per una stregoneria Pirita viene trasformata in una renna bianca.
in quella comunità lappone, costantemente immersa nella neve, popolo di allevatori di renne, il loro sostentamento.
Pirita (interpretata da Mirjami Kuosmanen) è eccezionale, e il film è un grande film corale, con pochi paragoni.
un film da non perdere, promesso.
buona (renna) visione - Ismaele
ps: un altro straordinario e imperdibile film nella neve è Atanarjuat.
QUI il film
completo con sottotitoli in inglese
70
anni prima che Ari Aster, col suo straordinario “Midsommar – Il villaggio dei dannati” (2019), ci facesse apprezzare la più limpida luce diurna
come perfetto paesaggio dell’orrore, la Lapponia di Erik Blomberg proponeva un classico senza tempo, dalla
narrazione delirante, che eccede tutti gli obblighi del cinema occidentale: “Il
bianco pastore di renne” (1952), traduzione errata di “Valkoinen peura”, “la renna bianca”…
…Uno degli elementi che più colpiscono lo spettatore
è il colore dominante della scena. Le bianchissime distese della Lapponia sono
infatti teatro, sempre luminoso, di atrocità inaudite, che raccolgono gli
spunti centrali del folklore sui vampiri e sui lupi mannari senza ammantarle
nel buio delle notti gotiche. La fotografia è limpida, splendida nei suoi
contrasti talvolta invertiti, nelle sue inquadrature fatte di palchi e ossa
disseminati nella neve, di mandrie di renne che fluiscono come sangue su una
tela e di falò che sparpagliano galassie di scintille nel cielo della notte.
Il personaggio femminile di Pirita, con costanti primi piani sul volto della Kuosmanen che anticipano di una decina d’anni le magnetiche inquadrature baviane del viso della Steele, risulta sempre esposto nelle sue manifestazioni angeliche e ferine. In questo senso, il trattamento è analogo a quello che Jacques Tourneur aveva riservato, nel 1942, a Simone Simon ne “Il bacio della pantera”, capolavoro (e capostipite) di quel modo antispettacolare di fare horror che ne consacrò il produttore Val Lewton a paladino del fuori scena. Ma, laddove Tourneur pone l’ombra, simbolo dell’ambiguità tra realtà e pazzia, Blomberg riempie l’immagine col candore abbacinante della mitologia. Non c’è spazio per il dubbio: la magia esiste, ed è la fibra della nostra esistenza.
…Il bianco pastore di renne, girato in un potente bianco e nero, colpisce non tanto
per il soggetto, tutto sommato piuttosto semplice (la sceneggiatura è dello
stesso Erik Blomberg e della
protagonista Mirjami Kuosmanen, che di
Blomberg è stata la moglie). Rendono il film particolarmente interessante il
contrasto fra gli immacolati paesaggi nordici e l’oscuro dramma che lì vi si
compie. L’apparente quiete del Grande Nord, sottolineata efficacemente dalle
riprese in campo lungo o lunghissimo, in cui la vita è scandita dal ritmo delle
stagioni, viene rotta dallo scatenarsi della furia della creatura vampiro,
mezza donna e mezzo animale.
L’uso sapiente della fotografia
(diretta dallo stesso regista), nei momenti di massima tensione gioca sui
contrasti del bianco e nero – con giochi di ombre che possono rimandare, in
alcune scene, all’espressionismo tedesco – accentuando il climax della vicenda.
La Kuosmanen, inoltre, fornisce una prova di notevole
bravura, offrendo il suo bel volto alla macchina da presa che, con intensi
primi piani, ne coglie tutta la dolente intensità nei momenti di passaggio da
donna profondamente innamorata del proprio uomo alla condizione di belva
assetata di sangue.
Il film dura poco più di un’ora, ma
si tratta di sessanta minuti di grande cinema che ci permettono di scoprire – o
riscoprire – un regista dimenticato, qui alla sua opera prima.
…Essendo un prodotto girato all’inizio degli anni
cinquanta, “Il Bianco Pastore Di Renne” risente non poco del tempo trascorso:
non a caso si tratta di un film invecchiato male, dove la colonna sonora
orchestrale (curata da Einar Englund) si rivela fin troppo invasiva rispetto al
necessario. Per giunta la pellicola si dimostra relativamente lucida quando si
tratta di penetrare nel contesto antropologico del popolo Sámi (qui viene
sempre utilizzata la lingua finlandese, a discapito proprio dell’idioma
autoctono, una scelta comprensibile ma poco plausibile). Eppure “Il Bianco
Pastore Di Renne” ha tante frecce al suo arco, a cominciare da una storia di
indubbio fascino che affonda le sue radici nella mitologia pre-cristiana e
nelle pratiche sciamaniche dei Sámi. Un prototipo di chiara matrice
folk-horror, nel quale la figura del vampiro prende doverosamente le distanze
dal precedente modello espressionista. Dopotutto quella del regista Erik
Blomberg è un’immersione nel bianco della neve, una luce accecante dove uomini,
animali, slitte e cumuli di ossa compongono un paesaggio spoglio ma altamente
suggestivo.
Ormai siamo prossimi al settantennale di
“Valkoinen Peura”, un film importante che non può mancare nella collezione di
ogni appassionato di folk-horror o di chiunque voglia rivolgere uno sguardo
alle usanze dei Sámi, il cui animismo ha avuto una certa influenza su tutto
l’immaginario nordico (già Hans Christian Andersen, nella sua celebre fiaba “La
Regina Delle Nevi”, aveva percepito la componente magico-misteriosa di queste
popolazioni). Un’esperienza unica, al di là del misero budget e dei tanti anni
sul groppone.
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