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giovedì 25 agosto 2022

The Staircase - Una morte sospetta – Antonio Campos

una serie con (almeno) tre grandi attori/attrici, un caso giudiziario senza troppe prove, una morte "accidentale" che diventa omicidio, il tentativo di Michael per salvarsi, e la verità non è poi una cosa oggettiva.

si va avanti e indietro nel tempo, e alla fine la verità è un concetto difficile da credere, da provare, da capire.

merita, anche per i grandi attori, e un regista che evidentemente sa come si fa.

buona (ingarbugliata) visione - Ismaele

 

 

Digressioni temporali. Sembra essere questo l’ingrediente speciale che riesce ad accendere la narrazione di The Staircase. Similare alle atmosfere miniseriali di The Undoing nel raccontare della crisi di valori dell’upper-class statunitense, l’opera di Campos e Cohn parte da eventi conclamati nell’immaginario criminale per rielaborarne il contenuto in forma romanzata su di un doppio piano temporale tra passato e presente. L’espediente è efficace. E ci gioca tantissimo la narrazione di The Staircase, specie nel mostrarci il prima e il dopo nella vita dei Peterson. Nel riavvolgere il nastro dai giorni nostri sino ai giorni antecedenti/successivi all’evento luttuoso, The Staircase vede come dischiudersi segreti scabrosi e solitudini dell’anima, sino al graduale disfacimento di un’unità familiare tenuta in piedi per puro miracolo…

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…The Staircase es más fascinante de lo que pensaba. Sus capítulos duran una hora y te los pondrías en una maratón. Tiene ritmo, tiene gracia, tiene suspense y tiene buenas interpretaciones. Es suficientemente inteligente para saber cuándo pegar giros a lo "true crime" pero no deja de ser una serie ficcionada. En serio digo que engancha mucho. Si fuera una serie de Netflix sería de esas series que la gente ve de una o dos sentadas sin ningún tipo de culpabilidad. Una de las obligatorias del año.

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Miniserie crime in otto episodi basata sul vero caso di cronaca giudiziaria dello scrittore Michael Peterson, che ha appassionato gli Stati Uniti per circa un ventennio e continua ad esercitare un profondo fascino mediatico nel tempo, attraverso una narrazione sublime tra dubbi, sguardi ed espressioni ed interpretazioni magistrali dei suoi protagonisti The Staircase sfida l’indicibile, sotto le pressioni dell’esistenza e fino al momento della rivelazione finale.

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lunedì 27 settembre 2021

Supernova - Harry Macqueen

due persone che si amano da molti anni fanno in viaggio, per rivedere i luoghi e le persone conosciute da quando si sono innamorati, senza sapere che è l’ultimo viaggio, una delle due persone non lo sa ancora.

chi sta morendo piano piano, perdendo progressivamente il controllo di se stesso, ha deciso che non vuole essere preda della malattia, ma scegliere quando dire basta.

non è una scelta facile, ma nessuno può farlo per te.

Sam e Tusker sono al momento della verità, accettarla non è mai facile.

un film di attori (bravissimi), senza parole di troppo, senza troppi discorsi e proclami, un film sulla decisione della scelta finale.


buona visione - Ismaele 


 

 

 

 

 

Supernova è una delicata e malinconica poesiaun racconto di vita che attraversa terre fisiche e umane in modo da capire bene l’intimità alla base del rapporto dei protagonisti ma senza rompere quell’alchimia. Macqueen sceglie la via della grazia e della semplicità, non corre mai per narrare questa storia, resta sempre un passo indietro lasciando a Tusker e a Sam la dignità dei sentimenti. Tutto ciò si costruisce sugli schemi e con l’impostazione del road movie; uno dei punti forti della storia è la tensione struggente che si legge nei piccoli gesti, negli sguardi disperati, nei silenzi assordanti dei due, di chi non è pronto a lasciare andare e di chi vuole ancora avere il controllo sulla propria vita. Supernova è un film solido, commuovente e recitato magnificamente, non si ha mai la sensazione, la supponenza di poter giudicare, esprimere un giudizio, non si invade il cerchio d’amore, di stima che lega i due, ci si tiene a distanza pur partecipi.

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…A dare spessore alla pellicola contribuiscono una bella fotografia, che – pur senza particolari guizzi – ci immerge a pieno nella calma della campagna inglese e nel calore intimo degli ambienti familiari, e la prova attoriale dei due protagonisti. Firth e Tucci disegnano alla perfezione la complicità e la tenerezza di un amore di lunga data, ma è in particolare Tucci che colpisce per la sua interpretazione di una fierezza dolorosa e commovente.

In Supernova non ci sono pillole, ospedali o medici, non c’è pietismo o commiserazione, e il racconto della malattia diventa quasi un pretesto per portarci dentro alle dinamiche più vere e dure della vita e dell’amore. La pellicola è a tutti gli effetti un road movie che percorre un breve tratto della vita di una coppia qualsiasi. Un tratto così breve che il film a un certo punto viene quasi troncato, accompagnandoci ai titoli di coda con le ultime note di un piano, e lasciandoci – volutamente –  un senso di vuoto e incompiutezza.

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Grossomodo ogni dialogo inizia con la constatazione dello stato di salute di Tusker/Tucci, che sta peggio di ieri e meglio di domani. Il giorno dopo, con le variazioni del caso, si replica il medesimo canovaccio. A un certo punto, inevitabilmente si parla anche della “morte dignitosa”, ma nemmeno questo rappresenta in fondo il vero climax drammatico di Supernova. L’autore non vuole d’altronde climax né lacrime e così finisce per confondere l’equilibrio emotivo del film con una sostanziale piattezza. Non resta che ammirare i due attori, ma allo stesso tempo si prova l’insopprimibile desiderio di ascoltarli pronunciare altro, magari un testo di Pinter o un qualsiasi brano di Thomas Bernhard. Tucci e Firth recitano come se lo stessero facendo, ma sfortunatamente non è cosi.

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venerdì 21 luglio 2017

Devil's Knot - Fino a prova contraria – Atom Egoyan

Atom Egoyan gira negli Usa una storia nella quale l'unica certezza è che tre bambini di otto anni vengono ritrovati ammazzati, con una fine crudele.
cosa è successo non lo sapremo mai, che quei tre ragazzi condannati non sono colpevoli è un'altra ipotesi.
non è un film dell'orrore o di violenza, per buona parte è girato in un tribunale.
Colin Firth è l'attore più famoso, un investigatore privato che fa bene la sua parte, in un gioco già deciso dalla vox populi (e dalla tv che amplifica gli umori).
chi si aspetta grandi scene madri sarà deluso, è un film fatto di silenzi, di sguardi, di attese.
a me è piaciuto - Ismaele






Dotato di un gusto particolare per l'essenziale, in questo caso il regista non lascia grande spazio all'espressione emotiva della vicenda, ma si concentra sulla ricostruzione del caso riuscendo allo stesso tempo a descrivere con particolare "fastidio" l'ottusità di una certa provincia americana guidata dal bisogno di aderire a delle convenzioni sociali obsolete.
Una scelta a prima vista fredda e piuttosto drastica ma che invece rappresenta chiaramente la posizione assunta da Egoyan rispetto all'insieme piuttosto confuso di stravolgimenti emotivi e prove inquinate che hanno caratterizzato il caso. Attento, scrupoloso e non nascondendo una sua personale opinione, il regista non cede alla tentazione d'imporre la propria presenza e, utilizzando l'eleganza moderata di Colin Firth, veste il doppio ruolo di osservatore e narratore. In questo modo l'attore, anche se posizionato sempre in una posizione marginale rispetto alla scena del delitto e allo svolgimento processuale, rappresenta lo sguardo con cui il pubblico raccoglie informazioni sulla realtà rappresentata. Stanco e fiaccato dai suoi insuccessi personali, il personaggio continua a lottare spinto dall'ideale di giustizia e dalla necessità di salvaguardare un futuro minacciato proprio dagli uomini. Per questo, seduto tra la folla o sul fondo dell'aula, Colin Firth continua ad imporre la sua presenza mai invasiva per definire il particolare all'interno di un insieme universale. Un lavoro che Egoyan svolge, allo stesso tempo, con la macchina da presa intervallando close up intensi a campi lunghi per raccontare le reazioni dei singoli in relazione con una comunità spesso soffocante e impersonale. Il tutto con un minimalismo che potrebbe rasentare la freddezza, ma che lascia spazio alla forza naturale del dramma liberato da ogni orpello narrativo.

Egoyan mette in scena un film crudo, freddo, quasi analitico. Il caso giudiziario viene preso in esame non tralasciando nessuna parte. La sequenza del ritrovamento dei tre cadaveri è un vero pugno nello stomaco  oltre ad essere una delle rare volte in cui un poliziotto americano viene mostrato sconvolto per un cadavere (siamo lontani anni luce dalla situazione alla CSI dove i detective sono dei superumani immuni alle emozioni). Di contro il lavoro che fa Egoyan alla regia è a tratti quasi documentaristico: pochissimi esterni e molte scene in tribunale, è quasi un esposizione pura  dei fatti riportati sul verbale del caso. Più romanzata è invece la parte che riguarda le motivazioni personali di Ron Lax. Egoyan però non esagera mai e rimane sempre fedele all’impostazione “realistica”, non prova nemmeno a dirci chi ha ucciso i tre ragazzi, nella realtà non si è mai saputo e quindi lui non si sente in diritto di inventarselo. Insomma promosso a pieni voti…

…Facile accostare, quantomeno per ambientazione, quest’ultimo a Fino a prova contraria. Ma la spettrale freddezza del racconto visivo e il peso quasi insostenibile di ogni suo fotogramma, sottolineato da continui flashback e flashforward, rendono Fino a prova contraria il frutto di un pessimismo senza fondo. Come se l’animo umano non si potesse mondare dal marciume di cui è destinato a nutrirsi, e sia costretto a convivere con i propri errori, a volte intravedendo una piccola luce (come la madre di uno dei tre bimbi assassinati, interpretata da una convincente e dolente Reese Whiterspoon), più spesso preferendo crogiolarsi nelle sue sciocche certezze, alimentate dal peso delle menzogne.
Con astuzia, Egoyan e gli sceneggiatori non forniscono certezze, ma accennano e ipotizzano delle possibili soluzioni, smentibili perché anch’esse puramente indiziarie. Si spiegano così alcuni salti logici nello script, come a sottolineare l’impossibilità del raggiungimento di una verità universale. Nerissimo e cupo nel suo gelido spessore, Fino a prova contraria inquieta, insinuandosi silenziosamente sotto pelle. Un bel ritorno, per un maestro del cinema contemporaneo.

…Il problema è che Devil's Knot - Fino a prova contraria non fa quel che sarebbe stato più intelligente fare: osservare la storia attraverso i risvolti psicologici, dal punto di vista dei personaggi, magari da un punto di vista popolare. In questo film invece non c'è un vero e proprio approfondimento, tutto sembra trovarsi là per caso e i margini su cui gli stessi attori hanno potuto lavorare sono minimi. E allora ci ritroviamo con una brava e sfattissima Reese Witherspoon alle prese con un personaggio (Pam Hobbs) insipido, quasi appena abbozzato nonostante la sua importanza, e con un Colin Firth assolutamente imbambolato e monocorde nel ruolo di un investigatore privato che chissà perché prende tanto a cuore una vicenda del genere. Non parlo degli altri attori, sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.
Credo che le colpe però siano da dare soprattutto alla coppia di sceneggiatori, Paul Harris Boardman e Scott Derrickson. Quest'ultimo (regista di Sinister) delude ancora una volta in fase di scrittura soprattutto quando affronta la componente religiosa, presente e per lui (si sa) molto importante ma qui trattata come nel peggior film televisivo del pomeriggio presto. Ed è proprio dal punto di vista della sceneggiatura che il film vacilla maggiormente. E sembra che la lezione impartita in questi ultimi anni da illustri predecessori (uno su tutti? Mystic River) non sia stata realmente recepita. Un vero peccato, perché una storia del genere avrebbe meritato molto di meglio. Non di certo questo film assolutamente inutile che non lascia nulla se non un gran senso di delusione. E questa è la cosa peggiore di tutte.

Il grande assente alla fine è proprio la cultura metal - occultistica, che avrebbe fornito sulla carta un ottimo spunto cinematografico. In particolar modo essere riusciti a rendere non interessante un personaggio come Damien Echols (il principale accusato) deve essere stato non semplice dati i diversi livelli di lettura (dal disagio sociale, alla follia, all'intellettualismo) con cui poteva essere affrontata la sua vicenda umana. Sarebbe forse bastato assegnare il ruolo alla stella in ascesa Dane DeHaan invece di relegarlo inspiegabilmente in un ruolo minore. Ma Egoyan non persegue neanche la strada del film di critica sociale: alle gravissime colpe della polizia o all'oppressione religiosa nella Bible belt viene dedicato il minimo tempo possibile. Insomma questi fatti sono successi senza contesto, senza significato, quasi verrebbe da dire senza conseguenze, e il punto di vista da cui vengono guardate è quello della lettura del verbale. Forse Egoyan si è fatto bloccare dal timore di dire qualcosa di improprio in una vicenda che aveva già causato tanto dolore nella realtà?
Notare come il trailer sia volutamente ambiguo, dato che i) fa vedere DeHaan in manette (così suggerendo sia uno degli imputati, quindi uno dei protagonisti), ii) si basa in buona parte sui sogni in modo da tale da far credere che si tratti di un horror quando invece è un legal thriller e pure piuttosto piatto.

sabato 17 settembre 2016

False verità (Where the Truth Lies) – Atom Egoyan

una coppia di attori di spettacoli comici dal vivo è al massimo della popolarità e dell'adorazione del pubblico, sono così famosi che addirittura sono scelti per guidare il telethon.
capita poi che le cose non vanno come dovrebbero, muore una ragazza (Rachel Blanchard) dopo una notte di eccessi, i rapporti fra i due attori (Colin Firth e Kevin Bacon) si incrinano, ma quella morte viene dimenticata.
finché non arriva una giornalista/scrittrice (Alison Lohman) che vuole capire qualcosa in più.
e alla fine del film i misteri si sciolgono.
bravissimi gli attori, merito anche di Atom Egoyan, che non farà un film perfetto, ma mai lascia indifferente, fino alla fine non sai mai cosa è successo, se non sei chi ha scritto la sceneggiatura.
buona visione - Ismaele








False verità è stilisticamente notevole.
La struttura è complessa: il racconto degli eventi è intervallato da flashback, sprazzi di passato che diventeranno tessere del mosaico finale.
L'immagine è ricercata: gli ambienti sono sfarzosi, la fotografia è elegante, luci e colori vengono sapientemente gestiti, la regia sa essere vivace e dinamica ma anche compassata e suadente.
I personaggi sono intriganti: la caratterizzazione è ben delineata, anche ad opera di una prova recitativa decisamente positiva che rende interessanti i vari profili.
La trama, elaborata e complessa, si svolge nel camaleontico mondo dello spettacolo. Un mondo fatto di colori ed immagini studiati ad arte per colpire ed affascinare (secondo il concetto più classico di spettacolo, di televisione). Ma è un fascino sinistramente morboso, di cui ricchezza ed ipocrisia nascondono le putrescenze. I visi belli e sorridenti delle star mascherano individui che, a riflettori spenti, strisciano nei meandri della perdizione tra droga e alcool, sesso e perversioni. Vino di lusso accompagnano casse di aragoste, mentre sotto gli occhi di un voyeur impasticcato donne drogate si perdono inconsapevolmente in un lascivo amore saffico.
Ecco perché la storia, seppur tratta dal romanzo di Rupert Holmes (2003), evoca immagini alla James Ellroy. Perché sembra trasudare quella dissolutezza degli ambienti mondani tipica delle opere di e della sua Los Angeles anni '60, così sudicia e così corrotta. E' un crudo affresco di una generazione arricchita, che ha imparato a sognare stando davanti e dentro al televisore. E' il gioco perverso del mitico "american dream": la promessa di un paradiso a portata di mano per chi sa farsi apprezzare, finché l'ebbrezza dell'ascesa causa e nasconde la vertiginosa caduta nella svilente abiezione umana…

…Kevin Bacon is on a roll right now after several good roles, and here he channels diabolical sleaze while mugging joylessly before the telethon cameras. His relationship with the Colin Firth character involves love and hate and perhaps more furtive feelings. There is a stunning scene in a nightclub where a drunk insults Morris, and Collins invites him backstage for a terrifying demonstration of precisely how those happy pills do not make everyone equally happy.
Lohman has the central role. I've known young reporters like her. Some of them may be reading this review. You know who you are. She is smart, sexy, hungering for a big story, burning with ambition, and (most dangerous all) still harboring idealistic delusions. Would a young woman like this find herself suddenly inside two lives of secrecy and denial? Yes, more easily than Kitty Kelly would, because she doesn't seem to represent a threat. Her youth is crucial because in some way the danger Maureen O'Flaherty walked into is still potentially there.
There's another way in which the movie works, and that's through the introduction of an unexpected character, Maureen's mother. Another director might handle the showbiz and the murder and intrigue with dispatch, but Egoyan thinks about the emotional cost to the characters, as he also did in "Felicia's Journey." The mother and the young reporter have a meeting during which we discover the single good reason why the solution to the murder should not be revealed. It is a flawed reason, because it depends on the wrong solution, but that isn't the point: It functions to end the film in poignancy rather than sensation.

Le false verità è un film decisamente appassionante, in cui la fine di una delle coppie più famose dell'entertainment americano coincide con una sorta di perdita dell'innocenza vera o presunta da parte di un gruppo di persone che abbiamo visto sin dall'inizio coinvolte nella storia.
Ricco visivamente, intenso emotivamente e dal punto di vista delle atmosfere,  Le false verità punta ad un finale non consolatorio in cui il ritrovamento della verità perduta è tutt'altro che catartico. Vinti e sconfitti restano al loro posto, sprofondando nelle proprie inquietudini senza concessioni di carattere assolutorio. In questo senso il film di Egoyan diventa un piccolo gioiello di lungimiranza per il suo puntare ad una violenza emotiva tutt'altro che rassicurante dove nessuno è senza peccato e dove la stessa ricerca di un estremismo sessuale diventa l'unico modo per confrontarsi quotidianamente con i propri limiti, guardando nel buio del confine da non superare. E che eppure viene superato con conseguenze devastanti per tutti.
L'esplorazione dell'abiezione  è l'unico modo per investigare e - perfino - riconoscersi laddove - come recita il titolo originale - è sepolta la verità. Nei ricordi, nel cuore, in una registrazione audio, sotto un albero di un giardino, nel desiderio di una giovane donna, nella sua incapacità di fermarsi su un limite, superato il quale, nulla sarà mai più come prima...