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sabato 4 aprile 2026

i finanziamenti al cinema italiano

 

Fondi al cinema: zero euro a Bertolucci e Regeni, un milione per D’Alessio - Thomas Mackinson

Abbasso Bertolucci, ma viva Gigi D’Alessio. L’ultimo film con sceneggiatura scritta da uno dei più grandi maestri del cinema italiano prima di morire non riceve neppure un euro dallo Stato. E nemmeno il documentario su Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso al Cairo giusto dieci anni fa. Ma consoliamoci: in compenso, 1 milione di euro dei contribuenti italiani finanzia il biopic su Gigi D’Alessio, 800mila euro vanno al film Tony Pappalardo di Pingitore e 400mila a Il tempo delle mele cotte. E pensare che queste sono le scelte degli esperti della Commissione ministeriale per i contributi selettivi al cinema, chiamati a valutare secondo il criterio dell’“interesse artistico e culturale e dell’identità nazionale italiana”, con una dote complessiva di 14 milioni di euro.

Sul sito della Direzione generale Cinema sono stati pubblicati ieri gli esiti dei bandi selettivi 2025, destinati a finanziare a fondo perduto scrittura, sviluppo e produzione di opere di giovani autori, opere prime e seconde, cortometraggi e progetti di particolare qualità culturale.

Le risorse erano inferiori rispetto agli anni precedenti, ma comunque rilevanti: 38 milioni di euro, 15 solo per la linea dedicata alla “qualità artistica” e all’“identità culturale italiana”. A concorrere 45 progetti, di cui 22 ammessi al finanziamento. Ma a scorrere l’allegato con ammissioni, esclusioni e punteggi, viene da chiedersi quale criterio sia stato adottato dagli “esperti del ministero”.

Tra le opere di “qualità”, l’occhio cade subito sul primo degli esclusi: forse il caso più clamoroso. Non passa The Echo Chamber (Indigo Film), basato sull’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, scritta con Ludovica Rampoldi e Ilaria Bernardini poco prima della sua morte nel 2018. Un progetto con cast internazionale – Luca Marinelli, Alicia Vikander, Susan Sarandon –, musiche del compositore francese Clément Ducol e il coinvolgimento di professionisti pluripremiati tra Oscar e David di Donatello. Eppure, per la commissione non ha i requisiti di “artisticità, culturalità e identità nazionale italiana”. Il film di Andrea Pallaoro, costo 4,6 milioni e richiesta di 1,8 milioni sul bando qualitativo. Risultato: una produzione già candidata ai festival internazionali del 2026, da Cannes a Venezia, non prende un euro. Non è “meritevole”. E allora torniamo su.

Chi passa invece la rigorosa selezione “qualitativa”? L’irresistibile storia di Gigi D’Alessio, diretto da Luca Miniero, porta a casa 1 milione su un costo di 6,8 milioni. Tony Pappalardo Investigation di Francesco Pingitore ottiene 800mila euro. Il tempo delle mele cotte di Andrea Muzzi, 400mila. Prima degli esclusi è La sindrome degli amori passati di Chiara Malta (4,3 milioni di budget, 750mila richiesti), ma anche Illusione di Francesca Archibugi e Piercing di Margherita Ferri.

È un altro dato che pesa: nei due bandi più rilevanti, economici e culturalmente rilevanti, su 22 progetti finanziati non compare una sola regista donna. Unica eccezione parziale Margherita’s Pizza (320mila euro), forse perché assieme ad Alessia Caimorano lo co-firma Marco Pollini.

Le registe vengono di fatto relegate alle categorie minori – documentari, cortometraggi, giovani autori – dove si concentrano le poche ammissioni femminili. I commissari poi chi erano? Il solito film. Tra i cinque “esperti” spicca ad esempio Benedetta Fiorini, ex deputata leghista emiliana come la sottosegretaria con delega al Cinema Lucia Borgonzoni, viene ricandidata nel 2022 ma non viene eletta. A giugno 2024 però diventa membro del Cda di Enac. Segni particolari: selfie con la sottosegretaria.

Insomma, dopo quattro anni di furibonde polemiche della destra contro il cinema finanziato dallo Stato come “amichettificio” della sinistra, nelle mani della destra resta quello di prima: solo un affare per gli amici, soprattutto uomini, mentre la pretesa “qualità” continua a lasciare ampi margini di miglioramento

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“Taglio di 90 milioni delle risorse, ma 100 milioni di tax credit per film stranieri girati in Italia”, la lettera di 200 artisti contro il governo


Nel giorno in cui Cinecittà festeggia il ritorno all’utile e rilancia il proprio ruolo nel panorama internazionale, il cinema italiano si ritrova ancora una volta diviso e in polemica con il Governo sulla gestione dei fondi pubblici. Da una parte i numeri positivi degli storici studios romani, dall’altra la protesta compatta di autori e autrici che denunciano una redistribuzione delle risorse penalizzante per la creatività nazionale. La contestazione arriva attraverso una lettera aperta del Coordinamento Autori Autrici, firmata da oltre 200 protagonisti del settore: tra loro premi Oscar come Giuseppe Tornatore e Paolo Sorrentino, insieme a nomi come Paolo Virzì, Alba Rohrwacher, Marco Bellocchio e Matteo Garrone.

“Sembra incredibile ma è vero: mentre le risorse del Fondo per il Cinema e l’Audiovisivo subiscono un taglio di 90 milioni, sale da 40 a 100 milioni la quota del tax credit dedicata ai film stranieri girati in Italia”, si legge nel documento. Una scelta che, secondo i firmatari, comporta un doppio effetto: “Il Governo decide di raddoppiare la spesa per l’attrazione delle produzioni estere, e diminuire di due terzi i fondi erogati dal Ministero della Cultura per il finanziamento di scrittura, sviluppo, produzione e distribuzione dei progetti audiovisivi italiani di particolare qualità artistica, dei documentari e delle opere di animazione”.

Nel mirino c’è in particolare il decreto di ripartizione del Fondo, che – secondo quanto riportato nella lettera – sarebbe passato “dai 696 milioni di euro del 2025 ai 606 milioni del 2026”. Da qui l’allarme del settore: “Così si uccide il nostro cinema”, scrivono sceneggiatori, registi, attori e compositori, dichiarandosi “fermamente contrari a questa scelta iniqua”, tanto più delicata perché inserita nel percorso verso una nuova legge di sistema destinata a incidere sul futuro dell’intero comparto. Gli artisti rivendicano quindi “con forza che tale riforma dovrà avere al proprio centro la creatività italiana”, ricordando che essa rappresenta “l’espressione dell’impegno di migliaia di lavoratrici e lavoratori del settore. Perché non c’è Italia senza Cinema”.

Eppure, mentre la filiera creativa lancia l’allarme, un altro segmento dell’industria mostra segnali di netta ripresa. Proprio a Cinecittà, durante l’evento “Cinecittà Interno Giorno”, sono stati presentati i dati del bilancio 2025, che segnano un ritorno alla profittabilità: utile netto di 1,1 milioni di euro, in forte controtendenza rispetto alla perdita superiore agli 11 milioni registrata nel 2024. Il miglioramento è legato soprattutto alla crescita dei ricavi – passati da 21,5 a 30,5 milioni (+43%) – e a una consistente riduzione dei costi di produzione. Numeri che superano anche le previsioni, trasformando una perdita stimata in un risultato positivo. A confermare il rinnovato dinamismo degli studios romani è anche l’annuncio di nuove produzioni internazionali, a partire dal progetto dedicato ad Annibale che vedrà nuovamente insieme Denzel Washington e Antoine Fuqua, fino alla serie Netflix “Assassin’s Creed”.

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domenica 14 dicembre 2025

Meloni&C. fanno lo spot per Cucinelli. Poi la corsa a rendere i vestiti su misura - Thomas Mackinson

 

C’è una nuova forma di sostegno al cinema italiano: il cashmere pubblico. Funziona così: lo Stato finanzia con 4 milioni di euro di tax credit il film autobiografico di Brunello Cucinelli, stilista milionario la cui società chiuderà il 2025 con un miliardo di ricavi. Cinecittà, società pubblica, mette a disposizione gli spazi per la sua festa “privata” di debutto, contando di farci buoni margini e contenere così gli oltre 11 milioni di perdite. Ciliegina sulla torta: arriva a sorpresa anche la premier Meloni che, insieme ai vertici della società pubblica, si presentano vestiti da Cucinelli da capo ai piedi, un po’ come manichini viventi per una sfilata della sua collezione. Salvo correre poi a restituirli per evitare reati. Benvenuti ai confini elastici della promozione culturale e del product placement istituzionale. È successo venerdì sera, quando il set dell’antica Roma a Cinecittà si è illuminato per festeggiare la première di “Brunello, il visionario garbato”, il film diretto da Tornatore dedicato alla storia di Brunello Cucinelli. Mille ospiti, star internazionali, inaugurazione del Teatro 22 di Cinecittà, il più grande d’Europa, finanziato col Pnrr. Ospite inaspettata Giorgia Meloni, immortalata accanto allo stilista e ai vertici di Cinecittà tutti di Cucinelli vestiti: la premier con un blazer in velluto beige da 3.450 euro, top in lana da 1.700. L’amministratrice delegata Manuela Cacciamani in blazer di raso da 3.000 euro. Il presidente Antonio Saccone, ex senatore di Forza Italia, in doppio petto gabardina cashmere da 3.000 euro più 1.500 di pantaloni. Una settimana prima, racconta, era stato chiamato dalla casa di moda per provare l’abito in via Condotti: “Me l’hanno ritagliato a mia misura per la serata. Io lo restituirò martedì in ogni caso, anche se Cucinelli lo dovesse regalare. Non mi metto nei guai per un vestito”. Sa che sono abiti che scottano, perché chi svolge funzioni pubbliche non può accettare doni sopra i 150 euro. Anche l’ad Manuela Cacciamani dice di aver subito restituito il suo abito.

Ne sa qualcosa la sottosegretaria Lucia Borgonzoni, presente anche lei alla festa di Cucinelli ma un po’ defilata. La sera del 26 maggio 2023 rimase impigliata nel filo di seta di Alberta Ferretti. L’Emilia-Romagna affogava nel fango. Meloni e von der Leyen sorvolano gli allagamenti, si cercano dispersi. E Borgonzoni dov’è? In prima fila, scintillante, alla sfilata della Ferretti a Castel Sismondo. Al suo fianco Daniela Santanchè, entrambe di Ferretti vestite. Il Fatto scoprì poi che i rispettivi ministeri avevano finanziato l’evento e che i capi “prestati” non erano mai tornati indietro.

Nel caso di questa festa, a gestire la trattativa commerciale per Cinecittà con Cucinelli e il produttore esecutivo Masi Film è stata l’ad in persona. I servizi sono stati divisi in noleggio puro (affitto teatro, ricavo puro dato che il Teatro 22 è stato costruito col Pnrr), coordinamento e sicurezza con markup, attività interne ed esterne con ricarico dal 10% al 35%. Per ora di pubblico c’è solo la determina di spesa di 2,6 milioni che Cinecittà ha sostenuto per conto di Cucinelli. Stando all’ad Cacciamani questa spesa dovrebbe essere poi coperta da ampi margini di guadagno, ad oggi non noti, per un fatturato stimato tra 4 e 5 milioni di euro e mark-up medio intorno al 20%. Al di là degli aspetti contabili, emerge un tema di diversificazione del core business dell’azienda pubblica. La governance dovrà stare molto attenta a dosare l’attività commerciale perché non interferisca con quella industriale, modificando la mission stessa di Cinecittà in un “eventificio”. Interpellata sul punto, Cacciamani assicura che il fatturato da eventi aumenterà ma non oltre il 20-25%. Spente le luci della festa, fa sapere, il Teatro 22 subito ospiterà Mel Gibson che l’ha opzionato fino a ottobre 2026 e il gemello T.25 (pronto a maggio 26) ha una opzione internazionale.

La diversificazione commerciale è una strategia legittima, certo. Però quando i servizi pubblici finanziano l’auto-celebrazione dei privati, e i loro gestori si trasformano in testimonial, vale la pena fermarsi a riflettere e chiedersi se è normale che capi di governo e funzionari pubblici arrivino a fare da testimonial, indossando un blazer da 3.000 euro.

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lunedì 6 ottobre 2025

La guerra sporca dietro i milioni del tax credit: la vendetta di “lady Bacardi” e le manovre politiche sul sistema cinema - Nicola Borzi e Thomas Mackinson

 

Un doppio fronte scuote cinema e politica. Da una parte la guerra tra gli ex soci ed ex amanti Andrea Iervolino e Monika Bacardi, produttori cinematografici con la società Iervolino Lady Bacardi Entertainment (Ilbe), divenuta poi Sipario Movies; dall’altra l’uso politico del più grande scandalo sui fondi pubblici dell’audiovisivo nella storia d’Italia. Le carte ottenute dal Fatto retrodatano la vicenda di tre anni e mostrano rancori personali, parcelle milionarie e mosse capaci di ridisegnare i rapporti di forza al ministero.

 

La vendetta di lady Bacardi

La miccia scoppia nel novembre 2022, quando lo studio Bacardi – tramite l’antiriciclaggio in Lussemburgo – segnala due operazioni sospette legate a Evolution Technology, società connessa al gruppo Iervolino e accusata di fatture fittizie per 250 milioni. A marzo 2024 Bacardi lascia il cda di Sipario e segnala le operazioni a Banca Intesa e Deutsche Bank. A metà settembre 2024 anche Iervolino si dimette dal cda e a dicembre la società di Bacardi nomina presidente il legale David Peretti, che porta Sipario in liquidazione affiancato dal commercialista Dario Spadavecchia. Sono loro ad accusare l’ex socio Iervolino: costi gonfiati dieci volte per produzioni animate tramite società in Bahrain e Lussemburgo, fatture per 88 milioni da Evolution poi fallita e crediti d’imposta indebiti per circa 26 milioni. Spadavecchia produce oltre mille pagine di due diligence sulla società, stimando un buco da 89 milioni, danni e costi colossali. Tra questi però, c’ anche la loro parcella: il 7 luglio 2025 arriva una fattura di Spadavecchia da 718mila euro, con pagamento lo stesso giorno, che porta i costi di consulenze a carico della Sipario in liquidazione sopra il milione di euro.

 

La grande rinuncia e le cartelle fiscali
Il 24 aprile 2024 il ministero della Cultura chiede a Iervolino documenti su 38 produzioni tra il 2018 e il 2022. Il 30 aprile e il 10 luglio lui comunica la rinuncia “volontaria” a 34,5 e poi a 94,5 milioni di tax credit: 129 milioni in totale. Per Iervolino sono “rinunce tecniche” sul tax credit prenotato, per altri un tentativo di chiudere i conti prima che esplodesse la “bomba”. A settembre e dicembre 2024 l’Agenzia delle entrate notifica a Sipario due cartelle per 14 milioni su crediti R&S e ammortamenti legati alla Al Mashael Movies del Bahrain, Paese fuori white list, e altri quattro milioni per deduzioni non dovute. Peretti, ormai a capo dell’azienda, non le contesta ma le manda in pagamento. La guerra tra Iervolino e Bacardi diventa così autodistruzione reciproca, sia economica che d’immagine.

 

La controffensiva di Iervolino

Invece di fare una regolare Opa (offerta pubblica di acquisto), per assumere il controllo della quotata Peretti e Bacardi rastrellano azioni sul mercato. Per questo il 10 giugno 2025 il Tribunale di Roma revoca Peretti per “gravi irregolarità gestorie” e lo condanna a rimborsare le spese legali. Al suo posto nomina un amministratore giudiziario, il professor Paolo Bastia. La sua indipendenza però è subito contestata dalla controparte: Bastia è “of counsel” dello studio Grimaldi Alliance che nel 2024 insieme ad altri è stato consulente della Iervolino Lady Bacardi Entertainment durante le interlocuzioni col ministero. Iervolino giura di non conoscerlo. Sono le sue mosse che fanno tremare il Mic. Il Fatto ha accertato che Bastia effettivamente ha il proprio studio presso Grimaldi.

Il 17 luglio scorso, tre giorni dopo la revoca dei crediti ministeriali alla Sipario, Bastia scriveva al ministero chiedendo l’annullamento del provvedimento, adottato, sostiene, senza contraddittorio e basato su atti “inattendibili” che non aveva avuto il tempo di visionare. Il ministero tira dritto. Due mesi dopo, Bastia deposita al Mic una nuova istanza per chiedere l’annullamento della revoca in quanto le sue analisi non rilevano le irregolarità denunciate da Peretti e Spadavecchia. Anzi, scrive Bastia che le accuse poggiano su dati “non accurati” e non risulta alcuna fattura per prestazioni inesistenti. Dunque richiede indietro i 66 milioni di tax credit revocati.

 

La manovra politica: silenzi e opportunismo

Il Mic sembra essere rimasto fermo per nove mesi, nonostante contestazioni note. Il 14 luglio 2025 però il caso esplode: quel giorno la Guardia di finanza invia al pm Antonino Di Maio una seconda informativa su Ilbe/Sipario. Nelle stesse ore il direttore generale Cinema del Mic, Nicola Borrelli, già dimissionato, firmava la revoca di 66 milioni di tax credit a Sipario. E sempre lo stesso giorno la sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni annunciava la mossa del Mic con una nota che anticipava di poche ore l’indagine penale che l’indomani avrebbe portato agli avvisi di garanzia per Iervolino e tre dirigenti di Ilbe/Sipario. Una tempistica che tradisce la logica politica: mostrarsi inflessibili dopo il caso di Francis Kaufmann, il killer di villa Pamphili che ha ricevuto 860mila euro di tax credit per film mai prodotti, usando Iervolino come capro espiatorio.

Nella nota di Borgonzoni c’è un indizio di questo. Il nome del ministro della Cultura Alessandro Giuli (FdI) compare solo alla fine, l’ultima di trecento parole. Un dettaglio che misura i rapporti di forza tra i due a dieci giorni dalla decisione di rimuovere lo storico braccio destro Borrelli, rimasto al fianco della Borgonzoni per sette anni, durante tre governi e sotto quattro diversi ministri. Un tandem reso “indifendibile” dal caso Kaufmann: Borrelli sacrificabile, Borgonzoni protetta dalla Lega. Un’operazione fragile, se costruita solo su documenti firmati da Peretti, già revocato per gravi irregolarità.

In questa storia balena anche l’ombra di accordi spartitori tra produttori. Nelle due mail di rinuncia ai 129 milioni, Iervolino scrive al Mic di aver deciso “a seguito delle interlocuzioni con dirigenti di associazioni di categoria, co-produttori e committenti esteri”. Per alcuni sarebbe l’indizio di un “cartello” tra produttori per spartirsi i fondi ministeriali, per altri si tratterebbe di normali consultazioni tra aziende per superare insieme l’interludio di incertezza normativa sul tax credit dovuto alla riforma che aveva congelato il settore. Intanto la guerra tra ex soci Iervolino e Bacardi è diventata l’innesco di un incendio che divora ministero, dirigenti, sottosegretari e i partiti di destra che, da tre anni, promettono controlli sul cinema. E ora proprio sui controlli rischiano di bruciarsi.

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