Israele ha
distrutto Mohammad Bakri per aver osato esprimere la sofferenza palestinese
così com’è - Gideon
Levy
Israele si è girata dall’altra parte
mentre la società palestinese israeliana piangeva la morte di Mohammad Bakri,
una delle sue figure più celebri: attore, regista e icona culturale, patriota
palestinese e uomo dall’animo nobile
Venerdì la sala adiacente alla moschea nel
villaggio di Bi’ina, in Galilea, era affollata. Migliaia di
persone tristi in volto venivano a rendergli omaggio e se ne
andavano; ero l’unico ebreo tra loro.
La società palestinese israeliana piange
la morte di uno dei suoi più grandi esponenti, attore, regista ed eroe
culturale, patriota palestinese e uomo dall’animo nobile, Mohammad
Bakri, e Israele, nella morte come nella vita, gli ha voltato le spalle.
Solo un’emittente televisiva ha dedicato un servizio alla sua scomparsa. Un
pugno di ebrei è sicuramente andato a porgere le condoglianze alla
sua famiglia, ma venerdì pomeriggio non ce n’era nessuno.
Bakri è stato sepolto mercoledì a tarda
notte, su richiesta della famiglia, senza che ci fosse stato alcuno spazio
in Israele per elogiarlo, ringraziarlo per il suo lavoro, chinare il capo in
segno di apprezzamento e chiedergli perdono.
Si meritava tutto. Bakri era un artista e
un combattente per la libertà, di quelli di cui si parla nei libri di storia e
a cui si intitolano vie. Non c’era posto per lui nell’Israele
ultranazionalista, nemmeno dopo la sua morte.
Israele lo ha annientato solo perché ha
osato esprimere la sofferenza palestinese così com’è. Molto prima dei giorni
bui di Benjamin Netanyahu e Itamar Ben-Gvir, 20 anni prima del 7 ottobre e
della guerra a Gaza, Israele lo ha trattato con un fascismo che non farebbe
vergognare i ministri del Likud Yoav Kisch e Shlomo Karhi [ministri
dell’Istruzione e delle Comunicazioni nell’attuale governo Netanyahu, ndt.].
L’insigne establishment giudiziario israeliano
si è unito per condannare la sua opera. Un giudice del tribunale distrettuale
di Lod ha vietato la proiezione del suo film Jenin, Jenin. Il
procuratore generale dell’epoca si è unito alla guerra e l’illuminata Corte
Suprema ha stabilito che il film era stato realizzato con “motivazioni
scorrette “: questo era il livello delle argomentazioni addotte dal faro
della giustizia.
E tutto a causa di una manciata di
riservisti che si sentirono “offesi” dal suo film e cercarono di
pareggiare i conti. Non furono gli abitanti del campo profughi di Jenin a
essere offesi, ma il soldato Nissim Magnaji. La sua richiesta fu accolta e
Bakri fu distrutto. Tutto questo accadde molto prima dell’attuale Medioevo.
Pochi accorsero in suo aiuto. Gli artisti
tacquero e l’affascinante interprete di Beyond the Walls [nel
ruolo di prigioniero palestinese nel film israeliano del 1984 che gli valse
riconoscimenti internazionali, ndt.] fu gettato in pasto ai cani. Non si
riprese mai più.
Una volta pensavo che Jenin, Jenin un
giorno sarebbe stato proiettato in ogni scuola del Paese, ma oggi è chiaro
che questo non accadrà, non nell’Israele di oggi e presumibilmente nemmeno in
futuro.
Ma il Bakri che conoscevo non provava
rabbia né odio. Non l’ho mai sentito esprimere una sola parola di odio verso
coloro che lo ostracizzavano, verso coloro che facevano del male a lui e al suo
popolo. Suo figlio Saleh una volta disse: “[Israele] ha distrutto la mia vita,
la vita di mio padre, la mia famiglia, la vita della mia Nazione”. Non
credo che suo padre si sarebbe mai espresso a quel modo.
Venerdì questo ammirevole figlio si ergeva
imponente, con una kefiah sulle spalle, e lui e i suoi fratelli, di cui il
padre era così orgoglioso, salutavano coloro che erano venuti a porgere le loro
condoglianze per la morte del padre.
Come lo amavo. In una piovosa notte
invernale al campus del Monte Scopus dell’Università Ebraica di Gerusalemme,
quando la gente ci gridava “traditori” dopo la proiezione di Jenin,
Jenin, e all’Israel Film Center Festival al Marlene Meyerson JCC di
Manhattan a New York a cui era invitato ogni anno, e dove
anche lì c’erano manifestanti che gridavano. All’ex Café Tamar di Tel
Aviv, in cui passava di solito il venerdì, e nei dolorosi saggi che
pubblicava su Haaretz. Liberi da cinismo, innocenti come un bambino
e pieni di speranza, proprio come lui.
Il suo ultimo e breve film Le
Monde, scritto da sua figlia Yafa, è ambientato a una festa di compleanno
in un lussuoso hotel. Una ragazza distribuisce rose agli ospiti, un violinista
suona “Tanti auguri a te”, in TV si vede Gaza bombardata e Bakri si alza con
l’aiuto di una giovane donna che si era seduta accanto a lui e se ne va. È cieco.
Tre settimane fa mi ha
scritto per dirmi che aveva intenzione di venire nella zona di Tel Aviv
per il funerale di un uomo a lui caro, il regista Ram Loevy, e
io gli ho risposto che ero malato e che non avremmo potuto
incontrarci. Per quanto ne so, alla fine non è andato nemmeno lui al
funerale.
“Stai bene e prenditi cura di te”,
mi ha scritto l’uomo che non si è mai preso cura di sé.
Bakri è morto, il campo di Jenin è stato
distrutto e tutti i suoi abitanti sono stati espulsi, di nuovo senza
casa a causa di un altro crimine di guerra. Ma la speranza ha
continuato a battere nel cuore di Bakri, fino alla sua morte; su questo
non eravamo d’accordo.
(traduzione dall’inglese di Luciana
Galliano)
"Come faranno mai gli israeliani a rimediare a tutto questo?" Si chiede un giovane palestinese, mentre si aggira fra le rovine del campo profughi di Jenin (Cisgiordania), teatro di un intervento militare israeliano senza precedenti che si è protratto per undici giorni - dal 2 al 19 aprile 2002 - e ha lasciato almeno 600 morti sul campo (ma nessuna commissione d'inchiesta nazionale o internazionale è stata mai autorizzata). "Ci ammazzano i figli e noi ne facciamo altri: c'è sempre un modo per porre rimedio.. Sono loro i perdenti, davvero". Chi parla, è uno dei protagonisti del documentario Jenin Jenin di Mohammad Bakri, cineasta palestinese con passaporto israeliano. Lo abbiamo visto al 13° Festival del cinema africano di Milano, nella versione integrale di 54 minuti: cioè compresa la testimonianza della dodicenne - istigata fin da piccola alla vendetta, forse obbligata a diventare in un futuro non lontano una kamikaze - censurata dalla tv franco-tedesca Arté (l'unica in Europa ad averlo acquistato).
Informalmente, quest'opera sta però girando l'Italia fra proiezioni negli oratori e serate organizzate da associazioni varie, mentre i canali televisivi pubblici hanno poco professionalmente declinato l'invito.
Poco importa. L'autore - nato nel '53 ad al-Bina, in Galilea, sposato con cinque figli - è quasi abituato alla censura: il suo documentario d'esordio, nel 1995, col digitale 1948 (53'), sulla Nakba, la "catastrofe palestinese", non è mai stato mostrato in tv; eppure in tantissimi l'hanno visto.
Sulla stessa scia, Jenin Jenin è stato censurato in Israele; nessuna tv del mondo arabo, a parte la libanese Future, l'ha comprato; ciò nonostante il film ha vinto il festival di Cartagine 2003. Un grande riconoscimento per un regista che è stato addirittura arrestato, assieme a sei membri della sua famiglia - nel villaggio di Bina in Galilea, dove essi vivono - con l'accusa di aver collaborato nella preparazione e nell'esecuzione di un attentato kamikaze contro un bus israeliano (come ha scritto su Ha'aretz del 27 agosto il giornalista Uri Ash). Tanto per intimidire ogni possibile dissenso.
Questa battente campagna denigratoria, in patria, ha al contrario contribuito a pubblicizzarlo ovunque.
È un film di parte ("one side movie", dice infatti il sottotitolo), obiettano alcuni. Ma finché le risoluzioni delle Nazioni Unite riguardo al Medio Oriente - ovvero la 242 del 22 novembre 1967, la 338 del 22 ottobre 1973, la 1397 del 12 marzo 2002, la 1402 del 30 marzo 2002 - e i principi di Madrid non saranno rispettati dal governo israeliano, forse non è possibile fare diversamente. Jenin Jenin va comunque visto. Perché aiuta a capire…
Perché quel film va distrutto? - Miko Peled
Con una decisione particolarmente drastica, un tribunale israeliano ha stabilito che la proiezione del film documentario “Jenin, Jenin” sarà vietata in Israele. Inoltre, tutte le copie del film devono essere ritirate e distrutte. Il tribunale è andato anche oltre condannando il produttore, regista e attore Mohammad Bakri, l’uomo dietro il film che documenta l’assalto israeliano al campo profughi di Jenin, di risarcire un ufficiale israeliano che ha partecipato al massacro e appare nel film per circa cinque secondi.
L’invasione militare israeliana del campo profughi palestinese di Jenin e il massacro che ne è seguito hanno avuto luogo nel marzo 2002. L’esercito entrò nel campo con carri armati, forze speciali, unità di comando e diverse brigate riserviste. Il campo è stato bombardato dall’aria e da terra. Diverse centinaia di combattenti palestinesi hanno combattuto eroicamente, armati solo di fucili semiautomatici e rudimentali abilità di guerriglia. Venticinque soldati israeliani persero la vita nel campo e innumerevoli palestinesi, per lo più civili, furono uccisi.
Zittire le testimonianze dei sopravvissuti
“Jenin, Jenin” include testimonianze di persone di tutte le età che hanno vissuto l’assalto israeliano al campo. Non c’è dubbio che ascoltare le descrizioni e le esperienze dei sopravvissuti a quel terribile trauma sia straziante. Ma lo stesso Bakri non fa mai accuse dirette nel film. Mostra filmati di soldati israeliani, carri armati e veicoli corazzati, e di palestinesi che vengono arrestati, ma in nessun punto del film viene fatta un’accusa reale ed è chiaro che le uniche prospettive offerte nel film sono quelle di coloro che vivono nel campo.
Ci furono molte proteste in Israele non appena il film fu distribuito. Bakri è stato definito un nazista e calunniato dalla stampa e dall’opinione pubblica per aver osato mostrare ciò che i palestinesi avevano vissuto per mano dei soldati israeliani che entrarono nel campo. I soldati che avevano partecipato a quella che è conosciuta come “La battaglia di Jenin” chiesero alle autorità israeliane di censurare il film e di non permetterne la proiezione nei cinema, e alla fine ottennero quello che volevano.
Il film è stato bandito dall’Israeli Film Ratings Board (Commissione di Censura Cinematografica Israeliana) sulla premessa che fosse diffamatorio e potesse offendere il pubblico. Bakri ha fatto appello contro la decisione e il caso è arrivato fino alla Corte Suprema israeliana, che alla fine ha ribaltato la decisione della Commissione. Da allora, coloro che hanno partecipato all’assalto hanno cercato in tutti i modi di fermare il film.
Nel novembre 2016, Nissim Meghnagi, un ufficiale riservista che ha preso parte all’operazione Scudo Difensivo, nota anche come il massacro al campo profughi di Jenin, ha citato Bakri per 2,6 milioni di shekel, l’equivalente di circa 650.000 euro. Nella sua causa, Meghnagi ha affermato di apparire ed essere stato nominato nel film, e che diffamasse i soldati israeliani presentandoli come criminali di guerra.
Bakri sostenne, giustamente, che lo scopo della causa era persecutorio e politico, e che il film non fa alcuna accusa contro Meghnagi in particolare. Mostra solo, come Bakri ha continuamente ma inutilmente rivendicato, il punto di vista dei palestinesi che hanno subito l’assalto al campo. Tuttavia, il tribunale distrettuale della città di Lyd occupata da Israele si è pronunciata a favore di Meghnagi e ha condannato Bakri a risarcire Meghnagi con l’equivalente di 44.000 euro. Ora il caso dovrebbe tornare alla Corte Suprema.
Una storia di crimini di guerra
Le forze israeliane non hanno permesso alla Croce Rossa o ad altri osservatori internazionali di entrare nel campo per molti giorni dopo la fine dell’assalto. Questo gli ha permesso di ripulire il campo prima che qualcuno dall’esterno potesse accertare i fatti.
Le autorità israeliane, i tribunali, i media e l’opinione pubblica tendono a considerare le affermazioni palestinesi riguardanti violazioni dei diritti umani, violenza e massacri commessi da unità militari come bugie. Le indagini interne condotte dall’esercito e da altre agenzie governative israeliane raramente ritengono le forze israeliane colpevoli di qualunque crimine.
La ragione per cui “Jenin, Jenin” ha causato una reazione così forte in Israele è che le persone coinvolte, direttamente o indirettamente, sanno che Israele ha una lunga storia di atrocità e crimini di guerra. Israele afferma che l’IDF è “l’esercito più morale del mondo”, eppure quasi ogni singolo israeliano è stato testimone o conosce qualcuno che ha assistito, o addirittura partecipato, a queste atrocità.
Commettere crimini di guerra di ogni tipo è una tradizione profondamente radicata nell’esercito israeliano. Risale ai primi giorni dell’era pre-statale, alle operazioni delle milizie sioniste prima che fosse formato un vero e proprio esercito israeliano. Queste milizie furono trasformate in un esercito organizzato nel mezzo della campagna di pulizia etnica della Palestina del 1948. Erano nel bel mezzo di un crimine orrendo per il quale nessuno è stato giudicato quando divennero un esercito ufficiale e quando i coloni sionisti ebrei in Palestina sono diventati cittadini di un nuovo Stato di apartheid, uno Stato la cui stessa istituzione era un crimine di guerra.
Questo è il motivo per cui c’è una tale opposizione al film e allo stesso Mohammad Bakri tra gli israeliani. Bakri ha toccato un nervo scoperto e poiché come palestinese con cittadinanza israeliana, è molto conosciuto, gli israeliani sono furiosi con lui. Bakri ha osato entrare nel campo e parlare con i suoi residenti senza mostrare ciò che è comunemente noto come “contraddittorio”. Inoltre, come è ben chiaro in tutto il film, lo spirito delle persone nel campo rimane saldo.
Più e più volte durante il film, sentiamo i sopravvissuti all’assalto, anche mentre siedono sulle macerie delle loro case, ripetere che ricostruiranno il campo casa per casa e che non si arrenderanno mai. Questo non è certo il messaggio che gli israeliani, che solo poco tempo prima avevano votato per il criminale di guerra Ariel Sharon come loro Primo Ministro, vogliono ascoltare.
Alla guida di un bulldozer D9
Il 31 maggio 2002, il giornalista israeliano Tsadok Yehazkeli, che lavorava per il quotidiano israeliano Yediot Aharonot, ha pubblicato un articolo in ebraico sull’autista di un bulldozer D9 che aveva il soprannome di “Bear the Kurd” (Orso il Curdo). “Bear” si è fatto notare durante l’assalto al campo profughi di Jenin, quando per 72 ore di fila ha guidato il suo bulldozer tra le case avvolte in una coltre di fumo distruggendo ogni cosa sul suo cammino, radendo al suolo le abitazioni indipendentemente dal fatto che fossero abitate o meno.
È stato sentito vantarsi: “Ho trasformato il campo in uno stadio di calcio” e “non ho rimpianti. Sono orgoglioso del mio lavoro” e “Non ho lasciato scampo a nessuno mentre demolivo le case con il mio bulldozer”. Niente di tutto questo viene mostrato o menzionato nel film di Bakri, eppure fornisce un’idea dell’esaltazione tra le truppe israeliane che sono entrate nel campo.
L’unità dell’esercito in cui operava il guidatore del D9 ricevette una medaglia per le sue azioni durante l’assalto, e l’uomo conosciuto come “Bear the Kurd” divenne un eroe per le truppe. Poiché così tanti furono sepolti sotto le macerie, fino ad oggi nessuno sa esattamente quanti palestinesi siano stati uccisi nel 2002 nel campo profughi di Jenin.
È difficile prevedere cosa deciderà la Corte Suprema di Israele quando si pronuncerà sul caso Bakri. Tuttavia, in uno stato costruito su crimini di guerra e atrocità, ci si può aspettare che tutti i rami del governo si concertino per impedire che la verità venga fuori. In ogni caso, pochi crimini di guerra israeliani sono documentati come questo, e quindi “Jenin, Jenin” deve essere visto e condiviso ampiamente.
Petizione a favore di Mohammad Bakri
Miko Peled è un autore e attivista per i diritti umani nato a Gerusalemme. È l’autore di “The General’s Son. Journey of an Israeli in Palestine” e “Injustice, the Story of the Holy Land Foundation Five”.
Fonte: English Version
Fonte italiana e traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org
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