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giovedì 26 febbraio 2026

Berlinale, Il cinema parla di Gaza e la Germania licenzia la direttrice


Il festival del cinema di Berlino si è chiuso su uno scontro politico-culturale destinato a lasciare il segno. Il regista siriano-palestinese Abdallah Al-Khatib ha ritirato il premio per la Miglior Opera Prima con Chronicles From the Siege — opera che racconta l’assedio del campo profughi di Yarmouk, in Siria — trasformando il palco della Berlinale in un atto d’accusa diretto al governo tedesco. Davanti alla platea del festival più politico del mondo Al-Khatib ha pronunciato parole che non lasciano spazio all’equivoco: «Siete complici del genocidio di Gaza da parte di Israele. Credo che siate abbastanza intelligenti da riconoscere questa verità. Ma avete scelto di non curarvene. Palestina libera, da ora fino alla fine del mondo.» Il Ministro dell’Ambiente Carsten Schneider (SPD) ha abbandonato la sala durante il discorso. Il Borgomastro di Berlino Kai Wegner ha parlato di “odio verso Israele”. Il cinema e la c ultura  avevano detto la sua. La politica non ha retto all’urto.

A pagare il conto è stata Tricia Tuttle, direttrice artistica della Berlinale. Il Ministro della Cultura Wolfram Weimer — esponente conservatore già noto per le sue posizioni securitarie sulla libertà di espressione — ha convocato d’urgenza il consiglio d’amministrazione del KBB per discuterne la rimozione. Secondo BildStern e Tagesspiegel, Weimer e Tuttle sarebbero già d’accordo sul fatto che la loro collaborazione non possa continuare. Una fotografia in cui la direttrice appare con lo staff del film — alcuni con keffiyeh, uno con bandiera palestinese — è diventata il pretesto mediatico per accelerare la sua uscita. Tuttle non aveva indossato alcun simbolo, né commentato il discorso dal palco. Il suo unico torto, evidentemente, è stato quello di fare il suo lavoro: scegliere il cinema migliore, anche quando fa scomodo.

L’operazione contro Tuttle ha il sapore amaro di una ritorsione illiberale. Un ministro che convoca un CdA per rimuovere una direttrice artistica colpevole di aver ospitato voci scomode è un ministro che confonde la censura con la responsabilità istituzionale. La Berlinale è nata come spazio di libertà nell’Europa del dopoguerra: sopravvissuta alla Guerra Fredda, oggi rischia di soccombere all’intolleranza di chi non riesce a distinguere un discorso politico da un atto ostile. Come ha scritto la Frankfurter Rundschau, un’eventuale rimozione di Tuttle rappresenterebbe «un enorme danno d’immagine per una Berlinale che si è sempre posta come spazio di libertà artistica e di espressione».

Il vero scandalo non è che un regista palestinese abbia parlato di genocidio. Il vero scandalo è che qualcuno voglia fargliela pagare.

  da qui


sabato 27 dicembre 2025

ricordo di Mohammed Bakri

 




Israele ha distrutto Mohammad Bakri per aver osato esprimere la sofferenza palestinese così com’è - Gideon Levy

 

Israele si è girata dall’altra parte mentre la società palestinese israeliana piangeva la morte di Mohammad Bakri, una delle sue figure più celebri: attore, regista e icona culturale, patriota palestinese e uomo dall’animo nobile

 

Venerdì la sala adiacente alla moschea nel villaggio di Bi’ina, in Galilea, era affollata. Migliaia di persone tristi in volto venivano a rendergli omaggio e se ne andavano; ero l’unico ebreo tra loro.

La società palestinese israeliana piange la morte di uno dei suoi più grandi esponenti, attore, regista ed eroe culturale, patriota palestinese e uomo dall’animo nobile, Mohammad Bakri, e Israele, nella morte come nella vita, gli ha voltato le spalle. Solo un’emittente televisiva ha dedicato un servizio alla sua scomparsa. Un pugno di ebrei è sicuramente andato a porgere le condoglianze alla sua famiglia, ma venerdì pomeriggio non ce n’era nessuno.

Bakri è stato sepolto mercoledì a tarda notte, su richiesta della famiglia, senza che ci fosse stato alcuno spazio in Israele per elogiarlo, ringraziarlo per il suo lavoro, chinare il capo in segno di apprezzamento e chiedergli perdono.

Si meritava tutto. Bakri era un artista e un combattente per la libertà, di quelli di cui si parla nei libri di storia e a cui si intitolano vie. Non c’era posto per lui nell’Israele ultranazionalista, nemmeno dopo la sua morte.

Israele lo ha annientato solo perché ha osato esprimere la sofferenza palestinese così com’è. Molto prima dei giorni bui di Benjamin Netanyahu e Itamar Ben-Gvir, 20 anni prima del 7 ottobre e della guerra a Gaza, Israele lo ha trattato con un fascismo che non farebbe vergognare i ministri del Likud Yoav Kisch e Shlomo Karhi [ministri dell’Istruzione e delle Comunicazioni nell’attuale governo Netanyahu, ndt.].

L’insigne establishment giudiziario israeliano si è unito per condannare la sua opera. Un giudice del tribunale distrettuale di Lod ha vietato la proiezione del suo film Jenin, Jenin. Il procuratore generale dell’epoca si è unito alla guerra e l’illuminata Corte Suprema ha stabilito che il film era stato realizzato con “motivazioni scorrette “: questo era il livello delle argomentazioni addotte dal faro della giustizia.

E tutto a causa di una manciata di riservisti che si sentirono “offesi” dal suo film e cercarono di pareggiare i conti. Non furono gli abitanti del campo profughi di Jenin a essere offesi, ma il soldato Nissim Magnaji. La sua richiesta fu accolta e Bakri fu distrutto. Tutto questo accadde molto prima dell’attuale Medioevo.

Pochi accorsero in suo aiuto. Gli artisti tacquero e l’affascinante interprete di Beyond the Walls [nel ruolo di prigioniero palestinese nel film israeliano del 1984 che gli valse riconoscimenti internazionali, ndt.] fu gettato in pasto ai cani. Non si riprese mai più.

Una volta pensavo che Jenin, Jenin un giorno sarebbe stato proiettato in ogni scuola del Paese, ma oggi è chiaro che questo non accadrà, non nell’Israele di oggi e presumibilmente nemmeno in futuro.

Ma il Bakri che conoscevo non provava rabbia né odio. Non l’ho mai sentito esprimere una sola parola di odio verso coloro che lo ostracizzavano, verso coloro che facevano del male a lui e al suo popolo. Suo figlio Saleh una volta disse: “[Israele] ha distrutto la mia vita, la vita di mio padre, la mia famiglia, la vita della mia Nazione”. Non credo che suo padre si sarebbe mai espresso a quel modo.

Venerdì questo ammirevole figlio si ergeva imponente, con una kefiah sulle spalle, e lui e i suoi fratelli, di cui il padre era così orgoglioso, salutavano coloro che erano venuti a porgere le loro condoglianze per la morte del padre.

Come lo amavo. In una piovosa notte invernale al campus del Monte Scopus dell’Università Ebraica di Gerusalemme, quando la gente ci gridava “traditori” dopo la proiezione di Jenin, Jenin, e all’Israel Film Center Festival al Marlene Meyerson JCC di Manhattan a New York a cui era invitato ogni anno, e dove anche lì c’erano manifestanti che gridavano. All’ex Café Tamar di Tel Aviv, in cui passava di solito il venerdì, e nei dolorosi saggi che pubblicava su Haaretz. Liberi da cinismo, innocenti come un bambino e pieni di speranza, proprio come lui.

Il suo ultimo e breve film Le Monde, scritto da sua figlia Yafa, è ambientato a una festa di compleanno in un lussuoso hotel. Una ragazza distribuisce rose agli ospiti, un violinista suona “Tanti auguri a te”, in TV si vede Gaza bombardata e Bakri si alza con l’aiuto di una giovane donna che si era seduta accanto a lui e se ne va. È cieco.

Tre settimane fa mi ha scritto per dirmi che aveva intenzione di venire nella zona di Tel Aviv per il funerale di un uomo a lui caro, il regista Ram Loevy, e io gli ho risposto che ero malato e che non avremmo potuto incontrarci. Per quanto ne so, alla fine non è andato nemmeno lui al funerale.

“Stai bene e prenditi cura di te”, mi ha scritto l’uomo che non si è mai preso cura di sé.

Bakri è morto, il campo di Jenin è stato distrutto e tutti i suoi abitanti sono stati espulsi, di nuovo senza casa a causa di un altro crimine di guerra. Ma la speranza ha continuato a battere nel cuore di Bakri, fino alla sua morte; su questo non eravamo d’accordo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)

da qui


Jenin Jenin, il documentario del regista arabo-israeliano Mohammad Bakri, viene proiettato informalmente in tutta Italia. Noi l'abbiamo visto al 13° Festival del cinema africano di Milano, dove è sbarcato dopo aver stravinto il Festival di Cartagine. Inutile dire che Israele l'ha censurato e che nessuna tv del mondo arabo, a parte la libanese Future, l'ha acquistato. 
"Come faranno mai gli israeliani a rimediare a tutto questo?" Si chiede un giovane palestinese, mentre si aggira fra le rovine del campo profughi di Jenin (Cisgiordania), teatro di un intervento militare israeliano senza precedenti che si è protratto per undici giorni - dal 2 al 19 aprile 2002 - e ha lasciato almeno 600 morti sul campo (ma nessuna commissione d'inchiesta nazionale o internazionale è stata mai autorizzata). "Ci ammazzano i figli e noi ne facciamo altri: c'è sempre un modo per porre rimedio.. Sono loro i perdenti, davvero". Chi parla, è uno dei protagonisti del documentario Jenin Jenin di Mohammad Bakri, cineasta palestinese con passaporto israeliano. Lo abbiamo visto al 13° Festival del cinema africano di Milano, nella versione integrale di 54 minuti: cioè compresa la testimonianza della dodicenne - istigata fin da piccola alla vendetta, forse obbligata a diventare in un futuro non lontano una kamikaze - censurata dalla tv franco-tedesca Arté (l'unica in Europa ad averlo acquistato). 
Informalmente, quest'opera sta però girando l'Italia fra proiezioni negli oratori e serate organizzate da associazioni varie, mentre i canali televisivi pubblici hanno poco professionalmente declinato l'invito. 
Poco importa. L'autore - nato nel '53 ad al-Bina, in Galilea, sposato con cinque figli - è quasi abituato alla censura: il suo documentario d'esordio, nel 1995, col digitale 1948 (53'), sulla Nakba, la "catastrofe palestinese", non è mai stato mostrato in tv; eppure in tantissimi l'hanno visto. 
Sulla stessa scia, Jenin Jenin è stato censurato in Israele; nessuna tv del mondo arabo, a parte la libanese Future, l'ha comprato; ciò nonostante il film ha vinto il festival di Cartagine 2003. Un grande riconoscimento per un regista che è stato addirittura arrestato, assieme a sei membri della sua famiglia - nel villaggio di Bina in Galilea, dove essi vivono - con l'accusa di aver collaborato nella preparazione e nell'esecuzione di un attentato kamikaze contro un bus israeliano (come ha scritto su Ha'aretz del 27 agosto il giornalista Uri Ash). Tanto per intimidire ogni possibile dissenso. 
Questa battente campagna denigratoria, in patria, ha al contrario contribuito a pubblicizzarlo ovunque. 
È un film di parte ("one side movie", dice infatti il sottotitolo), obiettano alcuni. Ma finché le risoluzioni delle Nazioni Unite riguardo al Medio Oriente - ovvero la 242 del 22 novembre 1967, la 338 del 22 ottobre 1973, la 1397 del 12 marzo 2002, la 1402 del 30 marzo 2002 - e i principi di Madrid non saranno rispettati dal governo israeliano, forse non è possibile fare diversamente. Jenin Jenin va comunque visto. Perché aiuta a capire…


Perché quel film va distrutto? - Miko Peled

Con una decisione particolarmente drastica, un tribunale israeliano ha stabilito che la proiezione del film documentario “Jenin, Jenin” sarà vietata in Israele. Inoltre, tutte le copie del film devono essere ritirate e distrutte. Il tribunale è andato anche oltre condannando il produttore, regista e attore Mohammad Bakri, l’uomo dietro il film che documenta l’assalto israeliano al campo profughi di Jenin, di risarcire un ufficiale israeliano che ha partecipato al massacro e appare nel film per circa cinque secondi.

L’invasione militare israeliana del campo profughi palestinese di Jenin e il massacro che ne è seguito hanno avuto luogo nel marzo 2002. L’esercito entrò nel campo con carri armati, forze speciali, unità di comando e diverse brigate riserviste. Il campo è stato bombardato dall’aria e da terra. Diverse centinaia di combattenti palestinesi hanno combattuto eroicamente, armati solo di fucili semiautomatici e rudimentali abilità di guerriglia. Venticinque soldati israeliani persero la vita nel campo e innumerevoli palestinesi, per lo più civili, furono uccisi.

Zittire le testimonianze dei sopravvissuti

“Jenin, Jenin” include testimonianze di persone di tutte le età che hanno vissuto l’assalto israeliano al campo. Non c’è dubbio che ascoltare le descrizioni e le esperienze dei sopravvissuti a quel terribile trauma sia straziante. Ma lo stesso Bakri non fa mai accuse dirette nel film. Mostra filmati di soldati israeliani, carri armati e veicoli corazzati, e di palestinesi che vengono arrestati, ma in nessun punto del film viene fatta un’accusa reale ed è chiaro che le uniche prospettive offerte nel film sono quelle di coloro che vivono nel campo.

Ci furono molte proteste in Israele non appena il film fu distribuito. Bakri è stato definito un nazista e calunniato dalla stampa e dall’opinione pubblica per aver osato mostrare ciò che i palestinesi avevano vissuto per mano dei soldati israeliani che entrarono nel campo. I soldati che avevano partecipato a quella che è conosciuta come “La battaglia di Jenin” chiesero alle autorità israeliane di censurare il film e di non permetterne la proiezione nei cinema, e alla fine ottennero quello che volevano.

Il film è stato bandito dall’Israeli Film Ratings Board (Commissione di Censura Cinematografica Israeliana) sulla premessa che fosse diffamatorio e potesse offendere il pubblico. Bakri ha fatto appello contro la decisione e il caso è arrivato fino alla Corte Suprema israeliana, che alla fine ha ribaltato la decisione della Commissione. Da allora, coloro che hanno partecipato all’assalto hanno cercato in tutti i modi di fermare il film.

Nel novembre 2016, Nissim Meghnagi, un ufficiale riservista che ha preso parte all’operazione Scudo Difensivo, nota anche come il massacro al campo profughi di Jenin, ha citato Bakri per 2,6 milioni di shekel, l’equivalente di circa 650.000 euro. Nella sua causa, Meghnagi ha affermato di apparire ed essere stato nominato nel film, e che diffamasse i soldati israeliani presentandoli come criminali di guerra.

Bakri sostenne, giustamente, che lo scopo della causa era persecutorio e politico, e che il film non fa alcuna accusa contro Meghnagi in particolare. Mostra solo, come Bakri ha continuamente ma inutilmente rivendicato, il punto di vista dei palestinesi che hanno subito l’assalto al campo. Tuttavia, il tribunale distrettuale della città di Lyd occupata da Israele si è pronunciata a favore di Meghnagi e ha condannato Bakri a risarcire Meghnagi con l’equivalente di 44.000 euro. Ora il caso dovrebbe tornare alla Corte Suprema.

Una storia di crimini di guerra

Le forze israeliane non hanno permesso alla Croce Rossa o ad altri osservatori internazionali di entrare nel campo per molti giorni dopo la fine dell’assalto. Questo gli ha permesso di ripulire il campo prima che qualcuno dall’esterno potesse accertare i fatti.

Le autorità israeliane, i tribunali, i media e l’opinione pubblica tendono a considerare le affermazioni palestinesi riguardanti violazioni dei diritti umani, violenza e massacri commessi da unità militari come bugie. Le indagini interne condotte dall’esercito e da altre agenzie governative israeliane raramente ritengono le forze israeliane colpevoli di qualunque crimine.

La ragione per cui “Jenin, Jenin” ha causato una reazione così forte in Israele è che le persone coinvolte, direttamente o indirettamente, sanno che Israele ha una lunga storia di atrocità e crimini di guerra. Israele afferma che l’IDF è “l’esercito più morale del mondo”, eppure quasi ogni singolo israeliano è stato testimone o conosce qualcuno che ha assistito, o addirittura partecipato, a queste atrocità.

Commettere crimini di guerra di ogni tipo è una tradizione profondamente radicata nell’esercito israeliano. Risale ai primi giorni dell’era pre-statale, alle operazioni delle milizie sioniste prima che fosse formato un vero e proprio esercito israeliano. Queste milizie furono trasformate in un esercito organizzato nel mezzo della campagna di pulizia etnica della Palestina del 1948. Erano nel bel mezzo di un crimine orrendo per il quale nessuno è stato giudicato quando divennero un esercito ufficiale e quando i coloni sionisti ebrei in Palestina sono diventati cittadini di un nuovo Stato di apartheid, uno Stato la cui stessa istituzione era un crimine di guerra.

Questo è il motivo per cui c’è una tale opposizione al film e allo stesso Mohammad Bakri tra gli israeliani. Bakri ha toccato un nervo scoperto e poiché come palestinese con cittadinanza israeliana, è molto conosciuto, gli israeliani sono furiosi con lui. Bakri ha osato entrare nel campo e parlare con i suoi residenti senza mostrare ciò che è comunemente noto come “contraddittorio”. Inoltre, come è ben chiaro in tutto il film, lo spirito delle persone nel campo rimane saldo.

Più e più volte durante il film, sentiamo i sopravvissuti all’assalto, anche mentre siedono sulle macerie delle loro case, ripetere che ricostruiranno il campo casa per casa e che non si arrenderanno mai. Questo non è certo il messaggio che gli israeliani, che solo poco tempo prima avevano votato per il criminale di guerra Ariel Sharon come loro Primo Ministro, vogliono ascoltare.

Alla guida di un bulldozer D9

Il 31 maggio 2002, il giornalista israeliano Tsadok Yehazkeli, che lavorava per il quotidiano israeliano Yediot Aharonot, ha pubblicato un articolo in ebraico sull’autista di un bulldozer D9 che aveva il soprannome di “Bear the Kurd” (Orso il Curdo). “Bear” si è fatto notare durante l’assalto al campo profughi di Jenin, quando per 72 ore di fila ha guidato il suo bulldozer tra le case avvolte in una coltre di fumo distruggendo ogni cosa sul suo cammino, radendo al suolo le abitazioni indipendentemente dal fatto che fossero abitate o meno.

È stato sentito vantarsi: “Ho trasformato il campo in uno stadio di calcio” e “non ho rimpianti. Sono orgoglioso del mio lavoro” e “Non ho lasciato scampo a nessuno mentre demolivo le case con il mio bulldozer”. Niente di tutto questo viene mostrato o menzionato nel film di Bakri, eppure fornisce un’idea dell’esaltazione tra le truppe israeliane che sono entrate nel campo.

L’unità dell’esercito in cui operava il guidatore del D9 ricevette una medaglia per le sue azioni durante l’assalto, e l’uomo conosciuto come “Bear the Kurd” divenne un eroe per le truppe. Poiché così tanti furono sepolti sotto le macerie, fino ad oggi nessuno sa esattamente quanti palestinesi siano stati uccisi nel 2002 nel campo profughi di Jenin.

È difficile prevedere cosa deciderà la Corte Suprema di Israele quando si pronuncerà sul caso Bakri. Tuttavia, in uno stato costruito su crimini di guerra e atrocità, ci si può aspettare che tutti i rami del governo si concertino per impedire che la verità venga fuori. In ogni caso, pochi crimini di guerra israeliani sono documentati come questo, e quindi “Jenin, Jenin” deve essere visto e condiviso ampiamente.

Petizione a favore di Mohammad Bakri

Miko Peled è un autore e attivista per i diritti umani nato a Gerusalemme.  È l’autore di “The General’s Son. Journey of an Israeli in Palestine” e “Injustice, the Story of the Holy Land Foundation Five”.

Fonte: English Version

Fonte italiana e traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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giovedì 9 ottobre 2025

Gli Stati Uniti contro Billie Holiday – Lee Daniels

il film è un documento di come gli Stati Uniti d'America, la più grande democrazia del mondo (come la Gran Bretagna e Israele, anch'essi esempi preclari di generosità, altruismo e pacifismo) distrussero la vita di Billie Holiday, solo perchè cantava una canzone che descriveva il linciaggio dei neri, cose da non credere.

come se in Italia si censurasse un film (Il leone del deserto) solo perchè racconta la vita e l'assassinio di un eroe anticolonialista, cose da non credere.

Gli Stati Uniti contro Billie Holiday non sarà perfetto, ma ha il gran merito di ricordarci cose da non credere.

buona (musicale) visione - Ismaele


 

Billie Holiday, coraggiosa e impegnata sostenitrice dei diritti umani, voce leggendaria e unica nella storia del Jazz, fu quasi ossessivamente perseguitata dal governo americano che non gradiva i testi delle sue canzoni né il suo successo e ricercava pretesti per interrompere le sue esibizioni. Più volte allontanata violentemente dai palchi, condannata per l’uso di stupefacenti.
Il film è ricerca ed evoluzione tecnica di linguaggio e immagine rese racconto di un capolavoro, dal quale emerge tutta la verità di una storia struggente e gli eventi tragici che sin dalla nascita hanno accompagnato la breve esistenza di Billie Holiday.

Un’esistenza “maledetta”, fatta di abusi e dipendenze, prostituzione e violenze, abbandoni e fallimenti. Nata da un rapporto occasionale tra un musicista jazz e la madre appena tredicenne, Billie Holiday, abbandonata e costretta a subire maltrattamenti, finì persino in un riformatorio fino a quando, casualmente, venne notata da alcuni agenti, i quali compresero che la voce di Billie era, da sola, un’orchestra il cui suono interpretava pienamente le mille sfumature della vita. La sua voce libera e strozzata, inconfondibile e unica, squarciava gli animi più duri e regalava una differente visione sul mondo…

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…Eccezion fatta per la protagonista, poi, un po' tutti i personaggi secondari sono stilizzati. Se infatti a Lee bastano poche inquadrature e battute per mettere in evidenza, ad esempio, il fatto che nella comunità bianca non vi fosse assolutamente quella monolitica opposizione o ritrosia nei confronti dei neri e della loro musica, la sensazione di una insufficiente introspezione dei personaggi secondari rimane. Perché non profittare, ad esempio, del dissonante giudizio di Fletcher e della moglie per imbastire una linea narrativa nella quale scavare più a fondo? I momenti più riusciti del film sono invece quelli in cui la protagonista, impersonata dalla cantante Andra Day, si esibisce. Qui bastano poche inquadrature efficaci, una fotografia azzeccata e la voce roca, graffiante per dare corpo a tutto il turbinìo di emozioni che dovettero agitare, prima, durante e dopo il palco, una stella di prima grandezza della musica afroamericana. Anche i costumi svolgono un ruolo decisivo e discriminante: inquadrata durante le esibizioni con le braccia coperte da eleganti maniche, viene restituita al pubblico in tutta la sua bellezza, mentre nel suo universo privato il regista indugia più volte sui segni incontrovertibili lasciati su di esse dall’eroina, senza sottacere gli stravizi della donna. L’infanzia fatta di violenza e anaffettività della cantante non viene mostrata, ma misuratamente adombrata, estrinsecata nel suo sguardo malinconico e nella sua acquiescenza perfino al linguaggio sboccato, oltre che alle relazioni malsane. In quest’ottica, ritorna evidente anche quanto appaia fuorviante il titolo del film: la cantante ingaggia sì un duello contro lo stato, ma nella propria dimensione privata sono i fantasmi del passato ad avere scavato nel suo io modellando la sua Weltanschaung…

da qui

 

nonostante l’urgenza del messaggio e la forza del personaggio, Gli Stati Uniti contro Billie Holiday presenta alcuni passaggi a vuoto che ne ingarbugliano il meccanismo. Daniels non riesce a trovare una mediazione tra la patina delle sequenze più glamour, tra cui quelle musicali, e le sporcature dei momenti di tensione drammatica, non comunicando il giusto coinvolgimento emotivo. Il film ha infatti un andamento troppo piatto, ha un unico picco un po’ fine a se stesso (quello della dolorosa sequenza del linciaggio a cui assiste la protagonista insieme a Jimmy Fletcher e agli altri componenti della sua band / famiglia) e chiude in decrescendo. Forse per non togliere forza al messaggio, il regista di Precious semplifica, rende più universale, si accontenta di soluzioni che arrivino a un pubblico più vasto e sacrifica anche i personaggi che ruotano intorno alla Holiday. Di fronte a una figura di tale statura, Daniels fa un passo indietro, mette la sua regia al servizio della storia e si concentra più sull’importanza di ricordarla che non sulla qualità della rappresentazione. Il film, in questo modo, oscilla continuamente tra sequenze anonime e lampi di luce, lasciando allo spettatore la curiosità di documentarsi maggiormente sulla cantante nonostante resti poco altro nel cuore e nella mente. Un buon compitino e niente di più.

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Alla fine della visione della pellicola ciò che rimane allo spettatore, più che il ricordo del film stesso, è il dolore della storia che vi è dietro e, dopo oltre due ore di film, ciò che resta negli occhi è la devastante foto d’epoca iniziale in cui un uomo, reso un tizzone ardente, viene deriso da altri uomini mentre brucia. Allo stesso modo non possono essere dimenticate le immagini, alcune reali, altre di finzione, in cui esseri viventi, torturati e uccisi, ciondolano appesi per il collo al ramo di un albero, davanti a familiari e amici che non possono fare altro che piangerli. È un dolore che arriva in profondità, e che vi resta, in quanto si è consapevoli che immagini di quella stessa disumanità le vediamo ancora in questo tempo, tutti i giorni, con uomini e donne privati dei propri diritti e della propria dignità, prima ancora che della propria vita. Come è accaduto a George Floyd, ucciso dopo essere stato privato del respiro, e come sta accadendo nella guerra in Ucraina, dove esseri umani, legati e torturati, sono assassinati e gettati in mezzo alle strade o, relegati nei propri rifugi, fatti bruciare sotto le bombe: vittime di una crudeltà omicida sempre esistente. 

Non sono quindi solo gli alberi del sud ad avere uno strano frutto: il sangue non bagna solo le foglie e le radici degli alberi di pioppo, la carne non cessa di bruciare e i cadaveri sono ancora beccati dai corvi. La morte è sempre bagnata dalla pioggia, il vento continua a soffiare sulle macerie degli uomini e il sole a farne marcire i resti. Il tempo passa ma il raccolto continua sempre a essere strano e amaro.

da qui 

 






lunedì 12 agosto 2024

Marcia nuziale – Marco Ferreri

in quattro episodi, Ugo Tognazzi protagonista, si raccontano le difficoltà del matrimonio.

naturalmente la censura ha lavorato molto, con tagli enormi.

un film con poco da ridere.

buona (matrimoniale) visione - Ismaele



QUI il film completo


 

In quattro episodi viene presentata la crisi dell’istituzione matrimoniale: nel primo due coppie fanno numerose cerimonie in vista dell’accoppiamento dei rispettivi cani; nel secondo e nel terzo vengono presentate situazioni in cui la vita matrimoniale comporta la crisi del desiderio sessuale; nell’ultimo – in un futuro prossimo – i partner sono stati completamente sostituiti da manichini, per rapporti disumanizzati.

La graffiante ironia di Ferreri si addensa in questo film intorno al tema del matrimonio, che nella società italiana presenta i sintomi di una crisi senza ritorno. Fortemente censurato all’epoca della sua uscita, il film dimostra una forte carica visionaria.

da qui

 

 

Interessante analisi dell'istituzione matrimoniale e della coppia incorniciata al suo interno, presentata in quattro momenti che vanno dalla celebrazione fino alla sua inevitabile fine.  I momenti della vita matrimoniale che propone Ferreri sembrano passi progressivi di una storia unica, che va dalla ricerca del matrimonio-maschera formale per sfogare un istinto sessuale, passando dalla crisi sessuale che risente della quotidianità, per poi presentarci l'analisi della crisi sessuale stessa che invece di curarla sembra sotterrarla definitivamente, fino a concludersi nella sostituzione della relazione umana con una bambola sempre consenziente, quasi un rimando alla nostra stessa infanzia e al gioco di ruolo infinito…

da qui

 

 

giovedì 2 novembre 2023

Il leone del deserto - Mustafa Akkad

in tempi di fascisti al governo, di italiani brava gente, Il leone del deserto non sarà un film che passerà alla tv, né in prima serata né di notte.

il motivo è semplice, in un filmone, con attori di serie A, Mustafa Akkad racconta la storia della Resistenza libica, guidata da Omar al-Mukhtar, contro l'occupazione italiana, che portava non civiltà, ma morte.

è così di attualità questo film che a un certo punto il boia Graziani, prima di impiccare Omar al-Mukhtar, gli spiega che la Libia era italiana, Giulio Cesare lo dimostrava.

niente di diverso da quello che in Israele troppi pensano, tremila anni fa la Palestina è stata data agli israeliani, e non c'è posto per gli altri. 

si può capire perchè Il leone del deserto non è mai passato nelle sale cinematografiche, e neanche in tv.

la verità fa male, anche al cinema.

buona (ritardata e immancabile) visione - Ismaele


QUI il film completo, in italiano

o

QUI il film completo, in italiano

 

  

Un gran bel film contro: il colonialismo innanzitutto; poi la guerra, in generale; infine il fascismo. Grande anche perché molto lungo: ma le 2 ore e 53 minuti non risultano quasi mai pesanti.

La sceneggiatura è splendida, e mostra tutti i torti e i crimini di chi si basa sul diritto del più forte. È un caso rarissimo di film sulla resistenza antifascista in cui coloro che lottano per la liberazione non sono italiani. Quindi in Italia lo si può vedere non con gli occhi della guerra civile: il fascismo è dipinto per quello che ha fatto nella politica estera, un tragico e ingiustificabile episodio di lotta contro diritti umani e giustizia, al fine di far prevalere solo la violenza, per rubare. Il film ha anche il merito di circoscrivere questa critica non solo al fascismo e all’Italia, ma in generale a qualunque guerra d’aggressione, a qualunque imperialismo, di ogni epoca, nonostante tutte le maschere e le falsità e la retorica.

La resistenza è qui celebrata in tutto il suo valore: difendere se stessi dalla schiavitù, dalla violenza e dalle ruberie altrui è necessario. Anthony Quinn giganteggia nella parte di questo leader, Omar Mukhtar, che è una leggenda tuttora in Libia: semplice, profondo, buono, ma indomabile, mai disposto a svendere la dignità e la libertà sua e del suo popolo. Per niente un sanguinario, ma uno che non vuole farsi umiliare e asservire: come è giusto che sia. Buono non può essere sinonimo di servo: colui che è buono si ribella all’ingiustizia subita, e nella misura giusta, senza eccessi; se la subisce, usa la bontà come pretesto per la propria viltà, come purtroppo il cristianesimo ha abituato.

Molto interessante è il sottofondo religioso sincero e sentitissimo, prioritario. Mostra come l’Islam imponga la propria liberazione: questo nesso tra religione e indipendentismo è stato ed è tuttora la base dei nazionalismi dei paesi islamici. Ciò innerva la lotta contro gli aggressori, che dall’800 ad oggi sistematicamente sono (ai loro occhi siamo tutti noi, e abbastanza a buon diritto, pur fatte le dovute distinzioni) gli occidentali. Questi hanno più torto degli islamici: hanno iniziato per primi la violenza, per rubare, e la esercitano con mezzi molto più efficaci, e quindi terribili. Una superiorità orrenda, in mano agli occidentali, che il film mostra benissimo: è l’unica ragione del successo, nonostante tutte le bugie di oggi (progresso culturale, liberalismo, crescita della borghesia, diffusione della democrazia a beneficio dei colpiti …), e quelle di ieri: la necessità di civilizzare i primitivi, o la grandezza della storia romana di cui finalmente il fascismo avrebbe raccolto l’eredità come era destino ed evento indispensabile…

Spettacolari sono le scene belliche. Ottima la colonna sonora e la ricostruzione filologica del deserto dell’epoca, ben valorizzato dalla fotografia. Tutto il cast recita bene, tranne Rod Steiger, poco credibile nei panni di un Mussolini che non maschera la sua grande ansia.

Un film profondo, anche nel sottolineare le conseguenze psicologiche delle scelte fatte dai vari protagonisti. È vergognoso, ma non stupisce, che questa pellicola sia sempre stata oscurata in Italia: le cause sono il solito e falso buonismo all’italiana, che non deve mostrarci feroci, e il militarismo neofascista, che spesso è stato addirittura al governo.

Un film epico degno di tal nome, che fa un’epica sui temi reali e importanti della modernità.

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L’uccisione di Omar al-Mukhtar - WuMing

È l’11 settembre 1931 quando Omar al-Mukhtar, comandante della guerriglia anticoloniale in Cirenaica, viene ferito a un braccio, disarcionato e fatto prigioniero durante uno scontro nei pressi di Slonta. Lo portano a Bengasi in catene.

Omar al-Mukhtar ha più di settant’anni e combatte contro l’Italia fin dalla prima invasione della Libia, quella del 1911. La sua abilità strategica, la conoscenza del territorio e l’appoggio della comunità hanno consentito alle bande armate beduine – i duar – di infliggere gravi perdite alle truppe d’occupazione e ridicolizzarle con tattiche mordi-e-fuggi. Ma la deportazione di quasi tutta la popolazione civile della Cirenaica, la chiusura del confine libico-egiziano con una muraglia di filo spinato e i bombardamenti con l’iprite hanno ormai piegato la resistenza.

Il processo si tiene il 15 settembre nel Palazzo littorio di Bengasi, è una farsa e dura appena tre ore, perché il verdetto è già deciso.
Omar viene impiccato il giorno dopo. Raccontiamo quel momento con le parole dello storico Angelo Del Boca:

«Sono le 9 del mattino del 16 settembre 1931. Intorno alla forca eretta nel piazzale del campo di concentramento di Soluch, in Cirenaica, sono assiepati oltre 20 mila libici, fatti affluire da Bengasi, da Benina e dai lager della Sirtica. Sono qui per imparare che la giustizia fascista è severa, spietata, inesorabile. Sono qui per assistere all’impiccagione di Omar al-Mukhtar, un capo leggendario che, per dieci anni, ha dato del filo da torcere agli eserciti di quattro governatori italiani.

Quando il vecchio Omar, avvolto in un baracano bianco, viene fatto salire sul patibolo, il silenzio nel campo si fa totale. Ostacolato dalle catene e tormentato dalla ferita al braccio ricevuta nell’ultimo combattimento, il vicario della Senussia muove a stento i passi, tanto che debbono aiutarlo a salire i gradini del palco. Mentre gli sistemano il cappio intorno al collo, guarda per l’ultima volta la folla silenziosa, che trattiene a fatica il dolore e la rabbia. Poi, con un calcio allo sgabello, gli spezzano il collo.

Con Omar al Mukhtar finisce anche la ribellione libica, cominciata vent’anni prima. Ma non finisce la leggenda di Omar.»

 

Nel 1979 il regista siriano-americano Moustapha Akkad gira il kolossal Lion of the Desert, ove si narrano vita, cattura e morte di Omar al-Mukhtar e, attraverso di lui, l’orrenda saga della «riconquista» libica. Una coproduzione internazionale, con un cast di tutto rispetto: l’anziano Anthony Quinn presta i solchi del proprio viso alla dolente e ferma dignità di Omar; Oliver Reed maramaldeggia nel ruolo di Graziani; Rod Steiger dà corpo e smorfie a Benito Mussolini.

Il film non è un capolavoro, ma non è peggio della maggior parte dei film in costume hollywoodiani, e ha il merito di far conoscere in Occidente la figura dell’insegnante-guerrigliero, capo della resistenza popolare all’invasione fascista.

Tuttavia, agli spettatori italiani viene negato il diritto di vedere coi loro occhi e giudicare con la propria testa. Non è ammissibile che nei cinematografi d’Italia si mostrino gli «italiani brava gente» rappresentati come di solito si rappresentano le SS. Non è tollerabile che gli italiani vedano le loro forze armate intente a compiere un genocidio! Come osa quel regista arabo, quel volgare calunniatore?

Rispondendo all’interrogazione parlamentare di un deputato missino indignato per le sequenze che gli sono state descritte, il sottosegretario agli Esteri Raffaele Costa manda un chiaro messaggio ai produttori: il film non otterrà mai il visto ministeriale per la distribuzione in Italia. Non v’azzardate nemmeno a chiederlo.

Nel frattempo, dato che il film è proiettato negli altri paesi, si alzano comunque grida di sdegno. L’Associazione Nazionale Alpini, ad esempio, protesta per le sequenze dove soldati con la penna nera decimano la popolazione del Gebel Achdar.

Di conseguenza, Lion of the Desert diventa un film di culto clandestino. Nel marzo 1987, per protesta contro l’impossibilità di vederlo in Italia, attivisti del Coordinamento per la pace proiettano il film in una piazza di Trento. La Digos interviene a sequestrare la videocassetta e la magistratura incrimina quattro persone – Marta AnderleFranco EspositoRenato Paris e Paolo Terzan – per «rappresentazione cinematografica abusiva». Nel febbraio 1988 gli imputati sono condannati a pagare un’ammenda di centomila lire a testa.

Nel corso degli anni, il veto politico su Lion of the Desert è in parte caduto. Il film è stato doppiato in italiano e trasmesso su un canale nazionale privato. Oggi si trova facilmente su Internet, ma rimane un titolo scomodo, urticante, del quale non si parla volentieri. Omar al-Mukhtar fa ancora paura…

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Quando Il colonnello Gheddafi è atterrato a Roma i giorni scorso aveva in bella mostra sulla divisa una fotografia dell’eroe nazionale libico Omar al Muktar. E proprio alla sua storia e agli orrori di cui sono resi colpevoli i militari italiani in Libia tra il 1929 e il 1931 è dedicato il film di Moustapha Akkad “Il leone del deserto”, girato dal produttore esecutivo della saga horror di “Halloween” nel lontano 1981.

Finanziato dal raiss Muammar Gheddafi in persona e costato ben 35 milioni di dollari è stato uno degli ultimi film censurati in Italia per ragioni politiche e non religiose. Tutto questo perché a detta di Giulio Andreotti danneggiava l’onore dell’esercito italiano. Contro l’opera fu persino intentato un processo di vilipendio delle Forze Armate. Morale della favola, nessuna distribuzione nelle sale, dopo un buon successo a Cannes nel 1982 e soltanto una serie di proiezioni quasi clandestine, di cui una a Rimini Cinema del 1988.

Addirittura solo un anno prima era intervenuta persino la Digos quando la pellicola era in programma a Trento ad un meeting pacifista. Da allora, il film era sparito ed era scaricabile solo su internet. Questa la difficile storia del “Leone del deserto”, che si potrebbe definire il racconto di una pagina oscura della storia italiana e del ventennio fascista. Di cui si parla nel libro del 2005 di Eric Salerno “Il genocidio in Libia visto da Eric Salerno”.

Il film si apre con le note di “Giovinezza” che fanno da colonna sonora a momenti poco vittoriosi dei nostri. Un Mussolini di maniera interpretato da Rod Steiger, già Duce per Lizzani, chiama a rapporto il sanguinario generale Graziani per sconfiggere i ribelli libici guidati da Omar al Muktar, anziano professore di religione. La guerra dei partigiani arabi e berberi contro i loro occupanti dura da ben vent’anni. Tra mille difficoltà, l’impresa andrà a buon fine, ma pochi beduini male armati e coraggiosi daranno del filo da torcere ad un esercito numeroso e dotato di carri armati e armi moderne. Sarà un vero e proprio genocidio, in cui moriranno tra stenti e malattie almeno centomila persone, comprese donne e bambini chiusi in terribili campi di concentramento nel deserto. Queste scene ricordano molto da vicino quelle del film sul genocidio armeno “La masseria delle allodole” dei fratelli Taviani.

La tragedia della guerra s’incrocia per tutta la durata dell’opera con le vicende dei protagonisti, di una giovane vedova e del suo piccolo Alì e della coraggiosa Mabrouka interpretata da Irene Papas. Il capo dei ribelli è un uomo saggio e mite ma al tempo stesso eroico, un perfetto Anthony Quinn, che salva la vita ai prigionieri e che muore con dignità dopo un processo farsa. Non tutti i militari italiani sono crudeli, ce ne sono alcuni che resistono all’orrore in cui sono caduti. La ricostruzione storica è piuttosto fedele a parte un paio di scene volute da Gheddafi per screditare il re Idris capo dei Senussi, in seguito cacciato dallo stesso dittatore dopo il suo avvento.

In buona sostanza “Il leone del deserto” è un film sicuramente di parte e attraversato dalla retorica, ma gli va dato il merito di aver riportato alla luce crimini di guerra che per troppi anni erano rimasti nascosti. E sembra quasi che per noi la Libia sia stato quasi una sorta di Vietnam. Basta sostituire la giungla e il delta del Mekong con il deserto e le montagne libiche. Per ironia del destino, il regista siriano Mustafà Akkad è morto con la figlia nel 2005 durante un attentato di Al Qaeda in Giordania ad un matrimonio in cui era ospite.

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I tanti crimini compiuti dagli italiani durante l'occupazione coloniale della Libia raccontati con taglio epico e spettacolare in un film che pone al centro l'eroe nazionale libico che guidò la resistenza contro le nostre truppe. Censurato qui da noi, è un film forte e importante e al tempo stesso un'avventura mozzafiato interpretata da ottimi attori, primo tra tutti Anthony Quinn.

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Film bellico dei primi anni '80 ma che ha il respiro epico dei kolossal dei decenni precedenti, per la durata fiume (quasi tre ore), il gran dispiego di mezzi, la spettacolarità delle scene di battaglia, e naturalmente per il cast: Quinn è magnifico nei panni di Omar Mukhtar, Reed un convincente Graziani, notevoli anche Steiger (per la seconda volta nei panni di Mussolini), la Papas e soprattutto Vallone. Inevitabile una certa propaganda in favore della Libia (tra i finanziatori figurava Gheddafi), ma sempre meno scandalosa di una censura italiana che voleva vietare la storia.

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Domande: a) chi inventò i bombardamenti aerei? b) chi inventò l'utilizzo dei campi di concentramento? c) in quale paese occidentale la censura vieta ancora questo film? Risposte: a) e b), gli italiani; c) in Italia.***
Lungo due ore e mezzo (forse un pochino troppo), finanziato in parte dal colonnello Gheddafi, Il leone del deserto è un buon film. Uno spettacolo in ogni caso da vedere, anche per sfatare, una volta per tutte, il mito sgonfio degli "italiani brava gente". Se gli italiani non furono mai molto umani con gli arabi conquistati, la situazione, probabilmente, degenerò durante il periodo fascista: il generale Graziani e i suoi scherani non si risparmiarono nessuna atrocità, pur di mettere a tacere, inutilmente, la resistenza dei nazionalisti libici. È incredibile e intollerabile che a ventisei anni di distanza dalla sua uscita questo film sia ancora invedibile nel nostro paese, ed infatti la versione che circola è fin troppo artigianale nella (pur meritoria) realizzazione dei sottotitoli. Eppure, una gran parte del cast è italiano, a cominciare dai sempre bravi Raf Vallone (uno dei pochi soldati italiani a non fare la figura del quaquaraquà) e Gastone Moschin (un odioso capo della Milizia). Con qualche eccesso di retorica, ma con una ricostruzione d'epoca che, anche grazie agli ingenti capitali american-gheddafiani, appare accuratissima, il regista siriano Akkad (ucciso nel 2005 da un attentato terroristico in Giordania) realizza un film che funziona sia per rigore morale che per tenuta spettacolare: vi sono addirittura delle scene quasi splatter, quando i cingolati italiani passano sui corpi dei ribelli libici. Ottima la prova - forse una delle migliori della sua carriera - di Anthony Quinn (1915-2001). Buona anche quella di Oliver Reed (1937-1999), anche se non risulta la scelta più indovinata in qualità di interprete del generale Graziani. Rod Steiger (1925-2002), per la cronaca, dopo Mussolini: Ultimo atto (1974), interpreta Mussolini per la seconda volta. (15 ottobre 2007).

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lunedì 20 dicembre 2021

One second - Zhang Yimou

il film, come era prevedibile, ha avuto problemi tecnici (leggasi censura), un po' di scene sono state rifatte.

probabilmente il contesto, la rivoluzione culturale, qualche aggettivo, non erano appropriati, secondo i censori cinesi (ma anche quelli italiani non scherzano e non hanno mai scherzato, https://cinecensura.com).

il film è una storia semplice, un galeotto fugge dal campo di prigionia per vedere un secondo di cinegiornale nel quale appare la figlia, che non vede da sei anni.

Zhang e Liu, l'evaso e la ragazzina sembrano uscire da uno di quei film stile Charlot, colpi di scena a ripetizione.

la Cina di One second è la stessa di Nuovo Cinema Paradiso, la gente ha bisogno di immagini, per sognare, per fuggire, per identificarsi, per ricordare, per commuoversi, per ispirarsi, per imparare, per vivere. 

il film è solo in poche decine di sale, Zhang e Liu sono piccoli e poveri eroi quotidiani, mica supereroi,

buona visione di celluloide, il signor Cinema vi attende.  - Ismaele 

 

 

 

Come in Ladri di biciclette, con il rullo al posto della bici, la prima parte di One Second disegna una traiettoria di inseguimenti e fughe, furti e ritrovamenti, capitomboli e piroette degne della semplicità e della purezza di un film di Charlot. In un piccolo villaggio poverissimo, circondato dalle dune del deserto, l’evaso e la ragazzina finiscono per ritrovarsi nel grande edificio in cui un uomo che si fa chiamare Mr. Cinema cura le proiezioni delle poche pellicole che arrivano fin lì. Da Ladri di biciclette ci trasferiamo dalle parti di Nuovo Cinema Paradiso: e l’omaggio al cinema italiano è evidente nel modo appassionato con cui Zhang Yimou rappresenta e dà forma alla passione collettiva per il cinema, con tutti gli abitanti del villaggio che si affollano davanti al lenzuolo che fa da schermo, e giocano alle ombre cinesi prima della proiezione, e disegnano profili di corpi, scale e biciclette di grande suggestione visiva.

È una Cina povera, quella che si vede nel film. Poverissima. Una Cina che non deve essere piaciuta ai funzionari del regime cinese (dopo la proiezione al Festival di Berlino il film è stato ritirato dalla circolazione per “motivi tecnici”: si dice sempre così!). Zhang Yimou deve aver fatto qualche piccola modifica e ora il film esce anche sui mercati internazionali. La critica alla stupidità delle Guardie rosse e la rappresentazione della povertà restano. Ma la cosa più interessante è che gli abitanti del piccolo villaggio più che di pane sembrano aver fame di cinema. “Se riproiettassi il film da capo – dice Mr. Cinema all’evaso – resterebbero qui anche tutta la notte. Resterebbero a guardare qualsiasi cosa io proiettassi”.
One Second mette in scena, insomma, non solo il pauperismo economico, ma anche la scarsità di immagini con cui nutrire l’immaginazione. E lo fa rendendo omaggio anche e soprattutto alla matericità della pellicola. Una delle scene più intense, non a caso, è quella in cui tutti gli abitanti collaborano per ripulire un rullo di pellicola arrivato al villaggio “attorcigliato peggio di un intestino”, impolverato e aggrovigliato in modo quasi irreparabile. Con un rito che ha qualcosa di sacro, tutti si danno da fare per districare i nodi, lavare la pellicola, appenderla e poi asciugarla con movimenti lenti del ventaglio, in uno spazio ingombro di nastri di celluloide che producono sullo spazio un effetto quasi magico…

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.., Il tono inizialmente sopra le righe di One Second non è certamente estraneo a una certa dose di calcolo da parte del regista cinese, sicuramente preoccupato di intercettare i gusti di una platea internazionale ormai assuefatta a certi toni (sempre improntati al grottesco) del cinema asiatico da festival. Tuttavia, pur senza essere direttamente ed esplicitamente politico, il film di Zhang Yimou riesce bene (meglio degli ultimi del regista) a mediare tra la dimensione più intima e quella più collettiva della sua narrazione, facendo risaltare abbastanza bene le ricadute della Rivoluzione Culturale sugli affetti, così come la vacuità di rituali di regime ben espressi dalla pellicola contesa e infine proiettata. In questo, si può rinvenire anche una riflessione sul cinema quale veicolo di ricercata propaganda (tema forse volutamente adocchiato da un regista – chissà? – pronto a lasciarsi alle spalle una certa fase della sua carriera) e la sua potenza di mezzo rivelatore del vero, a prescindere dalle intenzioni di chi lo produce. Non è un caso che, alla fine, l’oggetto del desiderio del protagonista si rivelino essere giusto un paio di fotogrammi, espungibili dal girato senza che quest’ultimo perda il suo carattere di celebrazione collettiva…

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…One Second infatti è opera che poggia tutta la sua poetica sul senso del tempo, sulla perdita, sulla memoria da conservare per non far finire tutto nei ricordi ingialliti dal tempo, ma l'opera di Zhang è soprattutto la sua Ode al Cinema, inteso come arte ma non solo, il Cinema che diventava in epoca di rivoluzione culturale il centro di gravità della vita di ogni sperduto villaggio, il cinema come racconto dell'epica , il cinema fatto di sguardi trasognati, di ombre proiettate sul lenzuolo bianco, un fascio di luce che si trasforma in immagini, il tempo che viene cristallizzato su dei fotogrammi, proprio quelli che cerca il protagonista, la vita che si ferma per assistere alla magia della meraviglia che trasmette lo spettacolo cinematografico, quel cinema che proprio Zhang e i suoi colleghi della Quinta Generazione traghettarono dalle acque stagnanti della propaganda stile sovietico alle nuove forme che conosciamo oggi.

In una delle scene più belle ed emozionanti di One Second assistiamo al proiezionista che mette in pratica uno strano meccanismo per far sì che l'uomo possa rivedere in loop l'immagine del volto della figlia e il protagonista seduto da solo nella sala assiste commosso alla scena che si ripete: è il concetto raccontato per immagini della memoria che si tramanda e che fa vivere i nostri ricordi per sempre…

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