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lunedì 12 maggio 2025

L'eternauta - Bruno Stagnaro

l'origine dalla storia è l'immenso fumetto di Hèctor Oesterheld, lui e la sua famiglia hanno pagato cara, tutti ammazzati dai militari assassini, così amati da Milei.

la serie di Bruno Stagnaro, prodotta da Netflix, ambientata a Buenos Aires, parte da una nevicata che sorprende tutti, e quella neve è accompagnata da un dramma incomprensibile, quelli che sembrano alieni hanno conquistato il paese, forse la Terra intera, non si sa.

c'è un virus mortale nell'aria, le comunicazioni sono interrotte, e con difficoltà si riesce a trovare una strategia di sopravvivenza.

una serie che merita, anche se il fumetto è un'altra cosa.

buona (misteriosa e di sopravvivenza) visione - Ismaele



 

 

…para buscarle un costado positivo al asunto, por lo menos la serie sirve para volver a traer a la luz el calvario de la familia Oesterheld, símil repaso histórico a colación, y para demostrar que el dinero público deriva en un buen nivel técnico incluso en el cono sur, con fondos estatales de Argentina, Canadá, Uruguay y la India que niegan en un único movimiento por un lado el discurso neoliberal privatizador/ individualista de la mafia en el poder en la nación de origen, el excrementicio mileismo, y por el otro lado el negacionismo en materia de los crímenes -secuestros, torturas, asesinatos, desapariciones, robos de bebés, etc.- del Proceso de Reorganización Nacional, otra pata del ideario del fascista infradotado de nuestro presidente, sus secuaces y los imbéciles que lo votaron, esos mismos que hoy lloran por el éxito internacional de un producto que adhiere vagamente a la figura del héroe colectivo de Oesterheld e interpela a un público global muy acostumbrado a estas obras intercambiables, conformistas e insustanciales que forman parte de la estirpe de la N roja.

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…La adaptación de Stagnaro, uno de los pocos realizadores que entendió y se atrevió a enfrentarse a la descomposición social de la década del noventa, tiene una mirada que intenta indagar en los problemas socioeconómicos y socioculturales de la Argentina, trasladando la historia original de la década del cincuenta al presente. Esta decisión genera cambios significativos en el relato, que se materializan principalmente a partir del segundo capítulo de los seis que componen la primera temporada. Lo más importante del comienzo es la transformación del inicio de la historia, con la materialización del protagonista, Juan Salvo, en la casa del escritor, Oesterheld, por una escena de la hija de Salvo con unas amigas en una embarcación en los momentos previos al inicio de la invasión, lo cual anula gran parte de la trama, que es el relato de Juan Salvo de su historia como Eternauta. Para compensar esto, las visiones de Salvo en forma de reminiscencias o premoniciones se inician tempranamente en lugar de las alucinaciones colectivas de la historieta, con el objetivo de justificar el título de la serie y la figura del protagonista como viajero del éter…

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…Oltre alla sua valenza narrativa, L’Eternauta si distingue per la sua capacità di anticipare e riflettere sulle dinamiche politiche e sociali del tempo. La storia, infatti, non si limita a raccontare un’invasione aliena, ma diventa un’allegoria della minaccia reale che incombeva sulla società argentina e, più in generale, su quella occidentale. Le esperienze personali di Oesterheld – fino al tragico destino delle sue figlie durante la dittatura – alimentano una narrazione intrisa di senso politico e di denuncia contro le oppressioni autoritarie. Lungi dall’essere un semplice esercizio di fantascienza, il fumetto si configura come una testimonianza del potere del medium nel raggiungere e coinvolgere un vasto pubblico, dimostrando che la letteratura “disegnata” può essere un veicolo altrettanto potente di riflessione e critica sociale. A distanza di decenni dalla sua prima pubblicazione su Hora Cero, L’Eternauta rimane una delle opere più influenti e studiate del panorama fumettistico internazionale. La sua capacità di combinare un racconto di sopravvivenza con una profonda riflessione sulla condizione umana ha ispirato autori di generazioni successive, come Robert Kirkman con The Walking Dead, che, sebbene in contesti e modalità diverse, continua a esplorare il lato oscuro e vulnerabile della natura umana. Il fumetto, attraverso il suo equilibrio tra narrazione e immagine, ha saputo trasformare il tradizionale schema del genere avventuroso, ponendo al centro la dimensione emotiva e l’esplorazione interiore dei suoi personaggi. In questo senso, L’Eternauta si presenta non solo come un’opera di intrattenimento, ma come un documento storico e culturale che testimonia il potere del fumetto nel raccontare e interpretare la realtà

L’Eternauta è molto più di una semplice storia di invasione aliena: è una profonda meditazione sul senso della vita, sulla fragilità umana e sulla resilienza di fronte all’apocalisse. Attraverso la sapiente fusione di testo e immagine, Oesterheld e Solano López hanno creato un’opera che continua a risuonare con il lettore, invitandolo a riflettere non solo sulla distruzione, ma anche sulla capacità di ricostruire e resistere. Un capolavoro che, a distanza di decenni, si conferma un punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia comprendere il vero potenziale espressivo e narrativo del fumetto.

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La serie TV colpisce soprattutto per la sua messa in scena, ma anche per la regia, la fotografia e la rappresentazione dei “villain” in questione, così come per tutto il mondo narrato. L’Eternauta era un fumetto difficilissimo da adattare per il suo rilievo artistico e storico-politico. Netflix ha deciso di attualizzare la storia portandola ai giorni nostri, e la serie opta anche per un ritmo rapido creando molta suspense. Oltre ad essere capace di coinvolgere il pubblico, genera la curiosità verso i protagonisti. Sicuramente i soli sei episodi di questa prima stagione, che non brillano per originalità narrativa, mantengono un forte impatto visivo. Di questo spettacolo cupo e politico abbiamo apprezzato l’identità, il buon uso della suspense e come detto soprattutto l’estetica. La cosa più importante è che L’Eternauta supera questa grande prova e non tradisce l’ingegno e l’anima del fumetto.

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La grande forza della serie sta nel suo equilibrio tra rispetto e libertà. L’anima del fumetto – quella riflessione sulla resistenza collettiva, sulla fragilità dell’individuo di fronte all’ignoto, sul valore della solidarietà – permane intatta. Tuttavia, Stagnaro non ha paura di intervenire: cambia epoca, modifica relazioni familiari, aggiorna riferimenti politici e introduce un tema caro alla sua poetica, quello della stratificazione urbana e sociale.

Le nevicate tossiche, le barricate nei quartieri, le lotte tra condomini, gli episodi ambientati in farmacie, centri commerciali, stazioni e chiese: tutto evoca il crollo di un tessuto sociale già fragile. I richiami all’Argentina del 2001, alle sue crisi economiche e politiche, si mescolano con l’eco della pandemia e delle guerre contemporanee. È un racconto di fantascienza, certo, ma anche una parabola sul presente.

È difficile sottovalutare la portata tecnica del progetto: la neve è fatta con tonnellate di materiali ecologici, la città è stata scansionata durante la pandemia, le riprese sono durate quasi cinque mesi. Ma a stupire è il fatto che tutto questo non soffochi mai il racconto. Anzi, lo potenzia. Gli effetti non sono un fine, ma un mezzo per costruire un mondo credibile, sporco, reale.

Anche la colonna sonora, che alterna classici come No pibe e Porque hoy nací dei Manal a pezzi dei Soda Stereo e Mercedes Sosa, fino a El magnetismo degli El Mató a un Policía Motorizado, contribuisce a creare quella miscela temporale in cui convivono generazioni, esperienze e traumi.

Forse, il limite maggiore della serie è ravvisabile in alcune dilatazioni narrative: in particolare, nell’episodio 2 e 5 il ritmo rallenta e alcune sottotrame si aggrovigliano inutilmente. Si tratta comunque di inciampi secondari in un progetto che riesce a fare ciò che sembrava impossibile: rendere L’Eternauta qualcosa di vivo, necessario, non solo per i fan, ma per un pubblico ampio. E soprattutto, per l’Argentina.

Perché la domanda principale che si pone la graphic novel – “Sarà possibile?” – riceve qui finalmente una risposta. Sì, è stato possibile. E il risultato è una serie che guarda al futuro con gli occhi del passato. Una storia di resistenza che, oggi più che mai, parla di noi.

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…L’Eternauta rispetta il canovaccio dell’opera di Héctor Oesterheld, tristemente diventato un desaparecido qualche anno dopo la pubblicazione della sua pietra miliare. Lo fa optando per un taglio realistico e per un approccio orientato ai personaggi e alle loro connessioni in uno scenario misterioso, dando vita a un racconto suggestivo e intriso di fragile umanità. Una scelta che mette però in secondo piano sia gli aspetti più fantastici dell’opera originale, sia il suo già citato ed evidente sottotesto politico. Il risultato è una serie solida e di sicura presa sul pubblico, soprattutto in un periodo segnato da ripetute catastrofi climatiche ed energetiche (inevitabile ripensare durante la visione al collasso elettrico di pochi giorni fa in Spagna). Allo stesso tempo però il racconto è penalizzato da un eccessivo appiattimento dei suoi tanti livelli di lettura, che affiorano solo negli ultimi episodi, con la scoperta dell’origine e dei mandanti della neve letale.

Ricardo Darín regge buona parte de L’Eternauta sulle sue solide spalle, tratteggiando i dubbi e i timori di un uomo che diventa eroe per caso, in bilico fra i suoi affetti, la necessità di fare fronte alla minaccia e squarci onirici, di sicuro effetto per gli amanti dell’opera di Héctor Oesterheld. Nella doppia veste di sceneggiatore e regista, Bruno Stagnaro centra invece un accettabile compromesso fra le riflessioni portate avanti dal fumetto e la necessità di adattare la storia ai canoni della serialità, estendendo alcune sottotrame e i relativi personaggi. In quest’ottica, a sorprendere sono soprattutto gli effetti speciali, di ottima fattura sia nei momenti in cui è necessario rendere la desolazione di Buenos Aires, sia nei momenti più concitati, con protagonisti i misteriosi invasori.

L’Eternauta si rivela quindi un ideale ponte fra un fumetto che tutti gli appassionati dovrebbero leggere e il largo pubblico di Netflix, sempre alla ricerca di storie originali ed emozionanti. Una progetto dagli elevati livelli produttivi e gestito con intelligenza, al punto da lasciare una porta aperta a un’eventuale prosecuzione di una storia che, anche a decenni di distanza dalla sua pubblicazione, continua a porci profondi interrogativi su noi stessi e sul mondo che ci circonda.

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domenica 20 aprile 2025

Lavoro a mano armata (Dérapages) - Ziad Doueiri

Tratto da un romanzo di Pierre Lemaitre, diretto da Ziad Doueiri (regista de L'insulto e L'attentato), protagonista è Eric Cantona, circondato da tanti bravissimi attori e attrici.

Alain (che nel doppiaggio viene pronunciato da schifo, a Netflix sono ignorantissimi!), interpretato da Eric Cantona, è un disoccupato della felice età capitalista neoliberista, nella quale chi lavora ci mette un minuto (a volte meno) per diventare uno scarto umano.

I capitalisti sono descritti come sono nella realtà, vampiri assetati di licenziamenti e di soldi.

Alain vuole ritrovare una dignità che gli hanno tolto, accetta un lavoro pericoloso, mettere su un sequestro come ultimo rimedio di selezione del personale,  per riuscire a essere riamato e rispettato di nuovo in famiglia, e decide di rubare ai capitalisti, con l'aiuto di un amico hacker (Gustave Kervern), rubare ai ladri non è un peccato, pensa.

Una serie breve, si vede come un film lungo, non delude.

Buona convincente visione - Ismaele

 

 

 

L'Eric Cantona che troviamo a recitare in questa serie tv è esattamente quanto ci si possa aspettare: in grado di accentrare l'attenzione su di sé, ma anche di apparire naturale e di mostrare eccellente capacità di immedesimazione. Non si può certo dire che la vita di Alain Delambre possa essere simile a quella dell'ex star calcistica, ma il marsigliese di origine italo-spagnola rende benissimo nel ruolo dell'uomo di mezza età devastato dalla disoccupazione e dall'incapacità di trovare sbocchi. A livello caratteriale invece Delambre diventa abbastanza affine a Cantona, che deve riportare un personaggio tendente all'irascibilità e di estrema passionalità: e Cantona convince molto, anche nelle parti riflessive, dimostrando (ma ormai confermando) di essere ben più di una star sportiva prestata alla recitazione, ma di essere un attore a tutto tondo….

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Il titolo originale della trasposizione è Dérapages, slittamenti, sbandate: e Alain scivola progressivamente, nei sei episodi della miniserie, ai margini (e oltre) di una società dove tutto, dai luoghi istituzionali alle relazioni interpersonali, sembra dominato da quel «modello aziendale» iper-competitivo per cui «chi cerca lavoro è in guerra».

Ma è anche uno slittamento morale, perché lo stesso Alain, che ci narra a posteriori la sua vicenda da una cella di prigione, è il primo a dover fare sua la legge marziale non scritta che regola (ormai) i rapporti sociali: e la sua lotta per riconquistare una vita dignitosa si confonde allora col desiderio di rivalsa verso quel sistema e col rischio di diventarne lui stesso un perfetto esemplare...

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…Lavoro a mano armata risulta solido ed efficace, nella sua trattazione del capitalismo immorale, disumano e avido, che mantiene la povertà per arricchire i benestanti. Ma la buona riuscita dell’opera è data anche da altri due elementi, legati a doppio filo tra loro. Questo tipo di prodotti si focalizza normalmente solo su un aspetto del racconto, omettendo o elidendo il prima e il dopo. Lavoro a mano armata, invece, offre una visione completa e onnicomprensiva non solo sul sequestro ma anche sulla vita in carcere e sulle conseguenze economiche ed esistenziali di ciascun carattere in gioco…

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“Lavoro a mano armata” potrebbe sembrare estremo, strabordante, eccessivo. A ben pensare però riesce perfettamente nell’intento di rappresentare con ardimento e onestà l’immorale avidità del sistema economico che governa le nostre vite. La serie non si limita a raccontare l’umiliazione dovuta alla perdita del lavoro, né vuole concentrarsi sulla furiosa ribellione di un uomo ferito. Si spinge oltre, narrandoci le conseguenze, materiali e esistenziali, subite da ogni singolo attore in gioco. Ci si aspetterebbe ragionevolmente un malinconico finale, una qualche resa, un’ammissione di colpa? La sceneggiatura sceglie di invertire nuovamente la rotta, spazzare via ciò che restava del dramma sociale, per cedere nuovamente il passo ad un ritmo carico di tensione.  Un finale narrativamente accattivante, che non teme di svilire l’autenticità della critica sociale che la serie avanza.

Si inizia alla Ken Loach e si finisce alla Tarantino. Tutto ha inizio da un realismo sociale così ben fotografato da risultare violento. Si continua con un pathos crescente, iperbolico. Si conclude, o si ricomincia, là dove non ci aspetteremmo, o forse dove non vorremmo. Come in ogni storia in-credibile che si rispetti.

Una narrazione che si insinua nelle nostre menti, sgomita tra altre frivole visioni e resta lì, ad occupare il posto conquistato, domandandoci: assecondare un sistema disumano, magari illudendoci di giocare semplicemente la nostra personale partita, non ci rende forse altrettanto disumani?

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lunedì 3 febbraio 2025

Il realismo a senso unico di Netflix: da “Mare Fuori” ad “Acab” - Vincenzo Scalia

 

Alla fine degli anni Settanta, in Inghilterra, prese piede la teoria criminologica del left realism (realismo di sinistra), che muoveva dalla necessità di prendere sul serio la questione criminale, per non lasciarla nelle mani delle destre. I left realists, tra i cui maggiori esponenti ricordiamo Jock Young e Roger Matthews, proponevano uno schema quadrangolare di lettura dei fenomeni criminali. I vertici del quadrato sono costituiti dai rei, dalle vittime, dal pubblico e dalle agenzie di controllo sociale formali, ovvero la polizia, la magistratura e i servizi sociali, in quanto articolazione dei poteri statali. La lettura dei fenomeni criminali, per il realismo di sinistra, sarebbe la risultante dell’interazione di questi quattro fattori.

Lo schema analitico del realismo di sinistra ci torna in mente in relazione alla produzione di serie tv che riguardano fatti di criminalità prodotti dalla piattaforma Netflix. Da Sanpa, su San Patrignano, ad ACAB, che propone in versione televisiva anche i fatti relativi alla protesta No-Tav, passando per Mare Fuori, sulla criminalità minorile, la piattaforma televisiva si accredita come un attore sproporzionatamente rilevante in merito alla lettura dei fatti criminali. Ne scaturiscono la formazione dell’opinione pubblica e una produzione di panico morale che ispirano molto spesso, specialmente negli ultimi anni, le politiche governative. In particolare, colpisce come Netflix si collochi sempre simmetricamente a chi evoca ed avoca l’implementazione di misure maggiormente repressive per risolvere questioni sociali stridenti. Partendo dalla buona fede di chi ha prodotto e realizzato le serie, non si possono non riscontrare i limiti insiti in ogni spettacolarizzazione dei fenomeni sociali, quantomeno di quelle prodotte in anni recenti. In altre parole, il canovaccio viene adeguato ai parametri richiesti dal format di successo, per cui bisogna proporre sempre la dicotomia tra figure positive e negative, con la vittoria ovvia dei primi, e la resa mediatica consiste nell’accentuazione caricaturale di queste caratteristiche.

Con riferimento, in particolare ad ACAB e alla questione del Tav, le caratteristiche negative si attribuiscono ovviamente ai protestatari, un po’ affetti da fanatismo ideologico e un altro po’ composti da una popolazione anziana, nostalgica del passato, non criminalizzabile per questioni di anagrafe, ma sicuramente preda del fanatismo. Ai No-Tav viene reso l’onore delle armi all’interno di un’epica degli scontri che, oltre ad essere figlia del politicamente corretto odierno, marcia in parallelo con quell’estetica della violenza che fa la fortuna dei prodotti mediatici ispirati all’azione. Last but not leastla scelta di identificare i buoni tra le schiere delle forze dell’ordine, è figlia del vento che soffia dalla caduta del muro di Berlino in poi, per cui chi ricopre un ruolo istituzionale si colloca sempre dalla parte giusta. Un’impostazione che sorvola sugli abusi compiuti dalle forze di polizia, in particolare quelli sui dimostranti, come da Genova 2001 a Pisa nella scorsa primavera, abbiamo avuto modo di constatare. E che strizza pericolosamente l’occhio all’assunto della premier per cui “criticare i poliziotti è pericoloso”, tanto da ispirare il disegno di legge 1660, lo scudo penale per le forze dell’ordine, la modifica (cioè l’abolizione de facto) del reato di tortura. Le ragioni della protesta rimangono fuori, eppure avrebbero potuto interessare il pubblico. Dallo scempio del territorio alla distruzione di intere comunità, per non dire dello sperpero di ingenti quantitativi di risorse pubbliche, oltre all’inutilità dell’opera, asserita anche Oltralpe, argomenti con cui attirare l’attenzione del pubblico ce ne sarebbero stati molti. Altri importanti aspetti, come la criminalizzazione dei No Tav operata dalla magistratura torinese, l’uso discutibile degli arresti e delle carcerazioni preventive, le accuse di terrorismo, la carcerazione di una donna in età avanzata come Nicoletta Dosio, avrebbero meritato ben altra sorte dell’essere omessi o considerati implicitamente come normali conseguenze.

Non è la prima volta, si diceva, che Netflix propone questo tipo di interventi sull’attualità. Basti pensare a Mare Fuori, dove i minori protagonisti cadono fatalmente nel loro destino lombrosiano di criminali, rifuggendo l’aiuto degli angeli istituzionali e le opportunità fornite all’interno della struttura detentiva. Una rappresentazione fuorviante del sistema penale minorile italiano, considerato uno dei migliori d’Europa, con l’utenza penale ridotta ai minimi termini e i detenuti prevalentemente di origine migrante o rom che scontano la loro marginalità sociale, oltre alla mancanza di risorse, agli squilibri territoriali in termini di servizi e all’habitus talvolta familista degli operatori del sistema minorile. Eppure, Mare Fuori, ha plasmato l’immaginario collettivo rispetto alla devianza minorile, producendo la proliferazione di articoli e discussioni sulle presunte baby gang culminate col decreto Caivano e con l’aumento esponenziale dei minori detenuti.

Il rapporto tra le serie televisive e il pubblico ci permette di tornare allo schema proposto dai realisti di sinistra. Quando Young e Matthews proposero il loro schema interpretativo, in uno dei vertici del quadrato del crimine, ovvero, quello del pubblico, circolavano letture contrapposte dei fenomeni criminali. I filtri robusti delle organizzazioni di massa, della partecipazione diffusa, del confronto, che gravitavano attorno alle strutture della classe operaia, consentivano di proporre valutazioni ed elaborazioni più articolate dei fenomeni sociali, che avevano la loro ricaduta sia sull’operato degli apparati statali sia sulla capacità di analizzare i contesti all’interno dei quali i reati avevano luogo. Soprattutto, la prospettiva, condivisa da tutti, era quella dell’inclusione, del reinserimento. Fu proprio in questo contesto che cominciarono a svilupparsi le politiche di riduzione del danno. Quanto al pubblico, nel caso italiano, oltre alla stampa democratica e di sinistra, potevamo contare su un apparato di produzione mediatica di livello. Si pensi al neorealismo, a registi come Pasolini, Lizzani e Montaldo, ad attori come Gian Maria Volonté, a film come Sciuscià o a lavori documentali come quello sulla strage di piazza Fontana. Prodotti mediatici che proponevano un ribaltamento del senso comune, tentavano di egemonizzare il discorso pubblico, perché rispecchiavano una prospettiva di trasformazione sociale radicale.

La ristrutturazione socio-economica neo-liberista, sfaldando le organizzazioni di massa, evaporando la prospettiva di un cambiamento, comporta la subordinazione delle opere di divulgazione alla necessità di attrarre audience per realizzare profitti. Ne consegue un detrimento della qualità dei prodotti e la circolazione di un senso comune securitario che tracima in una sfera politica sempre più orientata alla sopravvivenza spiccia. Davvero, ridateci il neorealismo.

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domenica 19 gennaio 2025

A.C.A.B.: la Val Susa secondo Netflix vs la realtà che viviamo

In Val Susa abbiamo avuto modo di vedere A.C.A.B., la serie prodotta dalla multinazionale americana Netflix e uscita ieri. Eravamo curiosi di osservare come una fiction di tale portata avrebbe trattato la nostra terra e la nostra lotta. Quello che abbiamo visto non ci ha colpiti: la Val Susa, in questo caso, è solo un pretesto narrativo per introdurre la storia dei reparti celere protagonisti.

È significativo, tuttavia, che la lotta No Tav venga mostrata in modo macchiettistico e violento, in linea oltretutto con la retorica giornalistica che abbiamo visto in questi anni. La rappresentazione equilibra forzatamente le violenze, suggerendo una simmetria tra le parti, con un ferito per parte, come se il peso reale della repressione fosse bilanciato. In realtà, il divario è ben più marcato e lo dimostrano le inchieste giudiziarie che ci hanno colpito in questi anni, gli anni di carcere elargiti come se fossero noccioline, i nostri feriti e il territorio militarizzato come se fossimo in guerra.

Quello che la serie mette in scena non è uno scontro realistico, ma una sorta di battaglia epica, che ricorda le lotte tra antichi romani e popolazioni barbariche, in cui solo l’inganno consente ai “barbari” di colpire un valoroso centurione.

La narrazione non appare squilibrata solo nella rappresentazione della violenza, ma anche nell’attribuzione delle sue origini. Si tenta di far credere al vasto pubblico globale di Netflix che le violenze perpetrate dalle forze dell’ordine in Val Susa – e altrove – siano una reazione inevitabile, giustificata dalla tensione generata dai manifestanti. Questi vengono rappresentati attraverso la solita retorica manichea, che li divide in “pensionati buoni” e “zecche pericolose”, oppure riducendo ogni abuso a episodi isolati causati dal singolo elemento irruento: la stanca e falsa narrazione della “mela marcia” che nega, di fatto, la verità incontrovertibile per cui è il sistema ad essere violento, imponendo con la forza ciò che viene rifiutato da più di 30 anni in questa valle. E quindi nessun riferimento, ovviamente, alle ragioni della protesta, alle origini di una contrarietà ragionata e diffusa nella nostra valle, alla devastazione che quotidianamente osserviamo, ai nostri boschi distrutti, alle colate di cemento, all’inquinamento, ai rischi per la nostra salute.

Poiché noi la realtà la viviamo quotidianamente sulla nostra pelle, sappiamo che quello che accade in Valsusa non è un film e infatti conosciamo il prezzo per difendere il nostro territorio dalla devastazione. Siamo di fronte ad un crimine ambientale che all’oggi non vede punire i colpevoli, anche se sappiamo bene chi sono. Cosa che invece sta accadendo è che alcuni di noi sono accusati del reato di associazione a delinquere e dai vari ministeri e da Telt ci viene richiesto un rimborso pluri-milionario per difendere quei cantieri che la nostra valle non ha mai richiesto. La realtà è qui, tra le persone che vivono queste montagne. In questo documentario di cui vi alleghiamo il link , Archiviato (regia di Carlo Amblino, con voce narrante di Elio Germano) sono elencati una piccola parte degli abusi che abbiamo subito in questi anni. La nostra Resistenza ci porterà alla vittoria e questo è quanto basta.


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domenica 19 maggio 2024

El conde – Pablo Larraín

dopo i film "stranieri" Pablo Larraín torna in patria, e gira un film sul boia Pinochet, ma non solo.

in un bianco e nero davvero livido e convincente vediamo che Pinochet sta per crepare, e la sua eredità va definita con chiarezza.

Pinochet non è solo il boia che nasce dal niente, lui è un vampiro che arriva dall'Europa, e bisogna decidere se il vampiro finirà con lui, o proseguirà la sue esistenza in altri corpi.

é una lotta senza quartiere che sappiamo come sa a finire, fino all'ultimo.

se qualcuno ha nostalgia di Margaret Thatcher la ritroverà, buon per lui.

un film da non perdere (si può vedere su Netflix).

buona (vampiresca) visione - Ismaele


  

 

Si può dire che sia un peccato che il regista e Calderón non si spingano un po’ più in là nell’assurdo; il materiale sullo schermo avrebbe infatti occasionalmente bisogno di un’ulteriore scossa di comicità stravagante per aiutare a ‘vendere’ l’idea principale – e, in qualche misura, esile – che ci sta dietro.

Tuttavia, l’accusatoria durezza generale funge essa stessa come forma di amaro umorismo, mai come quando Carmencita intervista i figli di Pinochet cresciuti e ne elogia le atroci malefatte (tra cui i profitti dal terrorismo) con un sarcasmo che a loro, pieni di orgoglio e di diritti, sfugge completamente.

El Conde è allo stesso tempo il tentativo più diretto e fantasioso di Pablo Larraín di affrontare di petto l’eredità di Augusto Pinochet e i disastri che ha provocato il suo operato, aiutato dalle eccellenti interpretazioni dell’87enne Jaime Vadell nel ruolo del senile e banalmente malvagio dittatore e di Paula Luchsinger Escobar in quello della sua avversaria agli antipodi (che, in un ultimo primo piano, assomiglia in modo impressionante alla Giovanna d’Arco incarnata nel 1928 da Renée Falconetti).

In definitiva, El Conde trasmette poco che non sia già stato trattato nei precedenti film del regista sul regno di terrore del dittatore, eppure rimane un ritratto elegantemente pessimista della malvagità di un uomo e, in modo altrettanto pungente, del modo in cui ha contagiato tutti quelli che ha toccato (o, sarebbe meglio dire, morso).

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Scrive Pablo Larraín:

Ho trascorso anni immaginando Pinochet nelle vesti di un vampiro, come un essere che non smette di imperversare nella storia, sia nella nostra immaginazione che nei nostri incubi. I vampiri non muoiono, non scompaiono, e nemmeno i crimini e le ruberie di un dittatore che non ha mai affrontato la giustizia. Io e i miei collaboratori volevamo mettere in evidenza la brutale impunità che Pinochet rappresenta. Mostrandolo per la prima volta apertamente, in modo che il mondo potesse cogliere la sua vera natura: vedere il suo volto, respirare il suo odore. Per questo, abbiamo utilizzato il linguaggio della satira e della farsa politica, in cui il Generale soffre di una crisi esistenziale e deve decidere se vale la pena continuare la sua vita come vampiro, bere il sangue delle sue vittime e punire il mondo con il suo male eterno. Un monito allegorico del perché la storia debba necessariamente ripetersi, per ricordarci quanto le cose possono diventare pericolose.

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I toni sono subito chiari: dalla farsa sulle maschere del potere alla dark comedy familiare, dal fantasy realista all’horror splatter, chiamando più volte in appello umori e setting del più ambizioso cinema d’autore europeo (Dreyer, Tarkovskij, Murnau, per citare i più evidenti). In una villa decandente e spettrale su un’isola nel sud del Cile (non) vive segretamente il generale Pinochet. Un anziano vampiro in crisi esistenziale che ha deciso di morire ma è travolto dalla sua famiglia che brama di dividere l’eredità e da una misteriora (e religiosissima) contabile che lo deve aiutare a trovare un “finale”. Una voce fuori campo ci racconta questa storia in perfetto inglese (sarà forse Margaret Thatcher?) intavolando un discorso molto consapevole sulle ambiguità dei rapporti di potete tra democrazie, istituzioni religiose e totalitarismi nel Novecento come fossimo in un romanzo gotico con venature pulp. Il vampirismo diventa quindi una metafora sin troppo ovvia degli istinti ferini/autoritari che non riescono a morire e si alimentano nelle ambiguità del capitalismo contemporaneo creando mostri grotteschi pronti a riattivare la loro sete in maniera virale. Il bianco e nero plumbeo e le silhouette dei vampiri che si librano sul Cile del XXI secolo diventano il correlativo oggettivo di tutto questo…

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sabato 24 febbraio 2024

La società della neve - Juan Antonio Bayona

per quasi tutta la durata il film è normale, niente di nuovo sul fronte dei film di sopravvivenza, quello che colpisce di più è, dopo la salvezza, il silenzio, i sensi di colpa, l'indicibile, che è successo, necessario per la sopravvivenza.

Juan Antonio Bayona sa tenere sveglia l'attenzione e allora...

buona visione - Ismaele


ps: nel 2017 Idris Elba, in un film di Hany Abu Assad, dopo un disastro aereo, in montagna, nella neve, si salva camminando per diversi giorni, fino alla salvezza.

 

 

QUI la storia del disastro aereo sulle Ande, del 1972, su wikipedia

 

 

 

La società della neve mostra la lotta sopravvivenza nell'arco di 71 giorni, fino al 22 dicembre 1972. Lo sguardo del cineasta è vicino ai suoi personaggi, anzi convive con loro. "Per chi saranno quelle immagini?". Le fotografie diventano determinanti come forma di cronaca prima e di memoria poi.
Bayona gira un film efficace ma anche emotivamente trascinante dove la componente spettacolare è importante ma è comunque subordinata a uno dei temi che caratterizzano l'opera del cineasta, in cui l'incubo può trasformarsi in una tragica realtà e i protagonisti devono lottare, sia fisicamente, sia mentalmente (
The Orphanage e Sette minuti dopo la mezzanotte) con i propri demoni. E il suo film regge benissimo la durata di 144 minuti senza avere mai un attimo di cedimento.

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La stessa descrizione della scelta (obbligata) del cannibalismo da parte dei superstiti mostra un notevole pudore nella messa in scena: le sequenze in tal senso sono rapide e lasciano fuori campo, o sfocato, il terribile cibo di cui gli uomini sono costretti a nutrirsi; mentre ampio spazio viene dato a primi e primissimi piani dei personaggi stessi mentre attendono al terribile banchetto, a evidenziarne la dolorosa repulsività. L’enfasi, più volte ribadita, sul non sapere chi è colui di cui ci si sta cibando, prende significativamente la direzione opposta a quella della rivelazione esplicita e didascalica di volti, storie e nomi: Bayona sembra suggerirci che solo lo spettatore, dal suo punto di vista privilegiato, può ricondurre vivi e (soprattutto) morti a esseri umani e vicende reali, mentre ai superstiti questa consapevolezza è vietata, pena la follia. Tuttavia, per il resto, l’ottica fornita allo spettatore, in La società della neve, è tutt’altro che fredda e distaccata: al contrario, man mano che l’orrore si protrae, e il gruppo dei sopravvissuti si riduce, il film evidenzia in misura sempre maggiore i legami che tengono stretti i personaggi – legami interni a chi resta e con chi se n’è andato – trasmettendone senza mediazioni di sorta tutto il portato emotivo e melò. Il risultato, in un film tecnicamente impeccabile (la sequenza dello schianto dell’aereo e quella successiva della frana sono pezzi di cinema di grande valore) è un’ondata emotiva capace di restituire consistenza e realismo al genere, affidandosi (senza lasciarsene sopraffare) a un commento musicale di Michael Giacchino potente e ispirato. Difficile, date le premesse e lo stretto recinto in cui il progetto si muoveva, chiedere di più.

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La Sociedad de la Nieve es ante todo una película de supervivencia y una celebración del esfuerzo humano en toda regla. Una cinta que no es en absoluto complaciente, pero que junto a su final feliz, da una reflexión sobre las consecuencias por todo lo vivido. Espero sinceramente que Juan Antonio Bayona se alce con el Oscar por esta película titánica, humana y de enorme belleza sobre una situación completamente escalofriante en la que jamás desearía verme envuelto.

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L’impasto di La società della neve è un survival movie che però si apre presto allo sviluppo individuale, forte di una voce narrante che introduce, testimonia, accompagna, pondera e illude prima di spiazzare (non vi posso dire altro, abbiate pazienza). Coinvolge nella tensione perché mostra un tenace lavoro di squadra, nel raggiungimento di una meta (visto che si parla di rugby) che appare irraggiungibile. Il merito di Bayona è però quello di far letteralmente immergere lo spettatore nel dramma, rendendolo claustrofobico, privo di sbocchi. E per far questo gioca dapprima sul contrasto, poi sul soffocamento. Da un lato mostra le enormi distese della cordigliera delle Ande al confine tra Argentina e Cile, il paesaggio maestoso ma annichilente fatto di un’unica candida superficie che si perde nell’immensità del paesaggio, talmente ampio da rendere invisibile ai soccorsi anche il relitto dell’aereo. La Natura che impone il suo peso sull’esiguità della dimensione umana. Dall’altro, nell’angustia dello spazio necessariamente condiviso per solidarietà verso i feriti e per tentare di non morire di freddo durante le escursioni termiche notturne, Bayona e il suo direttore della fotografia Pedro Luque (è uno bravo, fidatevi) cambiano totalmente gli obiettivi e strozzano la prospettiva con un grandangolo che smette di mostrare per costringere il pubblico a penetrare e condividere dall’interno il dramma dei superstiti. Una scelta forte, che su grande schermo avrebbe spaccato, ma funziona lo stesso anche sullo schermo di una tv da un po’ di pollici, se dotati di discreta immaginazione.

Un’immersione che diviene asfissia, in un film che punta metaforicamente a riemergere e a conquistare spazi, fino a scavallare, a invertire la tendenza mestamente indirizzata: una narrazione che non perde colpi in oltre due ore (12 minuti sono di titoli di coda: pazzesco) e che dopo l’abilissima costruzione anche visiva della tensione, come abbiamo detto, e una riflessione tutt’altro che banale sui limiti morali della sopravvivenza, si libra in uno slancio lirico finale che non guasta, che non fa crollare banalmente la a tratti cinica narrazione, ma sa tanto di inevitabile catarsi, giunti alla fine di tanto penare. Loro e anche nostro. Ed è per questo che il film funziona e merita di essere visto. Nella sestina dei migliori film in lingua non inglese del Golden Globe (battuto da Anatomia di una caduta) e candidato per la Spagna ai prossimi Oscar. Lo so, non vuol (più) dire niente, ma comunque sempre meglio di un calcio nel culo.

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…Ahora la fuente primordial es el volumen del mismo título del 2009 del escritor y periodista uruguayo Pablo Vierci y el film en sí recupera de manera prolija cada uno de los latiguillos por los que la colisión y sus consecuencias constituyen un pivote tan tenido en cuenta en las antologías sobre desastres aéreos, sobre dramas de supervivencia en regiones inhóspitas y sobre ejemplos de antropofagia en las civilizaciones recientes, pensemos para el caso en el espantoso colapso de la aeronave, que se queda sin cola y ambas alas, en la desesperación de los protagonistas cuando descubren que las autoridades de Argentina, Chile y Uruguay han dejado de buscarlos a la octava jornada, todo gracias a una pequeña radio que hallaron entre los restos, en las deliberaciones alrededor de la posibilidad de la antropofagia, único recurso para sobrevivir sin flora ni fauna a la vista, en esa avalancha que enterró el fuselaje partido, empeorada por una tormenta de nieve, y en la consabida aventura de exploración en busca de ayuda, recién consiguiéndola en el décimo día de una caminata hiper helada.

Resultaría divertido consagrarse a la cantidad y la complejidad de problemillas que arrastra la propuesta que nos ocupa, una coproducción entre España y Estados Unidos con algo de apoyo de Uruguay y Chile en términos del rodaje, si uno no tuviese en cuenta lo doloroso del episodio y su claro estatuto en la memoria cultural internacional en tanto exponente hiperbólico de lo que el ser humano es capaz de hacer con tal de sobrevivir, un detalle que desde ya reinstala el instinto biológico más primario de los cuerpos -mantenerse con vida- y tira por la borda todo el maquillaje social/ ético/ religioso/ humanista/ filosófico/ cultural del que tanto gusta empaparse hipócritamente el grueso de los bípedos de las civilizaciones modernas y posmodernas…

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Es una película que empieza narrando preguntas que se supone responderá lo que veremos, como enfrentarse al mundo por uno mismo, no solo de manera existencial, como complemento; o por lo más marcado, lo más terrenal, sino incluso se puede entender económicamente o desde el cine social. Se siente en ello un humanismo hacia el prójimo y al mismo tiempo proclama el anhelo de autosuperación. El filme hace ver cuan difícil era dar el paso de comer carne humana, pero era un paso indispensable para lograr sobrevivir, aun cuando Nurma Turcatti (Enzo Vogrincic), un eje importante, no quería hacerlo (aunque lo llegó a hacer). No obstante ayudó en todo y proporcionó un estado de ánimo general, un estado positivo al grupo, como de unidad y compañerismo casi de hermanos, de gente que se ama altruistamente, tal como anuncia el título, de una sociedad en que todos se ayudan mutuamente, en que todos juntos salen adelante, apoyados en las distintas propias habilidades, como aquel que arregla la radio o aquel que sabe de electricidad, o de medicina, o se halla en mejores condiciones físicas. Es un filme en el que se vive mucha tensión y a la misma vez mucha fe en la humanidad. Se siente un estado de lucha más que de melodrama, de enfrentar la adversidad, aunque había lógicos bajones anímicos, pero no pasaba mucho y volvían a la carga, a no dejarse rendir. El presente suceso es un canto de éxito, hasta conseguir lo extraordinario, desde gente real. Cada momento, cada pensamiento, toma peso humano, que implica trascender como persona, desde la esencia humana, enfrentar la muerte, que la invoca la poderosa naturaleza; así mismo enfrentar la falta de recursos. Se trasmiten muchas emociones, visualmente. Hay mucha sensibilidad en el ambiente, Bayona logra mucha empatía con su versión.

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domenica 25 giugno 2023

Il principale costruttore e divulgatore del pensiero "liberal progressista" oggi - Antonio Di Siena

Per me la questione è talmente semplice da risultare lapalissiana: Netflix è attualmente il principale costruttore e divulgatore del pensiero liberal progressista moderno.


Quello intriso di un revisionismo storico-politico estremamente aggressivo (di cui cancel culture e criminalizzazione delle ideologie anti-capitaliste sono le massime e più violente espressioni) che propugna una società liquida e pacificata - in cui il conflitto sociale non esiste più - apolide e spersonalizzata, funzionale a trasformare il cittadino in un nomade senza radici. Il perfetto abitante/consumatore di un mondo spoliticizzato e senza confini (e pertanto a-democratico in senso stretto) e quindi dominato dal grande capitale finanziario globale.

Il suo ruolo è quindi totalmente diverso da altri giganti multinazionali come ad esempio Amazon. Perché Amazon vende, fa business su qualunque cosa. È capitalismo in purezza. Netflix no. Netflix serve ad altro. Ebbene, se la più sofisticata macchina di costruzione di pensiero del cittadino occidentale del futuro offre spazio al lavoro intellettuale e artistico di qualcuno (e quindi all’implicito messaggio politico che a questo sottostà) lo fa perché ritiene quel messaggio compatibile con la propria visione del mondo. Diversamente quello spazio sarebbe imperativamente e tassativamente negato. Perciò delle due l’una.


O Netflix è magicamente diventata una piattaforma anti-sistema oppure ciò che dice, scrive, pensa e divulga Zerocalcare è ritenuto assolutamente in linea con l’orizzonte teorico-politico del potere. A meno che non si voglia sottovalutare il potere stesso, ignorando la sua rodata e invidiabile capacità di camuffarsi nei modi più disparati. Questo è. Non c’è una terza possibilità. Con buona pace di chi crede ancora a Babbo Natale.

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domenica 18 dicembre 2022

Farha - Darin J. Sallam

a volte chi guarda un film, anche se non legge molto, può capire un po' di cose.

per esempio si può capire:

che "l'esercito più morale del mondo", così si glorificano da soli in Israele, è un esercito di merda come tutti gli altri, e probabilmente anche peggio;

che l'affermazione che la Palestina fosse un deserto inabitato da rendere vivo da parte dello stato israeliano è una delle bugie più grandi mai concepite da cervello umano;

che la speranza dei palestinesi che aspettano un aiuto dai paesi arabi è proprio un'ingenuità, allora come oggi;

che nel 1948 in Palestina non c'è stata una guerra, in realtà è stata una caccia al palestinese, da parte di efferati assassini di origine ebraica, per rubare le terre palestinesi e per ottenere una pulizia etnica che continua da allora tutti i giorni;

che mostrare un sadico assassino di origine ebraica è uno intollerabilmente antisemita, dicono, per questo in Israele vorrebbero che Netflix censurasse Farha.

oltre ai motivi sopra esposti ci sono altri motivi per vedere il film.

prima di tutto è una storia raccontata dalla parte degli sconfitti, vista con gli occhi di una ragazzina che aveva uno splendido futuro davanti, e dal 1948 avrà una misera vita in un campo profughi.

la protagonista Farha è bravissima a rendere la paura, la disperazione e l'impotenza, sua e di tutti.

insomma, non sarà un film perfetto, come dice qualcuno, ma allo stesso tempo è un film da non perdere.

buona (Farha) visione - Ismaele 

 

 


 La regista ha raccontato di essere viva perché il padre fu un sopravvissuto alla Nakba (che vuol dire “catastrofe”). Ascoltando le storie della madre si interessa particolarmente a quella di Radiyyeh, che la madre ha avuto modo d’incontrare dopo essere arrivata in Siria. Ciò che ha molto colpito Sallam è l’idea di una ragazza rinchiusa dentro una cantina dal proprio padre per salvarla dalla violenza degli eventi esplosi in Palestina.  

Non riuscivo a togliermi dalla testa quella ragazza, continuavo a pensare a come poteva sentirsi in questa piccola stanza oscura, soprattutto perché ho paura dei luoghi stretti e bui. Nel corso degli anni, queste storie, queste persone, le loro vite, si sono unite nella mia mente, andando lentamente a formare la storia di Farha. Non volevo trattare Farha solo come un numero, una dei 700.000 che furono costretti all’esilio. Volevo concentrarmi sul suo viaggio personale a sui suoi sogni, passati dal combattere per imparare, al combattere per sopravvivere. E’ una storia di amicizia, aspirazioni, separazioni, formazione, sopravvivenza e liberazione di fronte alla perdita.

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…Se il contesto storico è infatti ampiamente delineato, quello più squisitamente umano manca a volte di profondità.
Darin J. Sallam dirige con sicurezza, muovendosi con abilità nella costrizione degli spazi chiusi in cui è ambientata l’ultima parte della pellicola. La regista lavora con efficacia su luci e suoni, alternando momenti più claustrofobici ad altri di introspezione, grazie al dualismo prigione/rifugio su cui riesce a costruire una tensione che giova alla tenuta complessiva del film. Discreta la prova del cast, nonostante qualche ingenuità dovuta alla giovane protagonista Karam Taher e alla caratterizzazione non sempre attenta dei personaggi.
Farha è un film che tratta in maniera sentita e autentica una pagina terribile di storia recente, non riuscendo però a mantenere sempre una sua coerenza narrativa interna. L’accostamento della dimensione più intima e personale a quella collettiva palestinese, pur non essendo esente da scelte a volte sbrigative e riduttive, restituisce una testimonianza forte e vibrante di un evento che ha segnato un intero popolo.

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“Farha”, la Nakba palestinese in un film e Israele boicotta Netflix - Michele Giorgio

La campagna contro «Farha» è cominciata ben prima del rilascio del film su Netflix. Gli israeliani, dai ministri fino ai cittadini comuni, o meglio la maggior parte di essi, sono furiosi contro la piattaforma statunitense perché ha reso disponibile al pubblico mondiale un film che attraverso gli occhi di una ragazzina, racconta di una strage avvenuta nel 1948, durante le fasi che portarono alla nascita dello Stato di Israele, di una intera famiglia palestinese, inclusi bambini, da parte di uomini di una milizia ebraica. «È pazzesco che Netflix abbia deciso di trasmettere in streaming un film il cui unico scopo è di incitare contro i soldati israeliani», ha tuonato il ministro delle finanze uscente Avigdor Liberman. Analogo il giudizio del suo collega alla cultura, Hili Tropper: «quel film si fonda su di un mucchio di bugie». Dopo l’inserimento di «Farha» su Netflix, si è anche registrato in Israele un calo degli abbonamenti alla piattaforma. Azioni che non hanno turbato più di tanto la regista del film, la giordana Darin Sallam, che ripete di aver rappresentato una vicenda vera, simile ad altre avvenute nel 1948 e che Israele vorrebbe tenere nascoste.

Il film piace a molti, naturalmente di più ai palestinesi che vi notano una accurata rappresentazione della violenza subita dai loro nonni e parenti anziani quasi 75 anni fa durante la Nakba, la catastrofe, così come è chiamato l’esodo di centinaia di migliaia di palestinesi dalla loro terra e la perdita di tutto ciò che avevano, a cominciare dai loro villaggi – distrutti in gran parte dopo il conflitto – e dalle loro case. L’elaborazione del trauma nazionale della Nakba attraverso l’arte è una delle strade privilegiate che segue da un po’ di tempo la folta schiera di giovani registe e registi palestinesi sbocciata negli ultimi 10-15 anni. Un percorso che l’establishment israeliano prova ad ostacolare, in particolare all’estero, perché getta un’ombra sulle azioni e le strategie del movimento sionista e contraddice la narrazione ufficiale della nascita dello Stato ebraico: brutali, violenti e intransigenti furono solo gli arabi, gli israeliani non fecero altro che difendersi e realizzare il «ritorno del popolo ebraico dopo duemila anni nella terra promessa». L’esodo palestinese, secondo questa tesi, fu volontario, nessuno dei profughi e degli sfollati fu costretto a scappare sotto la minaccia delle armi.

  «Questa versione non può essere contraddetta neanche da un singolo episodio. Il motivo è semplice: la Nakba per Israele non è mai esistita anche se persino importanti storici israeliani ne hanno scritto sulla base di documenti ufficiali», spiega al manifesto Jeff Halper, antropologo israelo-americano autore di sei libri sulla questione palestinese. «La Nakba non può essere insegnata o studiata nelle scuole – aggiunge Halper – perché il suo riconoscimento metterebbe in discussione l’immagine luminosa che la versione ufficiale ha dato di quanto è accaduto prima, durante e dopo il 1948. Anche il massacro di Deir Yassin (un villaggio nei pressi di Gerusalemme, ndr) ampiamente documentato deve restare chiuso in un cassetto». Di recente, ricorda l’antropologo, «ha generato polemiche e condanne a ripetizione Tantura, un documentario (del regista israeliano Alon Schwarz, ndr) che riferisce con testimonianze dei protagonisti il massacro di decine di palestinesi compiuto sempre nel 1948 da una brigata israeliana». Secondo Halper la comunità internazionale e l’opinione pubblica occidentale accettano senza porsi interrogativi la narrazione ufficiale israeliana perché «considerano necessario tutto ciò che, inclusa la Nakba, ha favorito la creazione dello Stato di Israele».

La campagna israeliana contro «Farha» nel frattempo va avanti. La trama del film è pura fiction, scrivono sui social tanti israeliani, quelle scene, aggiungono, non sono mai avvenute nella realtà. I palestinesi al contrario difendono il film e insistono sul suo fondamento storico. Le atrocità del 1948, scrivono, non sono mai terminate. E denunciano che in serie tv e film di produzione israeliana, presenti anche su Netflix, i palestinesi sono sistematicamente rappresentati come un popolo di violenti e terroristi. 

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domenica 28 novembre 2021

Strappare lungo i bordi – Zerocalcare

sei episodi che in totale fanno un'ora e mezza di visione sono come un film che si può guardare tutto in una volta, io ho fatto così.

è la storia di alcuni giovani, in realtà adulti, fra Roma e Biella.

qualche povero di spirito ha avuto da ridire sul fatto che a Roma (e anche nel film) parlino in romanesco, che usi i sottotitoli, Netflix li rende disponibili; ecche palle, allora Montalbano dovrebbe parlare la lingua che piace a chi ascolta?

ma torniamo al film/serie Strappare lungo i bordi, i protagonisti sono Sarah, Secco, Alice, Zero e, con la voce di Valerio Mastandrea, l'Armadillo (la coscienza di Zero, per chi non conosce le storie di Zerocalcare).

i tre vecchi amici, abbastanza soli, si arrangiano per trovare una strada, un'autonomia di vita, sognando un lavoro soddisfacente, così va il mondo, poi appare Alice (di Biella, arrivata a Roma per trovare una nuova vita), e Zero (che ha sempre il suo angelo custode Armadillo) non capisce più niente (ma si tiene tutto dentro, purtroppo), sono amici speciali, ma non fanno il gran passo, non riescono a dirsi quanto si potrebbero voler bene.

però guardatevelo voi, mica posso raccontarvelo io.

di sicuro si ride, anche molto, a volte, si sorride, si trova della poesia, e alla fine ci si commuove davvero, non manca niente.

e non si può non volere bene a quei ragazzi e a quelle ragazze a cui piace mangiare il gelato.

è proprio un'opera da vedere, senza perdere tempo.

buona (zerocalcarea) visione - Ismaele


ps: qualche anno fa è stato girato un bel film, tratto dalle storie di Zerocalcare, La profezia dell'armadillo, che si può, per ora, vedere online su Raiplay.


 

 

…In poche parole: cos'è Strappare Lungo i Bordi? È un racconto, un racconto fatto da un amico che non vedevi da tempo e che deve aggiornarti su quanto è successo. Un amico logorroico, con tante domande e ancor più dubbi nella testa, con il vizio di raccontare una storia partendo da lontano, e che durante il percorso devia, si perde, si ritrova, esita, torna indietro…

Se questo amico è Zerocalcare, araldo di metafore tanto iperboliche quanto brillanti, capace poi a tradimento di tirare certe cannonate che se ti prendono ti lasciano lì, impalato a chiederti chi gli ha dato il diritto di centrare con tale precisione il bersaglio, allora descrivere Strappare Lungo i Bordi diventa paradossalmente più facile: è una cosa bella, molto bella…

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…Strappare lungo i bordi segue – con un ritmo serratissimo – l’universo narrativo a cui Zerocalcare ci ha abituato prima con i suoi fumetti cartacei, poi durante il lockdown del 2020 grazie a Rebibbia Quarantine. Sempre presenti gli amici Sarah e Secco, insieme alla sua coscienza Armadillo con una guest star: mentre tutti i personaggi sono doppiati dallo stesso Zerocalcare – che gioca con la sua voce per dar carattere a ogni soggetto – Valerio Mastandrea presta la voce all’Armadillo.

E tra aneddoti, flashback e paragoni, Zerocalcare racconta la sua vita passata e presente tra disagi personali e avventure quotidiane a cui tanti possono sentirsi vicini…

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La narrazione di Zerocalcare, del resto, non poteva che basarsi sul flusso di coscienza, in cui la storia delle sue giornate è intervallata dalla coscienza rompipalle dell’Armadillo (voce di Valerio Mastrandrea) e da apparizioni di figure fugaci umane quanto condizionanti, paranoie, ansie, problemi psicologici e “accolli” di ogni ordine e grado. Una storia in grado di mettere in primo piano la fragilità dei personaggi, senza limitarsi ad essere una mera voce generazionale (la stessa generazione, per inciso, sfiancata dal precariato, dall’incertezza e/o dai fatti del G8 di Genova). Le puntate sono state scritte evidentemente di getto, con uno stile da tradizione orale, da racconto di strada, in cui la colonna sonora non poteva che essere basata sui brani amati dall’autore: dai riferimenti imprescindibili nell’ambito punk (KlaxonGli ultimi) a finire su una miriade di altri artisti, di qualsiasi genere possibile (o quasi): Band of horses, Billy Idol, Tiziano Ferro, Manu Chao, M83, Apparat, Ron. Il tutto senza dimenticare il fondamentale e determinante contributo di Giancane, che firma la sigla della serie…

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Zerocalcare mette in scena un vero e proprio ritratto generazionale, fatto di momenti surreali e conseguenti risate a crepapelle ma anche di sfumature malinconiche e tragiche, che fotografano con lucidità i timori e i vizi dei giovani adulti di oggi. Lo fa utilizzando il suo disegno pulito e preciso, che trova una valida sponda in un’animazione fluida e di ottimo livello complessivo, il suo caratteristico flusso di coscienza, capace di travolgere lo spettatore con un diluvio di riflessioni personali, disagio esistenziale e spassose paranoie, e l’umorismo che permea tutti i suoi volumi, che miscela in un piacevole frullato la cultura pop e la tipica veracità romana. Uno stile affinato dall’autore attraverso i suoi cortometraggi trasmessi nel corso di Propaganda Live, che in Strappare lungo i bordi deflagra con dirompente forza, in 6 episodi di breve durata (15-20 minuti ciascuno) ma sorprendentemente compatti per scrittura, toni e tematiche affrontate.

A fare da filo conduttore a una lunga serie di riuscite gag, notevoli intuizioni e amari spaccati di vita è un viaggio da Roma a Biella, che il protagonista Zerocalcare deve compiere insieme agli amici di sempre Secco e Sarah per un motivo che emerge solo negli ultimi episodi. Viaggio che come sempre è sia fisico che interiore, e che Zerocalcare sfrutta per rappresentare, con flashback e continue digressioni, l’alienazione e lo scoramento della generazione Y, cresciuta con certezze come il posto fisso, la sicurezza economica e una posizione lavorativa adeguata ai propri studi e alle proprie competenze, progressivamente disintegrate dai mutamenti dell’economia e della società negli ultimi decenni. Fra ironia e commozione, emerge il disilluso e ironico grido di dolore della generazione più triste e bistrattata del Dopoguerra, costretta a sopravvivere arrangiandosi e con lavori quasi sempre estremamente lontani dalle proprie ambizioni e dalle proprie inclinazioni personali…

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Il dialetto, la parlata, non è solo una lingua/luogo, ma la testimonianza di un vincolo. Non esisterebbero dialetti se non ci fossero le comunità, le relazioni, i legami che li tengono in vita. Non si tratta di codici scritti, standardizzati, usati nella cultura ufficiale, serve dunque una comunità che si relaziona in modo costante a tenerli in vita. Le periferie sono i più grandi luoghi di sperimentazione linguistica, dove le culture si mescolano di più e creano il vocabolario per il possibile, in questi luoghi sempre molto variegato. La working class è abituata alla mutevolezza e alla mancanza di controllo. Recepisce bene il cambio e la creatività della lingua perché la crea e se ne nutre. Fa parte di quell’imprevedibilità che i quartieri più ricchi cercano in ogni modo di sterilizzare e parlando di lingue, stigmatizzare o standardizzare. Ed questa la più insopportabile delle constatazioni per chi quella lingua marginale la contesta. Per un modello di sviluppo che aliena e atomizza questi legami sono inaccettabili. Abbiamo detto che le comunità fanno le lingue, e vale anche per le neolingue, per l’esigenza di trovare parole nuove per rappresentarsi. Ma quando quella comunità riesce ad accedere ai canali di massa per valorizzare sé stessa e non il contrasto a sé stessa, è sempre qualcosa che fa saltare i riferimenti, come un’anomalia del sistema…

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