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venerdì 19 febbraio 2021

Donbass - Sergei Loznitsa

una guerra lontana, ma vicina, di cui da si è parlato poco e male, se non per dare la colpa di ogni male alla Russia di Putin.

Sergei Loznitsa cuce degli episodi  come si deve, per fare un film che mostra e dice un po' di cose, per iniziare una guerra ci vuole un attimo, in confronto agli anni e decenni che serviranno, se basteranno, per costruire una pace vera, sopratutto in una guerra come questa, con la puzza della pulizia etnica.

non c'è niente da ridere, solo da soffrire e pensare, gran film da non perdere - Ismaele


 

 

Donbass è un film di menzogne e porte chiuse, pareti, passaggi a livello, posti di blocco. Fratture, separazioni, momenti di stallo. È la frammentazione dell’Ucraina, del Donbass, la moltiplicazione delle forze in campo, dalla milizia popolare all’armata ortodossa, dai cosacchi ai paramilitari ceceni, dalle forze armate ucraine alla guardia nazionale. Una frammentazione che diventa inevitabilmente caos; un caos che diventa inevitabilmente il nucleo narrativo di Donbass, il centro gravitazionale. A (ri)dare un senso e una lettura a questa frammentazione è il rigore geometrico di Loznitsa, la persistenza della sua messa in scena: si veda, ad esempio, la sequenza del secondo bombardamento e dell’agguato notturno, quando oramai combattenti e posti di blocco ci sembrano intercambiabili e sovrapponibili. I mezzi corazzati, le macchine e le tute mimetiche ci restituiscono un magmatico esercito in lotta con se stesso, in uno spaventoso brulicare di fascismi e fascisti – consapevoli o inconsapevoli.

Tragico. Grottesco. Lucidissimo. Ma soprattutto spietato. Il cinema di Sergei Loznitsa, sempre rigoroso nella messa in scena e nella stratificata scrittura, sembra essere (un po’) cambiato dopo Austerlitz. Non nella grammatica, ma nello sguardo. Sono cambiati i suoi personaggi, oramai lontanissimi dall’innocenza di Sushenya (Anime della nebbia). In questo senso, Donbass segna un passo ulteriore rispetto al precedente A Gentle Creature, una resa, una discesa negli inferi di un cambiamento impossibile. Macchina a mano o quadri fissi, con piani sequenza che si dilatano, restituendoci alla fine un mosaico completo e avvilente. E la distanza cercata, trovata e scelta da Loznitsa ci sembra davvero quella giusta, forse l’unica possibile. Forse è la distanza di Sushenya. Lo sguardo di Sushenya.

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Quizás el punto débil de Donbass sea ese desamparo como espectador que uno siente al no saber de qué lado ponerse ni saber poner en perspectiva las situaciones (en uno de los momentos de la película a un personaje se le cuestiona de qué lado está: “con los buenos”, será su respuesta como muestra de que ni siquiera muchos de los implicados sabían de qué lado ponerse). Pero en definitiva es el desamparo vital que sienten los personajes de Loznitsa, envueltos en un caos en tiempo real donde las banderas se confunden y no hay más razón que la sinrazón de la violencia y la mentira.

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En Donbass han desaparecido muchas cosas, pero lo primordial que ha desaparecido es la humanidad, siendo sustituida por el odio, la humillación, la mentira y la desesperación que hacen mella en unos habitantes que sufren en silencio.

Esta película es un grito desesperado, una ventana abierta de par en par al mundo para dar visibilidad a esta zona, que tapada por otros conflictos como la guerra de Siria, la catástrofe migratoria mundial o, atentados yihadistas, sufre en silencio la brutalidad de un conflicto que se ha llevado por delante su vida, sus ilusiones y su dignidad.

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Loznitsa juega con el lenguaje audiovisual para a menudo borrar la distinción entre realidad y ficción. Intenta narrar con el mayor rigor posible las múltiples facetas del conflicto, sin ninguna concesión en cuanto a la crudeza de las imágenes que vemos, pues incluso secuencias a priori más alegres o pacíficas, que nos podrían dar algún respiro, toman enseguida un tono enrarecido y agobiante: véase en este sentido la celebración de una boda. Sin embargo, por otro lado este cineasta sabe hasta que punto puede manipular, o representar este escenario con una mínima estilización para que su efecto de denuncia tenga todo el poderío necesario. De hecho nos queda la duda final, quizá criticable, de si la relativa homogeneidad de pensamiento, ya sea belicista o resignada, de todos los personajes de la historia, es efectivamente la más ajustada a la realidad de un país partido en dos, o si se acerca también a la manipulación para que el espectador se quede con la idea de que no se enfrentan aquí amigos y enemigos, o personas de ideología opuesta, sino que el enemigo y la ideología están por encima de todos ellos y los somete a todos por igual

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 El guion escrito por Loznitsa está bastante bien trabajado y sus personajes tienen un desarrollo, con unos diálogos en algunos casos largos, y algunos giros inesperados que me impresionaron. El reparto no está mal y cumple, sin ser lo más destacable del proyecto, y me quedo con las actuaciones secundarias del reparto femenino. Se podía haber recortado algo el metraje, ya que me parecen excesivas sus dos horas de duración, pero analizando la película tampoco hay ninguna parte que sobre ( quizás alguna con el ejército ).
Una película que muestra la cruda realidad de lo que sucede en esa zona del mundo, y que puede tener su público, sobre todo los que consideran al director como un cineasta de culto, y a los aficionados al cine de autor con dosis de realidad. Una pequeña joya europea a reivindicar.

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domenica 5 maggio 2019

Krotkaya (A gentle creature) - Sergei Loznitsa

alla moglie di un galeotto restituiscono un pacco che aveva mandato al marito, senza nessuna spiegazione.
allora parte per cercarlo, in quel mondo che si fa fatica a credere reale, se non lo vivi. 
una stupida burocrazia non le dà le risposte che cerca, e lei entra in vari gironi danteschi, al bordo dell'abisso.
e poi c'è un sogno...
straordinaria l'interpretazione dolente di Vasilina Makovtseva.
un film da non perdere, promesso - Ismaele





A Gentle Creature è un’opera forse troppo complessa per essere digerita alla fine di un concorso festivaliero, intenso come quello cannense. Programmaticamente estenuante come il viaggio che racconta. Una lenta discesa verso l’inferno. Tragica. Impietosa. E quel nero, così inaspettatamente lynchiano, disperatamente ciclico. Orribile. Magnifico.

Il film di Sergei Loznitsa, nonostante un’innegabile abilità tecnica ed originalità della costruzione narrativa, appare estraniante per un pubblico non completamene immerso nella realtà descritta, rivelandosi una sorta di raffinata simbologia di fatti che non si conoscono abbastanza a fondo da poterne cogliere ogni sfumatura. Un’opera che alterna il piano del reale con l’astrazione, sfociando in un’interminabile sequenza che anticipa un finale che è il caso di dirlo – dopo tutta la strada percorsa – non risulta accettabile.
Una buona prova di stile, condotta da un’attrice molto brava nell’esprimere lo smarrimento del suo personaggio, ma decisamente troppo personale per poter essere condivisa con il pubblico di un Festival Internazionale, o tantomeno trovare senso in una distribuzione cinematografica al di fuori del Paese di produzione.

…The pure hell of her situation is provided by the other people the woman has to encounter on her journey and at her’s journey’s end. The calvary consists in just listening to them, as they are squashed uncomfortably together in buses, trains, railway station waiting rooms and chaotic boarding houses where drink is the only anaesthetic against misery. The gargoyle faces that Loznitsa conjures are extraordinary, people laughing, singing, arguing, crying, leering – while the woman’s own face stays empty and still. She has to listen to their unbearably crass conversation, which is sometimes horrible, sometimes appallingly sad, sometimes very funny. There is an extraordinary guy presiding over a grotesque booze-up in their rooming house who claims once to have held a job as a newspaper crime correspondent and a children’s poet. Whatever the truth, he is now just another drunken lost soul in this Inferno.
And all the time there is a nightmarish tic or quirk in which we start to notice things repeating themselves – a woman who claims to be the sister of the identical woman we had seen earlier, recurring gossip about a woman called Zinka, stomach turning rumours about a body chopped up and left in a wood. The closer this woman gets to the impenetrable heart of the mystery, the more insistent this ominous patterning becomes.
A Gentle Creature has a gaunt sense of its own Russianness, and it has also a kind of Ancient Mariner address to the audience: it is gripping and absorbing in its way, although perhaps too conscious of its own metaphorical properties and opinion may divide as to whether its expressionist element works. Yet there is no doubt as to its power, and its severity.

…Cos'è molto belle nel film di Loznitsa: innanzi tutto una ambientazione accuratissima di dettagli, ma magicamente pressoché indefinita nel tempo e nello spazio: inizialmente troviamo una donna che raggiunge la propria umile casa accolta da un cane: potremmo trovarci nel 1770 come pure ad inizi '900; poi scorgiamo vecchi autobus che ci spostano verso i '50, poi altri dettagli di oggetti, vetture e circostanze che ci rivelano che, nonostante il macchinoso ingranaggio burocratico d'altri tempi, potremmo tranquillamente trovarci ai giorni nostri.
Altro elemento fantastico: la protagonista assoluta del film, Vasilina Makovtseva, sguardo perennemente atono di chi è consapevole di combattere una battaglia persa da principio, ma che non riesce ad arrendersi e a non continuare a tentare di venirne fuori: quella dell' attrice, risulta una prova tutt'altro che priva di spessore ed il suo il volto dolente, e' probabilmente il più emblematico e significativo di tutto il festival, al punto da non parermi uno sproposito pensare di poter premiare l'attrice come la migliore del Concorso…

…la « femme douce » se précipite inéluctablement vers sa propre perte avec un paradoxal immobilisme qui nous agace rageusement. Elle devient métaphore à mesure qu’elle s’enlise dans le labyrinthe d’une société malade, aveugle à sa réalité comme à son destin, caricaturée à outrance. Une représentation que Sergei Loznitsa nous crache au visage tout en nous étouffant en son sein.
Retrouvant Oleg Mutu à la photographie, le cinéaste parvient à impressionner la réalité dans laquelle il ancre sa fiction en une premier mouvement avant de nous emporter dans une univers de plus en plus baroque et surréaliste (le théâtre de la représentation). Optant le plus souvent pour une séquentialité des scènes, il oscille entre fixité et fluidité dans une logique radicalement frontale où la « femme douce » nous fait face (ou est-ce l’inverse). L’espace semble-t-il sauvage qu’au coeur de celui-ci chaque lieu clos, chaque intérieur, est investi d’une masse de gens, d’une foule qui atteste de déraisons tant des ces personnes que du système. La « femme douce », toujours, y est isolée, comme détachée du monde par le simple fait d’en questionner la logique. Un véritable cauchemar éveillé.

Le inquadrature sono riempite di oggetti, dettagli apparentemente insignificanti come lo possono sembrare le migliaia di parole che scorrono nella diegesi del film; è un lavoro dallo spettro cromatico (reale e figurato) quasi infinito, un ventaglio di umanità stretta in un alone di surrealtà che nel finale diventa onirismo felliniano allo stato puro.
C’è da dire che fino alle due ore si sfiora la perfezione e che la successiva sequenza onirica può risultare un po’ fuori luogo: del resto è in quei venti minuti finali che si incarna uno spiegazionismo di cui non si sentiva onestamente il bisogno, ma di contro vi sono elementi stilistici ed espedienti narrativi che sono delle vere e proprie chicche: una carrozza, un bosco dentro cui inoltrarsi (così simile al sottobosco umano in cui s’è inoltrata fino a quel momento la protagonista), una casa che sembra uscita da Cappuccetto rosso, un novello Rasputin a introdurre la malcapitata in un consesso che riunisce una società deformata, una fiera della vanità al contrario dove la nostra “gentle creature” è ancora una volta lasciata ai margini, vestita di un bianco virgineo che risalta ed evidenzia ancora più spaventosamente la violenza a cui la donna è soggetta (anche nel sogno).
Quello di Loznitsa è un cinema dove l’individuo è al centro di un’umanità che regredisce progressivamente, dove il protagonista è totalmente privato di quelle caratteristiche capaci di determinare l’andamento della narrazione. È un cinema ellittico, senza scampo, che non si pone nemmeno il problema di dover creare illusioni ma che mette in scena tutto il fatalismo contemporaneo mascherandolo d’assurdo.
E con questo meraviglioso lavoro il regista ucraino ci riesce perfettamente. •

domenica 28 aprile 2019

Austerlitz - Sergei Loznitsa

Loznitsa mette una camera fissa e guarda.
Guarda i turisti che visitano un campo di concentramento (quello di Sachsenhausen), guarda le facce, i comportamenti, ascolta le voci.
come si visita oggi un campo di concentramento, c'è un modo giusto e uno sbagliato?
buona visione - Ismaele






Un árido golpe a la indiferencia con la que lidiamos la historia reciente basado en una serie de planos estáticos en blanco y negro que registran los movimientos de turistas en un campo de exterminio nazi. El viajero, en su afán por registrar cada recuerdo, parece olvidarse dónde se encuentra, lo que está viendo y lo que allí ha ocurrido. Loznitsa, apostando una mirada limpia y sencilla, la del que observa sin emitir juicio, apenas con una cámara y varios planos, captura momentos reveladores sobre la facilidad con la que desatendemos a la memoria histórica, banalizando monumentos que siguen siendo la representación de una atrocidad que parece que ya no nos afecta. Desde el cuestionable dogmatismo o indiferencia de algunos guías, hasta el momento de un turista imitando la posición de los torturados para la fotografía de familia, pasando por la necesidad acuciante de tomar las fotos en nuestro móvil. La cuestión es registrar nuestras vivencias con el automatismo ciego y veloz del visitante.

La vía más evidente para abordar esta propuesta es la de la visión moral, esa que censura la frívola decisión de visitar un campo de concentración como si de un parque de atracciones se tratara. El documental deja atrás cualquier grosor expositivo y, aunque ponga en entredicho que esta sea la manera más adecuada de visitar los campos de concentración, no enfatiza ninguna de las ideas de fondo que propone, como si aspirara a ser un retrato carente de ideología. No es que dicha frivolidad no se manifieste -es más, está presente en cada plano-, pero Loznitsa prefiere que la reflexión se genere en la mente de cada espectador, como una manera de abrir todavía más el debate acerca de un tema tan espinoso como el que aborda. Una afortunada decisión que evita la tentación de limitarse a indicar lo inmoral que es entrar a una cámara de gas exclusivamente para hacerse un selfie.

Austerlitz è invece un film davvero tosto. Ma è anche implacabile, modernissimo nella descrizione del presente senza Storia. Dove un campo di concentramento è assimilato a un luogo turistico da Lonely Planet. Quasi un parco-divertimenti, una Disneyland sulle macerie della Storia. Attraversato dal passo lento e svogliato, infradito strascicanti, assembramenti collettivi per mangiare prima di spostarsi pigramente da un’altra parte. Forse Loznitsa, quando ha filmato queste immagini, non era consapevole della portata tragica, anzi esplosiva, nel momento in cui le ha messe insieme. Perché questo è uno dei film più tragici sulla Shoah. Dove solo il volto di una ragazza con gli occhiali da sole tondi, che viene filmata a lungo e forse si commuove, può rappresentare una delle rarissime connessioni emotive col passato. E qui ci può essere lo scarto tra quella che può essere l’inquadratura rubata o l’inquadratura ricostruita. Perché forse, anche in questo sospetto esaltante, si muove Austerlitz. È solo documentario. Ma poi ci sono altre immagini che non si vedono. Sono migliaia. Negli scatti e video degli smartphone. Dove però spesso, chi l’ha fatta, si sovrappone e ne diventa protagonista. La nuova estetica del selfie. Con il sorriso ebete sullo sfondo della tragedia e del dolore. Come quella fatta dalla famiglia per ben tre volte sotto la scritta Arbeit macht frei. E magari anche con la suoneria alta che si sente…

…Tutto il film di Loznitsa è centrato sull'atto del guardare, e sulla connessa coscienza di ciò che si guarda. Sta qui forse il rapporto segreto con il romanzo di Sebald. Lì il tema di fondo era il rapporto della coscienza con la memoria e con l'oblio (Sebald rimanda a Proust per stile e temi); nel film il regista documenta nei visitatori - e vuole provocare nello spettatore - il rapporto con qualcosa di visibile e presente (il campo di concentramento oggi), la cui attualità ha lo scopo di conservare la memoria (collettiva) e stimolare la coscienza (individuale).
Dice Loznitsa nelle note di regia: L'idea di fare questo film mi è venuta perché visitando questi luoghi sentivo come se la mia stessa presenza fosse eticamente discutibile e avrei voluto davvero capire, attraverso il volto delle persone, degli altri visitatori, come ciò che guardavano si riflettesse sul loro stato d'animo. Ma non nascondo di esserne rimasto, alla fine, abbastanza perplesso. Da cosa scaturisce questa perplessità è facile capirlo: per tutto il corso del film non facciamo che vedere persone che non appaiono turbate né meditabonde né tantomeno sconvolte. Sembrano assolutamente serafiche: visitano un campo di concentramento come visiterebbero un museo, addirittura un parco a tema. Da spettatori, ci chiediamo più volte se Loznitsa intenda con il film formulare un capo d'accusa alla superficialità di sguardo dei turisti, fra i quali beninteso potremmo anche esserci noi. E allora ci mettiamo lì, alla ricerca di qualcuno che appaia più partecipe e coinvolto: e non trovandolo ci sentiamo di ipotizzare, non a torto, che il limite sta nel mezzo. È la mdp ad essere fallace, incapace di cogliere i moti interiori e gli stati d'animo. Nessuno ci autorizza a pensare che, almeno qualcuno, fra questi "turisti", non sia intimamente scosso, e non stia facendo un'esperienza che lo segnerà nel profondo…

Non una parola di commento da parte del regista, niente voce fuori campo, zero interviste. Niente musiche, solo lo scalpiccio incessante della folla e il suo rumore di fondo. Non sappiamo chi siano gli uomini, le donne, i ragazzi, le ragazze che sciamano tra un forno e un luogo di tortura e di impiccagione, ci tocca indovinarlo dalle loro posture, dal body language, dall’abbigliamento, che qui diventa il mezzo principale, la mappa dei segni attraverso cui loro comunicano se stessi e noi possiamo intuire chi loro possano essere. Le uniche parole che sentiamo (peraltro raramente) sono le spieghe date da qualche guida al rispettivo gruppo, utilizzate dal regista per darci indirettamente qualche essenziale informazione. Non diversamente dal Frederick Wiseman di National Gallery il quale, in ottemperanza al suo credo rigorista e antididascalico del mostrare e soltanto mostrare, ha sì piallato via ogni indicazione dei vari quadri esposti al museo – che cosa siano, di quale pittore siano -, salvo reintrodurle surrettiziamente attraverso le dettagliate spiegazioni fornite ai turisti proprio dalle guide. In Austerlitz si sente, in quello scarso parlare, perlopiù lo spagnolo, poi l’inglese. Tedesco zero. Rivelando (forse) quale nazionalità dei visitatori sia prevalente e quale assente, sempre che non si tratti di una selezione operata in fase di montaggio. Ogni guida non solo fornisce informazioni diverse, ma adotta anche strategie comunicative diverse. Con ricorso massiccio allo storytelling. Scarne le informazioni generali, ancor meno vien detto della cornice storica in cui collocare e contestualizzare la stagione nerissima dei campi di sterminio, mentre si abbonda nel racconto di singoli episodi, in narrazioni drammatiche e raccapriccianti, in aneddotica, puntando sulla carica emozionale e mirando più alle viscere del visitatore che alle sue cellule cerebrali. Si scuote, si colpisce, si punta a inorridire, più che a suscitare un approccio razionale e conoscitivo. Ed è questo l’aspetto più allarmante. Il lager diventa, più che un luogo di orrore, un luogo horror, in un’affabulazione non troppo dissimile da una qualsiasi storia di paura, cinematografica o letteraria. Molte recensioni di Austerlitz sottolineano la cifra accusatoria verso il turista-massa, verso il visitatore ottuso e indifferente che tutto divora e appiattisce e consuma nel suo formicolante muoversi da una meta all’altra, accumulando senza distinguerli Disneyland e il campo di sterminio. E grande è stato il disgusto su stampa e web di fronte a questi turisti della camera a gas ciabattanti in infradito, inzainati, indossanti shorts orrendi e ancora più orrende T-shirt con scritte perlopiù sceme. Dissento. Austerlitz non mostrifica la sua folla. Lo sciame umano filmato con sguardo neutro da Loznitsa non sgomenta per la sua sciatteria, la volgarità dei modi o per l’irrispettosità dell’atteggiamento. Se si guarda il film senza pregiudizi, ci si rende conto di come nessuno sghignazzi, si lasci andare a comportamenti scomposti (tranne una cretina che scemeggia facendosi fotografare con una bottiglia in testa). Tutti son seri e abbastanza concentrati, evidentemente una qualche consapevolezza di dove si trovano ce l’hanno. Certo, cedono alla tentazione di farsi un selfie di fronte all’Arbeit Macht Frei dell’ingresso, ma nessuno in quei selfe sorride. Bisogna riconoscerlo. Se poi si ritiene che che il selfie sia in sé colpevole e brutale, allora si deprechi pure. Invece a inquietare davvero è che – questa almeno la mia impressione – pur con tutta la loro buona volontà i turisti dei forni crematori e delle camere a gas non ce la facciano a penetrare minimamente quell’abisso che è stato lo sterminio su scala industriale del nazismo. Come se da quel tempo non solo siano cambiato il mondo e il reale, ma lo stesso apparato mentale per decifrarli. Cresciuti in un Occidente di benessere che ha fatto di tutto per rimuovere il tragico, e anche il connesso senso del sacro, dal proprio orizzonte per cullarsi in una bolla di falsa e vacua positività, non ce la fanno proprio a percepire la dimensione e il senso dello sterminio, né tantomeno come sia potuto accadere. Forse (forse) così si spiegano i tanti sguardi perplessi e smarriti del film. Il turista di Loznitsa (che poi, a una visione più attenta, si rivela non uniforme e composto semmai da più sottotipi) non è da stigmatizzre per le T-shirt che indossa o per gli shorts (ma scusate, se si va noi a far visita a un lager in piena estate, ci vestiamo forse in un altro modo?), ma per la sua totale estraneità a quanto sta vedendo, perfino per il deficit cognitivo che gli impedisce di decodificarlo. Nella visita sembra esserci spazio solo per l’orrore e il brivido, lo stesso orrore che si può provare di fronte a un filmaccio cabin-in-the-wood in 3D o a un videogioco splatter. In questo, e ancora una volta, il cinema di Loznitsa riesce ad essere un cinema profondamente morale.

Austerlitz è un documentario che ci stimola ad acuire il nostro sguardo, ci offre strumenti per continuare a indagare, ricordare, studiare. In “una tranquilla e calda giornata d’estate”, Loznitsa decide di avvicinarsi ed entrare a suo modo in un “luogo in cui esseri umani furono sterminati”, un “luogo della sofferenza e del dolore”.
Non percepiamo mai, esternamente o internamente al campo di concentramento, nelle scelte estetiche e narrative di Austerlitz, la soffocante retorica e spiazzante vacuità delle parole abusate, della “sofferenza” e del “dolore”. Attraverso la mappatura di Loznitsa, anche grazie ai differenti livelli di fruizione dei turisti e dei visitatori e allo svilimento di un rituale di massa, possiamo cercare di recuperare il senso storico e umano di un luogo. In una trentina di quadri fissi dalla durata diseguale, Loznitsa rimette insieme i pezzi significativi di più storie, alte e basse, di un racconto individuale e collettivo: le voci delle guide, i cartelli insistentemente fotografati, le date, i forni crematori, le stanze buie, soffocanti e claustrofobiche, le docce, i panini e le bibite, i luoghi delle torture, le code per entrare, i selfie, le t-shirt fuori luogo, le risate, gli occhi lucidi, i mattoni e le pietre che hanno resistito indifferenti all’orrore e al sangue. Austerlitz è il mezzo per riavvicinare fruizione e Storia, è un giorno della memoria eterno, lucido, con gli occhi lucidi. Austerlitz documenta la moltiplicazione dei punti di osservazione (cellulari, videocamere ecc), e la fretta e superficialità che si allarga a macchia d’olio.
Austerlitz è lo sguardo che si sofferma. Uno sguardo che riesce a restare immobile mentre il tempo scorre e altre decine, centinaia e migliaia di occhi si affrettano e si ammassano sull’immagine successiva, guardando e dimenticando. Nei suoi molteplici piani di lettura, Austerlitz è anche (e a tratti soprattutto) un film sulla sconfitta, sulla implacabile massificazione, sulla morte della Storia. Ma non è mai un film sulla resa…

giovedì 28 settembre 2017

Anime nella Nebbia (V Tumane / In the fog) - Sergei Loznitsa

una domanda, come mai Sushenya è stato rilasciato dai nazisti e i suoi compagni sono stati fucilati?
questo è il centro del film, e tutto ci ruota intorno.
Sushenya sa di essere innocente, ma è braccato dai partigiani, ma anche dai nazisti ucraini.
anche se non si sente, nel film c'è freddo, e per Sushenya la soluzione della sua questione morale ha una strada d'uscita obbligata.
film poco adatto agli spettatori di corsa, ma agli altri non dispiacerà - Ismaele






Lento e solenne come nella migliore tradizione dei film russi, il film si pregia di una apprezzabile ricostruzione d’epoca, fatta di particolari anche minuziosi che rimangono impressi, fra cui è possibile citare la magnifica ricostruzione dell’abbigliamento povero dell'epoca, gli accessori umili ma indispensabili dei personaggi coinvolti (mi viene in mente il cucchiaio ritrovato nella tasca del vestito di uno dei protagonisti appena cade vittima di un agguato e viene avidamente spogliato di tutti i suoi averi, tranne di quel cucchiaio,  unico attrezzo a disposizione per affrontare i frugali pasti capitati ove la provvidenza si è curata di soccorrerlo; ma anche lo straccio che accuratamente vvolge i piedi dell'altro partigiano, per supplire la mancanza di calzettoni utili per affrontare il gelo).
Loznitsa utilizza in modo un po’ spericolato tre flash back che tuttavia si rivelano utili per consentirci di capire di più caratteristiche e punti di vista di ognuno dei tre personaggi coinvolti, dimostrando come sia soggettiva la considerazione del valore dei singoli individui, laddove uno dei due partigiani, pur rendendosi vigliaccamente responsabile di un eccidio di cittadini innocenti, viene unanimemente riconosciuto come un eroe della resistenza, mentre al contrario il protagonista Sushenya, nonostante l’eroica opposizione a far denunciare i responsabili dell'attentato al treno, viene superficialmente bollato come un codardo collaborazionista e condannato a morte dai suoi stessi compagni…

Anime nella nebbia è un’opera insolitamente struggente, scritta con impressionante precisione, eppure capace di turbare e commuovere. Potrebbe vincere la Palma d’oro, ma anche restare a bocca asciutta. Aspetti secondari. Quello che conta è la splendida conferma (o scoperta) di Sergei Loznitsa, la sua capacità di dare un senso e un valore ad ogni movimento di macchina, ad ogni inquadratura, ad ogni scelta estetica.

La rarefazione dell’azione, per certi versi obiettivamente eccessiva, punta a conferire un risalto esponenziale ad ogni gesto compiuto, così da renderlo il tratto di definizione di un’intera esistenza messa alla prova. Il continuo nascondersi o strisciare per sfuggire al nemico, o il trascinare a spalla un cadavere come una croce, o infine, appunto, essere trascinati da un compagno come dagli eventi e dalle apparenze, assurgono ad atti archetipici che inquadrano i personaggi in una trinità del conflitto umano: il codardo, il santo, l’emotivo, ognuno in definitiva trattato con uguale empatia e comprensione. Appesantito da vuoti e sequenze di raccordo non sempre efficaci, Il film di Loznitsa riesce indubitabilmente a configurarsi come una parabola efficace e dall’afflato universale.
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V TUNAME, «Dans la brume » en français dans le texte, porte diablement bien son titre. Sergei Loznitsa aborde majestueusement son sujet mais ses codes culturels ne sont pas les nôtres et les enjeux envisagés sont, de prime abord, troubles et distanciés. La mise en scène n’en est pas moins admirable et la photographie sublime…

…Loznitsa te agarra por la garganta y ya no te suelta. Comienza centrando su atención en Burov y Voitik, pero cuando Sushenya aparece, las tornas cambian. Las circunstancias lo hacen con ellos, y el foco se abre. La obra tiene clara su estructura. Un trayecto a través de un bosque, y a lo largo del mismo, distanciados de forma casi milimétrica, tres flashbacks que rememoran la situación de cada uno de los personajes poco antes de encontrarse unos con otros. Ahí radica parte de la clave. Descubrimos que el enemigo alemán no es el único mal existente. La guerra no crea bandos justificables, sólo gente que piensa en sí misma. El propio Sunshenya se da cuenta de eso casi al término de su viaje. Algunos luchan por sus ideales, y mueren jóvenes; otros dudan, prefieren mantenerse en espacio neutro; y los últimos sacrifican a otros para salvarse a sí mismos. Pero nadie está exento de culpa. La guerra destruye al ser humano. Es una verdad sencilla, pero lapidaria. El horror que el Coronel Kurtz susurraba guturalmente era eso. Y lo que tanto Loznitsa como Sushenya o sus camaradas vienen a dejar claro es que la guerra cambia a las personas. Aunque la vida en sí no lo haga, en el momento en el que alguien se vea obligado a sobrevivir, el corazón de cada uno dictará si es capaz de sacrificarse a sí mismo por otros, si es fiel a sus principios hasta el final o si prefiere salvaguardar su integridad a costa de inocentes. Sushenya no entiende qué es lo que provoca este cambio en la gente. Es incapaz de comprender porqué los que antes le apreciaban, ahora desconfían abiertamente. Él no ha cambiado, sigue siendo el mismo. Los demás, aparentemente también…
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Non è un film facile Anime nella nebbia ma riesce a far 'sentire' allo spettatore il crescere della spirale di un sospetto che ha attraversato sempre (anche se spesso accuratamente occultato) i movimenti resistenziali. Perché, messi nelle stesse condizioni, alcuni si salvano e altri soccombono? Quale sarà stata la loro attività di delazione e quanto sarà stata determinante per la loro sopravvivenza? Il regista riesce anche ad andare oltre questo assunto primario. Con il peregrinare nella foresta dei suoi protagonisti, alternato alla presentazione di flashback in cui operano collaborazionisti, offre un'ulteriore chiave di lettura ad un periodo storico in cui fa agire personaggi silenziosamente tormentati.

Non c’è scampo a quel cinico gusto del paradosso che, approfittando dell’imperversare dell’odio, si impadronisce della Storia, rendendo tutto confuso, incomprensibile, incontrollabile. Lontano dal fronte, la battaglia si combatte annaspando disperatamente nel vuoto, alla ricerca di una qualche ragione. Il deserto dei mille perché si estende fin oltre l’orizzonte, privo di trincee ma cosparso di labirinti senza uscita…

lunedì 22 maggio 2017

The tribe - Myroslav Slaboshpytskiy

film completamente muto, perché muti sono i protagonisti.
ambientato in un istituto tutto per loro si riproducono le stesse dinamica di qualsiasi gruppo di giovani, amicizie, odi, amori, guerre.
quello che ci (mi) destabilizza è che tutto quello che succede viene urlato nel linguaggio dei segni, le violenze urlate diventano silenziose, ma non per questo meno violente.
molti vogliono fuggire, la fila all'ambasciata italiana ce lo rende un film molto vicino.
un bel, terribile e violentissimo film, da non perdere - Ismaele




Il primo lungometraggio di Myroslav Slaboshpytskiy appartiene alla categoria dei film destinati a rimanere impressi nella memoria dello spettatore sia per quello che raccontano che per lo stile adottato. Il regista afferma: "È un mio vecchio sogno quello di rendere omaggio al cinema muto. Fare un film che possa essere compreso senza che venga detta una parola. Non pensavo però a un certo tipo di cinema europeo 'esistenzialista' in cui gli eroi stanno zitti per metà della durata del film. Anche perché gli attori non erano muti nei film muti. Comunicavano molto attivamente attraverso un'ampia gamma di azioni e di linguaggio corporeo". Da qui nasce l'esigenza di una 'reale' impossibilità di comunicare con le parole su cui si innesta la decisione di non proporre sottotitoli neppure per tradurre l'alfabeto muto che viene utilizzato dai protagonisti…

…Dopo anni di cinema che ha raccontato l’handicap sfruttandolo cinicamente per imbastire vicende strappalacrime tutte incentrate sul patetismo e sulla retorica della denuncia dell’emarginazione, The Tribe capovolge in maniera radicale la prospettiva sforzandosi di raccontare un certo tipo di handicap come normalità affetta dallo stesso malessere socioculturale responsabile del marciume di quanti non hanno alcun tipo di handicap e rappresentano la normale società civile. E fin qui non ci sarebbe nulla di rivoluzionario, se non fosse che Slaboshpytskiy sceglie di affrontare questo ribaltamento di prospettive con un approccio linguistico che non ha precedenti al cinema.
Come annuncia minacciosa una scritta su sfondo nero prima che tutto abbia inizio, il film è recitato «nel linguaggio dei segni dei sordomuti» e che di proposito «non vi sono traduzione, né sottotitoli né voice over». Per 130 minuti lo spettatore viene coinvolto in un’avventura della percezione nella quale le coordinate del tradizionale sentire con la mente sono stravolte: mentre i personaggi del film comunicano tra di loro con il linguaggio dei segni nell’invalicabile mutismo che li contraddistingue e sullo schermo si sentono (di rado) soltanto rumori d’ambiente che fanno da labile cornice sonora al tutto, chi guarda quanto accade sullo schermo subisce la stessa emarginazione cui sono sottoposti i sordomuti nei contesti di tradizionale comunicazione verbale…

Anche lo stile adottato dal regista si adegua a questo micromondo costituito dall’istituto e dal sistema criminale messo in piedi dai ragazzi: ogni scena, che inizia quasi sempre con una carrellata laterale, è risolta mediante un piano-sequenza con macchina da presa fissa posta a debita distanza dal fulcro dell’azione, lasciando così liberi i personaggi di muoversi e (inter)agire liberamente senza vincoli e senza cadere nel voyeurismo. La ricerca di questo realismo diventa assoluto riprendendo scene di sesso, spesso consumato sul pavimento, in tutta la loro cruda realtà, ma raggiungendo il culmine (e lo shock) nella scena dell’aborto, quasi insopportabile nella sua crudezza senza peraltro mostrare alcun dettaglio scabroso, oppure la scena finale, di una violenza così disperata e al contempo così trattenuta da risultare ancora più shockante di quanto non sia; perché come noi non possiamo sentire le parole (perché di parole non ce ne sono), così non possiamo vedere tutto. Ed è lo stile (fermo, secco, preciso) a raggelare la violenza (urlata, concitata, assoluta)…

"The Tribe" è anche e soprattutto la storia di un amore impossibile e di una crudele iniziazione alle vita. Al centro del film, infatti, spiccano sempre Sergey e la sua gang: giovanissimi ragazzi di vita che tiranneggiano i compagni, collezionano espedienti, giocano di notte in una città che sembra abbandonata o sopravvissuta a un'apocalisse nucleare. Sono bambini sperduti, ma per loro non esiste un'Isola che non c'è o un Paese delle Meraviglie. Esiste al contrario un'Ucraina di degrado, di sporcizia e bassezza (anche morale) che non concede speranze né occasioni di riscatto. A questi emarginati dal destino segnato, lasciati soli o accuditi da adulti aguzzini, non resta che crescere in balia delle proprie pulsioni più bestiali: rubano, picchiano, sfruttano, stuprano, uccidono…

Sublime tragédie contemporaine, THE TRIBE est une immersion sensasionnelle au coeur d’un institut pour sourds et muets – un microcosme permettant une radiographie de la société ukrainienne contemporaine, et au-delà. Avec des signes pour tout dialogue, le film est a plus d’un titre proprement hypnotique. Myroslav Slaboshpytskiy prodigue une oeuvre boulversante, tout à la fois grandiose et effroyable…

The Tribe es subversiva y exigente. Rabiosamente y felizmente, apostillo. Como cine de la diferencia acota su foco entomológico en una comunidad cerrada de adolescentes sordomudos. Una residencia estudiantil. De ese microcosmos situado en los márgenes cierra más el objetivo porque se centra en un grupúsculo con prácticas delictivas. El imperativo del film: no utilizar el lenguaje ni ningún soporte que le acompañe. El espectador debe entrar como si fuera uno de ellos. Una introducción con requisitos, algo inusual y a lo que no estamos acostumbrados. Eso genera un automático proceso de empatía con los personajes como el que busca la formación de los lazarillos, a los que se les incorporan prácticas en las que se carezca de la visión para que el futuro ayudante pueda comprender mejor a aquel invidente que tendrá que asistir. Eso, a priori, sitúa el film en el umbral de dramas sociales que buscan la concienciación, mediante la visibilización de grupos invisibles para el cine mayoritario. Pero, lo sabemos, este tipo de películas están muy viciadas. Desembocan en actitudes paternalistas y lo que es un acto de denuncia acaba resultando un ejercicio lastimero y deplorable de pornografía sentimental. The Tribe le da una patada en el culo a todas ellas, porque lo suyo no es un retrato complaciente o idealizado. Justamente su prisma revuelve lo políticamente correcto cuando detiene su mirada en protocriminales masculinos desalmados que extorsionan, roban y ejercen de proxenetas. Las protagonistas femeninas se prostituyen sin ningún conflicto moral. De hecho, el conflicto estalla cuando el protagonista trata de romper esa situación de explotación y se encuentra con el rechazo frontal tanto de los que abusan como de las abusadas. Para arreglar las cosas el protagonista no lo hace como un gesto de buena acción. Sencillamente, se ha enamorado compulsivamente de una de ellas. Y lo que le gobierna es un desmesurado y patológico sentimiento de posesión que tendrá consecuencias fatales…

…Ammetto però che costui abbia dei raptus registici tali da riuscire imprevedibilmente a stupirmi,  come quando inscena l’aborto clandestino, agghiacciante ancestrale, o l’ecatombe finale, che evoca la violenza estrema del Petroliere, i monoliti e la tribù dei primati in 2001 Odissea dello Spazio. Momenti in cui il senso non è troppo, è solo uno, l’orrore, e nella caverna restiamo solo in due, io che guardo e lui che parla la mia stessa lingua, sciolta da ogni contrizione sociopolitica.

martedì 12 giugno 2012

Schastye moe (My Joy) - Sergei Loznitsa

un film con episodi che si incrociano, che riesce ad inquietare, non tutto è facile, bisogna riannodare i fili ogni tanto e alla fine.
una parte bellissima ricorda "Prologue", di Bela Tarr
Sergei Loznitsa, è uno bravo, questo è sicuro, e qui lo dimostra - Ismaele




E' nel saper condurre con estrema cautela e altrettanto stile il successivo "ricircolo" il merito maggiore di Loznitsa, che inquadra nella ciclicità degli eventi e nella definizione burocatrica dell'uomo (tutto, alla fine, prende il via e si riduce alla richiesta di esibire un documento...) la gabbia da cui è impossibile fuggire. La chiave si nasconde dietro un nichilismo disperato, come suggerisce l'agghiacciante finale: ma arrivati a tanto, quello che rimane davanti è solamente una strada - pardon, una direzione - inghiottita dalle tenebre…

nell’incomprensibile e inevitabile avvento del male e dell’imprevedibilità incarnate, dapprima nell’assurdo e spietato omicidio di un insegnante da parte di due soldati di ritorno dalla seconda guerra mondiale, che lo eliminano dopo aver accolto l’ospitalità dell’uomo e di suo figlio, e anni dopo ritrovando il nostro Georgy muto, barbuto e sperduto dentro la stessa casa, come un alieno che assorbe la violenza e lo scorrere senza senso di tutto, non riuscendo apparentemente a reagire. Fino a riportarlo alle medesime dinamiche di quel controllo iniziale, dove all’inauditezza e ingiustizia della violenza e della forza di chi si intromette e rovina tutto inevitabilmente (caso, autorità, vita come la si vuole definire), Georgy stesso pone fine, diventando per la prima volta carnefice…

…The journey is full of detours, some of which take in scenes from the past, from 60 years or so ago, in the time of World War Two. In beautiful, lyrical mise-en-scene, the director shows scenes of brutality, rudeness, corruption and violence; this is a poetical portrayal of ugliness... Whether it is intended as a depiction of the brutality of conditions in contemporary Russia, or whether it is intended more as a general portrait of the human condition is not entirely clear to me, but, whatever it is, this is strong, haunting film-making, skillfully depicting a disjointed world of violence and degradation.

Di questo film restano negli occhi la scena iniziale, la più potente e già segno di un filmare che si chiude in se stesso, non comunicante con quel che accadrà poi, in cui nel fango mostrato a tutto schermo viene gettato il corpo di un uomo, quindi ricoperto di terra da una ruspa; e il vagare, sempre molto preciso (perché Schastye moe è un lavoro professionalmente ricercato), e in piano sequenza, della macchina da presa tra i volti della folla del villaggio dove il camionista approda accompagnato da una prostituta adolescente incontrata lungo una strada bloccata da un incidente. Istanti di un film altrimenti inscritto in un cul-de-sac che però non produce derive ma solo loro sbiadite e pretestuose rappresentazioni.

…In all cases, the point seems to be the same: there's a whole fascinating world out there, and no one perspective can take it all in. Loznitsa seems hellbent on doing everything he can to give us a flavor of everything out there, which is at once My Joy's great achievement and its most frustrating problem: there's just too much in it, assembled with gusto but little discrimination, and as much as every single moment in the film achieves near-transcendence, there's very little flow from one moment to the next: certainly none in the narrative, and very little in terms of mood or intellectual feeling. It is not intuitively solid; maybe it isn't supposed to be…