e anarchico. Non c’è soluzione di continuità, in The Master: piani-sequenza e montaggio alternato, primissimi piani e campi lunghi: niente è prestabilito ma tutto è sottoposto e piegato ad un’idea...

martedì 18 dicembre 2012

Ubriaco d'amore (Punch-Drunk Love) - Paul Thomas Anderson

in "Ubriaco d'amore" bisogna lasciarsi andare fiduciosi alla storia, spesso temi possa svoltare verso il precipizio di una boiata pazzesca, alla fine tutto si tiene, il regista è bravo, e anche gli attori.
dei film "minori" di Paul Thomas Anderson preferisco"Sidney", ma anche questo non è male.
e ancora di più preferisco "Il petroliere", un film epico, e speriamo in "The Master" - Ismaele





Rimane una storia irrisolta e pericolosamente in bilico tra superficialità (il tema è attuale) e mistificazione (l’amore di una donna come scialuppa di salvataggio), che non ha la capacità di penetrazione delle precedenti ricognizioni (anche grottesche) dell’autore sulla complessità degli esseri umani, né la generosa volontà di completezza (Sandler non riesce a creare un vero personaggio). Ma Ubriaco d’amore è soprattutto un film di un’impressionante bravura tecnica, premiata a Cannes nel 2002 (ex-equo con Im Kwon-Taek), che però mette in luce anche tutti i difetti di Anderson, più di quanto fossero riuscite a mostrare le sue precedenti prove. La tecnica di Anderson è basata sulla completa subordinazione della storia e dei personaggi alla funzione espressiva della macchina da presa. E se nei film precedenti era riuscito a contenere questo disequilibrio sotto la soglia di un pericoloso manierismo, grazie alla grande complessità della scrittura, dimostrandosi capace di saper raccontare una storia e uno spaccato sociale, oltre che di saperli mostrare attraverso il gioco delle angolazioni e dei movimenti della macchina da presa (in cui rimane forse il più grande regista attuale insieme a Tsui Hark), in Ubriaco d’amore, Anderson sembra prendersi una pausa, e ridurre la complessità formale del suo cinema alla vocazione espressionista della regia e all’empatica monodia dei codici…

…La luce livida di un’alba periferica si scalda a un sole hawaiano appena tramontato, la tragedia di un impiegato modello si carica di cromatismi acidi e dannatamente vitali, al raggelante brivido di una voce notturna si sostituisce un bacio che, nel silenzio di una nuova alba, conclude il prologo di una traccia amorosa pronta a spiccare il volo (in direzione del pubblico?). Il cinema è finzione (“Sembra di stare alle Hawaii”), la bellezza che è fonte e risultato di simili immagini è magnificamente reale. Il valore dell’opera non è guastato dal consapevole gioco degli stereotipi, anzi: i tasti ribattuti dell’armonium (della sceneggiatura) costruiscono un tappeto sonoro di perturbante eleganza, una sequenza ininterrotta di onde audiovisive, dolci e ossessive come (in)frangibili tubi di cristallo. Una miniatura (per gli standard del regista) che, al solito, ricerca e trova un’essenzialità densa di annotazioni imprevedibili, sfumature irresistibili, invenzioni elettriche su un tema che la più sfrenata astrazione conduce a una purezza sbalorditiva. Un gioiello con un solo difetto: una brevità lancinante.

"Ubriaco d'amore" vive e gira circolarmente in una cerchia di connubi oggetti-episodi che hanno nel paradosso la propria risposta d'identità. Possiamo dire quindi che il film si svolge su due piani: quello di commedia sentimentale e quello di noir notturno stile "Fuori Orario". Ciò forma un mix esplosivo e straripante di idee. Fondamentale è l'uso degli spazi, all'interno dei quali si muovono i personaggi: dal "vuoto" iniziale il luogo di lavoro si trasforma in ambiente strapieno di confusione. Le strade sono spesso deserte, oggetti di illogiche corse senza senso o colme di gente per una sfilata di carri. Supermarket pieni zeppi di prodotti e privi di clienti. Demolizione degli oggetti in spazi piccoli e claustrofobici (il bagno del ristorante) o salotti di casa (vetri frantumati). Corridoi di palazzi ricchi di freccette e numeri, che sembrano usciti direttamente da un film di Tati,
Non tutto è percepibile e spiegabile nel film di Anderson eccetto l'amore, che è forse il solo aspetto chiaro nella vita di Barry. Nasce cosi' per caso, e il rapporto prosegue in modo del tutto lineare e trasparente. Le pellicole raccontano più volte storie d'amore particolari, in contesti elementari. Possiamo dire che "Ubriaco d'amore" narra una storia priva di particolari complicazioni, ma attorno alla quale sembra girovagare una giostra che contrasta ogni ragione e logica…

…L'inizio e' spiazzante e lascia ben sperare, poi la voglia di stupire prende il sopravvento e si accompagna, con inevitabile stridore, a una narrazione prevedibile e un po' ruffiana. La regia, da originale e innovativa, diventa quindi invadente e mai lieve, come nelle dichiarate intenzioni. In particolare si sente la mancanza di un taglio deciso da imprimere al racconto, sempre incerto tra convenzione e libertà creativa. E' vero, può essere bello lasciarsi andare all'irrazionalità di un cinema privo di tesi da esporre e lucidamente folle, avvolgente e sconvolgente al tempo stesso. Ma "Ubriaco d'amore" (terribile il titolo italiano!) resta imbrigliato in una irrisolta via di mezzo…