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domenica 4 febbraio 2024

Prima danza, poi pensa. Alla ricerca di Beckett - James Marsh

James Marsh prova a mettere Samuel Beckett in un film da 100 minuti, 80 in più rispetto a Film, girato da Samuel Beckett (e Alan Schneider), all'inseguimento di Buster Keaton.

nel film di James Marsh ci sono tre Samuel Beckett, il bambino, il giovane (Fionn O'Shea, molto bravo) e l'adulto, interpretato quest'ultimo da Gabriel Byrne.

il film espone alcuni fatti, veri e no, della vita di Beckett, il suo rapporto con la madre e con James Joyce, e con la moglie Suzanne e l'amante Barbara.

Samuel si sente sempre a disagio, insicuro, in colpa per qualcosa, in attesa di qualcosa, o qualcuno, come Vladimiro ed Estragone.

non ci sono effetti speciali, né fuochi d'artificio, solo un grande scrittore da premio Nobel con i suoi dubbi e paure, alle prese con la vita quotidiana, i problemi e le gioie umane.

buona (danzante e pensosa) visione - Ismaele

ps: solo per i curiosi, il film è girato a Budapest


 

Suona interessante la prospettiva del film. Marsh non mostra Beckett al lavoro, che so su Giorni feliciFinale di partita o Aspettando Godot (benché il titolo venga propria da una battuta del dramma comico), semmai evoca, riuscendovi in larga parte, il mondo interiore del dublinese infranciosato, quel suo muoversi rassegnato tra ironie e rimpianti, conquiste e vergogne, combattimenti e sconfitte, “in una terra desolata dove andiamo tutti”. Il suo mantra era: “Fight, fight, fight”.

C’è una bella frase che gli dice Joyce al primo incontro parigino, in un bar: “Non è importante cosa scriviamo, ma come lo scriviamo”. E già. I due grandi letterati erano, stilisticamente all’opposto, anche nelle loro pezzature: fluviale e sentimentale l’autore di Ulisse, stringato e fulminante l’autore di Molloy. E intanto, sullo schermo, Beckett e il suo doppio invecchiano e incanutiscono insieme, meditando sulla stessa esistenza da due diversi punti di vista.

Gabriel Byrne, che qualcuno ricorderà Cristoforo Colombo in un lontano sceneggiato di Alberto Lattuada, non somiglia fisicamente al vero Beckett, non ha quel viso scavato e ossuto, quel fisico asciutto, eppure non ci fai caso (che bello il suo inglese); più somigliante è il caustico/laconico Fionn O’Shea che interpreta lo scrittore da giovane; mentre il versante femminile è coperto da Sandrine Bonnaire e Maxine Peake, che fanno rispettivamente la matura Suzanne e la sensuale Barbara.

So che a molti colleghi il film non piace, pazienza: a me invece ha fatto venire una gran voglia di riprendere in mano le novelle del dublinese, a partire da Primo amore. Mi pare già molto.

da qui


 

Le apparizione fincheriane dei suoi amori sono solo lampi illusori di un cinema che dopo Man on Wire ha perso non solo la magia ma anche l’anima. Marsh non è più l’equilibrista come il funambolo Philippe Petit del suo celebre documentario premiato con l’Oscar. Lascia Beckett lì in alto, come una figura dantesca in attesa di sapere in quale girone finisce mentre si trova tra la vita e l’aldilà. La sceneggiatura di Neil Forsyth mostra alcune delle tante possibili strade che però poi il film non prende. Così Prima danza, poi pensa. Alla ricerca di Beckett resta già intrappolato nella sua struttura come si vede soprattutto nel modo di filmare la Resistenza. La sua vita in soggettiva e/o proiettata in una dimensione onirica sono solo l’unico azzardo di un film che trova l’unico momento davvero ispirato solo in quella casa vuota parigina. Di Beckett per il resto non resta neanche il suo doppio ma solo la sua ombra. E Buster Keaton di Film è stata solo la potenziale allucinazione poi presto abbandonata.

da qui


 

…En lugar de entrar y salir de la vida de Beckett a lo largo de ocho décadas, Dance First podría haber resultado más convincente si se hubiera centrado en las relaciones paralelas del escritor con dos mujeres. Es a través de ellas cuando el personaje parece más vivo. Una vez que salen de escena, y las dos encarnaciones de Gabriel Byrne son trasladadas del Otro Mundo a París para los últimos años de Beckett, la película se arrastra hacia su conclusión, encontrando poco sentimiento de compasión en el declive y la muerte de un genio literario radical. El personaje principal ha permanecido excesivamente distante como para fomentar la implicación emocional. Y no ha sido precisamente por el carácter cínico del literato, sino por la falta de recursos visuales para que resulte atractivo.

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mercoledì 20 febbraio 2019

Red Riding - Julian Jarrold, James Marsh, Anand Tucker

questa non è una serie, si compone di tre film, girati con mano e tempi diversi.
sono, nell'ordine:
Red Riding: 1974 - Julian Jarrold
Red Riding: 1980 - James Marsh
Red Riding: 1983 - Anand Tucker
in tutti e tre i film, tratti da romanzi di David Peace, appare alla sceneggiatura Tony Grisoni.
omicidi, pedofilia, torture, sparizioni e sequestri di bambine, nel terreno fertile di una polizia corrotta e da mettere in galera, buttando la chiave.
storie bruttissime, in film imperdibili.
vedere per credere - Ismaele




Chiariamo preliminarmente che The Red Riding si compone di tre film che pur avendo un’impronta antologica forse è meglio dire che la struttura è semi-antologica, poiché pur potendoli vedere separati, solo con l’intera visione della serie si avrà un quadro chiaro dell’affresco composto dai creatori. Per intenderci, Black Mirror si può vedere in ordine sparso senza danni enormi alla comprensione, The Red Riding va visto in ordine, anche perché il lasso temporale rappresentato è di fondamentale importanza per capire il contesto storico. Quanto appena detto risulta evidente già dai titoli dei film: Red Riding 1974Red Riding 1980Red Riding 1983. Protagonista della serie, infatti, è l’Inghilterra del nord (precisamente lo Yorkshire) in un determinato periodo storico che incomincia alle porte dell’epoca thatcheriana e termina nel cuore di essa. Non so se è capitato anche a voi, a scuola, mentre studiavate Storia, di collegare determinate epoche storiche a determinate sensazioni, come ad esempio può capitare di accostare Rinascimento e sensazione di luminosità, a me capita quasi sempre e all’epoca thatcheriana ho sempre accostato sensazioni di tristezza, cupezza, ansia, grigiore, austerità, violenza, frenetica industrializzazione, in sostanza una diffusa sensazione di malessere. Della cosa ho avuto conferma da numerosi film britannici e anche da questa serie, che dipinge esattamente come poco sopra descritto il contesto storico di riferimento. La trasposizione di tale periodo è il più fedele possibile, segno che i fatti raccontati sono importanti ma la Storia di più, nel senso che senza il riferimento a quella Inghilterra i fatti sarebbero un po’ svuotati di senso. Quindi è naturale che in alcune scene si trovino scritte sui muri come: “fanculo gli argentini” (riferimento alla guerra delle Falkland/Malvine) o “fanculo IRA” (riferimento alla lotta tra il governo inglese e la cellula terroristica irlandese). L’affresco storico non viene abbandonato neppure nel delineare i casi di cronaca nera descritti dalla serie che sono ispirati a fatti realmente accaduti (con anche immagini di repertorio), ciò si nota fortemente soprattutto nel secondo film, ove fa da sfondo alle vicende raccontate il caso dello Squartatore dello Yorkshire (1975-1981)…

domenica 21 luglio 2013

Wisconsin Death Trip - James Marsh

in confronto a Black River Falls, Spoon River doveva essere una cittadina allegra e senza problemi.
basato su un libro di qualche anno prima, James Marsh tira fuori un film impressionante, per tema e svolgimento.
ed è il suo primo lungometraggio, tanto di cappello.
il film a me è piaciuto molto, se non si è capito - Ismaele




…Marsh says of the stories: "The starting point was definitely photographic. Start with an image, a single image, and then move - a lot of long tracking shots, to keep a sense of the still image moving." The result is that the film feels like we are witnessing the events as depicted by animated ghosts. The cinematography is intoxicating. Slowing the camera down to 30 frames per second, and shooting in stark monochrome, Marsh (and DOP Eigil Bryld) create a fluid and eerie effect that captures the essence of the original photographs. It produces the same kind of dark lyrical fairytale quality as Charles Laughton's Night of The Hunter. Combined with a score as diverse as Brahms and DJ Shadow, the effect is hypnotic.
Interspersed with these tales of grim survival are colour footage sections of modern day Black River Falls. Initially, these appear like a documentary version of the opening shots of David Lynch's Blue Velvet - strange old faces and waving children, brass bands shuffling down the middle of a wide empty street. Marsh then introduces voice-overs that question the serenity of this town that evolved from a turbulent past. Police reports of severed heads discovered in bushes and an unidentified local woman stating "Ask almost anyone here, and they'll tell you they're depressed." play over the images. Marsh has said of his intentions behind the film:
"The first choice I made (was) not to try and explain the social-political-cultural history of anything. The stories are based on a respect for these individual tragedies and disasters. If the film lacks one thing, it's a governing idea on that level--but it would have been a travesty." Despite this, Marsh seems to be suggesting that there is not such a huge difference between the current residents of small-town America and their brutal, desperate forebears…

The wonderfully stunning Wisconsin Death Trip is unlike any documentary I have ever seen, but then again, its story is unlike any ever told. The quiet town of Black River Falls, Wisconsin, seemingly like any other in turn of the century America, was suddenly and mysteriously overtaken by violence, jealousy, and hysteria. No explanation is offered, and instead of judging these folks as products of a less enlightened age, filmmaker James Marsh, at least in my interpretation, the madness that occurred so long ago. I say this not only because the film is a stunning collection of crisp cinematography, lush vistas, and well-crafted re-creations, but also out of respect for the film’s ambiguity. Had this been an attack on religious fundamentalism, or the exposure of a hideous disease, we might feel sympathy or even sorrow, but is content to present these bizarre events as if they are the most common things imaginable. Using actual newspaper reports from the 1890s, the film’s narration (provided largely by Ian Holm) is matter-of-fact, detached, and not at all pained by murder, brutality, and a rash of suicides…

If sitting in a library basement reading random newspaper articles on microfilm for two hours is your idea of a good time, then this movie has your name all over it. However, the meandering narrative, which grows quickly tedious, will be insufferable after an hour and a half, if not much sooner.

“Wisconsin Death Trip” has few peers in the world of documentary. It is partly fictional in its depictions, it is drawn without a conclusive bent and it was created to infuse feeling rather than inform. It has echoes of Peter Weir’s classic “Picnic at Hanging Rock” and the opening of P.T. Anderson’s “Magnolia” with a similar but more subdued feeling of John Borowski’s “H. H. Holmes” documentary. Incredible B&W photography, stellar editing and a sparse but effective soundtrack leave the viewer with not only memories of what they’ve seen but emotions and a sense mystical connectedness about the events in the film. However this film is categorized it is clear that James Marsh and crew have created a very strong impression. If Matisse was right then "Wisconsin Death Trip" is an expose' of the soul of Black Water Falls as well as the emotional tenor of those in the audience. From this reviewer's point of view that is a pretty impressive feat.

giovedì 4 luglio 2013

The King - James Marsh

Ricorda un po’ “Public access”, il folgorante esordio di Bryan Singer, ma “The king” è ancora più forte e sconvolgente.
James Marsh qui è agli inizi, o quasi, riesce ad avere come attori tipetti come Gael Garcia Bernal e William Hurt, e ne tira fuori un film grandissimo.
James Marsh è uno da serie A, per chi ancora  non lo sa, provare per credere, nessuno se ne pentirà, promesso - Ismaele



The movie was directed by James Marsh, a British documentarian, from a screenplay by Milo Addica ("Monster's Ball"). It's the kind of work where characters develop on their own, without consulting the book of cliches. We have so many preconceived notions about the types in this movie (hellfire preacher, sexpot daughter, dutiful son, black sheep) that it's surprising to see them behaving as individuals; they make decisions based on what they know and when they know it, and that's always too little and too late…

…Traité comme un thriller, aux suspenses consécutifs et gradués, The king pose la question du pardon, du désir de vengeance, et surtout de leurs rapports à la pratique religieuse. Suffit-il de refaire sa vie pour mettre son passé de coté ? Certainement pas répond le réalisateur, qui joue avec nos nerfs autant qu’avec notre morale, créant un film honnête, mais un peu trop statique en contraste avec la dernière scène, d’une violence extrême.

Every once in a long while I am able to see a film without any preconceived notions. Usually my expectations are artificially raised or lowered by word of mouth. Often the movie's plot is corrupted by an overzealous marketing department. Yet I have found that knowing nothing about the film I am about to watch sometimes creates the ideal situation for movie going. The only two things I knew about The King was that it starred William Hurt and that pretty-boy actor Gael Garcia Bernal. And all you need to know is that this movie was far better than anything else I saw at the Festival. In fact, it may be the best film I see this year…

By the time we meet Pastor David Sandow (William Hurt), he is a doomed man. The King chronicles his complete and utter decent into the inescapable consequences of long-repressed depravity. In the final shot of the film, perhaps he finally realizes the amount of trouble that he is in, but we don’t get to stick around and see the repercussions. The film concerns his impending fate, not his fall. It is about the very moment before he knows he is finished forever, when his secret sins catch up with him and there is no escaping from their skeletons…

Atenção a este nome: James Marsch. É um documentarista, de origem britânica, e tem tratado temas tão inesperados quanto os hábitos alimentares de Elvis Presley («The Burger & The King: The Life & Cuisine of Elvis Presley», 1996). Está em Cannes com a sua primeira longa-metragem de ficção. Chama-se «The King», é uma produção americana e tem Gael Garcia Bernal e William Hurt nos papéis principais. Acima de tudo, Marsch consegue expor a complexidade pulsional de uma realidade interior, e não apenas no sentido geográfico, em que é determinante o peso de valores religiosos ultra-conservadores — um filme inesperado, com alguns momentos perturbantes, sobre os temas da pureza e do pecado, da culpa e da redenção.
da qui

venerdì 12 aprile 2013

Shadow Dancer - James Marsh

James Marsh si trova a suo agio con qualsiasi tipo di film e ne tira fuori cose davvero belle.
"Shadow Dancer" non fa eccezione, i due protagonisti sono bravissimi, in una storia e in un rapporto sempre sull'orlo dell'abisso, ambientato nella Belfast in guerra di qualche decennio fa.
a me è piaciuto molto, questo thriller non urlato - Ismaele




…La bontà della sceneggiatura si riscontra nella densità dei personaggi e nella complessità del racconto, quella della regia invece nella scioltezza con cui il registro della suspense e quello della riflessione psicologica s’intrecciano, nel calibro con cui ritma il racconto, nella crudezza con cui sceglie strade per nulla scontate. Shadow Dancer è un film inatteso, ma nemmeno troppo, prova di come la palestra del cinema del reale sia anche la strada per la narrazione ad alti livelli che il volto luminoso di Andrea Riseborough e la solidità di Clive Owen suggellano ancora di più.

Anche in Shadow dancer dunque il passato condiziona il presente e le istituzioni operano una violenza burocratica o mentale sugli individui, in una cornice fotografata con toni sbiaditi (come le foto invecchiate) per gli interni e il gelo dei colori freddi per gli esterni irlandesi. E sebbene racconti una storia di inganni, tradimenti e passioni ingannevoli (basi che altrove sarebbero state ottime per un noir di prim'ordine), Marsh sembra disinteressarsi al fascino della perdizione per lasciarsi contaminare da quello dell'archivismo.
Chi ha parlato? Chi è d’accordo con chi? Che prove ci sono? Dov'è la traccia dei soldi? Sono le domande più impellenti, di un film che non si chiede mai cosa provino i suoi personaggi e vede i sentimenti come un altro modo attraverso il quale un personaggio manipola l'altro, influenzando gli eventi. Questa è l'originalità maggiore di un regista con la mano leggera ma lo stile di ferro e, contemporaneamente, il limite maggiore del film.

Si travesta da documentario o si mostri in forma (di) fiction, il cinema di James Marsh resta vincolato ad un immaginario decisamente immobile, che rintraccia nel passato e nella cronaca della storia le sue attrattive. Regista pressoché unico nel panorama britannico, in quanto privo dell’animo sovversivo di un Danny Boyle, antitetico ai virtuosismi di Guy Ritchie e dall’approccio meno “stradaiolo” di un Ken Loach o di uno Shane Meadows: Marsh si lascia immaginare come un topo da biblioteca prestato alla settima arte, quasi fosse un abituale frequentatore della sezione emeroteca; appassionato dei vecchi ritagli di giornale con una naturale propensione visiva verso il vintage, attratto da quei codici che del tempo e della ricostruzione di esso attraverso gli eventi ne hanno fatto radice e principale sostentamento narrativo: il poliziesco del precedente Red Riding 1980 (secondo dei tre tasselli televisivi adattati dalla quadrilogia noir di David Peace) o lo spionaggio diShadow Dancer. Operazioni si di genere, ciò nonostante filtrate da un animo teso a travalicare le coordinate dei filoni frequentati, attraversati come passaggi a livello che dal contenitore conduco al contenuto: la condizione esistenziale dei personaggi che li abitano…

mercoledì 12 dicembre 2012

Man on Wire - James Marsh

già qui avevo apprezzato la grandezza di James Marsh, con questo film la mia stima resta altissima.
è la storia di Philippe Petit e della sua impresa, e si potrà vedere anche quello che dopo l'11 settembre 2001 è impossibile vedere.
la tensione nel documentario (ma questa categoria per i film di Marsh è davvero riduttiva) è quella di un thriller e questo film è grande cinema.
provare per credere, non ve ne pentirete - Ismaele



qui il film completo

…Come sempre succede per le opere d'arte, le risposte sono tanto evidenti, quanto profondamente misteriose.
Lo stesso presidente del World Trade Center, Guy Tozzoli, userà la traversata di Philippe, come straordinario veicolo pubblicitario.
L'impresa finirà sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo, garantendo ai nuovi grattacieli ed al funambolo francese gloria imperitura.
Eppure qualcosa si rompe definitivamente quella mattina del 7 agosto 1974: dopo la sua impresa più grande, Petit chiude la sua esaltante stagione di acrobata sul filo.
Persino i suoi rapporti con la fidanzata di allora e gli amici si deteriorano.
Quella straordinaria avventura è per tutti irripetibile: l'unicità del gesto e la sua grandiosa e fortunata riuscita rimangono senza seguito.
Marsh ed i suoi personaggi raccontano, con sincera commozione e nostalgia, la fine di quel momento di estasi collettiva: l'ossessione di Petit ha finito per travolgere le vite di tutti.
Philippe si è sempre rifiutato di commercializzare le proprie imprese e continua a vivere secondo l'idea che l'esistenza va vissuta on the edge.
Marsh, intelligentemente, non allude mai all'11 settembre: per l'ora e mezza del documentario, le torri sono ancora in piedi, solidissime, verticali, anzi il film ci mostra le lunghe fasi della loro costruzione, che accompagnano la nascita dell'ossessione di Petit.
Man on wire deve il suo titolo ad una frase, scritta nel rapporto di polizia del 1974.
Il film di Marsh non è solo un racconto di libertà, di sfida alla natura ed alle leggi degli uomini, ma è un meraviglioso atto d'amore per quelle torri: adorate, idolatrate, desiderate, sino alla prova più estrema.
Non c'è dubbio che il gesto bellissimo di Petit ha contribuito ad accrescerne il mito ed a farle entrare nel cuore dei newyorkesi.
La bravura di Marsh è quella di ricreare la magia di quel folle miracolo, attraverso le testimonianze umanissime dei partecipanti: la bellezza estetica si unisce alla tensione drammatica ed alle emozione fortissime di quei 45 indimenticabili minuti, sospesi tra le nuvole.

…The magic works, and incredibly the film re-creates that first courageous moment when Petit commits to walking the wire strung between the towers. It's both frightening and surprisingly poignant. And unexpectedly funny. Police naturally arrive to cart Petit away, yet he taunts and teases . . . darting away when almost in their grasp, and playing on the wire for 45 minutes—lying down, juggling, going back and forth eight times. He's eventually charged with "disturbing the peace," but the world could use a lot more events like this to shake it from lethargy.
I entered the local art house theater expecting to like Man on Wire but I was completely surprised at just how moved I was by Marsh’s film. It grasps just what it means to be human and to express it fully. For anyone with a rebellious, artistic nature, this film is truly an inspiration and ranks among the stronger films of 2008.

…Directed by James Marsh (Wisconsin Death Trip; The King) this fascinating documentary captures the excitement and danger of what has been described as ‘the most artistic crime of the century’. As Petit puts it himself, “What we did was a crime, but nobody gets hurt, which is beautiful.” The thing that stands out the most might well be the fact that nothing like this could ever really happen now, not only because of the events of 9/11 (something the film does not touch on) but also the nature of the world we live in now. As the arresting police officer says in archive footage, trying to appear disapproving but unable to stop smiling, “What I just saw, I don’t think anyone will ever see again in the whole world.”

Petit himself is the real star of the show here, surrounded by an eccentric group of helpers and well wishers from France, Australia and America, I can easily see why they felt obliged and even honored to help him with his life dream, the end result of which is both nerve-wrecking and absolutely heart renderingly beautiful. Petit is every bit the showman, talking a mile a minute his sheer enthusiasm is enough to instantly endear him and to create sympathy with his cause. Something akin to a surreal heist movie, this documentary clocks in at around 90 minutes and is hugely entertaining.

…The installation of a wire between the two towers was as complicated as a bank heist. He and his friends scouted the terrain, obtained false ID cards, talked their way into a freight elevator reaching to the top -- above the level of the finished floors. Incredibly, they had to haul nearly a ton of equipment up there. You may have heard how they got the wire across, and how they guy-wired it, but if you don't know, I won't tell you.
They did it, anyway. Their plan worked. And on the morning of that Aug. 7, Petit took the first crucial step that shifted his weight from the building to the wire, and stood above a drop of 1,350 feet. Many people know he crossed successfully. I had no idea he went back and forth eight times, the police waiting on both sides. His friends shed tears as they remember it happening. It was dangerous, foolhardy, glorious. His assistants feared they could be arrested for trespassing, manslaughter or assisting a suicide. Philippe Petit was arrested and eventually found guilty. The charge: Disturbing the peace.


lunedì 13 agosto 2012

Project Nim - James Marsh

alla fine ci si ricorda degli occhi di Nim, e di quello che non può dire, ma che possiamo capire, se vogliamo.
un film doloroso, che non fa male vedere, anzi aiuta a capire qualcosa.
da non perdere - Ismaele



Da un lato ricostruisce un clima (quello della stagione hippy e delle innumerevoli nuove teorie su tutto lo scibile umano) e propone ad animalisti e non il percorso di un primate che diventa cavia di un esperimento che finisce con il procurargli altrettanto dolore (anche se non fisico) di quelli messi in atto per testare alcuni farmaci. Dall'altro (con uno sguardo che fonde emotività e razionalità) ci mette di fronte ad interrogativi ancora più complessi. Perché in definitiva Marsh è più interessato al comportamento degli esseri umani che hanno avuto contatto con lo scimpanzé che non a quello di Nim. Scava nei volti e nei gesti per fare riemergere, a distanza di decenni, gli echi di un'esperienza che ha finito con il provocare in loro un profondo disagio. Perché hanno fatto sì che l'animale provasse per loro dei sentimenti 'umani' per poi farselo sottrarre in nome della scienza destinandolo in definitiva a una cattività lontano dalle loro cure…

…Tutte le volte che un film racconta il rapporto tra l’uomo e la scimmia, i risultati non sono mai dei migliori. Qui però non siamo su “Il pianeta delle scimmie”: “Project Nim” non parla di ipotesi o di fantasie, piuttosto racconta una storia vera che per questo motivo non può non lasciare un segno sullo spettatore che guarda.
“Project Nim”” è un docufilm estremamente affascinante e stimolante, una pellicola che stupisce e fa riflettere ma che fa anche soffrire. Strabilianti sono i progressi, i risultati, i comportamenti di Nim, presuntuosi ed egoisti quelli degli uomini che sfidano la natura per poi arrivare sempre, in conclusione, a tradirla. E a farle male. Troppo male…

…comincia il vero calvario di Nim: prima affidato ad un centro di recupero primati (quello dove era nato), passando dal salotto di una casa ed i vestiti “da umano” all’essere buttato nudo in una gabbia sporca, e poi, acquistato come cavia per la sperimentazione in un laboratorio.
Grazie a una persona che gli si era affezionata al centro primati, Nim riuscirà a sfuggire, dopo mesi di esperimenti di laboratorio, a una fine certa, per inedia, per malattia, per il dolore dei voltafaccia di tutte quelle persone che lo avevano prima cresciuto e vezzeggiato come uno di loro, e poi lo avevano relegato al peggiore dei destini.
Ma si tratterà di un recupero lento, che vedrà il faccia a faccia, ad anni di distanza, con quelle stesse persone che lo avevano tradito.
Insomma, vedrete la storia raccontata con gli occhi di Nim, tutta la pochezza e l’ipocrisia umana che si cela sotto l’egida della scienza…
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