Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
domenica 6 aprile 2025
martedì 1 aprile 2025
giovedì 20 marzo 2025
La città proibita - Gabriele Mainetti
torna Gabriele Mainetti al cinema, con un film diverso dagli altri, lasciando dubbiosi molti, al cinema l'hanno visto in pochi, finora.
il film è ricco di azione, non fa annoiare mai, ed è anche un film d'amore, di amicizie, di vendette, di padri e figli, di tradimenti, di tradizioni, di passato e futuro.
il protagonista si chiama Marcello (come Mastroianni), lavora in cucina tutti i giorni nella trattoria romana di famiglia, e si trova implicato in una storia inattesa, più grande di lui.
la ragazza cinese che appare da un giorno all'altro (si chiama Mei) lo costringe a scegliere da che parte stare, e Marcello piano piano capirà tutto, come noi.
La città proibita merita molto, è un film a rilascio lento (se si può dire), lo si capisce dopo qualche giorno.
da non perdere, nessuno se ne pentirà.
buona (avventurosa) visione - Ismaele
…il regista si è ulteriormente raffinato ed
evoluto nello stile, cosa che non credevo possibile. Basta solo vedere la prima
scena in cui Mei, adulta, va in cerca della sorella, e l'intelligenza con la
quale viene mantenuta l'illusione che il personaggio non sia mai uscito dalla
Cina, indispensabile veicolo del sorprendente shock culturale quando la porta
del ristorante cinese si spalanca su una via dell'Esquilino. Non c'è una sola
sequenza raffazzonata in La città proibita, ogni scena è costruita
amalgamando alla perfezione luci, ombre, colori, scenografie e minuscoli
dettagli, il montaggio confeziona scene di combattimento fluide e chiarissime e
la musica, utilizzata con quell'adorabile originalità tipica del regista, è la
ciliegina sulla torta. Potrei sproloquiare ancora per una decina di paragrafi
su tutti i motivi per cui La città proibita mi sia piaciuto
così tanto, ma farei degli spoiler fastidiosi e mi dispiacerebbe, perché
ritengo sia un film da godersi con tutto l'ignorante entusiasmo del caso.
Andate al cinema a vederlo, vi prego, alzateli quei culi pigri. Non fidatevi di
chi, per cieco pregiudizio o antipatia nei confronti di un regista giovane,
ambizioso e capace, lo ha stroncato senza appello prima ancora che uscisse, non
urlate erroneamente alla "stronzata" solo perché si parla di kung-fu
in Italia. C'è tanta di quella passione e competenza, in La città
proibita, da poterci rendere orgogliosi di un regista come Mainetti.
Andate, e spargete la voce!
…nei 138 minuti che compongono La città
proibita è ovvio quello che interessa a Mainetti, ed è quello per cui
ha provinato chissà quanti esperti di arti marziali per trovare gli attori
giusti in Yaxi Liu e Chunyu Shanshan, chiamando poi l'esperto Liang Yang (dopo
che il team di Jackie Chan è stato accantonato per la mancanza di un inglese
comune) e affidandosi al cameraman Matteo Carlesimo in modo da rendere vere,
reali, esagerate e spassose le scene di combattimento, che non dovevano
scimmiottare quelle orientali, non dovevano nemmeno essere occidentalizzate, ma
dovevano essere originali e adattarsi a un contesto che prevede un mercato
coperto, un ristorante affollato e una stazione di servizio dei treni…
…La Città Proibita riesce a mettere insieme una
classica struttura di sacrosante furia vendicatrice (L’Urlo di Chen, insomma) e
la piccolissima vicenda di quotidiana criminalità romana, con il miserabile
strozzino interpretato da Marco Giallini, la trattoria a Piazza Vittorio
gestita da Sabrina Ferilli e dal figlio Marcello (Enrico Borello) e la paura
atavica che tutto questo venga inglobato e digerito da un mondo che ti si sta
trasformando intorno e farà di te una reliquia, un dinosauro di un’epoca
tramontata.
La Roma messa in scena da Mainetti è una città
in corso di metamorfosi, bellissima e vitale proprio per questo motivo. Una
città che racchiude nel suo ventre l’intera umanità con tutte le sue facce.
Ora, è vero che Roma al cinema avrebbe anche
rotto un po’ le palle (e lo dico da romana innamorata persa della propria
città), ma è anche vero che non è la Roma raccontata da Mainetti quella di cui
siamo stufi, perché una Roma così l’abbiamo vista davvero di rado…
…È una difficile integrazione spiegata al nostro Paese,
che passa anche attraverso la cucina e i piatti che Marcello prepara,
l’amatriciana amata dal padre insieme al ramen servito ad Annibale nel finale.
Su questo palcoscenico il regista evidenzia due punti di vista diversi e li
connota senza timore: da un lato Marcello e sua madre, che lavorano e convivono
serenamente inseriti nella comunità, dall’altro Annibale che, da delinquente
qual’è, sfrutta per pochi spicci gli immigrati e li disprezza, riconoscendo in
loro un nemico da allontanare e da combattere. Paradossalmente, nonostante
questa convinzione razzista, i tre protagonisti sono tra i pochi italiani
visibili nel quartiere.
È proprio in questa sostanza del film che risiede la
coerenza di tutta la storia perché, insieme alla malavita cinese e alle
sequenze di combattimento, tutto è sorretto dalla sincerità del messaggio e
dall’esigenza che il regista sente nel trasmetterlo…
…La fotografia di Paolo Carnera contribuisce a plasmare
un’estetica forte e coerente, in grado di distinguere a livello visivo tra gli
ambienti cinesi e quelli romani, con forti accelerate nelle sequenze di
combattimento, tra le migliori viste nel cinema italiano. E se La città proibita si accende improvvisamente
nelle scene di azione, è nell’inseguire in modo ostinato le dinamiche e le
atmosfere del mélo che perde di intensità,
soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra Giallini e Sabrina Ferilli e un
flashback tutt’altro che necessario. Un aspetto che non si era mai fatto notare
nel cinema di Mainetti, probabilmente da rintracciare nel cambio in fase di sceneggiatura,
da Guaglianone alla coppia di impostazione televisiva Bises-Serino. Restano le
ottime interpretazioni dei due giovani Liu e Borello, un’attenta mappatura
cartografica della città e soprattutto la visione sempre sorprendente
dell’autore, capace di sperimentare con generi e registri come nessun altro in
Italia.
giovedì 7 marzo 2024
martedì 9 novembre 2021
lunedì 1 novembre 2021
Freaks Out - Gabriele Mainetti
un grande film d'avventura, con dei supereroi loro malgrado (Claudio Santamaria, Aurora Giovinazzo, Pietro Castellitto e Giancarlo Martini, nel circo di Giorgio Tirabassi), che combattono la loro guerra per sé e per gli altri.
è ambientato nella Roma dopo il 1943, quando i nazisti spadroneggiavano da par loro.
il film è pieno di citazioni, ma non pesano mai, sono naturali, sono dentro il film, i bravi citano, i mediocri copiano e Gabriele Mainetti e Nicola Guaglianone sono bravi davvero.
il cattivone è Franz (Franz Rogowski, bravo attore tedesco, protagonista di Undine, di Christian Petzold), innamorato di Hitler, pianista e pazzo e assassino che di più non si può.
e poi ci sono i partigiani, a loro modo dei supereroi, a combattere contro l'esercito più potente del mondo.
tutti sono bravissimi, Matilde di più.
non è un film del neorealismo, è più dalle parti del realismo magico.
un film che dà soddisfazione a chi lo guarda al cinema, a casa si perderebbe molto, e poi i nazisti che le prendono è proprio un bel vedere.
i produttori pare abbiano investito 13 milioni di euro, se non coprono almeno i costi col cavolo che investiranno in futuro, è l'economia, e siccome per me è un film che vale, visitate il cinema, non sarete delusi, promesso - Ismaele
…No,
non è un capolavoro Freaks Out. Però è un film che, come il circo che
racconta, riesce allo stesso tempo a farti trepidare, spaventare, commuovere,
impaurirti e indignare, in un crogiuolo di emozioni e sensazioni che i 141
minuti di durata riescono a malapena a contenere. Mainetti non ha
paura di bruciarsi, realizza un film italiano dove finalmente si
vedono i soldi sullo schermo (alla fine è costato 12 milioni di euro, ma
vedendolo sembrano molti di più) e che sa incrociare coraggiosamente il blockbuster con
l'anima intimista, umanista, progressista tutta italiana, lanciando un bel
messaggio pacifista e inclusivo. Come non smetterò mai di ripetere, preferisco
mille volte un film "imperfetto" ma emozionante come questo a uno
stilisticamente impeccabile ma freddo come il ghiaccio. Per me, quindi, è
decisamente un SI'.
…Freaks Out ti catapulta subito nel suo realismo magico
mai ovattato, sempre sporco di morte e sangue. Senza mai cadere nello
sconforto, il film tiene sempre accesi la vitalità e l'ardore che battono forte
nel cuore di Matilde e compagni. Mainetti vuole bene ai suoi freak, lui e
Nicola Guaglianone li caratterizzano in modo convincente (grazie a un cast
molto affiatato nel dipingere queste anime goffe), dando vita una famiglia
disfunzionale tutta battibecchi e piccoli screzi, ma tenuta sempre alla larga
da violenti contrasti interni al gruppo. Il nemico vero è là fuori, e ha nomi,
simboli e icone ben riconoscibili. Insomma: c'è cuore in Freaks Out, ma anche
la sensazione che il film voglia troppo bene ai suoi protagonisti, finendo col
proteggerli troppo senza permettere loro di crescere davvero. Ma per fortuna in
quell'Italia occupata dai veri mostri i veri conflitti non mancavano…
…Sprofondato nel cuore di tenebre della storia, Freaks
Out incarna veramente il tema del peso della responsabilità indotta
dai superpoteri, essenziale nel mito del supereroe e abdicato da tempo dalla
Marvel. Mainetti realizza un film di super-eroi che non si prende mai gioco di
loro, permette ai protagonisti di esistere realmente, non hanno bisogno di
costumi (a parte quelli di scena), mescolandosi nella società come eroi
quotidiani. La figura (super)eroica è soggetto ricorrente del cinema di
Gabriele Mainetti, una variante alternativa e ben più intima dei due
intoccabili giganti Marvel e DC. Genere dominante da più di dieci anni a
Hollywood, una presa di potere che si spiega col contesto ideologico (il dopo
11 settembre), tecnico (l'eccellenza degli effetti speciali) e socioculturale
(l'avvento dei geek), raramente viene realizzato oltre i confini americani. È
probabile che i nostri supereroi resteranno per sempre all'ombra dei rivali
d'oltreoceano, sovralimentati e dopati con spettacolari effetti speciali, è
sicuro che non abbiamo i loro superpoteri ma abbiamo senz'altro le idee…
…Gabriele
Mainetti si prende gioco della storia senza, tuttavia, stravolgerne il finale
come fece, a suo tempo, Tarantino. Si diverte ai danni degli aguzzini,
rivitalizza una Resistenza sporca e cattiva ma sconfigge, infine, il nemico con
le armi della giovane Matilde. Il mio consiglio è di rimanere seduti fino alla
fine dei titoli di coda. I disegni di Franz vi mostreranno il futuro, il nostro
tragico passato, che è così assurdo da sembrare il frutto delle sniffare dei
potenti. La tuta nera con le righe bianche in versione nazista è un gioiello di
beffarda ironia così come la citazione di un anime tanto famoso quanto benevolo
per il regista è simbolo di una macchina spettacolare ed divertente che viaggia
nel futuro e riflette sul passato…
…il secondo film
di Gabriele Mainetti sembra il suo decimo. Gestisce
benissimo una macchina estremamente complicata con tanti personaggi coinvolti
(come in Jeeg anche qui il villain ha problemi non da poco e guadagna
centralità tanto quanto i protagonisti), una resa visiva
sofisticata e la rara capacità di rendere sullo schermo le
immagini di stupefacente sintesi della sceneggiatura con
grande chiarezza (un esempio sui tanti presenti: il saluto nazista fatto
davanti allo specchio che finisce per far schizzare del sangue mentre riflesso
vediamo un quadro di Hitler esprime una visione di
mondo in un paio di secondi). Ma soprattutto ribadisce un’idea di
spettatore altissima, non qualcuno da imboccare e rassicurare, ma
qualcuno con cui divertirsi, a cui poter far vedere di tutto (anche solo per un
paio secondi), sapendo che lo capirà e saprà goderne. Questo film così
americano nell’impianto ma così incredibilmente italiano nello svolgimento,
convenzionale da fuori e poi tutto strano dentro, poteva facilmente essere
giocato in difesa, sul sicuro (visti i soldi spesi), facendo avvenire tutto
quello che si può prevedere come lo si prevede e come lo fanno gli americani,
invece non ha nessuna paura di correre in attacco raccontando una
storia a modo suo, piena di storture e anfratti fuori dal comune in
cui si trova e ci fa trovare perfettamente a nostro agio…
...Nelle
disavventure dei quattro freaks appaiono prevalenti le dinamiche ironiche e
comiche, guardando in particolare al Tarantino di "Bastardi senza gloria" nel tratteggio grottesco dei personaggi, al
Jean-Pierre Jeunet di "Delicassen" (un'altra storia surreale su cui
si posa l'ombra del nazismo, qui ricordato nella fotografia degli interni), ma
soprattutto a un senso dell'intrattenimento spielberghiano. Ai toni della farsa
si intrecciano quelli della tragedia e, come evidenziava l'incipit, per tutto
il film aleggia persistente un'atmosfera buia e plumbea, in cui a dominare sono
la nebbia, il cielo scuro, la morte e le macerie. Questa dicotomia è incarnata
in particolare dalla dimensione teatrale: come rimangono incantati gli
spettatori dalle performance della compagnia di Israel, così anche Franz ha un
proprio circo, che si riempie di gente desiderosa di divertirsi. Il montaggio
alterna la loro inebriante festa alle scene della deportazione sui treni verso
il campo di concentramento. La forza illusoria dello spettacolo di magia lascia
il segno agli orrori della Storia.
"Freaks Out", in definitiva, risulterà meno dirompente rispetto a
quel fulmine a ciel sereno che era stato "Lo chiamavano Jeeg Robot",
ma rappresenta un'altra tappa nell'operazione di progressivo sdoganamento del
blockbuster fiabesco-fantastico nel panorama cinematografico italiano, che mai
prima d'ora aveva toccato questi lidi.
venerdì 26 febbraio 2016
Lo chiamavano Jeeg Robot - Gabriele Mainetti
Non essere cattivo e Suburra, per due motivi, appare sempre Luca Marinelli e c'è Roma, protagonista dei film.
e allo stesso tempo sono tre film che vivono benissimo da soli.
Lo chiamavano Jeeg Robot parte lento, e poi cresce e sale a livelli molto alti.
non ti annoi un attimo, i personaggi sono perfetti, la sceneggiatura funziona, tutto torna.
Enzo Ceccotti diventa Jeeg Robot grazie ad Alessia, una ragazza fuori di testa, i due si vogliono bene, si completano, si sostengono, si proteggono.
Alessia fa un lavoro a maglia durante il film, e alla fine si capisce cos'è, bisogna aspettare l'ultimo secondo per saperlo.
Claudio Santamaria e Luca Marinelli, i due supereroi, si combattono fino alla morte, alla fine Hiroshi diventa il protettore di Roma e dei romani.
è un film che merita molto, non avrai delusioni, lo so - Ismaele
Mainetti conosce il genere, sfrutta l'immagine di uno dei robottoni più amati dalla generazione 80 e azzecca un bel titolo per nostalgici. La sfida ardita è quella di aver inserito dei supereroi in una Roma noir alla Caligari e direi che è stata superata ampiamente perché i due generi sono legati grazie ad effetti speciali misurati e un realismo che non manca mai.
La sceneggiatura però non è sempre ad alti livelli e forse c'è qualche momento di troppo e la regia non va mai oltre il minimo sindacale. Come avviene sempre in un film di supereroi il cattivo toglie la scena al buono, anche perché è interpretato da uno strepitoso Luca Marinelli. Un film che comunque merita assolutamente di esser visto e sostenuto.