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lunedì 20 aprile 2026

Il caso 137 – Dominik Moll

tutto il mondo è paese, anche dove in teoria, come in Francia, esistono anticorpi contro  gli "eccessi" della polizia il gioco è truccato, vince sempre la polizia, longa manus del Potere.

il film racconta la lotta di Sisifo della squadra di Stéphanie (interpretata benissimo da Léa Drucker, già vista in Close, testarda contro tutti, e rassegnata, alla fine), la poliziotta incaricata dell'indagine, fa tutto bene, ma non serve, contro i poliziotti violenti mascherati, la fine è nota.

anche la registrazione dell'esecuzione del ragazzo, filmata col cellulare da un'addetta delle pulizie di un albergo di lusso (Guslagie Malanda, già vista in Saint Omer) non serve a niente, il Banco (il Potere) vince sempre.

un film da non perdere, in non troppe sale, naturalmente.

buona (drammatica) visione - Ismaele

ps: come non pensare ai poliziotti, di ogni ordine e grado, a Genova 2011, condannati, con estreme difficoltà e omertà, nei tribunali?

e poi sono stati tutti promossi, il Potere premia gli esecutori fedeli.


 

 

…Il film si permette, dopo aver lavorato sui toni trattenuti ma pieni di verità di una splendida Léa Drucker, di ragionare sul potenziale di verità e menzogna intrinseco a ogni immagine – sia una foto, un video, un materiale di repertorio, un contenuto social – con la forma che si modella quasi d’istinto sulle necessità della storia. Ora poliziesco standard, ora accenno di cinema della quotidianità, di una bella forza documentaria nella ricostruzione degli interrogatori (una messa in scena pazzesca), Il caso 137 trova un efficace punto di equilibrio tra fatti e rielaborazione drammaturgica, tra sostanza – la lotta per la verità in un mondo ostile e ingiusto – e forma, quest’ultima che mai scade in pretenziosa ricercatezza. Dominik Moll ha cura, con il suo cinema, di scegliere le domande giuste, lasciando piena libertà sullo spettatore circa le risposte. Rinfrescante, potente, vero, Il caso 137 può permettersi aggettivi interessanti.

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…I gattini svuotano la mente e un po’ alla volta svuoteranno la democrazia, come dice il padre di Stéphanie in una scena. Se tutti i personaggi sono scritti magnificamente, una menzione particolare va a quello della protagonista, carattere stratificato e, come Guillaume, infine simbolo di tanti di noi: cerchiamo di fare la nostra parte, ci mettiamo tanto impegno. È sufficiente così? Il cineasta francese lascia lo spettatore con un discreto magone per le sorti poco progressive di un mondo chiuso in se stesso, in cui le posizioni non cambieranno a meno di una rivoluzione che non pare affacciarsi all’orizzonte. Siamo soli, nella frammentazione dei nostri compiti individuali, sovrintesi da un sistema inattaccabile. La regia eccellente lavora con precisione sui materiali eterogenei della contemporaneità (cellulari, schermi di pc, reel) e si esprime pienamente con un naturalismo raffinato, che si accende in scene cariche di tensione (l’inseguimento in metropolitana di Stéhpanie) e deflagra in un senso sordo di ingiustizia. Siamo tutti Guillaume, potenzialmente, siamo tutti Stéphanie, bene che vada. Il resto è una pagina tutta da scrivere.

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…Dossier 137 mescola a mio avviso fiction e realtà con intelligenza.

Oltre al palese riferimento ai veri Gilet Gialli all’interno della narrazione vengono inseriti materiali d’archivio, video di reali manifestazioni girati con gli smartphone e immagini dalle telecamere di sorveglianza, una stratificazione mediatica che dà corpo e verità al racconto e che non risulta essere un mero espediente stilistico, quanto una precisa scelta politica: mostrare la carne viva della protesta e i volti dei giovani che sfilano pieni di speranza, prima che le manganellate inizino a piovere sulle loro teste.

Tra i momenti più forti penso di poter annoverare l’incontro tra Stéphanie e Alicia, una donna delle pulizie di un hotel che diventa fondamentale ai fini della risoluzione dell'indagine: il loro dialogo, pur leggermente sopra le righe, tocca le corde profonde della sfiducia, della rassegnazione e del giustificato timore di esporsi contro un sistema che punisce chi parla e difende chi sbaglia…

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…Para el espectador argentino el asunto recuerda a las múltiples manifestaciones contra el gobierno del neonazi y hambreador de Javier Milei y concretamente el martirio de Pablo Grillo, un fotógrafo que fue herido en su cabeza de manera brutal con una granada de gas lacrimógeno de Gendarmería -disparada por el cabo Héctor Guerrero- durante una marcha de jubilados del 12 de marzo de 2025 en la zona del Congreso de la Nación, en la Ciudad de Buenos Aires, una de las muchas víctimas de la represión y la violencia institucional de Milei y su por entonces ministra de seguridad, la borracha y fascista Patricia Bullrich. El director, todo un especialista en thrillers como lo demuestra la excelente retahíla de Harry, un amigo que te quiere bien (Harry, un ami qui vous veut du bien, 2000), Lemming (2005), Sólo las Bestias (Seules les Bêtes, 2019) y La Noche del 12 (La Nuit du 12, 2022), insinúa la militarización mediante aviones volando en escuadrón, la estupidización masiva a través de la costumbre de ver muchos videítos de gatos, escapismo descerebrado que la madre de Bertrand (Geneviève Mnich) contagia a su hija, e incluso la paradigmática amnesia de la posmodernidad vía la destrucción con una pala mecánica, por parte del Estado y luego del frenesí inicial del movimiento, de los campamentos que habían construido al costado de las rutas los chalecos amarillos, adalides de la desobediencia civil contra el poder concentrado. La burocracia está representada en esas medidas de prueba leídas en off por el personaje de la extraordinaria Drucker, suerte de concesión republicana que cae en saco roto porque el propio armazón jurídico que posibilita el proceso termina frenándolo para no desmontar el discurso represivo contra la “insurgencia”, de allí que la propuesta enfatice la disparidad de fuerzas y desde ya la cobardía y el sadismo de siempre de los energúmenos de la policía y las fuerzas armadas en general, en este sentido la dimensión humana queda atrapada por la impunidad del capitalismo y toda su ofensiva contra cualquier voz opositora o alternativa…

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…Il caso 137 è potenzialmente una bomba a mano, in un momento storico in cui spesso è sul banco degli imputati l’esistenza stessa delle forze dell’ordine, i cui eccessi di violenza, abusi di potere ed episodi d corruzione vengono sempre più interpretati da voci critiche come questioni di sistema, il contrario della retorica della mela marcia e del caso isolato. Portandoci dentro il reparto dell’IGPN (Inspection Générale de la Police Nationale), la sezione che indaga gli abusi interni della polizia, Moll sembra pronto ad affrontare questo quesito esistenziale: se un agente, eroe della strage del Bataclan, commette una violenza contro un manifestante inerme, è un delinquente che ha commesso un crimine o un dipendente statale il cui mestiere prevede l’uso della forza e dal quale bisogna quindi “aspettarsi” l’abuso della stessa?

È una domanda che scorre sottotraccia da tempo nel cinema francese, almeno in quello che racconta la contemporaneità, riflesso delle inquietudini della società d’Oltralpe. Per ogni film che elogia l’operato delle forze dell’ordine nei suoi momenti di massimo eroismo, come November – I cinque giorni dopo il Bataclan di Cédric Jimenez, c’è un Athena di Romain Gavras, titolo che ne rilegge l’operato come sistematicamente, appunto, violento e coercitivo. In una pellicola dove si raccontano le lotte di potere tra gruppi dentro le infinite palazzine popolari delle periferie, la guerriglia fratricida tra i protagonisti si scatena proprio nel tentativo di decidere una risposta all’uso della forza impiegato dalla polizia, raccontando il punto di vista degli abitanti delle banlieue per cui gli agenti sono il vero, spietato nemico in una guerra di sopravvivenza urbana.

Sono due film intensi e ben realizzati che quasi si contrappongono per il modo in cui raccontano l’esistenza e il ruolo della polizia dentro la società francese. Athena e November sono arrivati entrambi nel 2022, ovvero nello stesso anno del successo di La notte del 12. Considerandoli i due estremi dello spettro delle posizioni ideologiche che si possono tenere nei confronti della polizia, si può dire che il film che ha lanciato Moll a livello internazionale si colloca più vicino al polo occupato da November, con la sua esaltazione del lavoro di polizia come vocazione professionale (simile a quella del medico o del prete) che a quello di Athena, con la sua critica esistenziale alla polizia. Sin dalla premessa della storia vera che sceglie come ispirazione, Il caso 137 si dimostra invece assai più critico, scegliendo di ambientare la sua storia nel contesto lavorativo di agenti il cui lavoro è controllare ogni giorno i controllori, tenendo gli occhi aperti sull’operato dei loro colleghi poliziotti…

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…Il caso 137 è cinema stilisticamente tesissimo e inappuntabile, dove non si cercano scorciatoie empatiche per attirare lo spettatore nella trappola di un generico sentimentalismo politico simbiotico (anche perché qualcuno, in Italia, in passato ha detto: “i gilets jaunes non sono Genova”). Il percorso percettivo imposto da Moll consiste nell’afferrare una verità che sembra sempre lì, a un passo — nitida e incontrovertibile — ma che un minuto dopo è di nuovo lontana, illeggibile, trasformata. L’iniziativa arbitraria e violenta degli agenti (arrivano perfino a girare bendati di nero, con caschi comprati all’Ikea, sparando ad altezza d’uomo come in un far west) è lampante, ma è soprattutto l’intrico filosofico che l’evidenza visiva costruisce tra liceità giuridica, ira sociale e prevaricazione impunita dell’ordine politico ad affascinare e interessare Moll (la sceneggiatura è sua e di Gilles Marchand).

Il monologo finale della Drucker, di fronte a una sua superiore (diverse le donne “cattive” rispetto a quelle “buone” nel film), è un momento vibrante — e apparentemente remissivo — di sintesi dell’intera opera: la democrazia come sintesi brutale di un permanente e incontestabile status quo.

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lunedì 16 gennaio 2023

Close - Lukas Dhont

(dello stesso regista cercate Girl, non vi deluderà)

due ragazzini, Remi e Leo, come tanti, hanno 13 anni, sono amici, amici per la pelle, è la cosa più normale del mondo.

se non capita che i loro compagni e le loro compagne cominciano a prenderli in giro, a sottolineare che forse sono omosessuali, come un peccato e una punizione.

Leo per dimostrare che lui è "maschio" (infatti inizierà anche a giocare a hockey su ghiaccio, uno sport davvero maschio) si stacca da Remi, lo rifiuta proprio, anche con violenza, davanti a tutti i compagni.

e da lì nasce il dramma.

nonostante i genitori siano bravissimi (la mamma di Remi è Rosetta, dei fratelli Dardenne) le cose vanno per una strada non voluta.

buona (imperdibile) visione - Ismaele



 

 

 

 

,,,Close segue dunque con maggior attenzione i canoni e le classiche tappe di questa tipologia di racconti, proponendo un percorso durante il quale i due protagonisti cambiano il proprio modo di rapportarsi con sé stessi e il mondo circostante. All’interno di questa cornice Dhont inserisce tutti quelli che già in Girl apparivano essere i suoi principali interessi come regista. Come suggerisce il titolo del film, egli rimane particolarmente vicino ai suoi personaggi, facendoli esprimere più con i gesti e gli sguardi che non con le parole. Non per niente egli ha affermato di scrivere i suoi film più con l’animo del coreogrago che non con quello dello sceneggiatore.

Tra primi e primissimi piani, dettagli e particolari, Dhont trova dunque il modo di far emergere dalle immagini tutte quelle piccole grandi emozioni che un racconto come questo porta naturalmente con sé. Ci sono calore e tenerezza in Close, che la splendida fotografia di Frank van den Eeden (qui alla sua seconda collaborazione con Dhont) sottolinea ripetutamente attraverso l’esaltazione di determinati colori, luci e di quei primi piani struggenti. Con questo stesso calore, però, sono raccontati anche i momenti più intensi e drammatici, che colpiscono proprio per via della loro semplicità e che tutti potremmo aver vissuto crescendo.

Come avvenuto per Girl, inoltre, anche in questo caso il regista trova gli interpreti ideali e si conferma un abile direttore d’attori, capace di tirar fuori da loro la più pura sincerità e tutte le emozioni presenti nell’animo dei loro personaggi. Gli sguardi spaventati o sconcertati di Dambrine, in particolare, sono realmente capaci di scavare di rimanere impressi nella mente e nel cuore dello spettatore. Oltre a tutto ciò, Dhont dà in generale ulteriore prova di possedere un grande controllo come regista, dosando al punto giusto il dramma, la spensieratezza e le emozioni, facendo sì che ogni parte del film risulti coesa e coerente con quella prima e quella seguente…

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…rimane fuori dall’orizzonte definito dal film il fatto che la scoperta del sesso, con la pubertà, sia a sua volta una frattura ineluttabile, il riconoscimento dell’impossibilità per molti versi di quell’uno, la perdita proprio di quell’innocenza, il necessario confronto con l’altro. Dhont si concentra su un non dichiarato processo alle intenzioni, su una rottura della relazione tra i protagonisti, del recinto del paradiso, a monte del problema della pubertà; una perdita che comincia nel momento in cui una condizione vissuta in maniera naturale e spontanea viene definita e categorizzata dal mondo esterno, quando qualcuno sente la necessità di trovarle un nome: “fidanzati”, “gay”, “froci”.

E noi spettatori, che fino a quel momento ne abbiamo seguito la descrizione intima, in piani ravvicinati (close-up), siamo sicuri, noi, progressisti, illuminati, solidali, di non aver pensato a quella categoria, a quei nomi? Il film di Dhont, nel suo essere stiloso senza cercare uno stile proprio, esplicitamente manipolatore quando spinge sull’immagine, sugli immaginari e sul pedale delle lacrime e dei sentimenti è un po’ questo, un j’accuse rivolto a noi, che siamo ancora, volenti o nolenti, aggrappati a quei nomi, a quegli aggettivi, a quelle categorie: un invito a riflettere sulle radici culturali e semantiche dell’omofobia, quelle che rapidamente si fanno strada, interiorizzate, nei silenzi di Léo. «Lo ha fatto per colpa mia». Potrebbe succedere di nuovo, per colpa nostra.

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…Close es una película llena de sensibilidad y de pequeños detalles, que nos llega directamente al corazón y pone en relieve un problema que afecta gravemente a la sociedad, pero que no se ataja directamente desde su raíz, la educación. Todo este discurso está apoyado por un estilo de dirección centrado en el punto de vista del protagonista, al que seguimos en plano medio hasta la extenuación.

Lukas Dhont logra una obra mayúscula, demostrando que es uno de los grandes creadores de la actualidad, esperemos que siga haciendo un cine tan personal, que nos haga disfrutar, comprender, pero, sobre todo, aprender que debemos romper con los esquemas actuales, para conseguir alcanzar una sociedad mejor en la que todos seamos libres e iguales.

Dejemos que los hombres sean como quieran ser y definan su masculinidad en función de cómo se sientan en el entorno, no demos cosas por sentado, la sociedad está cambiando y los hombres ya no debemos relacionarnos a través de la rabia y la fuerza. Por todo ello, es sin lugar a dudas una de las mejores películas del año.

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…La cinta es un prodigio, dura como el hielo, te deja sin aliento durante todo su visionado. Visualmente es estupenda, y relata muy bien lo que es el amor en la edad de la inocencia. 

Nos lleva por las cuatro estaciones a través del espejo de la familia trabajando en un campo de flores, y todo ello siempre con la cámara en mano, para darle más veracidad a todo lo que vemos. 

Uno de los aspectos que más me ha entusiasmado de la película son las miradas entre los jóvenes protagonistas. Las madres de ambos también tienen un papel fundamental en la trama. 

Tengo que reconocer que la película te deja muy tocado. A mí me costó unos minutos abandonar la sala después de que terminara la película. Muy recomendable.

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…L’ elemento che rende Close, mi azzardo a dire, un piccolo capolavoro è sicuramente la sceneggiatura. Scritta a quattro mani dal regista Lukas Dhont e da Angelo Tijssens, ha un ritmo estremamente calmo, riesce a giocare molto sui silenzi senza sprecare parole inutili. Sono proprio le pause e i “non detti” nel film che rendono la storia così profondamente reale, la difficoltà della comunicazione che si abbraccia ad una bravura immensa da parte degli interpreti di riuscire a urlare senza emettere nemmeno un suono.

Tutto è equilibrato, parole calibrate alla perfezione, non ci sono esagerazioni e nemmeno quelle “frasi ovvie” tipiche, tendenzialmente, del cinema italiano come di quello hollywoodiano. Una sceneggiatura che, leggendola senza guardare le immagini, probabilmente ci darebbe la sensazione di leggere il diario segreto di qualcuno. Sicuramente gli interpreti hanno svolto un lavoro eccezionale dando alle lunghe scene di silenzi mille significati. Non solo Eden Dambrine e Gustav de Waele sono stati incredibili, ma anche Émilie Dequenne ha dato prova di controllo ed esperienza per quanto riguarda il suo personaggio, la madre di Remi.

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…La última película de Lukas Dhont es, sin duda, una obra hecha de emociones. Si la sensibilidad es uno de los rasgos más denostados en las masculinidades normativas. En el caso de Close este molde se rompe a fuerza de lágrimas. En la audiencia, queda un sabor agridulce que se convierte así en una de las firmas de autor del cineasta belga.

Pero la empatía con el protagonista Léo es incuestionable. Es imposible no sentir en tu propia piel lo que siente el pequeño. Así como dejar correr una lágrima, o un llanto incontenible, al mismo tiempo que lo hacen ellos. Y también reír. Las carcajadas y sonrisas más honestas también son contagiosas.

La teórica feminista Sara Ahmed dice que las emociones y los afectos se forman a través de la circulación de estos. Como una emoción social que recorre la piel de cada persona en colectividad. Y la película Close es un ejemplo paradigmático de ello. Mientras se visiona la cinta, se puede sentir en la atmósfera de la sala cómo una amalgama de emociones irrefrenables llena cada rincón de la estancia. Emociones que buscan transgredir las discriminaciones sociales a través de historias reales y honestas.

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Director Lukas Dhont met his leading actor Eden Dambrine on a train ride. The young boy was sitting in front of him and speaking to friends, but Dhont couldn't hear what he was saying as he himself was listening to Max Richter's music and could only see his facial expressions. He found Eden the perfect fit for the character and approached him if he wouldn't want to take part in a casting. Eden Lambrine immediately said yes and eventually got offered the role of Leo.

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