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domenica 17 settembre 2023

Wild river (Fango sulle stelle) - Elia Kazan

Pessimo titolo italiano, per un film che affronta la lotta per il progresso, ma non tutto è così semplice.

Le dighe sul fiume Tennessee eviteranno alluvioni, ma a costo di espropriare le terre che saranno sommerse.

Una vecchietta non cede la sua isola, (ex) schiavi inclusi.

E' una partita a scacchi, nella quale non tutto è bianco e nero, il funzionario che arriva dal nord deve risolvere un problema, in quello Stato dove ancora la segregazione e il razzismo sono la regola.

E l'amore ci mette lo zampino, in una storia di ordine pubblico, dove bisogna raggiungere i risultati, lo sgombero e l'esproprio, senza la forza pubblica.

E Montgomery Clift ci riesce.

Il progresso, il razzismo, le disuguaglianze si scontrano, una lotta tutta da vedere.

C'è l'insopportabile retorica del progresso, a qualsiasi costo, che asfalta tutto il resto.

A parte questo, un gran bel film, Lee Remick e Montgomery Clift sono proprio un bel vedere, e tutti sono bravi, Elia Kazan sa come si fa il cinema.

buona (non razzista) visione - Ismaele


ps: il vedovo di Carol si chiama James Baldwin, sarà un omaggio allo scrittore?

 

 

 

QUI il film completo, in italiano

 

 

Per consentire la costruzione di una diga nel Tennessee che metterebbe fine alle periodiche inondazioni che colpiscono la zona, un ingegnere di città cerca di convincere una vecchia signora a vendere la sua terra, destinata ad essere sommersa... Melodramma sudista intriso di passioni che si impernia sul contrasto tra la spinta del progresso e l'attaccamento alle proprie radici sostenuto da un individualismo di stampo pioneristico. Kazan mostra come entrambe le parti abbiano le proprie ragioni e questa complessità rende il film contradditorio ma anche interessante. Grande cast.

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Quando i sentimenti, la libertà (in un paese libero), la vita stessa vengono sepolti da inappellabili scelte "in nome del progresso". Grande sceneggiatura - tratta da due romanzi - e grande direzione di Kazan, Wild River riesce a coinvolgere per i diversi temi trattati, sentimenti, interessi piccoli e superiori, discriminazioni razziali e la bellezza selvaggia di una natura che l'uomo tenta di dominare. Un notevole cast dove spiccano figure femminili determinate più che mai, con le ottime interpretazioni della Van Fleet e della Remick.

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L'azione non è la particolarità di Kazan, ma quello che più gli interessa è affrontare i temi sociali e morali attraverso i suoi personaggi, e qui ce ne sono importanti, come il New Deal ed il razzismo nel sud. Lo scavo psicologico dei personaggi è quello che incide meglio nella storia, la stessa fotografia, abbastanza insolita, di una provincia realisticamente ritratta è assoltutamente di primo piano.La storia d'amore non annacqua il tutto, anzi lo sottolinea in maniera determinata. I problemi vissuti dal di dentro riescono ad acchiapparci la mente senza ricorrere a mezzucci del caso.

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Elia Kazan è stato tra i più controversi autori hollywoodiani:sul giudizio circa la sua figura pesa fortemente il comportamento moralmente condannabile che lo vide commettere un'abiura coinvolgente personalità dello spettacolo che si videro rovinare carriere ed esistenze anche grazie alle sue delazioni.Dal punto di vista artistico,negare la sua importanza sarebbe assurdo:è stato, come è risaputo, uno dei più grandi direttori di attori, e comunque un cineasta spesso capace di saper raccontare storie intense, come questa di "Fango sulle stelle". Una pellicola profondamente americana,che mette in scena molte conflittualità:dal conservatorismo ottuso degli abitanti sul fiume Tennessee che rifiutano di trasferirsi per far posto ad una diga che porti migliorie nell'ambiente e che risparmi vite strappate via dal fiume,alle tensioni razziali, e dall'uomo di Stato che si ritrova coinvolto anche nei sentimenti e nella difficile missione di convincere i più recalcitranti tra gli autoctoni. Se può sembrare un film in cui l'azione latita, drammaturgicamente non cerca il facile effetto del melodramma,ma porta le proprie argomentazioni in fondo con un senso della Storia e del raccontare un aspetto se si vuole marginale ma essenziale della crescita di una nazione.Notevoli sia Monty Clift che Lee Remick, tra i maggiori talenti del cinema americano dell'epoca.

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mercoledì 1 giugno 2022

Gli spostati – John Huston

Marilyn Monroe, Clark Gable e Montgomery Clift insieme, in un capolavoro d'altri tempi, che dura anche oggi, in un film ricco di temi, emozioni, amicizia, sfumature, sguardi, umanità, amore, libertà, vita.

tutti e tre quegli attori sono a fine carriera, ma riescono a essere fresci e profondi come se dovessero esistere per l'eternità.

e poi ci sono i cavalli, che danno un senso e una soluzione a tutte le tensioni che si sono accumulate, fino all'esplosione.

the times they are a-changin’, cantava Bob Dylan.

un film indimenticabile, non privatevene, se ancora non lo conoscete.

buona indimenticabile visione.



 

QUI si può trovare il film, in italiano

 

  

Una lacerante meditazione sul male di vivere in una società alienante. Momenti di grandissimo pathos, un atmosfera desolata e desolante, un senso di solitudine e morte che non abbandona mai i protagonisti nè lo spettatore per tutta la durata del film. Tra le vette del cinema americano moderno, diretto da Huston con grande lucidità. Testamento cinematografico di tre icone filmiche qui in stato di grazia, con una Marilyn mai così dolorosa ed emozionante. Sottovalutato all'epoca, forse perchè troppo in anticipo sui tempi. Buona parte del maledettismo degli anni '60 viene proprio da qui.

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Bellissimo film sul disagio esistenziale e sul senso di inedaguatezza che, di lì a qualche anno, diventeranno il motore della rivoluzione culturale che interesserà l'America prima e il resto del mondo poi. Emblematica in questo senso la scelta di "colpire" la provincia americana del sud e quelle figure (il cowboy e la bella bionda) che rappresentavano gli ultimi baluardi di quel sistema di valori ormai agonizzante. Dipingere la crisi di questi simboli vuol dire comprendere la radicalità del cambiamento imminente.
Con un grande cast, ben scelto, per una galleria di personaggi straordinaria.
Un film autentico da cui emerge la poesia di cui è intriso e che non si perde in vuoti esercizi di retorica. La sequenza della cattura dei cavalli è da consegnare alla storia del cinema.
Sicuramente troppo avanti per essere capito e apprezzato nel 1961.

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Film maledetto passato alla storia del cinema non solo per la sua malinconica bellezza ma perché mostra le ultime interpretazioni di Clark Gable (che morì il giorno dopo la fine delle riprese) e di Marilyn Monroe. La pellicola mette in scena le storie disperate di quattro loser; Guido, un uomo solo che deve ancora elaborare il lutto per la scomparsa della moglie morta di parto; Gay, un cowboy vecchio stampo, rozzo e primitivo, abbandonato dalla moglie che l’ha tradito per un uomo più giovane di lui; Perce, una persona fragile ed instabile che, dopo la morte del padre si è visto sfilare dal patrigno la sua  fattoria sotto il naso ed, infine Roslyn che, dopo aver divorziato, ad Isabella, confessa: “Il guaio è che mi ritrovo sempre dove ho cominciato. Non ho mai avuto nessuno per molto. Puoi dire di avere qualcuno se sparisce continuamente? Anche mia madre non c’era mai; se ne andava per tre mesi con un paziente. Sono lunghi per una bambina. Sento la mancanza di mia madre. E’ la cosa più stupida.”  Ma a ben vedere (forse) i veri protagonisti della pellicola sono i maestosi spazi del Nevada ed i cavalli selvatici, simbolo di libertà. Marilyn è un incanto ma quando Gay resta solo con lei, non potrà fare a meno di sussurrarle:“Come mai sei così triste? Sei la donna più triste che abbia mai conosciuto.”. Da sceneggiatura scritta dal commediografo Arthur Miller, allora marito di Marilyn Monroe.

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Complice la magnetica aura dei propri volti scenici e quel sapore da ultima volta per Gable e Monroe – nonché di penultima per Clift – la narrazione de Gli spostati trova un sovra-arricchimento di senso e valoriale proprio nel cammino di vita dei suoi interpreti. In quel Gable raffinato ma malconcio, segnato da una vita d’eccessi, la cui caratterizzazione da cowboy-mancato/lestofante/gentiluomo di Gay gli si tatua sulla pelle sin dal primo momento; a Clift il cui Perce sperduto e senza meta sembra vivere di simbiosi con la sua esistenza caotica e in frantumi; sino alla Monroe, la cui cacofonia Marilyn/Roslyn vive del tossico peso del suo ex-marito-autore in un simbolismo malamente celato, disegnato più nei contorni di un’impropria mimesi, alla figura della diva-e-donna paragonata al cavallo selvaggio impossibile da imbrigliare al centro del terzo atto del racconto.

Uomini rotti quelli de Gli spostati. Sperduti, senza una specifica bussola vitale, in un presente in continuo e totale mutamento di costumi e di valori. Un’evoluzione, da principio, a cui gli agenti scenici di Huston si oppongono rompendo gli schemi delle proprie dimensioni relazionali e del presente – tra istanze di divorzio, matrimoni falliti e sbronze malinconiche al tramonto – per gettarsi nel passato. In un giocare a fare i cowboy che cova al suo interno un nostalgico e irreprensibile malessere di vivere. Cercando così, in un mondo che non li appartiene, perché, fuori tempoun posto che non li può accogliere, perché non esiste più

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giovedì 15 aprile 2021

“IO NON VOGLIO ESSERE UN SIMBOLO, LA TESTIMONIANZA DI QUALCOSA” - Barbara Costa

 

PER I 100 ANNI DI MONTGOMERY CLIFT, L’ATTORE INAFFERRABILE CHE DISINTEGRÒ SE STESSO

Metà della sua faccia, come se fosse stata strappata via, la sua faccia non c’era più, al suo posto una poltiglia, di ossa e sangue: è questo quello che vede Kevin McCarthy che è il primo ad accorrere, lui con la sua macchina era davanti, lui l’impatto lo ha sentito, ha svoltato, è arrivato, e nel buio coi fari illuminato quelle lamiere, quell’automobile piegata, e là dentro c’è Montgomery Clift. Terrificato, pietrificato, McCarthy nemmeno grida, risale in auto e corre dove erano appena andati via, a casa di Elizabeth Taylor, entra e chissà come glielo avrà detto, che parole avrà usato, avrà urlato, o gliel’avranno letto nella sua smorfia di orrore che era successo qualcosa, di grave, e Rock Hudson, e Elizabeth Taylor scappano, come pazzi, si precipitano, e la testa di Montgomery Clift è incastrata sotto il volante, Rock Hudson la tira fuori, lo tira fuori, e Clift è vivo, la Taylor lo prende, lo sente respirare, rantolare, e in quella polpa di carne Liz senza starci a pensare infila le dita dentro quella che pare una bocca, e tira fuori i denti che nello schianto a Clift s’erano staccati, e incastrati in gola.

*

Liz gli salva la vita, ma che vita? Quella che ho appena descritto non è la scena di un film, è successo, sul serio, la notte del 12 maggio 1956, e Montgomery Clift insieme a McCarthy, Hudson, era a cena da Elizabeth Taylor. Clift si mette alla guida, forse è ubriaco, e con la sua Chevrolet si schianta contro un palo. I medici lo salvano, gli ricostruiscono il viso, in modo quasi perfetto, e dopo mesi Clift torna sul set de L’albero della vita, il film che stava girando con Elizabeth Taylor, e gli spettatori dallo schermo, nei cinema, non si accorgono, del viso diverso di Clift. Non se ne accorgono perché erano 5 anni che Montgomery Clift non girava un film, eppure, chi Clift se l’è vissuto, sa che dopo quel botto lui era invecchiato. Dentro. Crudelmente. I biografi, i giornalisti, del tempo, di oggi, parlano del più lento suicidio della storia di Hollywood, ma Clift disintegrò se stesso non nell’incidente ma in tutto l’alcool che beveva. Montgomery Clift – nato esattamente 100 anni fa, a Omaha, Nebraska, concittadino di Marlon Brando, di Fred Astaire – era sì un alcolista ma un attore di quelli che non usano più, non ne trovi più, uno che a descriverne intensità, bravura, i termini giusti li devono ancora coniare. Chissà che demoni si portava dentro, Monty Clift, che dalla sorte aveva avuto tutto, non solo un viso e una bellezza fisica disarmanti, ma pure la ricchezza, lui rampollo di famiglia facoltosa, che gli fa frequentare ottime scuole, e fin da piccolo lo porta in Europa, per fargli parlare francese, e tedesco, e conoscere la storia dell’arte non sui libri. Sembra incredibile ma a 15 anni Montgomery Clift è già a Broadway, e le sue prime prove attoriali lo vedono splendere sulle pagine di Noël Coward. Un talento innato, e una intelligenza e un acume che gli fanno subito annusare il nuovo metodo dell’Actor’s Studio, sommati a un istinto a starsene lontano da Hollywood e dalle sue infide lusinghe. Con la forza delle sue decisioni, Clift era all’avanguardia in libertà artistica, dacché non ha mai voluto un agente né contrattualmente legarsi a uno studios, come si usava al tempo: lui firmava un contratto per ogni film, e registi e produttori facevano a gara per averlo, almeno finché l’alcool non gli ha via via tolto lucidità e averci professionalmente a che fare era supplizio, e inconcludenza (sui set, ubriaco fradicio, Clift non ricordava le battute, ed era intrattabile, e collerico).

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Molti sostengono che Montgomery Clift era tormentato dalla sua omosessualità inconfessata e inconfessabile, negli anni ’70 sono uscite due biografie, una a firma di Robert LaGuardia, l’altra di Patricia Bosworth, che lo ribadiscono dalla prima all’ultima riga, e però, due anni fa, ci ha pensato suo nipote Robert a dare a zio Montgomery una chiave diversa, a tracciare un solco tra quello che gli altri pensavano di Clift e quello che Clift era davvero. In Making Montgomery Clift, si scopre e si delinea un Clift felice di viversi liberamente e privatamente e non promiscuamente la sua omosessualità, seppur braccato da un gossip cattivo e perpetuo che lo colpiva nella mancanza di legami etero ufficiali (al contrario di altri suoi colleghi omosessuali, Clift rifiutò bianchi matrimoni di copertura, e uno addirittura con una più che disponibile e innamorata persa Olivia de Havilland, sua partner ne L’ereditiera). Possiamo dar credito a Making Montgomery Clift poiché è basato su registrazioni familiari originali, e in una addirittura si sente la voce della mamma di Clift, che parla con totale normalità dell’omosessualità del figlio, a lei evidente fin dalla pubertà? O forse ha ragione chi racconta di un Clift non omo bensì bisex, e amante di donne più grandi di lui, e tra queste cougar spicca la di 16 anni di lui più ‘anziana’ Libby Holman, attrice, e ricca vedova di un marito dicono da lei ammazzato? Ed è vero che Clift ha rifiutato il ruolo poi andato a William Holden in Viale del Tramonto, appunto per non alimentare pettegolezzi?

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Arrendiamoci: la verità su Montgomery Clift non la sa nessuno, e egli stesso parlava di sé precisando chi lui non fosse: “Io non sono un membro della Beat Generation, non sono un arrabbiato, non sono un ribelle. Io non voglio essere un simbolo, la testimonianza di qualcosa”. Montgomery Clift affascina per la sua intoccabile libertà, e il suo rifiuto di ogni celebrità: Monty andava a Hollywood solo per fare film – e che film! – film recitati a intervalli di anni, intervalli voluti da Monty, riempiti da impegni quali andare a vivere in un kibbuz israeliano. Monty era ricco ma per scelta viveva a New York in un bilocale modesto, in affitto, dove si chiudeva giorni interi a leggere romanzi russi, il New Yorker, libri di storia, e di economia, ma pure Aristotele. Materie su cui poteva conversare con menti del calibro di Tennessee Williams, la stessa Liz Taylor, che stupida non era (e che gli fu sempre amica fedele sfidando produttori e registi che Clift non lo volevano più ingaggiare a causa del suo alcolismo, e si narra di una Taylor capace di sputare in faccia al regista Joseph Mankiewicz, sul set de Improvvisamente l’estate scorsa, reo di aver detto non so cosa contro Monty) non certo la prima sciacquetta, o sciacquetto, gli ronzasse intorno.

*Il virgolettato è tratto da: Anne Helen Petersen, Scandals of Classic Hollywood: The Long Suicide of Montgomery Clift, in Vanityfair.com, 23/09/2014; in copertina: Montgomery Clift con Liz Taylor

http://www.pangea.news/montgomery-clift-ritratto/