tratto da un romanzo di Graham Greene (pubblicato un paio d'anni prima di Jules e Jim) , è una storia d'amore con tre bravi attori, Julianne Moore, Stephen Rea e Ralph Finnies, durante la seconda guerra mondiale, a Londra, quando le bombe tedesche non erano uno scherzo (mica come i droni russi in Europa, che sono ucraini, quasi sempre).
i tre, che sono amici, vivono una situazione ambigua, loro due amici, ma entrambi legati a Sarah, il marito e l'amante.
Neil Jordan è bravo, come sempre, a filmare una storia complicata.
buona (tormentata) visione - Ismaele
…Londra, 1939. L’attraente scrittore Maurice
Bendrix (Ralph Fiennes) conosce casualmente Sarah Miles (Julianne Moore), donna affascinante sposata al
monotono ministro degli affari interni Henry Miles (Stephen Rea), oggetto d’indagine da parte di
Bendrix per il nuovo romanzo. Maurice e Sarah intraprendono presto una
coinvolgente relazione adulterina: l’amore si alterna alle bombe della guerra;
le menzogne passano inosservate al marito, consapevole di vivere un rapporto
coniugale convenzionale e trascinato stancamente da anni. Maurice e Sarah si
separano definitivamente nel 1944, in apparenza per ragioni inspiegabili.
Quando Maurice incontra Henry dopo due anni, rientra nella vita della coppia e
si affida a un detective (Ian Hart) per
scoprire “il segreto” di Sarah…
…Ancora una volta l’interpretazione di Julianne Moore è strepitosa, anch’essa
nominata agli Oscar, e Ralph Fiennes non
le è da meno, perfetta incarnazione di un uomo combattuto tra l’amore e i sensi
di colpa. Al loro fianco bravo anche uno degli attori fissi del cast dei film
del regista irlandese, il quasi immancabile Stephen Rea, nei panni del marito consapevole e
taciturno. Film, come d’altronde il romanzo, intenso e commovente,
drammatico e sofferto, ottimamente interpretato.
…E' un film che cerca di tagliare col bisturi questioni
profonde e delicate, e ci riesce discretamente. L'intera trama oscilla
continuamente tra fede e rifiuto di Dio, tra perdizione e salvezza, tra
desiderio di abbandonare il peccato e incapacità di farlo. Anche il personaggio
del prete che non riesce a vivere in castità ricorda questa aporia. Lo stesso
Greene aveva vissuto una relazione extraconiugale, e probabilmente cercò di
rappresentare in questo romanzo i conflitti interiori che lo crucciavano. In generale, Neil Jordan gira un buon film
sentimentale e introspettivo, che per stile ricorda vagamente il noir. Non
tutto è perfetto (come i non sempre chiarissimi salti temporali), ma in
complesso il regista direi che ha superato la prova, rivelandosi abbastanza
attento e delicato per inscenare situazioni e questioni complesse. Ho trovato
bravi i due protagonisti, specialmente Ralph Fiennes, il quale ha certe
espressioni che esprimono l'inesprimibile a parole. Da guardare col cuore e con
la testa.
Rich Peppiatt gira un film sui Kneecap (Giovanni Ansaldo ne parla qui, per chi non li conosce ancora) che non perde un colpo.
due ragazzi un po' sbandati, a Belfast, incontrano un professore che li spinge a fare musica rap in gaelico, la lingua irlandese, e non in inglese, la lingua degli oppressori.
i tre creano un gruppo, i Kneecap, i loro testi e la loro musica diventano un simbolo per gli irlandesi non anglodipendenti, orgogliosi di un gruppo politico, come il loro pubblico.
tutti gli attori, come i tre Kneecap, sono davvero bravi (una piccola parte anche per Michael Fassbender), merito anche del bravo regista.
se vi piacerà la metà di quanto è piaciuto a me, vi piacerà molto,
buona (gaelic rap) visione - Ismaele
…Gli Kneecap non sono nati da una
semplice passione, bensì dalla rabbia e da un riscatto sociale alimentato dal
sangue, dalla droga e dalla disperazione di una vera e propria terra di
nessuno. Laddove non si muovono più cowboy solitari, ma criminali di varia
natura, politicanti e forze d’ordine affamate di potere, eroi locali mai
dimenticati e inevitabilmente artisti. Spetta proprio a loro alimentare un moto
di liberazione (salvandosi a loro volta), per quanto scorretti, discutibili,
immorali e matti da legare. Memorabile!
…La forza del film è proprio questa: sembrare caotico e
sgangherato, mentre in realtà orchestra con precisione una riflessione politica
e culturale. “Un paese senza lingua è solo mezzo paese”, afferma uno dei
personaggi: è la frase che riassume l’anima dell’opera. Il gaelico, lingua
minoritaria riconosciuta ufficialmente solo nel 2022, diventa qui simbolo di
resistenza, testimonianza di una comunità che non si arrende. Kneecap è un’esplosione di energia e di
contraddizioni: sboccato e intelligente, divertente e politico, assurdo e
necessario. È cinema che, proprio come un beat martellante, non concede tregua:
denuncia, ride, balla, provoca, e infine commuove con la sua ostinata
sincerità. È l’urlo di una generazione che non vuole essere definita da
conflitti ereditati, ma nemmeno vuole dimenticarli: una dichiarazione di
appartenenza che trasforma il caos in ritmo, la rabbia in musica, la lingua in
futuro.
Il regista Rich Peppiatt ci dice diritto in faccia che film andremo a
vedere.
Non è una classica storia irlandese fatta di IRA, attentati, morti e
martiri torturati in carcere.
La Belfast raccontata in questo film è decisamente più incazzata,
lasciata a sé stessa, gli irlandesi combattono contro gli inglesi più che altro
per questioni linguistiche e i ragazzi vivono alla giornata strafatti di ogni
tipo di droghe in circolazione più o meno come gli scozzesi di Trainspotting.
In questo contesto si collocano due amici d’infanzia che vivono di
spaccio e altri reati vari, cresciuti da un padre attivista e indipendentista
che ha finto la sua morte per combattere meglio la sua guerra personale e che
li ha educati al motto di “"Every word of Irish spoken is a bullet fired
for Irish freedom"-“Ogni Parola detta in Irlandese è un proiettile per la
libertà dell’Irlanda”…
protagonista massimo dei film di John Carney è sempre la musica, sopratutto la chitarra.
e tutti i protagonisti umani sono al servizio della musica.
è come se il regista girasse sempre lo stesso film, con variazioni sul tema.
anche qui ne esce un film non male, anche se è non è dei suoi migliori.
buona (musicale e dublinese) visione - Ismaele
…Eve Hewson sorprende per l'interpretazione sincera e
credibile di Flora, una protagonista che per una volta non insegue l'american
dream di chi deve esaudire desideri di grandezza, ma nella sua umiltà crede
comunque di meritare qualcosa in più di quel che le è toccato in sorte. Un
matrimonio fallito, un figlio che pare più un fratello minore, difficile e
ribelle, cleptomane e autolesionista. I ceppi che trattengono Flora nella
prigione della sua vita sembrano troppo spessi da svellere per chiunque,
ammesso che questo chiunque esista o si prenda la briga di farlo.
Ma c'è sempre la musica, ci ricorda John Carney, inguaribile ottimista che non
smette di credere fermamente nel potere degli accordi di una chitarra,
taumaturgico strumento di dannazione o redenzione. Nella scena di gran lunga
più intensa e meglio girata del film, il maestro di chitarra assegna un compito
a Flora, che consiste nell'ascolto di un'esibizione di Joni Mitchell facilmente
reperibile su YouTube. Flora sembra poco interessata, la lascia in sottofondo
mentre lava i piatti. Poi capisce che in quelle strofe piene di dolore e
consapevolezza si nasconde l'universalità di un messaggio destinato a tutti, in
grado di far vibrare all'unisono le corde interiori di ricchi e poveri,
privilegiati e svantaggiati.
Una voce e una chitarra possono questo, sollevare
il mondo e fermarlo per qualche minuto. Nel suo piccolo, nella sua dimensione
di consapevole semplicità, anche Flora and Son può infondere
un po' di speranza, divertendo e coinvolgendo durante il cammino.
…C’è tanta (presunta) verità in Flora and Son ma invece si sente puzza di
bruciato, anche dal semplice piano di Flora con la testa appoggiata sul
finestrino del bus. Così come appaiono forzati gli incontri dal vivo con i due
protagonisti. Sono visioni, desideri, sogni. Sulla carta anche bellissimi, ma
non ci si crede. Anzi, sbagliato, non si riesce a volerci credere. Forse la
colpa è anche della scarsa intesa tra i due protagonisti. Eve Hewson spesso col
volto imbronciato che quando si commuove sembra fare uno sforzo enorme, Joseph
Gordon-Levitt si impigrisce in quella stanza a Los Angeles da cui non vuole più
uscire. C’è solo Joni Mitchell. Da quel suo video tutto poteva cambiare. E
invece non è successo.
sapevamo di quelle diavolesse travestite da suore, abusavano delle ragazze e dei loro bambini, se nascevano vivi, suore aguzzine per un secolo, fino all'altro giorno.
Bill (l'immenso Cillian Murphy) sa tutto quello che succede, come tutti, ma quelle suore sono potenti, se parli te la fanno pagare.
Bill incontra una ragazza (sua madre sarebbe stata una di loro), buttata al freddo in un deposito di carbone, viene minacciato come sanno fare le suore, Bill, che ha 5 figli/e, sta male, la notte di natale va in quel deposito, prende quella ragazza scalza e morta di freddo e la porta a casa sua.
Bill è un eroe dei nostri giorni!
in pochissime sale (una quarantina) non perdetevi Piccole cose come queste, se vi volete bene.
buona visione - Ismaele
Il volto nell’ombra di Cillian Murphy. Il suo
drammatico silenzio mentre è inquadrato di spalle. Come Robert
Oppenheimer nel film di Christopher Nolan si porta addosso il peso della Storia e sembra un
fantasma, quasi un personaggio esterno che anche in questo caso racconta, anzi
fa vedere la vicenda attraverso i suoi occhi. L’attore irlandese interpreta
Bill Furlong che lavora come commerciante di carbone in una piccola città nella
contea di Wexford, in Irlanda, per mantenere la moglie e le cinque figlie. Una
mattina, mentre va al convento locale per fare una consegna, fa una drammatica
scoperta che lo costringe a confrontarsi con il suo passato. In una cittadina
controllata dalla Chiesa deve così scegliere cosa fare. Restare in silenzio o
agire?...
…“Small Things
Like These”, tratto dall’omonimo romanzo di Claire Keegan, è il controcampo
iper-intimista di “Magdalene”.
La pellicola racconta di Bill Furlog (Cillian Murphy), un carbonaio di New Ross
che lavora, tra le altre cose, per una “Magdalene Laundries” della zona,
caricando e scaricando ogni giorno enormi sacchi di torba, antracite,
carbonella e legna. Un pomeriggio assiste a un litigio: una madre sta
costringendo la figlia a entrare nel convento, mentre quest’ultima prega il
padre di fermarla. È l’innesco narrativo di un lungo moto analettico: la madre
dello stesso Furlog, abbandonata dal marito, è scampata alle violenze delle
“Magdalene Laundries” solo grazie all’aiuto di Mrs Wilson, per la quale
lavorava come domestica – una “delle poche donne che all’epoca poteva
permettersi di fare ciò che voleva” dice in una scena Eileen (Eileen Walsh), la
moglie con cui Bill ha cinque figlie.
L’azione
emotiva della pellicola è chiusa in una fotografia cupa, tra offuscamenti,
non-fuoco e primissimi piani che inglobano e raccordano la luce domestica
(immagine sotto). Oltre l’abitazione di Bill, oltre il convento, a fare da protagonista,
è la neve, la nemesi di ogni scrittore e scrittrice irlandese. Se in
"Eveline" la neve identificava la paralasi interiore, nel romanzo di
Keegan, al contrario della protagonista del racconto di Joyce, Bill reagisce
alla stasi. L’elemento epifanico è diffuso gradualmente nel percorso narrativo,
l’alternanza dei flashback trasforma, in questo senso, l’analessi in prolessi:
Bill trova nel passato ciò che lo spingerà ad agire nel presente…
…Small Things Like These non
urla, non strepita, né pontifica, ma lavora sotto pelle e, uniformando il
grigiore dell'inverno piovoso irlandese allo stato d'animo e ai patimenti del
protagonista, vuole funzionare da monito rispetto ai danni gravissimi che può
portare, ad ogni livello, l'indifferenza. Il combinato disposto delle minacce
velate ricevute da parte della madre superiora Suor Mary (una gelida Emily
Watson) e del consiglio di farsi gli affari propri arrivato dalla moglie e
dell'amica Kehoe, è un crescendo di tensione dai contorni agghiaccianti,
possibile grazie alla scrittura sensibile di Enda Walsh (che adatta un romanzo
di Claire Keegan) e alla regia calibrata di Tim Milant, che non eccedono con le
parole ma danno voce alle immagini, alle atmosfere, e soprattutto alla sofferenza
che si nasconde dietro gli occhi di ghiaccio di Cillian Murphy, autore di una
prova attoriale notevole, contraddistinta da profondità ed empatia.
un film universale, tutto il mondo lo capisce, anche se non sa la lingua gaelica irlandese.
una bambina povera, in una famiglia numerosa e problematica, viene data in affido, senza troppe formalità, a dei lontani parenti che se ne possono e vogliono prendere cura.
i rapporti sono freddi, all'inizio, poi quell'estate di Cait sarà la più bella della sua vita.
un film di poche parole, per certe cose le parole possono essere addirittura di troppo.
Cait e i suoi genitori adottivi sono davvero convincenti.
buona (gaelica) visione - Ismaele
ps: un paio d'anni fa una storia simile, mutatis mutandis, era lo sfondo di un bel film italiano, L'arminuta.
…Già dal titolo, molto diretto e sincero nella sua rappresentazione
di un microcosmo ad altezza bambina, è chiaro l’intento del regista, che
costruisce un piccolo universo rurale dove le parole, che siano in gaelico o
(talvolta) in inglese, sono perfettamente misurate per non appesantire troppo
un equilibrio famigliare che, per forza di cose, è fatto di sottintesi e non
detti.
È tutto molto semplice, schietto, e tramite quella semplicità la storia di
Cáit arriva dritta al cuore con un quantitativo inatteso di tenerezza, perché
“semplice” non è sinonimo di “banale”, e l’assenza di fronzoli narrativi o
stilistici non fa che sottolineare la sincerità di un’operazione che, adattando
una novella della scrittrice Claire Keegan, guarda al passato senza cadere in trappole
nostalgiche e affronta il tema della maturazione interiore con onesta
asciuttezza. Fino a che, come la giovanissima protagonista, anche noi ci
ritroviamo a sperare che questa estate in campagna possa durare in eterno.
…quella narrata da Colm Bairéad è una storia di carattere universale, e lo
scenario in cui si svolge l'estate della piccola Cáit risulta privo di
riferimenti cronologici precisi, collocandosi piuttosto in un tempo sospeso,
interiore. Così come è una prospettiva interiore, del resto, quella assunta dal
film stesso, che sposa appieno il punto di vista di Cáit, ruolo affidato
all'espressività dell'esordiente Catherine Clinch. Inserendosi nella lunga tradizione dei coming of age sui piccoli terremoti emotivi dell'infanzia, The Quiet Girl ci fa penetrare nella quotidiana solitudine
di Cáit, nel senso di inadeguatezza che la opprime tanto a scuola, quanto fra
le pareti di casa…
…in The Quiet Girl il silenzio diventa l’innesco perfetto per sprigionare
l’esplosività delle immagini del cinema più puro, privo di retorica o artifici
tecnici ma capace di emozionare nella sua sbalorditiva semplicità. Il formato tre quarti concentra l’attenzione sui primi piani della
piccola Cáit che con i suoi grandissimi occhi celesti osserva, quasi stranita,
gli inconsueti gesti di amore nei suoi confronti da parte dei suoi nuovi
genitori. Il loro rapporto si sviluppa attraverso sguardi, carezze, gesti
semplici, caricati del giusto significato, mai eccessivo, mai sopra le righe.
Il regista irlandese gestisce con grande perizia il ritmo del suo film che
cresce progressivamente fino a sfociare in un bellissimo finale denso di
emozioni. Il fitto legame tra perdita e incontro impreziosisce ulteriormente il
paradigma narrativo intrapreso da The Quiet Girl, che riflette proprio su questo meccanismo secondo cui ad
una mancanza corrisponde la sua rievocazione, il suo controcampo ideale. Da una
parte la coppia che ospita la bambina sostituisce l’assenza (fisica ed emotiva)
dei suoi genitori, dall’altra, è la stessa Cáit a vestire i panni del passato
tragico dei coniugi.
…The Quiet Girl es una película que
merece mucha la pena. La historia de una niña, en la Irlanda de 1981, que
desconoce el amor. Una niña que sabrá lo que es el afecto gracias a unos
familiares lejanos. Un matrimonio que la acogerá durante las semanas previas al
nacimiento de un nuevo hermano. Entre naturaleza, silencios y atención. Una
atención conmovedora desde el primer instante, que el realizador sabe trasmitir
con muy pocos elementos. Eso sí, desde una emoción única y que te alcanza el
corazón. Ya sea el primer baño que recibe la niña, una carrera en busca del
correo o ese final tan precioso como triste.
anche senza effetti speciali The Banshees of Inisherin è davvero un film speciale.
una piccola isola dove tutti sanno di tutti, nascondersi è impossibile.
il tempo che passa, fra una birra e l'altra e due chiacchiere fra amici, è il motore della scelta di Colm (Brendan Gleeson), di non perdere più tempo, solo darsi alla musica è importante.
da qui nasce il dramma della storia, Padraic (Colin Farrell) si sente rifiutato dal suo migliore amico, e sta male, molto male, e non si rassegna.
e tutto si complica quando la banshee (una specie di strega) dell'isola comincia a parlare.
musica di Carter Burwell, che fa la sua parte.
attori straordinari,e poi c'è anche Jenny, l'asinella.
un film da non perdere, se non si era capito.
buona (musicale) visione
ps: a chi l'ha visto tornerà in mente il bellissimo Il segreto dell'isola di Roan, di John Sayles, e a chi l'ha letto tornerà in mente Nel cuore dell'inverno, un bellissimo e terribile romanzo di Dominic Cooper, pubblicato da Einaudi nel 1997.
…Il film dimostra che
una scrittura inattaccabile e una recitazione superlativa bastano per avvincere
lo spettatore, magicamente calato in un microcosmo dove ironia e dramma si
alternano senza soluzione di continuità e che diventa specchio universale
della tragica follia umana. Sublime.
…È un cinema di parole quello di Martin McDonagh.Parole urlate (come quelle di Siobhán, interpretata
perfettamente da Kerry Condon), sussurrate, balbettate (come quelle di Dominic
Kearney, alias Barry Keoghan), tenute in silenzio.
Le battute di McDonagh sono lasciate
scorrere con calma, trascinandosi stanche, colme di sarcasmo e sputate fuori da
teatranti inconsapevoli su palcoscenici naturali.Belfast è lontana, e con lei
la guerra civile che la distrugge, la lacera, la rasa al suolo riducendola in
cenere. Tra le colline erbose dell'isola immaginaria di Inisherin si
combatte un'altra lotta, più silente, privata, tra un'anima pura,
umile e quella del suo migliore amico che quella parola così confortante e di
vicinanza, ha voluto negargliela. Un'esplosione senza ordigno, che scoppia in
silenzio, e proprio per combattere quel silenzio che Pádraic chiama a sé
parroco e sorella, gestori dell'unico pub del paese e il giovane del villaggio,
facendo di ogni conoscente soldato di un esercito senza uniformi - ma tante
domande - comandati dall'adorata asinella nel ruolo di generale, per cercare la
verità e convincere Colm di svestirsi della funzione di nemico, e ritornare in
quello di complice. In un abbraccio intimo, continuo, dove la commedia si unisce al dramma generando un ibrido
commovente e terribilmente umano, Gli spiriti dell'Isola si
sveste dei fasti dell'ironia superficiale, per abbigliarsi di brillante
malinconica, svelando così la reale natura dei sentimenti di chi prova
difficoltà ad aprirsi al mondo…
…Quindici anni dopo In Bruges McDonagh riprende la coppia Farrell-Gleason
immergendola nel paesaggio ventoso e selvaggio di un’isola irlandese della
costa occidentale e in un contesto narrativo anche stavolta scandito
dall’impasse, dall’attesa di un evento drammatico di là da venire. All’inizio
sembra una commedia dell’assurdo in costume scritta da Beckett: due uomini un
tempo amici litigano senza un motivo preciso e la situazione via via degenera
fino a sposare linee sanguinolente, quasi horror. Poi il ritmo diventa tragico,
quasi ineluttabile, come quello di una ballata irlandese. Gli spiriti dell’isola riprende un testo che l’autore ha
inizialmente scritto a chiusura della sua trilogia teatrale sulle Isole Aran (Lo storpio di Inishmaan e Il tenente di Inishmore sono le opere precedenti). Anche in questo caso, come
negli altri film scritti e diretti dal drammaturgo di origini irlandesi, emerge
la natura di scrittore e fine battutista, con i dialoghi ostentatamente
“perfetti” nel condensare ironia ed elementi stranianti. E quindi permane
quella sospetta inclinazione all’intrattenimento a cronometro, gigionesco,
quasi a voler offuscare l’anima dark delle storie e dei personaggi…
…Il
crescendo narrativo sempre più carico di dramma in cui l’amicizia si trasforma
ben presto in contrapposizione carica di odio soprattutto da parte di Padraic,
trova nel finale un epilogo che per alcuni versi appare persino ambiguo, nel
quale è chiara e nitida l’incapacità di entrambi i protagonisti della faida di
liberarsi dal giogo della solitudine che l’isola infonde in chi ci vive, e da
quel legame ancestrale che risulta impossibile da troncare.
Gli spiriti
dell’isola è un ritorno all’antico per Martin McDonagh, un rivolgere lo sguardo
a quei toni più intimistici che avevano contribuito nel suo film
d’esordio In Bruges ad un’opera di grande valore, a tutt’oggi probabilmente
ancora il suo miglior lavoro; di certo il regista irlandese dà ancora una volta
prova di una grande capacità di scrittura, grazie ai dialoghi e a quella
maniera molto abile che ha nel passare dal dramma alla commedia nell’arco di
poche battute, che è in Gli spiriti dell’isola una delle caratteristiche più
valide, supportata peraltro splendidamente da una regia poderosa.
L’aver
ricostituito la coppia di attori protagonista di In Bruges, Collin Farrell e
Brendan Gleeson, si è dimostrata infine una scelta azzeccata, soprattutto
riguardo al primo, premiato a Venezia con la Coppa Volpi per il migliore attore
e candidato all’Oscar per il premio come miglior attore protagonista, dà una
definitiva ed inappellabile prova della sua grande versatilità e della sua bravura
che non sempre hanno trovato estimatori; con Gli spiriti dell’isola ogni dubbio
viene definitivamente fugato riguardo alla bravura e alla classe dell’attore
irlandese.
…C’è un incredibile e continuo gioco di dare e
avere tra questi due, e mentre diamo per scontato il carisma eccentrico di
Gleeson da The General del 1998, la performance che lascia il segno
è quella di Farrell (Coppa Volpi a Venezia 79). È difficile pensare a un
ritratto che trovi così tante sfumature emotive e livelli di profondità
nell’incomprensione; il suo Pádraic non riesce a cogliere la logica dietro la
decisione del suo amico più di quanto possa controllare le sue reazioni, il suo
illogico bisogno o la vergogna di aver fatto qualcosa di sbagliato non avendo
sfruttato a pieno la sua vita. Capirete anche perché un amico potrebbe essere
tentato di allontanarsi pure da lui, eppure non percepirete mai che Farrell
provi simpatia o antipatia per quest’anima straordinariamente semplice. Non è
un caso che i due uomini diano alla fine del film un senso di ambiguità
riguardo a ciò che potrebbe accadere dopo i titoli di coda. Eppure non è
sbagliato che Farrell abbia l’ultima parola, e che sia il tipo che ti lascia
con la sensazione di aver appena assistito a ferite che potrebbero non
rimarginarsi mai. Possano gli spiriti gridare sempre per questo duo. E per
quanto riguarda McDonagh: bentornato.
un bel film,
un Nick Nolte eccezionale, gli altri attori solo molto bravi, una sceneggiatura
a orologeria, un ladro gentiluomo, una fotografia solare, poliziotti e ladri
simpatici allo stesso modo, da vedere, direi proprio che non ci si annoia.
le opere minori di Neil Jordan sono sempre di livello medio-alto -
Ismaele
…E’ un ruggito di estetica contemporanea l’ultima opera di Neil Jordan.
Essenziale ma non superficiale, glamour ma mai modaiolo, confezionato con stile
ma non leccato, Triplo Gioco rende giustizia e onore al suo
autore. Giustizia per il finalmente risollevato interesse nei confronti di un
cineasta anomalo, abile nel traslocare da un genere all’altro ma non
altrettanto nell’assicurare sempre esiti importanti (come quelli raggiunti
negli ultimi anni per The Butcher Boy e Fine di una
Storia), e onore per il coraggio e la valenza dei risultati con cui il
regista irlandese si è presentato di fronte al remake di Bob le
Flambeur (1955) di Melville. Spostato il centro d’interesse da
Deauville alla Costa Azzurra, Jordan si occupa personalmente della
sceneggiatura - eccezionale nella resa totale degli elementi base del genere e
nel compendio delle dinamiche narrative tipiche (si veda la dissertazione sul
ruolo poliziotto/ladro di Bob in macchina con l’amico Roger), risintonizzando e
aggiornando gli ambienti e le tematiche dell’originale melvilliano alla
contemporaneità di un hard-boiled positivo, forse più vicino alla prima maniera
di Mona Lisa (1986) che alle ultime produzioni, splendidamente
sostenuto dalla messa in scena e dal cast…
…Nessuna
conciliazione, nessuna pacca sulla spalla, solo una fiducia preziosa nei
desideri dell’uomo, anche attraverso il sangue, alla faccia di legalità,
morale, pessimismo, tragicità e quant’altro. Non è poco, oggigiorno. Quei
rapidi e bellissimi “freeze frame” su volti e corpi, o che a volte interrompono
un gesto sul nascere, stanno lì apposta a dirci che non c’è tempo pen pendere
tempo, e che La vita va troppo in fretta per occuparsi anche della monte. Con
collaboratori prestigiosi (magnifica la fotografia iperrealista di Chris
Menges, grande la musica di Elliot Goldenthal), un centro focale, Nick NoIte,
da urlo, e facce da incorniciare, Jordan trasforma la malinconia, il disincanto
e il senso di sconfitta di Melville in piacere nel ritrovare il riscatto.
Vivendo. da qui
Molto liberamente
ispirato a "Bob le flambeur" film di Jean-Pierre Melville del 1956,
il nuovo lavoro di Neil Jordan è veramente sorprendente.
All'inizio sembra una tragedia, con un giocatore eroinomane che sembra non
abbia alcuna via d'uscita, e invece piano piano il film prende la forma quasi
di commedia rivelandoci le due facce di Bob Montagnet (interpretato da uno
strepitoso Nick Nolte)…
…Certo il film vuole essere anche un omaggio a tutto quel filone giallo-rosa di
cui anche in Italia eravamo maestri, ma anche senza nessun riferimento il film
ha una valenza che è solo sua. E se proprio Neil Jordan ha preso un pò dal
cinema precedente ha fatto esattamente come Picasso, che, lo dice Bob
Montagnet, è il più grande ladro che sia mai vissuto (glielo ha confessato Pablo
stesso!).
Tutto ciò che Bob vive, dal brutto al bello, sembra assumere una forma d'arte,
ed è per questo che forse la fortuna, che sembra venire e andare, è invece
sempre lì che guarda, proprio come succedeva con gli eroi dell'epica antica. da qui
Probabilmente il migliore film d’animazione della stagione e,
senz’altro, il più sorprendente. Uno straordinario racconto di resilienza
nonostante le avversità, una storia profondamente toccante che lascia sì con un
flebile senso di speranza ma anche con un ineludibile sentimento d'angoscia
difficile da mandar giù. Denuncia più pacata eppure potente non può esistere.
E l'animazione, ancora una
volta, si dimostra in grado di veicolare messaggi importanti al pari del cinema
dal vero e forse anche più, come, per l'appunto, nel caso di questo
eccellente lungometraggio della co-regista di The Secret of Kells che
grazie alla stilizzazione di cui può dar sfoggio il cinema animato produce una
riflessione doppiamente potente (è il caso della "storia nella
storia" narrata da Parvana al fratellino, che nel finale si scopre legata
oltre ogni aspettativa alla vicenda principale, vicenda della quale ribadisce
l'insegnamento, la morale).
Figurativamente spesso magnifico (alcune delle vedute, cittadine
come paesaggistiche, sono delle vere e proprie opere d'arte; mentre
altrettanto intriganti sono le forme, come detto stilizzate, che illustrano il
racconto parallelo della ragazza), Sotto il burqa è, ma si
sarà già capito, un film fondamentale, che non ha alcun timore di affrontare
argomenti di grande rilevanza e perenne quanto tragica attualità senza mancare
d'identificare chiaramente i responsabili…
…In una società in cui le donne vengono ancora prese a suon di
pregiudizi, vietando loro le leggi, questo cartone animato (a parer mio, per
adulti) era indispensabile. La regista, Nora Twomey, quale ha collaborato con
Tomm Moore ne "La canzone del mare", si cimenta in questa ardua
impresa, che la vede rappresentare una civiltà tristemente veritiera. Ed é
proprio l'innocenza di un apparente "semplice" cartone animato che da
coraggio alla regista: incredibili i dialoghi realistici, a volte pesanti in
certi contesti, ma sicuramente reali. Il rapporto familiare é un qualcosa di
inusuale, specie visto da noi occidentali, ma bisognerebbe capire il perché di
certe azioni, di certi movimenti, specie da parte della madre della
protagonista, quale subisce per i figli. Bisogna capire già da mezz'ora di film
qual é il messaggio che vuole essere mandato: e non un semplice messaggio, ma
un'unione di idee che porti ad avere consensi maggiori, tra lo sfruttamento
minorile, la violenza sulle donne e la guerra.
Parvana sembra uscita da un ritratto di Steve McCurry e con la
regia di Nora Twomey si anima per raccontarci gli orrori dell'oppressione
talebana a Kabul. Sotto il burqa è un film di animazione maturo, onesto sin
dall'accenno alle cause della situazione geopolitica di riferimento. Ma, pur
con un tratto semplice, non rinuncia a colorare una città disastrata di poesia
e, in qualche doloroso modo, di bellezza. Particolarmente efficace, in questo
senso, la doppia linea narrativa che utilizza la fiaba per rendere sopportabile
il reale.
Nella Kabul dominata dal fanatismo talebano la famiglia di
Parvana, rimasta senza il padre (incarcerato senza motivo), viene presa di mira
dai fondamentalisti che la costringono a mille prove e sotterfugi per
sopravvivere e riconquistare la dignità. L’essenzialità del disegno animato
riesce a trasmettere la sofferenza e il dramma non meno che un reportage sul
campo, con in più la delicatezza di un racconto educativo anche per l’infanzia,
grazie al doppio registro fra il realistico e il fiabesco. Colonna sonora
eccellente. Una storia poetica e toccante.
… La regia è solida, senza colpi di scena visivi
eccessivi; tutta la tensione emotiva è dovuta ai primi piani, al presagio
costante di un qualcosa che sta per manifestarsi e sconvolgere. Il piccolo
Markey, attore bravissimo, non è il solito “anticristo” o “posseduto”, ma un
figlio dolcissimo e premuroso, impaurito a tratti. Gli si vuole da subito bene,
diviso com’è tra l’amore materno e l’abbandono, per lui inspiegabile, del
padre. Chris e sua madre Sarah, in una scena, sono abbracciati: lui chiede se
può ascoltarle il cuore, ha la testa poggiata sul suo petto; lei risponde di
sì, chiedendogli come sta il cuore e lui replica: “pacifico”. Una tenerezza
infinita. Un piccolo dialogo da plauso.
È senz’altro uno dei migliori film del suo genere, Hole
– L’abisso, per un’ora circa un piccolo miracolo, giusto finché
la madre non decide scendere in quel buco; da lì in poi quanto costruito con
cura dei particolari e dovizia di recitazione diviene scontato. E ci risiamo,
il circo dei mostri esige il biglietto. Il bambino mangia i ragni, posseduto da
chissà chi: si poteva evitare. C’è un cameo di un ispirato ma sottovalutato
attore di b-movie, James Cosmo: si arrabbia in modo divino ed è bravo. Seana
Kerslake è da plauso, il film le deve quella grazia ispirata che fa dimenticare
l’ovvio.
Tuttavia consigliamo di evitare Hole –
L’abisso: suggeriamo di preferirgli la commedia italiana con i
genitori in crisi che tra corna e gag comiche riscoprono l’umanità perduta…
scherziamo! Preferiamo resti per pochi. Noi compresi, naturalmente.
Detrás de una apariencia corriente y
prototípica, encontrarás una película con un encanto especial. El terror
psicológico más perturbador y la melancolía más profunda se unen para dar lugar
a esta elegantísima propuesta irlandesa de gran belleza visual y narrativa. No
es todo lo original que podría ser pero, ¿Y qué importa?
…La
jugada de Cronin, esa que determina el éxito progresivo de la película por más
que de original tenga poco y nada, se da en distintos frentes: la fotografía de
Tom Comerford es realmente excelente, el desarrollo pausado pero firme suma
tensión y atractivo, el campo de lo “no dicho” está bien trabajado (el director
jamás termina de aclarar la relación de Sarah con su marido ni muestra las
filmaciones que ella realiza en el cuarto del muchacho con una cámara oculta),
el desempeño de Kerslake y Markey transmite autenticidad, y el desenlace en
especial -enmarcado en el esperable descenso a las profundidades de la ciénaga-
aporta todo el nerviosismo necesario y no anda con esa premura pueril ni esas
medias tintas bobaliconas típicas del Hollywood contemporáneo, apostando en
cambio por una incursión sin histeria y un eficaz diseño de las criaturas
antagónicas. Muchas óperas primas quisieran disfrutar del control sobre los
engranajes del relato de The Hole in the Ground, una odisea de suplantación de identidad que
funciona a la par como metáfora del progenitor que debe cuidar a su vástago en
soledad y de la posibilidad de que la metamorfosis anímica que traiga el tiempo
genere el tan temido e inevitable distanciamiento para con el propio hijo.
…“The Hole in the Ground” se basa en presentar el cómo cambia la relación entre una madre y su hijo una vez comienzan una nueva vida. Mucho de lo que ocurre se puede interpretar como metafórico de desorden de estrés postraumático, y en ese aspecto lo hace muy bien. Al momento de presentarlo como una película de horror queda muy blanda, superficial y predecible. Por mi parte esta película pasa sin pena ni gloria; no es una mala película, pero tampoco nada impresionante.
girato tra l'Irlanda e il Belgio (quel Belgio delle nuvole di Magritte), Vivarium è un incubo senza fine.
bravissimi attori, sopra tutti Imogen Poots (già splendida attrice di Green room), in un film che per certi versi ricorda Truman Show, solo che quel film qualche sorriso te lo strappava, invece il film di Finnegan è una discesa agli inferi, senza speranza.
come i migliori horror, si inizia ridendo e scherzando, ma ci vuole poco a restare intrappolati, e noi a soffrire con e per loro due, i fidanzati che entrano in un buco nero (nessuno ha mai raccontato, per esperienza diretta, cosa c'è in un buco nero).
"lasciate ogni speranza" potrebbe essere il sottotitolo del film, e se pensate che non potrà essere tanto terribile, alla fine cambierete idea, è sicuro.
un gran bel film da non perdere, promesso - Ismaele
…“Vivarium” è un film su tutto quello che di più osceno si
cela nel sogno borghese, e non lascia alcuna speranza. Una visione
consigliatissima, grazie anche alla straordinaria fotografia di MacGregor;
ma con un’avvertenza: è un viaggio disperato, che vi lascerà in premio
l’immagine di un’umanità vuota di vita.
… Un film che farà riflettere su molti aspetti
della nostra vita attraverso le sensazioni di questa coppia intrappolata, con
la quale non sarà difficile identificarsi, soprattutto in questi tempi in cui
tutti viviamo una situazione di forzato isolamento nelle nostre case.
Il terrore non arriva sotto forma di fiotti di sangue ma attraverso una corposa
dose di oppressione psicologica, l’atmosfera soffocante ed esasperante è il
punto di forza che sapientemente trova il suo climax alla fine, in cui lo
spettatore diventa partecipe dell’angoscia vissuta dai protagonisti.
L’atmosfera è
kafkiana, la scenografia ricorda Magritte con le sue strutture calde ma
disumanizzate e le sue nuvole formalmente perfette, ed Hopper in alcune pose e
nei colori pastello. Tutto concorre a rendere lo spettatore nudo, l’osservatore
di un meccanismo di cui non si rivela lo scopo.
Vivarium non
fornisce risposte – cosa che nel cinema non è richiesto né necessario – ma
sicuramente fa sorgere interrogativi che appartengono all’esistenza di ognuno
di noi.
…nonostante gli sforzi e gli
impeti di compassione, quello strambo bambino, diventato ormai a tutti gli
effetti loro figlio, non sarà mai davvero amato.
Si direbbe che l'analisi del concetto della famiglia tradizionale e
borghese sia ormai abusata nel Cinema di critica sociale e, d'altro canto, non
si può ritenere Vivarium un film interamente riuscito, a causa
dell'ormai inteso ripetersi dello stesso meccanismo nel secondo atto, e di un linguaggio
metaforico forse fin troppo esplicito e dunque privo di qualsiasi ambiguità.
Tuttavia, il film riesce comunque a sorprendere grazie alla sua
originalità, ai toni paradossali e al delineamento di un personaggio - quello
del “ragazzino” - in grado di suscitare situazioni comiche e, al contempo,
agghiaccianti.
Ulteriore punto di forza è l'aspetto visivo: dalle inquadrature -
volutamente - comparabili a dipinti all'ottimo uso dei colori, fino ad arrivare
alla scena visivamente più interessante, dove le geometrie simmetriche si
deformano e i colori si accendono nella discesa di un'Alice terrorizzata
in un inferno allucinato alla Gaspar Noé, che punta a turbare lo spettatore non
solo attraverso lo shock visivo, ma anche ponendolo di fronte alla realtà
crudele che si cela dietro le pareti del ridente e colorato sobborgo di Yonder.
L'idea del quartiere - benché, come anzidetto, porti alla mente le numerose
influenze cinematografiche - nasce prima di tutto dalla voglia di Finnegan e
Shanley di fondere nel loro lavoro le molteplici fonti di ispirazione
provenienti dall'ambiente che li circonda.
Come dichiarato dallo stesso Finnegan in un'intervista rilasciata alla
rivista Rue Morgue, infatti, Yonder è stata modellata sulla base di
un complesso edilizio irlandese abbandonato in seguito alla recessione del
2008, che li aveva particolarmente affascinati in quanto emblema dell'avidità
capitalista e che era già stato al centro di Foxes, un loro
precedente cortometraggio…
…Vivarium ha
un’atmosfera terrificante. La disperazione che lo pervade è nefasta, puramente
horror nel senso più cupo possibile. In apparenza si presenta come una metafora
della famiglia cis-etero del ceto medio composta da madre, padre e prole a
carico; tant’è che si potrebbe dire che rappresenta la visione fin troppo “edgy”
con cui chi ha scelto di non avere figli a volte dipinge chi invece si
riproduce. E vista la situazione che presenta, è legittimo credere che Vivarium risuoni
diversamente a chi ha dei bambini.
È doveroso
sottolineare che Vivarium non è un raffinato trattato di
sociologia ed è meglio non guardarlo aspettandosi una sottigliezza acuminata. È
vero che la storia è modellata su uno stereotipo verosimile, ma il vero punto
del film però non è lì, quanto nella rappresentazione di un senso di disagio e
disgusto verso la vita. Il modo migliore di fruirne non è esaminare le tracce
della sua eventuale metafora, ma viversi il malessere evocato dal suo
surrealismo…
Suspense, ciencia ficción, terror, Vivarium entra
en muchas categorías, en todas ellas con potencia, porque es imposible no
sentir nada cuando la ves. Definida como un capítulo de Black Mirror desde
su presentación en Cannes, es el tipo de película que te gusta o desearías no
haber visto nunca. De cualquier forma, no podrás olvidarla.
…eccoci in una versione allucinata/allucinogena dei
documentari Discovery/BBC/Netflix di Alastair Fothergill (the Blue Planet, Deep
Blue, Planet Earth, Frozen Planet. Our Planet), narrato però da una via di
mezzo fra Christopher Lee/Vincent Price e un Werner Herzog che ha appena
ammazzato Klaus Kinski o viceversa e girato all'interno di un set/diorama
(formicaio/alverare & terrario/acquario) costruito all'uopo, che racconta e
descrive la storia di questo topos/must della Sf, lo "ZooAlieno", in
cui ad essere rinchiusi nelle gabbie non sono gli animali, ma le specie
senzienti dell'universo, tra cui quella umana [due esempi tra i tanti, il
mit(opoiet)ico "the Cage",
ovvero il pilot/n.0 di "Star Trek"
(mai regolarmente trasmesso, e che sarà poi fagocitato per intero in undoppio
ep. della 1a stag., con una minima e sostanziale variazione sul finale, "the Menagerie"), e il 17° ep. della 7a stag.
di "Futurama": "Fry and Leela's Big
Fling"], qui in un'ambientazione limitata al pianeta Terra (con incursione
nel multiverso) e ad una xeno-antropomorfa non-aliena specie mimetica
anuro-umanoide andro-partenogenica che sopravvive cleptoparassitando Homo s.
sapiens. Un episodio di the Twilight Zone / Amazing Stories dilatato sui 90'…
…Mezclando
en un mismo combo chispazos de Spike Jonze, Michel Gondry, Richard Kelly, Terry
Gilliam y David Lynch, la película ofrece una primera mitad de comedia kafkiana
sutilmente lírica que luego muta en horror existencialista con un fuerte dejo
de nihilismo y angustia, en especial porque la convivencia de la pareja se cae
a pedazos cuando el hombre pretende castigar al mocoso encerrándolo en el auto
sin comida y ella se lo impide con ahínco desde el vamos, generando un rápido
distanciamiento que también parece provocar un deterioro en la salud del
jardinero que va en consonancia con la aparición de un extraño libro, con el
cual el purrete un día se presenta luego de ausentarse un buen rato, y con el
descubrimiento por parte de ella de que el niño -como el propio Yonder en su
conjunto- carece por completo de imaginación, algo que queda de relieve en su
incapacidad de identificar alguna forma reconocible en las tristes e idénticas
nubes que pueblan el cielo del desértico lugar: así como el primer acto
coquetea con una comicidad tan cáustica como mundana que satiriza la farsa de
la “familia nuclear” urbana perfecta gracias a la presencia disruptiva de un
jovencito que exacerba todas las características típicas de los insoportables
seres humanos a esa edad, la segunda parte del relato en cambio opta por
oscurecer el tono con vistas a homologar a la enfermedad de Tom a la vejez, el
cansancio, la locura y la clásica claustrofobia de un periplo burgués que pasa
de idílico en los papeles a pesadillesco en la praxis, cortesía de un ciclo de
explotación de nunca acabar en el que nadie se siente “realizado” a escala
individual ni espiritual ni familiar ni barrial ni mucho menos social…
…El
irlandés Lorcan Finnegan nos introduce en un mundo surrealista y distópico
en una previsible búsqueda de la felicidad que parece estamos
obligados a encontrarla y no tiene que ser en todos igual. Vivarium en poco mas
de hora y media consigue atrapar al espectador que empatiza con unos
protagonistas donde el agobio se mezcla con la inquietud y el horror. Una
película altamente adictiva que cobra aun mas interés en los tiempos que
estamos viviendo.
…Vivarium è un film dove la disperazione si fa strada
poco a poco strisciando: dall’iniziale incredulità si passa allo sconforto,
alla rabbia, infine a una rassegnazione desolata per cui ogni gesto diventa un
automatismo privo di spinta vitale. Persino il tentativo di Tom di scavare un
tunnel è soltanto l’ossessione di un uomo a cui non resta niente altro. È duro
da digerire, Vivarium, perché trasmette sensazioni di angoscia molto concrete e
molto attuali, e perché i due protagonisti sono personaggi molto ben scritti
nella loro normalità. Viene facile affezionarsi a loro e seguire con sgomento
crescente la vicenda paradossale in cui vengono coinvolti, non si sa da chi e
non si sa perché. Ecco, se siete tra quelli che pretendono una
spiegazione a ogni costo, Vivarium vi lascerà con un fastidioso senso di
insoddisfazione, dato che non offre spiegazioni. Ma, lo dicevamo prima, è
un’allegoria, e il fatto di essere capitati in una sequenza infinita di giorni
tutti uguali non ha bisogno di molte spiegazioni…